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Post di settembre

25/09/2008

Di razza ce n’è una sola. Quella umana.

La Toscana non è nuova all’illuminismo della ragione. A suo tempo, mentre il Papa Re mutuò dalla Rivoluzione francese soltanto l’uso della ghigliottina, il Granducato di Toscana abolì la pena di morte ed introdusse forme di habeas corpus. Per non parlare dell’Umanesimo e del Rinascimento che ne seguì: quell’Umanesimo che ora viene assunto come deterrente dello scontro di civiltà. Se mettiamo l’uomo al centro del pensiero contemporaneo, vi è motivo di riconoscersi gli uni cogli altri sulla base di questa semplice e “naturale” constatazione. Uno jus naturale dei giorni nostri contro tutti gli isterismi da guerra di contrapposizioni fra sistemi inconciliabili. Non stupisce allora che oggi la Regione Toscana lanci il Manifesto degli scienziati antirazzisti 2008, detto anche Manifesto di San Rossore. La parola d’ordine è netta: “Di razza ce c’è una sola. Quella umana”. Il manifesto è redatto e firmato da un gruppo di docenti fra i quali spicca Rita Levi Montalcini, nella molteplice veste di studiosa, premio Nobel, ebrea. Il pregio del manifesto è che è redatto in modo semplice e piano e mira prima a sfatare certi perniciosi luoghi comuni e poi a lanciare il messaggio nuovo. Messaggio nuovo che pare alla fine quasi ovvio. Alcuni passaggi andrebbero scritti in lingua padana, ammesso che tale lingua esista. Ad esempio quello che smentisce la leggenda (“del tutto falsa”) che i veri italiani discendono da famiglie che abitano l’Italia da almeno un millennio. I Romani, tanto per dire, inglobarono con lo jus gentium popolazioni alloctone e riconobbero lo status di cittadini, nonché posizioni di primo piano, a barbari della sterminata provincia dell’impero. L’Imperatore Adriano delle Memorie di Marguerite Yourcenar veniva da fuori. E così il Gladiatore del film di Ridley Scott! La pagina più toccante, nel senso letterale che tocca un tasto del dibattito domestico, riguarda gli ebrei italiani. Dopo le storie sul fascismo “buono” prima delle leggi razziali e “cattivo” dopo, il manifesto tira una linea decisa. Gli ebrei, come molti popoli migranti, fanno parte di diverse culture “pur mantenendo contemporaneamente una loro identità di popolo e di religione”. Essi arricchiscono anche le altre culture senza annullarle. L’ideologia razzista, basandosi sul timore che la propria razza si alteri a contatto delle altre, è cieca rispetto al fatto che i matrimoni fuori casa sono incoraggiati proprio per cementare le alleanze meglio di qualsiasi trattato diplomatico. Anche il matrimonio, questo istituto così scosso della contemporaneità, è un antidoto sempre efficace contro la malattia razzista. Il Cosmopolita aderisce al Manifesto di San Rossore!

ARCHIVIATO IN Sistema Italia

Di Il Cosmopolita il 25/09/2008 alle 00:00 | Non ci sono commenti

12/09/2008

Alla Farnesina corre voce…

Corre voce alla Farnesina che saranno accorpate le Direzioni Generali per la cooperazione politica e la cooperazione economica in una nuova Direzione multilaterale. Corre voce che la Direzione Generale Risorse Umane assorbirà la Direzione Generale Amministrazione e Bilancio. Corre voce che il SICC sarà affidato ad un funzionario diplomatico. Corre voce che un Direttore Generale ora multilaterale verrebbe mandato a guidare una Direzione tematica e che l’attuale titolare della tematica sarebbe trasferito all’estero. Corre voce che certe attività di promozione economica, con relativo personale, verrebbero “allegate” alla Segreteria Generale, che diverrà così più grossa di quanto sia mai stata. Corre voce che un alto funzionario assumerà servizio negli Stati Uniti a gennaio, solo che il posto da coprire non è neppure in pubblicità e che quando sarà pubblicizzato, qualcuno non meno valido potrebbe candidarsi. Corre voce – ma qui siamo già ai primi adempimenti amministrativi – che all’Istituto di Cultura di Londra andrà un Direttore di chiara fama: un dirigente generale di altra amministrazione, dal cui curriculum (lo si trova su Google) si legge che ha sì fama ma incongrua per l’Istituto di Londra. Corre voce che a dirigere una Direzione tematica aspiri una funzionaria il cui precedente passaggio alla stessa Direzione è ancora vivo nella memoria dei colleghi. Corre voce che alla Direzione Amministrazione e Bilancio, che ha appena assunto per concorso fior di dirigenti amministrativi, non ne trovi alcuno idoneo a guidare l’Ufficio manutenzione della Farnesina e che perciò stia per reclutare un “esterno”. Evidentemente di chiara fama. Corre voce… Il Cosmopolita omette i nomi degli interessati anzitutto per un dovere di stile nei loro confronti: non si sa mai che la voce sia infondata quando non messa in giro ad arte. E poi perché conserva la speranza che le indiscrezioni siano smentite dai nostri reggitori che, in un sussulto di trasparenza, nominino e accorpino e spostino secondo equità e diritto. Ma se la nostra attesa fosse delusa, allora dovremmo commentare le voci anche contro le nostre abitudini. E scrivere che siamo alle solite. L’attività ministeriale non è frutto di discussione franca e di scelte severe quanto si vuole ma aperte, ma discende da conversazioni riservate per tradursi in decisioni assunte “en petit comité”. Il gioco dei quattro cantoni, in cui i soliti quattro occupano i quattro angoli ed il quinto resta sempre in mezzo, è purtroppo una prassi dura da estirpare. Eppure, appena qualche mese fa, avevamo imboccato la svolta con il famoso, e già dimenticato, tavolo politico. Si trattava di un metodo che fu presentato da tutti come modello di buona pratica e di corrette relazioni sociali. Era un metodo che doveva ispirare una pratica corrente e conseguente: quella del confronto con il personale e con le sue rappresentanze sindacali. Un esempio su tutti: pubblicizzare i posti di direzione che si rendano disponibili all’interno di modo che gli interessati si possano candidare e l’Amministrazione scegliere sulla base della comparazione dei curricoli. Un altro esempio: l’accorpamento di Direzioni porta a spostamenti di personale ed il personale va reso partecipe dei movimenti che lo interessano. Così non è. Le voci si rincorrono, le speculazioni crescono, tutti sembrano sapere, mentre chi dovrebbe sapere, i Sindacati in primo luogo, in virtù del tavolo se non di norme di legge, non sa se non a cose fatte. Chiamati ad approvare a giochi chiusi quanto il “petit comité” benignamente diffonde la notizia. L’ articolo a questo punto dovrebbe chiudersi con l’appello al Ministro ed al Segretario Generale perché portino chiarezza e serenità in uno scenario non proprio chiaro né tranquillizzante. L’appello lo rivolgiamo volentieri. Invitiamo a rispettare i patti nella lettera e nello spirito. I patti aiutano l’Amministrazione a difendersi dai colpi della Finanziaria e dai cacciatori di presunti fannulloni, a svilupparsi per garantire un servizio alla Repubblica che va dato al meglio delle possibilità di tutti. L’idea che i Sindacati servano nei momenti di sconforto, quando aleggia la minaccia dell’ennesimo taglio o del pensionamento anticipato, ma che di loro si possa fare a meno al momento della costruzione, ebbene questa idea non solo è scorretta, è errata. Come dimostrano le vicende sociali nel nostro paese e altrove, la concertazione con un sindacalismo robusto e autorevole è garanzia per tutti.

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 12/09/2008 alle 00:00 | Non ci sono commenti

12/09/2008

Cresce il consumo di droga in Argentina

Il governo ha presentato i risultati di un’inchiesta sul consumo di droga nel Paese. Il 52% delle persone intervistate tra i 16 e i 65 anni ha dichiarato di aver fumato tabacco nel corso della vita, il 76,8% ha affermato di aver fatto uso di bevande alcoliche, il 7,2% di aver provato la marihuana, il 2% di aver consumato cocaina, il 3,7% di aver usato tranquillanti. Il Rapporto Mondiale sulla droga della Nazioni Unite rileva che l’Argentina è il primo consumatore di cocaina in America Latina, secondo solamente agli Stati Uniti, nel continente americano. Il Paese è passato da un consumo dell’1,9% nel 1999 al 2,6% nel 2006. In Bolivia Cile e Uruguay risulta essere aumentata la quantità dei sequestri di cocaina, in Argentina è appena del 3% indice, secondo il Rapporto, che il consumo è aumentato. Di fronte a questi dati il governo argentino, attraverso il ministro di giustizia, sicurezza e diritti umani, Anibal Fernandez ha comunicato che è allo studio una depenalizzazione del consumo di droghe. “Si vuole smettere di perseguire penalmente i consumatori di stupefacenti e includerli nel sistema sanitario. Dobbiamo cambiare il sistema che punisce il consumatore e lo criminalizza senza provvedere a fornigli neanche il diritto alla salute” ha affermato il ministro;” “..ma non è possibile depenalizzare il consumo se prima lo Stato non assicura una rete sociale, sanitaria e lavorativa che contenga i più vulnerabili”, ha aggiunto il ministro nel corso dell’assemblea straordinaria del Consiglio Economico e Sociale dell’Onu che si è tenuta a Vienna. I 440.000 consumatori abituali di cocaina affermano che reperire la droga in Argentina è abbastanza semplice, così come sostiene anche il 6,9% di consumatori di marihuana e lo 0,5 di colla e extasi. La legge vigente nel Paese n. 23.737 del 1989 determina che, coloro i quali vengono trovati in possesso di droga per uso personale, inizi una causa penale che può essere sospesa se l’imputato si sottopone a un trattamento di riabilitazione socio sanitario. Nell’ottanta per cento dei casi la causa termina in prescrizione, perché i trattamenti non si fanno. Per cambiare la legge il ministro ha già nominato una commissione composta di giudici, sociologi e specialisti e l’idea dell’intervento della giustizia civile in luogo di quella penale secondo Anibal Fernandez renderebbe la separazione più netta fra consumatori e narcotrafficanti, senza considerare che - egli ha dichiarato - ogni causa per droga costa allo Stato circa 5000 dollari.

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12/09/2008

E' cominciata la 'corsa al Polo Nord' ?

'The Arctic Ocean is melting, and it is melting fast', scriveva 'Foreign Affairs' qualche mese fa, prospettando da un lato la possibilità che le risorse naturali dell' Artico, così come le rotte marittime, possano a breve essere sfruttate in maniera più sistematica, e dall'altro che l'inesistenza di una solida regolamentazione pattizia riguardo alla sovranità sulla piattaforma continentale possa generare addirittura dei conflitti fra le nazioni rivierasche (Canada, Stati Uniti, Russia, Finlandia, Norvegia e Groenlandia/Danimarca). A sentire gli scienziati, la tendenza al riscaldamento globale è destinata a continuare se non si ridurranno le emissioni di gas serra, e poiché essa esplica al Polo Nord un effetto particolarmente rilevante, che i ghiacci siano destinati a sciogliersi in sempre maggiore quantità è una variabile con cui sembra ormai probabile dover fare i conti. Ma anche se gli effetti del riscaldamento si rivelassero meno clamorosi nei prossimi anni e meno rapido quindi il processo di scioglimento, va comunque tenuto presente che il progredire delle tecnologie consentirà comunque di accedere a risorse che solo pochi anni fa sarebbe stato troppo costoso sfruttare. In altre parole, si può ben affermare che la 'corsa al Polo' è già cominciata. L'Italia non fa parte del circolo dei fortunati 'proprietari' delle piattaforme continentali (al massimo, ha un diritto di stabilimento alle Isole Svalbard sulla base di un trattato firmato nel lontano 1920), ma ciò non le ha impedito di ottenere concessioni petrolifere, svolgere prospezioni geologiche e, soprattutto, far parte - fin dai gloriosi tempi di Umberto Nobile - dell'ormai ampia comunità scientifica che da decenni opera in quella regione. Ma l'Artico non significa soltanto petrolio o altre risorse minerarie. Via via che quella regione diventerà più accessibile, essa rappresenterà anche un interessante 'mercato', in quanto chi vi opererà avrà bisogno delle più aggiornate tecnologie, per l'estrazione mineraria, per la pesca, per la navigazione in ambiente ghiacciato, o per il pattugliamento di un mare che promette di diventare sempre più affollato. Per non parlare del turismo, come ha capito bene un nostro connazionale che da molti anni fa il tour operator proprio alle isole Svalbard. Se le grandi aziende italiane interessate a questa regione hanno da tempo avviato promettenti joint ventures e installato propri punti di osservazione (e quindi non hanno bisogno né di consigli né di incoraggiamenti), c'è da ritenere che non tutte le imprese proprietarie di tecnologie potenzialmente utilizzabili in quella regione siano al corrente di tutto ciò che si sta muovendo. A questo proposito, è stata opportuna la decisione del Ministro D'Alema che - su impulso del nostro Ambasciatore ad Oslo - nel gennaio 2007 ha chiesto che l'Italia sia ammessa al Consiglio Artico con lo status di osservatore, in quanto tale partecipazione consentirà al nostro Paese di essere meglio informato e di contribuire alle attività - prevalentemente di natura scientifica - che si svolgono sotto gli auspici di questa Organizzazione, la quale - vale la pena di sottolinearlo - è l'unico ambito internazionale in cui le tematiche artiche vengono discusse in maniera sistematica a livello intergovernativo. Se saremo capaci di partecipare a questo consesso in maniera costruttiva - cioè mettendo insieme eccellenza scientifica e un po' di risorse finanziarie - questo ci consentirà di guadagnare un vantaggio di immagine assai utile per le aziende che vorranno affacciarsi a quel mercato. Tutto facile quindi? Non necessariamente. Mentre alla corsa all'oro del Klondike si poteva partecipare contando prevalentemente su una buona dose di temerarietà individuale, nell'Artico si giocherà una partita in cui conterà soprattutto la capacità di fare sistema: servirà la diplomazia, per costruire interessi comuni con i Paesi 'proprietari' delle piattaforme continentali, occorrerà dimostrare la capacità di mettere in rete le risorse tecnologiche del Paese, sarà necessario reperire le risorse finanziarie - pubbliche e private - per sostenere le iniziative capaci di 'promuovere' il ruolo dell'Italia nell'Artico. E per fare sistema, la prima cosa sarebbe quella di mettere in piedi una 'cabina di regia' cui partecipino con convinzione tutti i principali 'stakeholders' pubblici e privati. Lo strumento principale che ha a disposizione l'Italia per promuoversi in Artico è ancora oggi la ricerca scientifica, e in questo campo molto si potrebbe fare: ad esempio, basterebbero poche risorse in più per fare della base del CNR da tempo installata a Ny Alesund (isole Svalbard), un punto di riferimento avanzato per la ricerca mondiale sul clima, sulla preservazione dell'ambiente e su tutto ciò che la fase nuova che si va aprendo potrà richiedere alla scienza. Del resto, è anche quanto ha auspicato il Sottosegretario Mantica che ha da poco visitato questo impianto, apprezzandone sia il fondamentale ruolo fin qui svolto che le grandi potenzialità. Infine, occorrerebbe fare ogni sforzo affinché l'Italia non resti fuori da tutte quelle iniziative internazionali che - sempre con riferimento alla ricerca scientifica polare - negli anni a venire metteranno assieme il meglio che la tecnologia mondiale saprà esprimere. Certo, questo richiederà qualche investimento finanziario, ma è anche vero che - è giusto ricordarlo sebbene si tratti di un'ovvietà - è indispensabile riuscire a stare al passo con i migliori. E nell'Artico, dove la partita è appena incominciata, abbiamo ancora - come già avvenuto nel lontano passato - tutte le potenzialità per giocarcela al livello delle grandi.

ARCHIVIATO IN Globalizzazione

Di Il Cosmopolita il 12/09/2008 alle 00:00 | Non ci sono commenti

12/09/2008

La cooperazione sempre più in basso

E’ stato lo stesso Ministro Frattini ad annunciare, nel corso dell’ultima riunione del Comitato Direzionale del 2 settembre scorso, che i fondi del MAE destinati alla cooperazione allo sviluppo verranno pesantemente tagliati e che occorrerà rivedere al ribasso la programmazione – quel minimo di programmazione, quasi esclusivamente finanziaria, che viene fatta – iniziando ad eliminare i progetti di minore entità. In pratica, se le previsioni del Ministero dell’Economia saranno confermate – e non c’è motivo di dubitarne se anche Frattini è già rassegnato a subirle – lo stanziamento per la cooperazione allo sviluppo si ridurrebbe nella Finanziaria 2009 di circa il 60% e scenderebbe quindi attorno allo 0,10% del PIL, invertendo prontamente la tendenza all’aumento che si era faticosamente affermata con il governo Prodi ed allontanandoci sempre più irrimediabilmente dagli impegni solennemente assunti sia a livello europeo che internazionale. Infatti, se già appariva molto problematico giungere ad uno stanziamento pari allo 0,51% del PIL entro il 2010 ed allo 0,70% entro il 2015, ora appare scontato che tali obiettivi non verranno raggiunti. Ma, quel che è più grave, il governo Berlusconi formalizza, in modo incontestabile ed in barba ai proclami fatti in varie sedi internazionali, che la lotta alla povertà e, più in generale, per lo sviluppo dei Paesi più poveri, non è una priorità della sua politica internazionale. Italia quindi fanalino di coda tra i paesi maggiormente industrializzati per quanto riguarda l’aiuto allo sviluppo. Eppure la riconquista di posizioni di leadership e di prestigio è uno dei tasti più battuti dalla propaganda governativa di questi primi mesi. Orbene, ci chiediamo se il prestigio internazionale – quello vero, non quello dei sorrisi e delle pacche sulle spalle nei vertici – cresca di più con le dichiarazioni roboanti circa il ruolo fondamentale assunto dall’Italia nella soluzione delle varie crisi internazionali o con il rispetto degli impegni assunti su una tematica, quale quella della cooperazione allo sviluppo e lotta alla povertà, ormai prepotentemente entrata nell’agenda anche dei governi più conservatori, se non altro per le implicazioni di sicurezza che ne derivano. Se queste sono le premesse, c’è da immaginare che difficilmente riprenderà il suo cammino la riforma della cooperazione, su cui si era raggiunto, nella passata legislatura, un accordo di massima almeno sui punti principali. Ma se questa previsione pessimistica sarà confermata, occorre non dimenticare che la Legge che attualmente regge l’organizzazione e l’attività di cooperazione presenta potenzialità finora inesplorate. Come da noi ripetutamente sostenuto in passato, basterebbe la volontà politica ed amministrativa di utilizzare tutte tali potenzialità e di applicare correttamente le previsioni della legge per migliorare i meccanismi di cooperazione, oggi alquanto deficitari sia nella fase di programmazione degli interventi che in quella della loro realizzazione. Di fronte ai tagli annunciati verrebbe da chiedersi se il nuovo Direttore Generale per la cooperazione non potrà che limitarsi a gestirne il riflusso e la contrazione. Sarebbe un’opportunità sprecata. Speriamo quindi che l’entusiasmo che sempre caratterizza l’inizio di una nuova attività, non vada rapidamente scemando e che con la nuova guida la Direzione Generale possa trovare un assetto più razionale, risorse umane nuove – a partire dall’organico degli esperti ormai ai minimi termini – e più motivate ( ma a questo, siamo sicuri, ci penserà Brunetta ), più coordinamento tra i vari uffici, maggiore programmazione, più fluidità nelle erogazioni finanziarie e soprattutto coerenza tra la politica di cooperazione e la politica estera del nostro Paese in tutti gli altri settori. Riteniamo particolarmente rilevante quest’ultimo punto, considerato che una politica non egoista, ma sensibile alle esigenze di sviluppo, soprattutto nel settore agricolo, dei Paesi più poveri, possa portare loro benefici di gran lunga maggiori di quelli che possono garantire le ridicole risorse finanziarie messe a disposizione della cooperazione. A parte le considerazioni di natura etica sulla necessità di intervenire sugli enormi squilibri ed ingiustizie sociali che caratterizzano la nostra epoca, riteniamo che fare di una politica di cooperazione a tutti i livelli il fulcro delle nostre relazioni internazionali possa promuovere nel Mondo gli interessi nazionali molto più di una politica di potenza, peraltro a rimorchio di altri Paesi, a cui poco dignitosamente continuiamo ad accodarci.

ARCHIVIATO IN Cooperazione allo sviluppo

Di Il Cosmopolita il 12/09/2008 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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