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Post di ottobre

29/10/2008

Tenerne conto

La imponente manifestazione di massa del 25 ottobre – insieme ad altri avvenimenti non di casa nostra di cui daremo conto in queste note – ha segnato un oggettivo “turning point” rispetto ad una fase più che politica “filosofica” di pensiero unico: quel giorno ha infatti mostrato a chiunque abbia occhi per vedere i limiti intrinseci di quella democrazia “virtuale (vera “avant-garde” italiana) succeduta ad una più che traballante democrazia formale. Così, mentre quest’ultima ha dato luogo negli Stati Uniti ad un appassionante confronto sui temi nodali della gestione sociale, da noi si è avviata la prima fase della ricostruzione di uno spazio politico reale e, appunto, non limitato alla virtualità di – veri e/o falsi – sondaggi e – certe - manipolazioni mediatiche. L’estremo nervosismo dell’attuale Presidente del Consiglio si situa del resto non soltanto in un atteggiamento irrazionale di “lesa maestà” quanto piuttosto nella probabile consapevolezza che quanto resta della democrazia formale potrebbe in futuro non lontano (primi mesi del 2009, elezioni europee) far suonare le campane a morto per il suo “Governo di legislatura”: è già avvenuto nel passato (Governo D’Alema/elezioni regionali) e potrebbe avvenire domani. Ovviamente tutto ciò si situa in scenari ancora indeterminati e dipende da sviluppi e scelte ancora largamente tali. Il Governo ha già fatto ampiamente del suo con una serie di marchiani errori rilevati dai “movimenti” ma non da quanto resta del ceto politico professionale: esempio il caso Gelmini, ove l’errore non consiste solo nell’aver spacciato per riforma una politica di tagli e ritorsioni quanto nell’aver affidato il futuro del Paese (scuola/educazione/ricerca) ad una persona senza competenza sotto il motto – appunto avanguardista – “largo ai giovani”. Vero è che il trionfo della democrazia virtuale aveva fatto ritenere che “tutto è possibile”, ma così non è avvenuto, a prescindere dall’esito parlamentare. Potremmo anche citare altri casi accessori ad iniziare dal “razzismo scolastico”, ma il catalogo operativo nulla dice più di quanto non sia insito nel folle “codice genetico” dell’operazione complessiva che rischiava – e forse tuttora rischia – di metterci fuori dal novero dei Paesi “moderni”. Anzi è sintomatico che proprio dai ranghi della maggioranza emerga la portata della questione sul tappeto: Bossi con l’evocazione dello spettro dei “movimenti” e Fini con il lapalissiano (e chissà perchè immediatamente apprezzato) truismo sul “contributo al dibattito politico” offerto dalla manifestazione del 25 ottobre. Allo stesso modo del contesto nazionale e “si parva licet”, l’iniziativa di incontro del 21 ottobre promossa dalla FP CGIL Esteri e da “IlCosmopolita.it” ha messo in luce come la nuova Legislatura – o piuttosto la nuova maggioranza – accompagni tonitruanti dichiarazioni sull’accresciuto ruolo internazionale dell’Italia con una assurda politica di tagli al già inconsistente bilancio del Ministero degli Esteri, unico vero strumento operativo dell’integrazione internazionale del Paese. Ciò è emerso in modo incontrovertibile non tanto dall’”ecumenico” (e in sostanza condivisibile) intervento del Sottosegretario Stefania Craxi quanto dalle oggettive e preoccupate relazioni dei Direttori Generali della Cooperazione allo sviluppo e degli Italiani all’estero: una conferma del carattere del tutto bipartisan – o meglio nazionale – delle nostre preoccupazioni. Consegue da questo stato di cose, che continua a flagellare l’Amministrazione degli Esteri, la necessità di intensificare ed approfondire il confronto sia in occasione del Coordinamento CGIL del 22/23 dicembre che della Conferenza degli Ambasciatori del 17/18 dicembre, ma soprattutto nel corso della vertenza sindacale da tempo in atto di cui andranno allargati gli spazi di incontro politico e d’opinione. Su di un piano esterno, ma non per questo indipendente dai “nostri” problemi, si situa infine il nodo delle imminenti elezioni statunitensi: qui, appunto, il “turning point” si è già affermato quali che siano gli esiti finali e/o i rischi di fine percorso ovvero la demolizione (peraltro sancita urbi et orbi dalla crisi mondiale) di quel più generale “pensiero unico” post-hegeliano alla Fukuyama sul modello storicamente vincente ed il suo irrevocabile trionfo: tutta la sequela di baggianate, tra cui quella dello “spill over” spontaneo dai super-ricchi (individui e Corporations) al resto – larghissimamente ed inutilmente maggioritario – della popolazione sotto forma di investimenti ed occupazione, è svaporata nella consapevolezza generale. Vinca o perda Obama (al di là delle remore culturali pur presenti nel suo franco discorso politico), la pagina è stata voltata. Da noi può succedere lo stesso e di questo – e dei mille rivoli del pensiero critico e della ragionevolezza riformista – bisognerà tenerne conto.

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29/10/2008

La villa

In Argentina il fenomeno della villa continua ad aumentare e le cause, antiche e molteplici, si potrebbero sintetizzare in uno squilibrio tra il processo immigratorio dell’inizio del XX secolo, uno squilibrio con il processo industriale successivo e infine in uno squilibrio dello sviluppo edilizio. Le “case” della villa hanno pareti e tetto di lamiera o cartone, pavimento di terra, non hanno acqua potabile e tantomeno fogne. Le “strade” sono sentieri strettissimi in terra battuta che, quando piove, si allagano e formano pantani insalubri. Alcuni storici sostengono che il primo gruppo di abitazioni precarie apparve nel 1932, altri parlano di alloggi simili già all’inizio del secolo, costruiti vicino all’Hotel de Immigrates. Nel 1968 furono censite a Buenos Aires e provincia 259 villas che ospitavano 526.043 abitanti. Oggiggiorno la situazione non è certamente migliorata, poiché l’ondata migratoria non è mai finita. In Argentina ora arriva gente dai Paesi limitrofi, boliviani e paraguaiani in cerca di lavoro; chi non riesce ad occupare una casa, decide di alloggiare nelle fabbriche abbandonate, sotto i cavalcavia o villa nella . Le autorità argentine parlano del problema da oltre cinquant’anni ma non hanno finora trovato soluzioni sostenibili, salvo nascondere las vlillas dietro alti muri e somministrare aiuti insufficienti e di scarsi risultati. Ogni villa ha la sua specificità come per esempio l’ubicazione, la vicinanza con la ferrovia, con l’autostrada o installazione in terreni insalubri. L’architetto argentino Claude Della Paolera ha più volte dichiarato che “la sopravvivednza di una villa non dipende solamente dall’aprire il cammino al passaggio di un’ambulanza, al camion dei pompieri, alla raccolta della spazzatura o alla somministrazione di acqua potabile, per preservare la salute dei suoi abitanti. Si tratta di modificare il concetto di villa di emergenza, con atteggiamenti solidari, studi approfonditi, progetti concreti e fattibili e solamente in seguito potranno essere effettuati interventi agili, etici e realistici”. La violenza nella villa è all’ordine del giorno, la polizia non si avventura negli stretti viottoli rischiando di essere colpita dai proiettili volanti di una banda che si contrappone all’altra. Motivo del contendere è la droga, sia quella consumata dai villeros,- il paco, un derivato degli scarti della cocaina, economica ma letale, che viene consumata dal 90% degli adolescenti – che quella da vendere all’esterno. I giovani abitanti della villa hanno scarsissime porbabilità di sognare un futuro diverso, nascono in un ambiente malsano, si nutrono di violenza e di droga che li distrugge sia psicologicamente che fisicamente, non frequentano la scuola dell’obbligo e finiscono nei riformatori quando, per pochi pesos, rubano all’esterno della villa per comperarsi il paco. Nella proviancia di Buenos Aires, negli ultimi cinque anni las villas si sono quasi triplicate nei 24 comuni che fanno parte del conurbano bonarese. Il dato è di Info-Habitat, il gruppo di ricercatori geografici dell’Università Nacional de General Sarmiento (UNGS). Nell’ultimo censimento molte installazioni di emergenza non sono state registrate; si tratta infatti di nuclei diversi che si separano dai grandi agglomerati della villa per formarne di nuovi. durante l’ultimo anno e mezzo sono state rilevate è iù di 1.000 villas nuove. Nel 2001 sono state censite 638.657 persone che vivevano in tali agglomerati; nel 2008 gli abitanti sono aumentati a 1.144.500. Nasce la figura del “working poor”, del lavoratore impoverito, che svolge un lavoro nero, precario, senza assistenza sanitaria e senza speranza di alcun inserimento sociale. La villa è una realtà del Paese di cui si parla, un’immagine che si vuole cancellare, nascondere o quanto meno sfocare.

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29/10/2008

Le prospettive della cooperazione italiana

Secondo la legge 49 del 1987 “La Cooperazione allo Sviluppo è parte integrante della politica estera dell’Italia” e, come tale, è gestita dal Ministero degli Affari Esteri, con un’apposita Direzione Generale. La Cooperazione si basa su valori di pace e di giustizia nei confronti dei più poveri, in antitesi alle idee nazionaliste che hanno portato a tante guerre e dittature ed alle attuali instabilità, arretratezze e malgoverno dei paesi poveri. Questi presupposti sono oggi universalmente condivisi tanto che le Nazioni Unite, nel 2000, si sono impegnate a raggiungere nel 2015 i “Millennium Goals”, obbiettivi minimi di affrancamento dell’umanità dalla miseria, dalle malattie, dalle ingiustizie e dall’ignoranza. I Paesi OCSE hanno concordato, in particolare, di stanziare nei loro bilanci aiuti ai Paesi in Via di Sviluppo di entità crescente, che dovrebbero raggiungere lo 0,51% del PIL, entro il 2010, e lo 0,70 %, entro 2015. Inoltre hanno lanciato una serie di importanti eventi internazionali, come le recenti conferenze di Doha e di Accra, per impegnare i paesi donatori in azioni che aumentino l’efficacia dell’aiuto. L’Italia è purtroppo molto lontana da tali traguardi: gli stanziamenti in bilancio sono stati nel 2008 pari allo 0,2% del PIL e nel 2009 scenderanno allo 0,1% , con una tendenza negli anni prossimi ad una ulteriore diminuzione. Ma ciò che distingue l’Italia dagli altri paesi “ricchi” non è solo la modestia del contributo alla lotta mondiale alla povertà ma soprattutto l’inefficienza e, spesso, la inefficacia della spesa dei pochi fondi disponibili. Da decenni il DAC, organismo dell’OCSE che si occupa del coordinamento degli aiuti, rimprovera all’Italia la mancanza di chiari obiettivi di cooperazione e di programmazione, l’assenza di procedure codificate, la scarsità di personale addetto alla Direzione Generale (numericamente inferiore a quello dell’analoga Agenzia del Lussemburgo), ed il totale disinteresse per qualunque Valutazione ex post degli interventi, necessaria per dar conto al Parlamento ed all’opinione pubblica sul corretto utilizzo dei fondi. Su questo terreno siamo da anni impegnati in un duro confronto con l’Amministrazione per contrastare la deriva verso pratiche affaristiche e clientelari che già all’inizio negli anni ‘90 ha avuto effetti disastrosi sull’immagine della nostra cooperazione. Attualmente le necessità di contenimento della spesa pubblica spingono il Governo italiano a tagli soprattutto sulle voci di bilancio che poco incidono sul consenso interno. Questa miopia politica è la causa del dimezzamento dei fondi per l’aiuto allo sviluppo stanziati per il 2009. Sottolineiamo che la riduzione degli stanziamenti riguarderà non solo gli interventi ma anche le strutture del Ministero dedicate alla cooperazione, facendo perdere qualunque illusione che la scarsità di risorse disponibili possa essere controbilanciata da un aumento dell’efficienza e dell’efficacia della spesa. Per quanto riguarda le iniziative, è probabile che si cercherà di non variare l’impegno nei paesi di interesse strategico-militare, come il Libano, l’Iraq, l’Afghanistan ed il Sudan, per i quali tra l’altro è stata fatta anche una legge apposita (Legge 45/2008), e che verranno invece sacrificate le principali aree di povertà, come quelle dell’Africa e dell’America Latina. E’ probabile, inoltre, che per non perdere peso nei consessi internazionali non si procederà al più volte annunciato ridimensionamento dei contributi alle Organizzazioni Internazionali, pari a circa il 60% del totale degli aiuti, che vengono in gran parte assorbiti dagli elevatissimi costi di funzionamento di questi organismi. Per quanto riguarda la struttura di gestione della cooperazione italiana, il nostro auspicio è che vengano ulteriormente ridotte le spese per consulenti ed enti esterni; è invece probabile che: • i fondi per gli uffici all’estero saranno tagliati in media di circa il 40%, con inevitabili licenziamenti di parte del personale dipendente, italiano e locale, • saranno ancora una volta penalizzati i dipendenti con contratto di diritto privato (esperti art. 12 e 16 L. 49/87) in termini di adeguamenti periodici delle retribuzioni e di progressione professionale • saranno drasticamente ridotte le missioni all’estero, necessarie per l’assistenza tecnica e per i controlli delle iniziative. Tutto questo avrà ripercussioni assai gravi sull’efficienza della struttura e sull’efficacia degli interventi marginalizzando ancora di più l’Italia sullo scenario internazionale.

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29/10/2008

La Farnesina verso un punto di non ritorno

Nel corso dell’incontro/dibattito organizzato dalla FP CGIL Coordinamento Esteri “LA POLITICA ESTERA DELL’ITALIA ALLA PROVA DELLA NUOVA LEGISLATURA - Obiettivi, strumenti, risorse”, tenutosi Martedì 21 presso il Residenza di Ripetta a Roma, il Sindacato ha denunciato il rischio che i tagli prospettati nella finanziaria conducano la Farnesina ad un punto di non ritorno. Su questa analisi si sono espressi autorevoli esponenti del Governo, dell’opposizione e della stessa amministrazione del Ministero degli Esteri. Secondo l’FP CGIL Coordinamento Esteri l’attuale situazione internazionale – di cui la crisi finanziaria costituisce il drammatico culmine dopo il ritorno del clima da guerra fredda per l’emergenza Caucaso e le oscillazioni del dollaro – evidenzia la centralità del ruolo pubblico del Ministero degli Esteri, chiamato a fornire servizi sempre più importanti e delicati. Proprio nel momento in cui è più forte il bisogno di sostenere il Paese sulla scena internazionale si sta realizzando una drastica contrazione di organico e di risorse. Per la FP CGIL Coordinamento Esteri vi è un urgenza assoluta di interventi positivi e di rilancio del Ministero degli Affari Esteri che non può essere oscurata dal polverone mediatico degli eventi al vertice. Nel dibattito, pur con differenti valutazioni sulle scelte del Governo, sono emerse forti preoccupazioni sugli effetti dei tagli operati in particolare alla cooperazione allo sviluppo (60% dei fondi), alle politiche migratorie (50% dei fondi) e sulle politiche culturali. Il Sottosegretario Stefania Craxi ha lasciato poche speranze sulla possibilità che il MAE possa evitare i tagli previsti ed ha fornito un elenco degli obiettivi della politica estera del Governo per nulla influenzati dalle prevedibili conseguenze dei tagli sulla struttura ministeriale, invitando a considerare “il bicchiere mezzo pieno”. Di ben diverso avviso gli altri intervenuti, ad iniziare dall’On. Alessandro Maran, capogruppo PD alla Commissione Esteri della Camera, che ha denunciato la mancanza di visione strategica della finanziaria; Luciano Vecchi, del dipartimento per le relazioni internazionali del PD, che ha assicurato dell’impegno dell’opposizione per invertire la tendenza a smantellare il settore pubblico; viva preoccupazione soprattutto per i tagli alla cooperazione da parte di Patrizia Sentinelli, già Vice Ministra per la Cooperazione allo Sviluppo come pure di Roberto Bellardini della direzione generale di Rifondazione Comunista. Presente anche Donato di Santo Sottosegretario agli Esteri nell’ultima legislatura. Preoccupazione per l’esiguità di risorse con le quali far fronte agli impegni già presi ed alle crescenti esigenze è emersa anche dagli interventi dei Direttori Generali del Personale, della Cooperazione allo Sviluppo e per gli Italiani all’estero. La proposta della FP CGIL Coordinamento Esteri al Governo ed alle forze politiche è netta. Le esigenze di politica estera del Paese, sono sempre più chiare, importanti ed irrinunciabili: per la sua sicurezza, per la prevenzione e gestione delle pressioni migratorie, per la proiezione internazionale della nostra economia in questo momento di crisi. Occorre sostenerle con risorse adeguate, sotto il profilo finanziario, e occorre continuare il dialogo avviato fra amministrazione e sindacati a proposito dell’organizzazione del lavoro per l’utilizzo ottimale delle risorse disponibili.

ARCHIVIATO IN Farnesina

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21/10/2008

La politica estera dell’Italia alla prova della nuova legislatura

Non occorre essere esperti commentatori di politica estera per soppesare la gravità della situazione internazionale: la crisi che ha sconvolto i mercati finanziari prospettando un futuro incerto per l’economia mondiale ed un presente – questo invece certo – di interventi statali dalle proporzioni assolutamente senza precedenti era stata preceduta, in un drammatico crescendo, prima dall’aumento dei prezzi del petrolio, che ha ricollocato la questione energetica, con tutte le sue implicazioni strategiche e geopolitiche, al centro delle preoccupazioni dei governi. Al contempo si prospettava una piuttosto inedita emergenza per gli aumenti dei prodotti agricoli. E poi, nell’estate, dalla crisi georgiana, che ha fatto tornare d’attualità (crediamo impropriamente, ma tant’è) il concetto, che si pensava relegato ai libri di storia, di “guerra fredda”. Il bisogno di governare simili fenomeni e le ripercussioni di tale situazione sugli interessi nazionali sono evidenti a tutti. Si conferma una volta di più che gli interessi nazionali non si perseguono nel chiuso dei propri confini e che il contesto internazionale è imprescindibile, oltre che estremamente complesso. Per potervi operare con successo occorrono strumenti adeguati. Il compito a cui è chiamato il Ministero degli Esteri, strumento istituzionale principe della politica estera nazionale, diventa insomma sempre più importante e complesso. Tanto più nel momento in cui il moltiplicarsi degli attori che si presentano sulla scena internazionale, e penso tanto agli organismi locali quanto ai grandi operatori economici, evidenzia la necessità di un coordinamento strategico. Gli incontri al vertice costituiscono momenti di sintesi in cui si tirano le fila di rapporti intessuti sapientemente e pazientemente, spesso per mesi, dalle diplomazie; il successo della nostra presenza economica e commerciale all’estero, come pure le prospettive di attirare investimenti nel nostro paese, deve fare affidamento non solo sulla solidità dei fondamentali, ma anche sul quadro complessivo di relazioni interstatuali che si fonda su di un’azione e coordinamento che solo il Ministero degli Esteri può garantire. Funzione che ritroviamo in settori altrettanto importanti, quali la tutela degli interessi e la valorizzazione delle comunità italiane all’estero, e nel ruolo del Ministero e della rete all’estero, nella gestione del delicatissimo e complicato tema dei flussi migratori e dei visti. E, ancora, una materia come la cooperazione allo sviluppo che deve rimanere parte integrante e fondamentale della politica estera. E non dimentichiamo che il futuro dell’Italia si gioca con l’Europa attraverso le sue istituzioni, ove il Mae è quotidianamente impegnato. In questo contesto che evidenzia in maniera sempre più netta l’importanza del Mae, la centralità della Farnesina viene invece messa pesantemente in discussione, non tanto concettualmente, quanto dai tagli di bilancio: continua la progressiva erosione delle risorse destinate al suo funzionamento e, in generale, alla politica estera. Tendenza ormai più che decennale, che ha vissuto, nella passata legislatura, un’unica inversione di direzione, tanto significativa quanto effimera e quantitativamente modesta. Siamo ben consapevoli che la crisi di risorse che attraversa la Farnesina si inquadra in provvedimenti normativi e finanziari che penalizzano tutta la Pubblica Amministrazione (Legge Brunetta/Tremonti, Legge Delega per la riforma del Pubblico Impiego, riduzione di fatto degli stipendi, tagli del 75% degli incentivi e premi al personale) con pesanti ricadute negative sui servizi ai cittadini. A ciò si aggiunge la paventata revisione della contrattazione, dei diritti sindacali e di sciopero. Su questi temi tutto il Sindacato si sta mobilitando. Ci rimane però il compito di continuare ad operare nella nostra specifica realtà. Siamo in prima fila da tempi non sospetti nella battaglia per la razionalizzazione nell’utilizzo delle risorse del Mae ma quelli che si vanno ora prospettando con la legge finanziaria sono tagli che, se applicati, porteranno il Ministero ad un punto di non ritorno, proprio nel momento in cui è più forte il bisogno di sostenere il ruolo del paese sulla scena internazionale ed in cui siamo chiamati a fornire servizi sempre più importanti e delicati (si pensi anche solo alla mole ormai gigantesca di visti rilasciati dalle sedi all’estero, con personale sempre meno numeroso). • Il taglio degli organici , di circa 700 unità complessive, ci consegna ai livelli dei primi anni 80 quando ben diversa era la domanda di servizi dell’utenza. • I tagli alla cooperazione allo sviluppo – che ammontano a circa il 60% - ci relegano alla poco lusinghiera prospettiva di vestire la “maglia nera” del gruppo dei donatori. Eppure non solo siamo membri del G7, privilegio che bisognerà pure giustificare in qualche modo e che non potrà più essere dato per scontato, ma aspiriamo con energia ad un ruolo più rilevante nel Consiglio di Sicurezza della NU; • I fondi per i servizi agli italiani all’estero calano vistosamente, quando meglio e di più si dovrebbe fare per valorizzare questa preziosissima risorsa del Paese, ad iniziare dai tantissimi “cervelli” italiani sparsi nelle più importanti istituzioni culturali del mondo. Per non dire del carico in relazione alle prossime tornate elettorali. Quanto alla riduzione delle strutture dirigenziali generali della sede centrale, imposta dalla legge finanziaria, non è di per sé negativa o positiva. Sarà semplicemente un pegno inutile – e puramente cosmetico, visti i risparmi irrisori che consentirà - pagato alla vulgata anti - pubblico impiego. A meno che non venga accompagnata da una radicale revisione dell’organizzazione del lavoro tale da mettere pienamente a frutto l’apporto di tutto il personale - di tutte le categorie, livelli e gradi . Una premessa perché ciò si realizzasse era stata posta con il documento sottoscritto da sindacati e vertice amministrativo a coronamento dei lavori del Tavolo per il rilancio del Ministero da noi fortemente voluto. Vi si prefigurano misure di razionalizzazione, decentramento, responsabilizzazione diffusa e relativa formazione. E’ tempo di dare esecuzione ai principi concordati nel documento, che non può fornire il pretesto per misure decise in maniera unilaterale dall’amministrazione. Urgono strategie chiare e interventi coerenti per il rilancio della Farnesina. Nell’epoca della globalizzazione a livello internazionale e della diffusione delle responsabilità a livello nazionale, (un federalismo che si prospetta nei fatti ancor prima che sulla carta), è forte il bisogno di un ministero capace di dare risposte adeguate e concrete alla crescente domanda di servizi e di garantire una presenza diffusa e qualificata all’estero, attraverso una rete che sia commisurata, adeguandola, alle mutate esigenze. Il contrario insomma di quella struttura “leggera” di cui si sente parlare con insistenza. Nei momenti di ristrettezza si sa, i risparmi si impongono ai soggetti pubblici come a quelli privati (del resto il buco delle Banche e dell’Alitalia dovrà pur trovare finanziamento da qualche parte). In momenti del genere si impone però anche il coraggio delle scelte. Il nostro è un Ministero “piccolo” sia come dotazione finanziaria che di organici. In tale tipo di struttura tagli, che in termini quantitativi hanno una consistenza irrilevante nel bilancio statale complessivo, producono invece effetti gravissimi sul funzionamento e sui servizi all’utenza. Allo stesso modo una inversione di tendenza, che poco peserebbe sul bilancio statale, potrebbe avere ritorni estremamente favorevoli per il nostro Paese. Ci aspettiamo che il Governo, e vorremmo poter contare come primo avvocato di questa linea il Ministro Frattini, insieme alle forze politiche tutte, sappia sostenere le spese produttive e di investimento – e quelle per la politica estera lo sono indubitabilmente. E agisca di conseguenza.

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Di Il Cosmopolita il 21/10/2008 alle 00:00 | Non ci sono commenti

08/10/2008

Fine del principio o principio della fine.

La saggezza escatologica del superministro dell’Economia italiano, Prof. Tremonti, quando non indulge a puntute contro-chiose all’ex Primo Ministro e Ministro degli Esteri Massimo D’Alema in ordine alle derivazioni – e comprensioni – marxiane dell’uno o dell’altro, gli permette da qualche tempo delle icastiche sintesi del mondo d’oggi: la “fine del principio” è una di queste. E peccato che questa suoni esattamente come il suo speculare “principio della fine”. Ma tant’è il punto sta proprio lì, nella incontestabile additiva drammaticità della crisi economico-finanziaria ad un contesto internazionale del quale tutto si può dire tranne che sia regolato o – quanto meno – diretto verso una equilibrata risoluzione dei punti di frizione a breve, medio e lungo termine. Ed essendo escluso che questi nodi ulteriori di scompenso possano essere risolti con la puntuale applicazione del (non nuovo) mantra tremontiano “Dio, Patria, Famiglia” l’attenzione si focalizza sulle misure statunitensi, su quelle ancora indeterminate europee per finire poi su ancora indeterminate prospettive di una nuova “Bretton Woods” ovvero un ricostruito formato di regolazione della moneta nell’epoca della globalizzazione e della frammentazione dei centri di potere internazionale. Tempi e modi di questa fuoriuscita dalla crisi restano ovviamente incerti e legittimano gli assiomi che abbiamo premesso a queste note: certo è che la fin troppo evidente primazia anzi esclusività dell’economia finanziaria su quella reale ovvero dello “sterco del demonio” su beni e servizi destinati ai disgraziati abitanti del pianeta appare finalmente sotto accusa o quanto meno sulla difensiva. La polemica negli Stati Uniti su difendere “Main Street” (la via dove passa la gente qualunque) o “Wall Street” (il luogo anche simbolico dei padroni del vapore finanziario) testimonia anche se rozzamente del carattere planetario del problema. E, dunque, il punto consiste nel “come” si uscirà dalla crisi, cioè se attraverso una terapia di aspirina (liquidità addizionale sottratta ancora una volta ad usi reali) ovvero di forti e compatibili antibiotici (ristrutturazione globale del sistema verso i suoi fini originari e cioè quelli di strumento al servizio di transazioni reali e razionali nell’economia). Ogni pessimismo è lecito considerando gli attori in campo e la debolezza strutturale di terapisti che distano anni-luce dall’illuminismo keynesiano di Bretton Woods, che – non dimentichiamolo – doveva costituire l’asse monetario di una panoplia di strumenti multilaterali (Nazioni Unite, Banca mondiale, Organizzazione mondiale del Commercio giù giù fino a quelle ora moribonde della sicurezza alimentare planetaria) su cui oggi - dopo almeno una decade di attacco al multilateralismo ed in presenza della soporifera Segreteria Generale di Ban Ki Moon - è perfino ingeneroso ironizzare . Insomma si vedrà, o meglio ne vedremo delle belle o niente del tutto appena la febbre calerà un poco. Allo stato attuale, nell’approssimarsi del trimestre “bianco” negli Stati Uniti (che, certo, sarà ben diverso a seconda che prevalga Obama o McCain) , le iniziative più disparate trovano spazio e – ce lo si consenta – avvengono anche alcuni piccoli “miracoli” quali la re-inclusione dell’Italia in una sorta di direttorio europeo a quattro: un evento putroppo non dovuto ad un assai remoto “rinascimento italiano” quanto piuttosto destinato a durare fino a quando la presidenza di turno del G8 non svaporerà con l’estate prossima. Sul “che fare” per un attore come l’Italia non c’è poi molto da dire se non che è forse arrivato il momento di irrobustire non solo la nostra evidente sensibilità mediatica (che allo stato primeggia), ma anche quella analitica al di là delle litanie su di un – inesistente – libero mercato: infatti, se questo a livello globale dimostra l’insipienza strategica di chi misura l’emergenza della Cina e dell’India e di altri sul metro della loro incidenza sul mercato dei futures energetici, appare del tutto vano affidarsi alla sola ricostituzione dello status quo ante. Uno status che non soltanto si è avvitato su sé stesso ma neppure prendeva in considerazione il coacervo di contraddizioni e di squilibri globali i cui costi ormai gravano direttamente su tutti i cittadini: quelli italiani forse tra i primi tra i Paesi “ricchi” e si pensi soltanto alla gestione nostrano dell’immigrazione, dei suoi nodi “a monte” e “a valle”. E, forse, un momento essenziale della riflessione istituzionale su intersezioni, raccordi, spazi, opzioni e sintesi dovrebbe situarsi in quel futuro “ente inutile” che è il Ministero degli Esteri e la sua rete diplomatico-consolare.

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Di Il Cosmopolita il 08/10/2008 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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