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Post di agosto

02/08/2008

Somiglianze e differenze

“Sono orgoglioso di essere cittadino di un paese che indaga sul suo Primo Ministro”. Non è la dichiarazione di un Premier di un paese europeo, che fa dell’eguaglianza davanti alla legge la norma di comportamento personale e politico. La dichiarazione è resa dal Primo Ministro di Israele, di un paese sempre sospeso fra pace e guerra e pur tuttavia pronto a indagare e probabilmente a processare il Capo del Governo dopo avere spinto alle dimissioni, e sempre per via giudiziaria, il precedente Capo dello Stato. Aggiunge Olmert che non si candiderà alle primarie di Kadima in settembre e si dimetterà dall’incarico di Primo Ministro appena il nuovo leader del partito sarà pronto a subentrargli. Sempre che non intervengano le elezioni anticipate come chiesto dall’opposizione, che nega che il cambio di Governo sia affare interno di un solo partito. Non vi è a Gerusalemme lodo che protegga le alte cariche dello stato; lo Attorney General indaga senza che nessuno lo sospetti di indossare la toga rossa; la popolazione accoglie l’annuncio del Primo Ministro come un atto dovuto per difendere meglio la sua onorabilità. Le prossime dimissioni di Olmert in realtà coronano un processo di lento degrado della coalizione governativa, nella quale vari Ministri da tempo si muovono in maniera autonoma per guadagnare spazi di consenso in seno a Kadima (Tzipi Livni e Shaul Mofaz) in vista delle primarie o presso l’elettorato (Ehud Barak) dopo la modesta prova del precedente leader laburista Amir Peretz. Guarda la scena, con comprensibile interesse, quel Bibi Netanyahu del Likud che i sondaggi accreditano in crescita, specie se dovessero riprendere il terrorismo “interno” dei palestinesi e le minacce “esterne” di Hezbollah e Iran. Alcuni parlano di Governo di unità nazionale per definire i negoziati coi palestinesi e con la Siria. Ma per ora non il Likud che spera di vincere le eventuali elezioni anticipate. Vi è come sempre l’incognita dei partiti religiosi e del nazionalista Shas. Insomma, è uno scenario in movimento di difficile interpretazione. Israele non è nuovo alle crisi nel pieno di passaggi decisivi del processo di pace o di quello che ne resta. Eppure, soltanto il 13 luglio, a margine della messa cantata di Parigi in onore dell’Unione per il Mediterraneo, Olmert sfoggiava l’ottimismo della pace dietro l’angolo e scambiava abbracci a tre con Sarkozy e Abu Mazen. Colpisce invece la coincidenza fra la crisi israeliana, che potrebbe portare alle elezioni, e la campagna americana per le presidenziali. Per quanto diversi e lontani siano i due paesi, Israele e Stati Uniti marciano all’unisono anche nella ricerca di nuove dirigenze. Se prevale Barak Obama, una certa idea di Medio Oriente si farà strada a Washington. Se prevale McCain, sarà probabile la continuità rispetto all’Amministrazione Bush. Il dilemma americano pesa sulle scelte israeliane. Come d’altronde lo schierarsi della collettività ebraica americana a favore dell’uno o dell’altro candidato, può avere conseguenze sulle votazioni di novembre. Il viaggio di Obama in Medio Oriente è stato trionfale nei toni quanto neutro nei contenuti. Livni e Mofaz si sono poi recati negli Stati Uniti a cercare sostegno alle loro candidature. Livni è donna e non proviene dalla carriera militare pur avendo esperienza di servizi di sicurezza. Prima di lei soltanto la leggendaria Golda Meir raggiunse la premiership. Mofaz ha l’aura militare ma copre il defilato incarico di Ministro dei Trasporti. La partita è aperta negli Stati Uniti e in Israele. L’esito lo si conoscerà in autunno. E però. E però la crisi mediorientale sta là, imperturbabile alle vicende elettorali. Può segnare lo stallo per qualche mese, limitandosi alle prove di terrorismo a bassa intensità come gli attentati col bulldozer. Oppure può riscaldarsi con iniziative improvvide che scompaginano i giochi. Non sarebbe la prima volta che l’azione palestinese determina le vicende della Knesset. Il fronte esterno (Libano e Siria) dovrebbe attraversare una pausa di riflessione. Con Damasco sono in corso trattative indirette. Ed infatti Olmert e Assad si sono ignorati al vertice di Parigi dove pure sono stati ripresi nella stessa fotografia: ma di spalle. A Beirut il Governo di unità nazionale attende la sua chance di successo. L’Iran è una partita che si gioca soprattutto altrove: all’ONU, all’AEIA, a Bruxelles, nel 5 + 1. E’ d’uso porsi a questo punto la fatale domanda: e l’Europa? Olmert ha concluso la conferenza stampa dichiarando che, della sua intenzione di dimettersi, aveva “naturalmente” avvertito il Presidente Bush. Non ha citato altri.

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 02/08/2008 alle 00:00 | Non ci sono commenti

02/08/2008

Una cordata per la Farnesina?

Da più parti si evidenzia il pericolo che la vicenda Alitalia si concluda con il declassamento della nostra compagnia di bandiera (quella tricolore, così cara al Ministro Bossi) in un’azienda a modesto raggio regionale, con l’ulteriore riduzione delle rotte internazionali servite. Una soluzione del genere sarebbe alquanto imbarazzante, inutile negarlo, per un Paese membro del G-8. Se, peraltro, i conti economici di Alitalia sono di drammatica evidenza e sembrano lasciare ristretti margini di manovra, non vorremmo che anche la Farnesina fosse costretta ad un ridimensionamento doloroso semplicemente perché sottoposta agli indicriminati colpi di scure del Ministro dell’Economia, On. Tremonti. Conclusa la prima fase di riorganizzazione – ristrutturazione, per la quale è stato già pagato un rilevante pedaggio in termini di riduzione di Sedi e, soprattutto, di posti all’estero, occorre ora affrontare la nuova difficile fase. Dai primi contatti con il Ministro Frattini sembra esservi la sua disponibilità ad accollarsi l’onere politico di segnalare al collega di Via XX Settembre che il bilancio della Farnesina, con una percentuale rispetto al bilancio statale nettamente al di sotto della media di molti altri Paesi – membri G-8 e non - non è ulteriormente comprimibile se non a condizione di penalizzare ulteriormente la nostra rete diplomatico – consolare. Occorre peraltro seguire la vicenda con particolare attenzione, perché il Min. Frattini è pur sempre membro di una compagine governativa che ha fatto della battaglia ai fannulloni una priorità (virtuale); potrebbe pertanto non ritenere “politically correct” imbarcarsi in un’azione a difesa di una categoria che è tutt’oggi considerata privilegiata, grazie anche alle annuali statistiche rilasciate dalla Corte dei Conti (su dati forniti dal Ministero dell’Economia….), secondo un’impostazione che ingloba le indennità all’estero (rimborsi spese non pensionabili e ferme o addirittura ridotte nell’ultimo decennio) nelle remunerazioni ordinarie: a riprova che non solo le leggi ma anche i numeri possono essere applicati per i “nemici” ed interpretati per gli amici….. La realtà è ben diversa ed è stata ripetutamente portata all’attenzione di tutti i Ministri succedutisi alla Farnesina negli ultimi anni, incluso l’attuale Presidente del Consiglio: in molti casi i posti all’estero rimangono scoperti perché le indennità offerte non compensano i disagi ed i pericoli che caratterizzano la vita in molte sedi. Anche se gli stipendi metropolitani sono anch’essi nettamente inferiori a quelli di tutti gli altri Ministeri, il personale non ha, nella maggior parte dei casi, alcun incentivo a candidarsi per sedi nelle quali i sacrifici (mancanza di scuole per i figli, rischio malattie, minacce terroristiche) non sono adeguatamente compensati. E’ in ogni caso prioritario che soprattutto alla Farnesina venga bloccato lo smantellamento del servizio pubblico. In un Paese in preda a convulsioni pseudo - federaliste di bassa lega sarebbe pericolosissimo perdere, nel delicatissimo settore delle relazioni internazionali, un punto di riferimento centrale quale ancora è – e vi è da sperare rimanga – il Ministero degli Affari Esteri. Una struttura solida costituisce anche una garanzia conto tutte le forme di cambiamenti striscianti suscettibili di essere introdotti nelle linee fondamentali di politica estera in assenza di un chiaro dibattito parlamentare. Su questo tema non può non essere invocata una particolare attenzione da parte di tutto il Parlamento e, in particolare, dell’attuale opposizione. Al riguardo un’ulteriore precisazione va fatta nei confronti di quanti (e sono molti) ritengono che il modello vincente sia quello di una struttura leggera, con i dirigenti (diplomatici) impegnati nelle alate questioni della politica, una spruzzata di impiegati ammnistrativi per le complesse questioni contabili ed una pletora di personale locale da manovrare secondo le indicazioni del capo missione di turno. La politica estera, non è mai inutile ripeterlo, è qualcosa di ben diverso: la raccolta delle informazioni, le analisi politiche ed economiche, la costruzione di relazioni durature con i Paesi nei quali si opera sono tutti elementi che non possono essere improvvisati e riformulati ogni due o tre anni. Si tratta quindi di disporre di strutture solide e stabili per i compiti principali ed al tempo stesso sufficientemente flessibili per rispondere alle mutevoli condizioni del mondo globalizzato. Una tale impostazione è molto lontana dai modelli ispirati al successo mediatico ed ai risultati immediati; privilegia infatti un metodo di lavoro molto diverso rispetto a quello seguito attualmente dalle strutture ministeriali (non soltanto per le limitate risorse disponibili ma anche perché è più facile – e remunerativo in termini di carriera – seguire le indicazioni dall’alto e ad esse conformarsi anziché produrre idee e progetti). C’è da augurarsi insomma che il Ministro Frattini sappia smarcarsi dalla propensione governativa a privilegiare l’immagine rispetto alla sostanza e far comprendere ai suoi colleghi che le riduzioni di bilancio debbono essere selettive se non si vuol buttare il famoso bambino con l’acqua sporca. Il Ministro, inoltre, non potrà seguire alla leggera il collega Brunetta nella caccia ai fannulloni: i primi dati, se pure non ufficiali, sull’assenteismo ed il rispetto dell’orario di lavoro alla Farnesina (ed all’estero) dimostrano che oltre Tevere il safari non consentirà di ottenere grandi trofei.

ARCHIVIATO IN Farnesina

Di Il Cosmopolita il 02/08/2008 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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