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Post di giugno

24/06/2008

Molto disordine sotto il cielo: la situazione è eccellente

Pescate alla rinfusa alcune notizie di questi giorni – eventualmente “arricchite” da alcune appena anteriori – richiamano fortemente alla memoria una famosa frase del “Grande Timoniere” cinese, quel Presidente Mao oggi ri-assurto a nume tutelare – o almeno fondatore – della nuova grandezza dell’Impero di Mezzo: “Grande e’ il disordine sotto il cielo.... “. E, fin qui, difficile non concordare su siffatta sintetica valutazione dell’attuale scena internazionale. Eppure – almeno nella nostra modesta ottica – per nulla condivisibile appare l’ariosa conclusione del Presidente: “...la situazione è eccellente”. Primo. Il disordine. Un barcone dopo l’altro di immigrati clandestini affondano nel Mediterraneo in una conta sempre più difficile e sempre più sinistra con rubinetti che si aprono e si chiudono non già con le condizioni meteorologiche, bensì con gli spazi di pressione politica. La Corea del Sud, messo in qualche modo tra parentesi lo spettro del Nord del Paese, è in preda a violente dimostrazioni contro le importazioni di carne bovina americana – antiamericanismo protezionista contro le virtù del commercio internazionale -; l’Irlanda – altro beneficato delle integrazioni economiche questa volta regionali (UE) così come la Corea del Sud (WTO) – non trova di meglio che votare contro la ratifica del Trattato di Lisbona. Nel frattempo, il tutore d’ufficio della globalizzazione regolata e partecipata – il Segretario Generale delle Nazioni Unite il forse troppo lodato Ban Ki Moon – non trova di meglio che diffondere un ponderoso commento di “autodifesa” dell’Organizzazione negandone il carattere puramente verbale attraverso una minuziosa elencazione di fatti: 90 milioni di nutriti in 70 Paesi (qui non si contano quelli affamati dalle più varie distorsioni di mercato, ecc., ecc.), un “global peacekeeping” di 120 mila uomini (senza menzionare ne’ le “pecche” interne del sistema, ne’ i problemi sul tappeto), ed infine iniziative minute – cioè comprensibili ai comuni cittadini del globo – quali i generatori “diesel” (non fonti rinnovabili...) che in Burkina Faso permetteranno, tra l’altro, di “ricaricare i telefoni cellulari”. Secondo. La situazione. Appunto tutt’altro che eccellente proprio perchè sempre più – a fronte di fenomeni dispersi, conflittuali, espressioni indirette ma virulente di nodi irrisolti e non affrontati (caro-petrolio/energia, caro-cibo/agricoltura commercio sicurezza alimentare) – le risposte latitano e si sfarinano in petulanza e diversioni come quella del “notaio” della crisi dei processi integrativi e del Governo sovranazionale. Altro che multilateralismo versus unilateralismo... Così, mentre Mao poteva trarre ottimi auspici da un “disordine” sostanzialmente da ricomporre volontaristicamente sotto l’egida della “situazione eccellente”, questo disordine sembra piuttosto produrre ulteriore disordine in una sequenza che non appare facile arrestare. Certo proprio nel quadrante geopolitico a cui la Cina afferisce le notizie più recenti segnano “al bello”: segnali positivamente concreti con Taiwan, intesa Cina-Giappone sul gas nel Mar di Cina, pressioni all’integrazione regionale (Australia, Indonesia) e così via; ma – anche qui – un trend positivo che visto da Occidente può produrre stabilità ma anche – ovviamente – ulteriori problemi. E nel frattempo cosa succede da noi? Come si confronta la nuova legislatura italiana con la scena internazionale? Ebbene, intanto si è adempiuto ad almeno due compiti di rito: quello energetico/affettivo ancora prima del voto di fiducia (scalo sardo di Putin) e quello politico/strategico appena il calendario altrui lo ha fissato (visita di Bush a Roma), poi si è messa in cantiere una discreta “sterzata” accompagnata da alcuni borborigmi sugli strumenti, e le risorse. La “sterzata” (che viene all’indomani del niet all’Italia per l’Iran, a riprova di chi è “causa del suo mal pianga se’ stesso”) può essere emblematizzata dal fatto che avendo la Farnesina deciso di istituire un Vice Segretario Generale Politico lo ha prestamente individuato nel nostro Ambasciatore a Tel Aviv; ora delle due una: o siamo a corto di diplomatici di livello (quale è certamente l’ottimo designato) oppure si voleva lanciare un segnale, diretto o indiretto che fosse. Ci si è riusciti e vedremo il seguito. I “borborigmi” sono esemplificati dalla rinnovata separazione dell’internazionalizzazione economica dalle competenze di coordinamento del Ministero degli Esteri: qui – in una fase evidente di esigenza massima di proposizione pubblica – si rinnova la nefasta idea degli “sportelli unici” come rete duplicata di promozione sull’estero. Un calderone costoso ed inoperativo che non soltanto non è riuscito a decollare ma che produrrà impedimento al lavoro delle Ambasciate che – in una istituzionale ma disperata difesa dei cosiddetti interessi nazionali (altro che sinergie del “sistema Italia”) devono fronteggiare un buco di risorse che ci rende ridicoli rispetto ai partner di serie A dell’UE. Non bastasse, altri borborigmi vengono sulla promozione culturale – la sola facilitata dal fatto che il prodotto da “vendere” esiste da svariate centinaia di anni (non dipende cioè dalla lungimiranza patriottica dell’imprenditoria italiana...) – accusata pubblicamente proprio di ciò che ha dovuto patire ovvero l’affidamento a Direttori spesso tratti dal più tipico “familismo” nazionale e privi di qualunque formazione specifica. Ma tant’è, si parva licet... E, in ogni caso - en attendant Obama (o McCain) – avremo molte occasioni se non altro di riflessione.

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 24/06/2008 alle 00:00 | Non ci sono commenti

24/06/2008

Cambiare il voto all’estero

Nell’auspicabile ipotesi che l’emergenza rifiuti ed il pacchetto sicurezza non finiscano per seppellire (o rendere clandestino) il dibattito sulle riforme istituzionali e che si possa davvero avviare in tempi ragionevoli un serio confronto tra maggioranza ed opposizione, può essere opportuna qualche serena riflessione sul voto degli italiani all’estero, favorita dalla circostanza che, stavolta, non é stato determinante per alcuno schieramento. Al di là delle più ovvie e ripetute considerazioni sull’opportunità di conferire il diritto di voto a chi non subisce direttamente le conseguenze delle proprie scelte elettorali, delle numerose denunce di brogli ed abusi, nonché della troppo “generosa”normativa sul riconoscimento della cittadinanza italiana (che finisce, come più volte evidenziato, col rendere indeterminato ed indeterminabile il corpo elettorale) si pone sicuramente il problema di una piena compatibilità delle norme sul voto all’estero con la nostra Costituzione e di una gestione corretta e trasparente del più fondamentale dei diritti in qualsiasi democrazia. E’ opinione di alcuni insigni giuristi e politologi, tra i quali Nicolò Zanon, Valerio Onida e Giovanni Sartori, che il voto per corrispondenza non sia compatibile con l’articolo 48 della Costituzione Italiana: il voto esercitato da casa non garantirebbe che tale voto sia effettivamente “libero e segreto”. Se questa garanzia non ci fosse, il voto all’estero sarebbe di fatto nullo, non valido. La Corte Costituzionale non è tuttavia intervenuta sulla materia perché nessuno ha avuto il coraggio di sollevare la questione dell’incostituzionalità della legge Tremaglia. Sono stati ben otto, per contro, tra Camera e Senato, i tentativi di riformarla. Se perfino l'ex ambasciatore Sergio Romano, in genere piuttosto prudente e meticoloso nelle sue risposte ai lettori, ha proposto sul Corriere della Sera di 'restringere il diritto di voto a coloro che hanno conservato la residenza in patria, che sono all'estero da meno di dieci anni e che non hanno ancora chiesto la cittadinanza straniera” vuol dire che le perplessità suscitate dalla normativa sul voto degli italiani all’estero sono davvero trasversali e profonde. Prescindendo per il momento dalla questione del voto per corrispondenza cerchiamo di mettere a fuoco alcuni aspetti critici della legge. La libertà di scelta sul “dove”votare e/o candidarsi, concessa ai soli residenti all'estero, determina – tanto per cominciare - una clamorosa disparità di trattamento nei confronti degli elettori residenti in Italia. La legge 27 dicembre 2001 n.459 prevede infatti che ai residenti all'estero sia data la possibilità di decidere in quale circoscrizione votare: nella circoscrizione estera di residenza oppure, previa opzione scritta, in quella del territorio nazionale relativa alla sezione elettorale in cui sono iscritti (comma 3, art. 1). Per quanto riguarda, invece, l'elettorato passivo, mentre ai cittadini italiani residenti in Italia non è data la possibilità di candidarsi nella circoscrizione estero (lettera b, art. 8), gli italiani residenti all'estero possono tranquillamente candidarsi dove vogliono, dopo aver esercitato l’ opzione per il voto in Italia (comma 4, art. 8). Si tratta di un’evidente discriminazione, che non trova alcun fondamento nel dettato costituzionale: l'elettorato passivo coincide con l'elettorato attivo con il solo limite dell'età (25 anni per l'elezione a deputato e 40 anni per l'elezione a senatore), fissato dagli art. 56 e 58 della Costituzione. Una simile limitazione della capacità elettorale passiva non è prevista in quelle esperienze straniere prese come modello di riferimento dai promotori del voto all’estero: il Portogallo e la Francia. Nel primo caso, il Parlamento unicamerale rappresenta il popolo portoghese e tutti gli elettori possono essere eletti, salvo le restrizioni stabilite dalla legge per ragioni di incompatibilità locali o di esercizio di determinate funzioni. La disposizione costituzionale più interessante, ai nostri fini, è tuttavia quella che stabilisce il divieto di mandato imperativo, in quanto usa una terminologia più attuale ed eloquente del nostro art. 67 della Costituzione: «Os Deputados representam todo o país e não os círculos por que são eleitos» (art. 152, 2° comma della Costituzione Portoghese, sulla rappresentanza politica). In Portogallo, però, la legge elettorale, proprio in ossequio al principio costituzionale che vieta il mandato imperativo, non stabilisce che possano candidarsi solo coloro che sono elettori nei collegi elettorali dei territori non nazionali. Si tratta, si badi bene, di un problema non minore, anche da un punto di vista politico. Nell'ipotesi di conflitto di interessi tra i due Stati, infatti, non appare improbabile che i nostri parlamentari eletti all’estero, in contrasto con l'art. 67 della Costituzione, preferiscano difendere in Parlamento l'interesse della comunità nella quale vivono e in cui sono stati eletti, tenuto conto che, per esempio, un peggioramento della situazione economica e sociale dell'Italia non avrebbe particolari riflessi sulle loro condizioni di vita ed anzi, al contrario, l'ipotizzata scelta tra i due interessi in conflitto potrebbe favorire la loro rielezione. Per ovviare a questa eventualità, in Portogallo, i cittadini che posseggono la doppia cittadinanza non possono candidarsi nella circoscrizione elettorale che comprenda il territorio del paese cui si appartiene («Os cidadãos portugueses que tenham outra nacionalidade não poderão ser candidatos pelo círcuito eleitoral que abranger o território do país dessa nacionalidade» art. 6, 2° comma, l. cit.). La Costituzione francese della V Repubblica, all'art. 24, prevede esplicitamente che i francesi stabilitisi fuori dai confini nazionali siano rappresentati al Senato e la legge elettorale (art. 1 l. organica n. 499/1983 e art. 13 e ss. l. n. 390/1983) dispone che 12 senatori vengano eletti da un organismo pubblico, composto in grande maggioranza da membri eletti direttamente dai cittadini residenti all'estero e portatore, davanti a tutti i poteri pubblici, delle loro istanze: il “Conseil supérieur des Français de l'étranger” (CSFE). Nel sistema di elezione di questo organismo troviamo una disposizione similare all'art. 8 della legge italiana: una divisione del territorio mondiale in vari collegi elettorali e la subordinazione del diritto elettorale passivo allo status di elettore nello specifico collegio. Ma, per le elezioni dei 12 senatori rappresentanti dei francesi all'estero, al contrario di quanto previsto per il CSFE, possono candidarsi anche cittadini residenti nel territorio nazionale (art. 2, l. org. n. 499/1983). Questo perché prevedere forme di esclusione dall'elettorato passivo sulla base del domicilio corrisponderebbe ad una violazione del divieto di mandato imperativo sancito dall'art. 27, 1° comma, della Costituzione francese. La soluzione transalpina offre lo spunto per una considerazione ulteriore sulla incongruenza delle norme italiane. Il Senato francese è organo di rappresentanza delle autonomie e, come noto, non partecipa al procedimento legislativo in posizione paritaria con l'Assemblea nazionale. L'ordinamento transalpino non prevede alcuna differenziazione tra gli elettori basata sulla residenza e in Francia, come nella generalità degli Stati democratici e pluralisti contemporanei, le moderne forme di rappresentanza degli interessi “territoriali”, eventualmente previste, si aggiungono, alla rappresentanza politica generale, ma non la sostituiscono. Nel sistema derivante dalla riforma degli art. 56 e 57 della nostra Costituzione il numero dei seggi spettanti alla circoscrizione estero è fissato dalla legge e si tratta di un vero e proprio 'numero protetto' con lo scopo di assegnare una consistente rappresentanza parlamentare legata agl'interessi degli italiani all'estero, pochi o tanti che siano o che saranno. Quindi: mentre agli elettori residenti in Italia non è dato modo d'interferire sulle vicende elettorali della circoscrizione estero, gli elettori residenti all'estero possono ben decidere di esprimere il proprio voto sui candidati presenti sul territorio nazionale, mantenendo in ogni caso inalterato il diritto alla medesima quota di rappresentanza protetta anche se, per assurdo, tutti i residenti all'estero dovessero decidere di votare in Italia. La legge contiene poi un incredibile pasticcio in materia di suddivisione dei seggi tra le ripartizioni della circoscrizione estero: ad ognuna delle quattro ripartizioni sono assegnati di diritto un deputato ed un senatore mentre i deputati ed i senatori restanti vengono attribuiti in proporzione al numero dei cittadini italiani che vi risiedono. Cosa succederebbe nel caso tutti i cittadini di una ripartizione dovessero decidere di votare in Italia? Certo, si tratta di un caso estremo, puramente accademico, ma che apre una questione reale e concreta: se ai residenti all'estero è data la possibilità di scegliere il luogo dove votare, automaticamente si pone un problema di suddivisione dei seggi tra le ripartizioni, che non può essere astrattamente legato al numero dei residenti nelle singole ripartizioni. Potrebbe darsi il caso che molti cittadini residenti in una ripartizione decidano di votare in Italia, per cui una ripartizione con meno residenti potrebbe avere, in ipotesi, più elettori di una ripartizione con più residenti.Ma la legge, per l'appunto, non tiene conto di questa possibilità, per cui a tot cittadini residenti in una ripartizione spettano tot parlamentari. Il tutto, sempre, in nome del principio del voto eguale. E veniamo all’elemento più eclatante, quello che ha provocato le più aspre discussioni e che non ha certo bisogno di particolari disquisizioni giuridiche, essendo fin troppo chiaro a tutti: il sistema per corrispondenza previsto dalla legge 459 non garantisce in alcun modo la segretezza del voto e la sua effettiva provenienza dall’avente diritto. Nei giorni che intercorrono tra la ricezione del plico contenente le schede elettorali e la loro ritrasmissione all’ufficio consolare, il connazionale è soggetto ad ogni tipo di pressione: le associazioni, i patronati, i vari “notabili” possono facilmente indirizzare il voto, avvalendosi dell’ “ignoranza” dell’elettore e del suo scarso interesse per la consultazione elettorale. Che dire poi delle case di cura e dei centri di assistenza dove spesso gli anziani hanno la residenza e dove qualcuno gestisce direttamente la loro corrispondenza? E delle possibilità di inquinamento del voto nei Paesi con un servizio postale inaffidabile? Chi può escludere che i plichi elettorali giungano in mani diverse da quelle dei legittimi destinatari, vuoi per semplici disservizi, vuoi perché “comprati” dal postino o dalla società di spedizione? In sostanza, chiunque venga in possesso delle schede elettorali può votare al posto dei connazionali e nessuno sarà mai in grado di accertarlo. Ma c’é di più e di peggio: in Italia se un cittadino vota al seggio e fotografa la scheda elettorale come prova della propria lealtà clientelare, rischia l'incriminazione penale. Se 200 cittadini residenti all'estero si riuniscono in un ristorante e votano collettivamente per un candidato, in cambio di una ricca cena o di una somma di denaro, probabilmente nessuno se ne accorge. Così come nessun controllo e nessuna verifica sono possibili se 200, 2.000 o 20.000 cittadini residenti all'estero vendono il loro materiale elettorale, ricevuto per posta, ad un terzo che ne compila su scala industriale le schede in cambio di un qualche tipo di favore. Il voto per corrispondenza si presta dunque meravigliosamente a quel “voto di scambio” che tanto ci si preoccupa di estirpare dal nostro sistema politico ! Meglio sarebbe, allestire dei veri seggi, in modo che anche gli italiani residenti all'estero votino nelle cabine elettorali, come coloro che risiedono in patria. L'operazione non dovrebbe essere particolarmente complessa né costosa come può apparire a prima vista (é stata già sperimentata senza eccessivi intoppi in occasione delle Primarie dell'Unione nel 2005) a condizione che venga completamente ribaltata l’ attuale impostazione della legge sul voto all’estero: va stabilito un meccanismo di “opzione” uguale e contrario a quello attuale, per poter votare in loco anziché in Italia. Sono molti, del resto i paesi che preferiscono ricorrere all'iscrizione preventiva su richiesta degli elettori nelle liste elettorali, proprio per evitare di mantenere delle liste elettorali come quelle italiane, con incommensurabili difficoltà di gestione. Ciò determina, peraltro, un corpo elettorale definito su base volontaria e ragionevolmente molto più motivato e consapevole nell’esprimere il proprio voto. Questa ipotesi potrebbe comportare inoltre il vantaggio di costituire finalmente una base solida per la gestione di un’ Anagrafe Unica degli italiani all’estero, svincolata dalle singole AIRE dei Comuni, come già avviene in Francia, con enormi vantaggi per la celerità e l’affidabilità delle operazioni. In sostanza, si avrebbe una platea di cittadini ed elettori forse più ridotta, ma certamente più rappresentativa e con percentuali di partecipazione sicuramente maggiori. Essa, inoltre, risulterebbe raggiungibile con affidabilità (visto che gli indirizzi sarebbero forniti dagli stessi interessati), innescando un meccanismo di responsabile coinvolgimento dei connazionali nella vita pubblica del nostro Paese e permettendo alla nostra rete diplomatico-consolare un’erogazione di servizi, in un territorio grande come il pianeta, sicuramente più mirata ed efficace, oltre che, molto probabilmente, meno dispendiosa.

ARCHIVIATO IN Farnesina

Di Il Cosmopolita il 24/06/2008 alle 00:00 | Non ci sono commenti

24/06/2008

La via dello sviluppo cinese: export-led o inward oriented ?

Le cifre dello sviluppo cinese sono impressionanti: negli ultimi trent’anni il tasso di incremento medio del PIL è stato del 9,6%, e negli ultimi dieci anni costantemente superiore al 10%. Grazie a questo immane sforzo 400 milioni di persone in Cina sono uscite dalla soglia della povertà, risultato unico nella storia dell’umanità in tale lasso di tempo. E’ stato ottenuto liberando le energie imprenditoriali sopite del popolo cinese, che, grazie all’enorme disponibilità di manodopera a basso costo, hanno potuto creare grande offerta di prodotti a basso prezzo che hanno inondato i mercati mondiali. Un modello di sviluppo export-led, basato sulla consapevolezza che il mercato interno cinese non poteva ancora assorbire la produzione del Paese, e quindi sulla necessaria penetrazione delle merci cinesi sui ricchi mercati esteri per assicurare la crescita. Negli ultimi tempi questo modello non funziona così bene come in passato, a causa di diversi fattori: il riallinearsi della concorrenza internazionale dei Paesi sviluppati, l’emergere di nuovi concorrenti che producono a costi più bassi di quelli cinesi, in alcune zone del Paese l’aumento dei salari, che manda aziende fuori mercato. La Cina cerca quindi di riorientare il suo modello di sviluppo: passare a produzioni ad alta tecnologia e valore aggiunto, come dimostrano alcuni recenti provvedimenti legislativi come la recente legge sulla tassa societaria, che abolisce il rimborso Iva alle aziende produttrici di prodotti maturi; soprattutto, sfruttare il suo enorme mercato interno, che potrebbe da solo innestare la crescita, sul modello americano ma in scala maggiore. Ciò consentirebbe alla Cina di assicurare diversi obiettivi: far meno ricorso ai mercati esteri, che portano con se’ ricorrenti rischi di protezionismo; specializzarsi in produzioni ad alta tecnologia, ovvero quelle ove la richiesta è rigida e non dipende dall’andamento dei prezzi internazionali; salvaguardare il concetto di crescita sostenibile, ovvero una crescita economica che sia meno distruttiva dell’ambiente e delle risorse naturali; allargare quanto più possibile i benefici della crescita, favorendo il formarsi di una classe media agiata che tenga alto il livello dei consumi interni e diminuisca le differenze sociali, che sono attualmente un grave problema. Fin qui sono tutti d’accordo. Dove le opinioni divergono è su come assicurare lo sviluppo futuro, su come far passare altri 400 milioni di persone fuori dalla soglia della povertà, assicurare un decoroso sviluppo economico alle aree a basso reddito del Paese, le Province Occidentali e centrali, il Tibet, il Xinjiang. Due sono le visioni che si oppongono e che informano di se’ il dibattito in sede nazionale. La prima è quella tradizionale, che persegue lo sviluppo economico cinese nella tradizione, ovvero uno sviluppo trainato dalle esportazioni. I suoi promotori argomentano che questa via ha assicurato alla Cina condizioni di vita insperate fino a 15 anni fa, ed un’economia che le ha permesso di uscire dalla povertà e di diventare uno degli attori più ascoltati nel panorama mondiale. La ricetta che propongono è quella di passare da produzioni competitive sul prezzo a prodotti di qualità, impermeabili, per quanto possibile, alla concorrenza internazionale. Ciò verrà effettuato grazie alla razionalizzazione ed all’ammodernamento degli impianti esistenti, l’incentivo a nuovi settori di investimento ed il parallelo disincentivo di quelli tradizionali. E’ peraltro uno sviluppo compatibile con gli obblighi internazionali di progressiva apertura dei mercati, e per questo trova i suoi campioni difensori nel Ministero per il Commercio con l’Estero, in buona parte il Ministero degli Esteri, ovvero le amministrazioni più coinvolte sul piano internazionale. Ma a questa visione se ne contrappone con sempre maggiore forza un’altra, che parte dalla considerazione che l’enorme mercato interno cinese è da solo capace di assicurare lo sviluppo, sol che tutte le aree della Cina siano portate ad un livello reddituale decente, un modello di sviluppo perseguito dagli USA. Presupposto necessario di tale approccio è che la Cina ha oramai raggiunto, in quasi tutti i campi, la possibilità di competere tecnologicamente con il mondo sviluppato (il che, a dir la verità, non sembra essere del tutto il caso); corollario necessario è che, non avendo quindi più bisogno della collaborazione internazionale, la Cina avrebbe tutto l’interesse ad operare una progressiva chiusura del suo mercato per rendere difficili le importazioni, salvaguardando il mercato interno per le imprese domestiche. Echi di questa concezione mercantilista del commercio si possono già trovare al giorno d’oggi nell’atteggiamento cinese in alcuni settori. Grande eminenza che sostiene questa visione dello sviluppo è la Commissione Nazionale per le Riforme e lo Sviluppo, in precedenza onnipotente amministrazione del Piano economico, e che adesso, nonostante abbia diminuito il suo potere, conserva ancora molta influenza decisionale. Dal punto di vista internazionale è certamente auspicabile che la Cina continui nella politica di apertura messa in atto fin qui: un’inversione di tendenza dell’atteggiamento cinese porterebbe alla chiusura di un mercato molto promettente, e quindi a pesanti ricadute sulla crescita mondiale, sviluppando di conseguenza atteggiamenti protezionistici in tutta la comunità internazionale. Viceversa, la conferma dell’apertura commerciale della Cina sarebbe un segnale dell’impegno di Pechino alla sempre maggiore integrazione economica con il resto del mondo ed un incoraggiamento per tutti a proseguire sul cammino dell’ulteriore liberalizzazione commerciale, l’unico mezzo di effettiva crescita economica per i Paesi meno avanzati. Difficile dire quale cammino prenderà la Cina. Le due tendenze si battono ferocemente: entrambe hanno ottimi argomenti a favore ed eccellenti cavalieri difensori. E’ chiaro che dalla vittoria di una delle due dipende non solo il futuro economico della Cina ma anche una buona fetta dei rapporti economici e commerciali mondiali futuri. Una chiusura del mercato cinese alle aziende internazionali sarebbe certo sarebbe dannosa, e potrebbe anche essere interpretata come un possibile preludio ad una chiusura politica, già dannosa quando il Paese era arretrato, ma assolutamente esiziale oggi, quando è impossibile immaginare il mondo senza la Cina.

ARCHIVIATO IN Globalizzazione

Di Il Cosmopolita il 24/06/2008 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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