Archivio

settembre 2017 luglio 2017 maggio 2017 marzo 2017 dicembre 2016 ottobre 2016 luglio 2016 maggio 2016 febbraio 2016 gennaio 2016 dicembre 2015 novembre 2015 ottobre 2015 settembre 2015 luglio 2015 aprile 2015 marzo 2015 febbraio 2015 gennaio 2015 dicembre 2014 novembre 2014 ottobre 2014 settembre 2014 agosto 2014 luglio 2014 giugno 2014 aprile 2014 marzo 2014 febbraio 2014 gennaio 2014 dicembre 2013 novembre 2013 ottobre 2013 settembre 2013 agosto 2013 luglio 2013 giugno 2013 maggio 2013 aprile 2013 marzo 2013 febbraio 2013 gennaio 2013 dicembre 2012 novembre 2012 ottobre 2012 settembre 2012 agosto 2012 luglio 2012 giugno 2012 maggio 2012 aprile 2012 marzo 2012 febbraio 2012 gennaio 2012 dicembre 2011 novembre 2011 ottobre 2011 settembre 2011 agosto 2011 giugno 2011 maggio 2011 aprile 2011 marzo 2011 febbraio 2011 gennaio 2011 dicembre 2010 novembre 2010 ottobre 2010 settembre 2010 luglio 2010 giugno 2010 maggio 2010 aprile 2010 marzo 2010 febbraio 2010 gennaio 2010 dicembre 2009 novembre 2009 settembre 2009 luglio 2009 aprile 2009 marzo 2009 febbraio 2009 gennaio 2009 dicembre 2008 novembre 2008 ottobre 2008 settembre 2008 agosto 2008 luglio 2008 giugno 2008 maggio 2008 aprile 2008 marzo 2008 febbraio 2008 gennaio 2008 dicembre 2007 novembre 2007 ottobre 2007 luglio 2007 giugno 2007 maggio 2007 marzo 2007 gennaio 2007 dicembre 2006 novembre 2006 ottobre 2006 settembre 2006 luglio 2006 giugno 2006 maggio 2006 aprile 2006 marzo 2006 febbraio 2006 gennaio 2006 dicembre 2005 novembre 2005 ottobre 2005 settembre 2005 agosto 2005 luglio 2005 giugno 2005 maggio 2005 aprile 2005 marzo 2005 febbraio 2005 gennaio 2005 dicembre 2004 novembre 2004 ottobre 2004 settembre 2004 agosto 2004 luglio 2004 giugno 2004 maggio 2004 aprile 2004 marzo 2004 febbraio 2004 gennaio 2004 dicembre 2003

Post di novembre

26/11/2008

Rigore e credibilità: l’estremismo di una scelta

Mentre l’interregno che precede l’insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca sembra insolitamente lungo – ovviamente anche in ragione della crisi economica – vengono tuttavia precisandosi i contorni di uno schieramento “epocale” ai vertici dell’Amministrazione statunitense. I commenti oltre-atlantico sono concordi tanto più in presenza di un atteggiamento “bipartisan” che va oltre la prevista temporanea riconferma di Robert Gates alla Difesa con l’ovvio mandato di gestire il riposizionamento dello strumento militare americano: perfino l’affermarsi – prevedibile e previsto – di una posizione centrista non oscura il carattere assolutamente innovativo delle scelte di Obama. E’ stato scomodato addirittura il ricordo di Lincoln storicamente determinato a costituire una dirigenza composta da vari dei suoi antagonisti (ma ricomponibili in un disegno unitario) per capire la logica politica di Obama anche se questa era già chiara fin dalla Convention democratica sia con l’appello alla partecipazione, che al dissenso da riportare a sintesi. Così poco conta enumerare tutti i nomi, dal “Gabinetto economico” - che va dal “cosmopolita” Geithner al keynesiano Summers al “latino” Richardson – alla probabile Segretaria di Stato Hillary Clinton, alla riunificazione della Sanità sotto Tom Daschle e, sul versante parlamentare, lasciare il repubblicano Liebermann (molto visibile a fianco di McCain durante la campagna) a capo del “suo” Comitato al Congresso: in buona sostanza una raccolta dei “migliori” (e scrupolosamente “scrutinati” dal punto di vista etico...) in un’ottica nazionale. Dunque, l’unico “estremismo” fin qui visibile è quello del rigore e della credibilità, come perfino Wall Street si è accorta in questi giorni salutando in particolare la scelta di Geithner al Tesoro; c’è di più – e questa è una questione che dovrebbe interessare, “a contrario”, il nostro Paese e la sua attuale congiuntura politica -: la nuova Amministrazione esce dalle migliori Università americane ed internazionali e da forti pregresse esperienze professionali e si caratterizza non solo per l’alto livello intellettuale ma anche per il non-ideologismo e la capacità programmatica di misurarsi con le sfide sul tappeto. Yale, Princeton, Harvard, Berkeley, la London School: quante miglia dalla nostra “zarina” dell’Educazione e Ricerca nazionale uscita da un concorso legale che ella stessa ha definito “meridionale” (dunque facilitato), ovvero anche giovani sì (ma tutti abbondantemente sopra i 40 per avere almeno un’idea del mondo...) ma competenti. E fosse solo qui il solco incolmabile che si è aperto tra noi e loro; si pensi infatti alla lucida ironia con cui viene salutato dai commentatori il grande programma di rilancio dell’economia, delle infrastrutture e dell’occupazione: “congratulations socialists” con ovvia allusione al cosiddetto “socialismo redistributivo” di cui venne accusato Obama per avere sostenuto l’inaccettabile tesi dell’equità fiscale. E da noi? Beh da noi “social card” (l’antico libretto di povertà?) per 120 euro ed invito al consumo e ad un ottuso ottimismo. Senza contare che il centro delle preoccupazioni riformiste è l’insediamento del più che ottuagenario – anche se onusto di gloria televisiva – Zavoli. Insomma business as usual. E, d’altro canto, mentre sull’altra sponda dell’Atlantico ci si prepara ad affrontare “a caldo” – ovvero in piena crisi - con il massimo delle risorse umane disponibili la sfida di un nuovo New Deal combinata con un rinnovato multilateralismo internazionale (attrezzato anche visibilmente con un cosmopolitismo di buona lega), la nostra Italietta sconta un provinciale ripiegamento. Basti un dato apparentemente marginale ma incontrovertibile: gli Stati Uniti così come i principali Paesi europei raccolgono nelle proprie Università fino al 20% di studenti stranieri , l’Italia ne ha circa il 2%, in maggioranza albanesi per i quali le università italiane rappresentano lo sbocco. Se ciò potesse far supporre l’inadeguatezza complessiva del nostro Paese in questo settore (peraltro giustificabile con la salva di scandali del familismo baronale), la smentita è costituita dalle brillanti carriere accademiche che tanti giovani italiani riescono a compiere. Naturalmente all’estero. Ed infine, se non stupiscono le condizioni oggettive in cui si radica la nostra inadeguatezza, stupisce l’emergenza di una nuova miscela culturale nazional-popolare fatta ad un tempo di dogmatismo e di ignoranza, consacratata come si diceva qualche settimana fa dal fatto che in Parlamento siedano la metà di “laureati” di quanti non ve ne fossero mezzo secolo fa al’Assemblea Costituente: democrazia, certo, ma all’italiana.

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 26/11/2008 alle 00:00 | Non ci sono commenti

26/11/2008

Tra politica e mercato, le buone regole

Di fronte al turbinio di informazioni cui siamo quotidianamente sottoposti, a volte è utile soffermarsi, prendere fiato e riflettere sulla essenza dei fenomeni che ci circondano. Nel ricostruire le origini della crisi, è bene chiarire sin da subito che sarebbe fuorviante parlare di “cattiva finanza” o di una presunta mancanza di regole. Diversamente dal verbo dominante, diffuso da politici e mezzi d’informazione, la ragione principale dell’attuale crisi è la cattiva qualità delle regole, figlia dell’incapacità della politica statunitense, e non solo statunitense, di declinare correttamente le regole di governance per banche d’investimento e istituti finanziari. L’uso smodato della leva finanziaria, la inadeguata capitalizzazione delle banche, la concessione di mutui anche a individui privi delle più basilari garanzie sono conseguenza della cattiva gestione, da parte del Congresso, della liberalizzazione dei mercati finanziari e della globalizzazione della finanza, fenomeni di per sé positivi e che hanno concorso in maniera determinante alla crescita economica degli anni novanta. I costi della crisi sono estremamente rilevanti e di difficile quantificazione. Il solo volume di mutui subprime è uguale a circa 1600 miliardi di dollari. Tuttavia i riflessi della crisi trascendono il mero valore nominale dei mutui, raggiungendo, per il tramite di minori consumi e restrizioni al credito, anche l’economia reale. Una giusta quantificazione dei danni prodotti dalla crisi richiederebbe quindi di considerare non solo l’universo finanziario, ma anche le sue ripercussioni sull’economia reale: stime recenti della Banca d’Inghilterra valutano le perdite generate dalla crisi in circa 2800 miliardi di dollari. L’amministrazione repubblicana si è mossa lentamente per fronteggiare la crisi, le cui avvisaglie risalgono a più di un anno fa. A fronte delle diverse opzioni a disposizione, l’Amministrazione repubblicana, con il Piano Paulson, ha scelto di sostenere il patrimonio degli intermediari finanziari, allo scopo di prevenire la perdita di fiducia nel mercato interbancario (il mercato, di fondamentale importanza, nel quale gli istituti di credito si prestano denaro ed altri strumenti liquidi per soddisfare esigenze a breve termine) e, quindi, la chiusura dei canali di credito. L’intervento ha assunto forme diverse, quali la rinegoziazione dei debiti, la trasformazione dei debiti in azioni e l’acquisizione dei titoli in difficoltà da parte dello Stato. Il piano Paulson, malgrado l’entità dell’intervento (circa 700 miliardi di dollari) e il chiaro messaggio politico trasmesso con la sua approvazione, non ha riscosso il successo sperato, anche se, per esprimere un giudizio equo, sarebbe opportuno domandarsi quale sarebbe oggi la situazione del mercato interbancario senza l’intervento del Tesoro. Alla luce del risultato delle recenti elezioni per la Presidenza, è lecito interrogarsi su quali saranno i principi ispiratori della politica economica del Presidente Obama, nonché la sua posizione vis à vis la crisi. Sin da una prima, rapida, lettura del programma economico della nuova Presidenza, ci si rende conto del cambiamento di prospettiva. Per i democratici, le cause che permettono la trasmissione della crisi finanziaria all’economia reale risiedono in due meccanismi: da una parte, la ridotta crescita dei salari, a fronte della forte impennata dei prezzi dei beni di consumo cui abbiamo assistito negli ultimi anni; dall’altra, una distribuzione sperequata del carico fiscale che, a partire dai tagli operati da Bush durante il suo primo mandato, ha privilegiato i ceti più abbienti. In sostanza, per Obama, il problema non concerne solamente gli intermediari finanziari e la struttura delle aspettative degli operatori economici, ma riguarda anche la capacità di acquisto e consumo delle famiglie americane. Obama pone, per la prima volta da molti anni, la questione della diseguale distribuzione dei rilevanti guadagni di produttività che hanno avuto luogo negli Stati Uniti in concomitanza con il diffondersi della rivoluzione digitale e la sua applicazione all’economia americana. Nello specifico, sul fronte interno, la ricetta proposta da Obama e Biden prevede innanzitutto una detrazione fiscale estesa ai ceti medi e medio-bassi di circa 1000$ a famiglia. Allo stesso tempo, il nuovo inquilino della Casa Bianca suggerisce di eliminare l’imposta per i pensionati che percepiscono un reddito annuale inferiore a 50.000$. A latere, si prevede poi di detassare il capital gain per le nuove piccole e medie imprese, in modo da incoraggiare l’innovazione e l’iniziativa individuale. Sul piano internazionale, la nuova amministrazione contempla la possibilità di approvare misure volte a scoraggiare la delocalizzazione e a tutelare le produzioni made in USA. Le soluzioni prospettate dall’amministrazione uscente e da quella entrante sono probabilmente complementari e non contraddittorie: da una parte si sostiene il mercato del credito, evitando il credit crunch e la sospensione del mercato interbancario; dall’altra si assistono le famiglie e si sussidiano consumi ed investimenti, al fine di evitare un crollo della domanda interna, vero motore della crescita americana. Accanto a queste misure, che potremmo definire anti-cicliche, si avverte poi la necessità di altre iniziative, volte ad affrontare alla radice le ragioni della crisi, con particolare riferimento all’inadeguatezza della regolamentazione e alla debolezza della governance del sistema finanziario. Il programma di Obama indica, ad esempio, l’esigenza di assicurare una maggiore trasparenza nella concessione di mutui subprime, oltre che una maggiore trasparenza nella gestione del credito al consumo. Si nota tuttavia l’assenza di proposte volte a incidere sul leverage finanziario delle banche o sulla governance, vero nodo gordiano della crisi. Il leverage finanziario, a volte spinto fino a centinaia di volte il valore nominale del titolo acquistato, amplifica le oscillazioni di prezzo, sia in positivo che in negativo. Per tale ragione, a forti guadagni in tempi di bull market, corrispondono perdite di rilievo in tempi di bear market, che possono condurre, in presenza di banche sottocapitalizzate, all’impossibilità di coprire le perdite e dunque al fallimento. Infine, in presenza di una sempre più ampia diffusione di strumenti finanziari particolarmente sofisticati fra il popolo dei piccoli risparmiatori e dei consumatori, sarebbe opportuno accrescere la consapevolezza dell’ “uomo della strada”. Recenti ricerche della Banca d’Italia hanno evidenziato come una percentuale molto bassa di italiani è capace di distinguere fra un titolo obbligazionario ed uno azionario, o conosce l’interesse composto. Lo stesso vale per la gran parte dei cittadini statunitensi. A fronte dell’ingresso di derivati e altri strumenti finanziari nella nostra vita quotidiana, si rende sempre più necessaria una formazione ad hoc. Alla “democratizzazione” della finanza, non è corrisposto invece uno sforzo educativo da parte di tutte le istanze a ciò preposte, dalla scuola, ai mezzi di comunicazione, fino alle istituzioni finanziarie stesse e la nuova amministrazione statunitense appare poco incline a considerare questo aspetto del problema. In conclusione, il dilemma, presentato ormai quotidianamente dai mezzi di comunicazione, fra politica e mercato è, come spesso accade, un falso dilemma. Tuttavia il mercato ha bisogno di regole: poche, ma buone. La questione non è l’esistenza della buona e della cattiva finanza, ma la necessità di una buona regolamentazione, concepita in modo da incentivare i comportamenti virtuosi e scoraggiare gli altri.

ARCHIVIATO IN Globalizzazione

Di Il Cosmopolita il 26/11/2008 alle 00:00 | Non ci sono commenti

12/11/2008

Un abbraccio impossibile

Una volta esaurito – almeno per il momento – il dibattito interno agli Stati Uniti sulla elezione di Obama, si può forse cominciare ad approfondire le implicazioni sui nuovi assetti ed equilibri di politica internazionale anche per quanto riguarda il nostro Paese al quale spetterà – pena un’ulteriore emarginazione – riscrivere la propria agenda. Ammesso che ciò sia possibile. Intanto un rapido esame delle prime scelte del nuovo Presidente conferma che gli elementi innovativi dovranno misurarsi e radicarsi nell’evidente realismo politico che lo caratterizza: la scelta di Rahm Emanuel come “Chief of Staff” (un ruolo tra Segretario Generale delle Casa Bianca e Capo di Gabinetto) testimonia una precisa intenzione di lavorare con gli organismi e le istituzioni politiche date. Di più si situa a livello internazionale – in particolare rispetto al nodo israelo-palestinese – nel solco della tradizionale vicinanza con Israele: l’appoggio deciso fin dall’inizio della campagna dalle comunità israelitiche statunitensi ne conteneva già le premesse e, tuttavia, non è detto che ciò costituisca un handicap per un approccio di tipo nuovo al problema. La presenza di Paul Volcker – l’anziano responsabile monetario– al fianco di Obama fin dalle sue prime sortite sulla crisi economico-finanziaria costituisce sul versante delle interrelazioni economiche è da interpretare in relazione ad un approccio non unilaterale al risanamento del sistema finanziario internazionale e delle sue istituzioni regolatorie: ovviamente a prescindere dalle – più o meno fondate – aspirazioni ad una nuova Bretton Woods che – con ogni verosimiglianza – non è né per domani e forse neppure per dopodomani. Nei confronti dell’Europa alleata (dunque Russia a parte) i segnali preesistono addirittura all’elezione e sono molto chiari: la visita a Berlino, a Parigi oltre che ovviamente a Londra sono assai eloquenti e definiscono un’attitudine se non “paritaria” certamente rispettosa ed attenta. Da qui a parlare di redifinizione della relazione transatlantica sino a farne un asse portante dei nuovi, possibili, equilibri internazionali ce ne corre e di certo l’onere maggiore spetta all’Europa stessa. Il resto, come si dice, è nella mente di Giove anche se è evidente che il nuovo multipolarismo si misurerà su tempi e spazii di un approccio in cui la componente “nazionale” della politica americana appare finalmente disponibile ad integrarsi negli strumenti multilaterali, alle loro scadenze ed al loro collegarsi alle cosiddette sfide globali. D’altro canto un Presidente “post-etnico” (e, dunque, globale nel senso più lato e più oggettivo del termine) dovrà costantemente bilanciare le opzioni di “casa propria” con le più ampie dinamiche pena la rapida dispersione del patrimonio di consenso mondiale così istantaneamente acquisito e che può evidentemente alimentare nel tempo un “soft power” riequilibratore delle violente – ed unilaterali – rotture dell’epoca Bush. Un’epoca ed una direzione politica – sia detto per inciso e con la massima chiarezza – che tra i Paesi principali dell’Europa occidentale ha avuto un solo dichiarato estimatore e cioè l’Italia berlusconiana fedele fino al giorno della Waterloo repubblicana. Il che ci conduce a riflettere non tanto sulla effettuabilità dell’”abbraccio” tra il nostro Primo Ministro e l’”abbronzato” neo-Presidente quanto sulla siderale distanza che caratterizza i nuclei di pensiero/azione dei due leader. Alcuni esempi: il primo stipulò un contratto televisivo con gli Italiani sulla falsariga delle assemblee del condominio, il secondo ha fatto appello alla partecipazione e all’esercizio del dissenso/dialogo. Il primo si è autodefinito “unto del Signore”, il secondo ha radicato la propria elezione sulla base dell’esercizio del legittimo potere democratico (chiaro anche senza dover scomodare Alexis de Tocqueville) e sulla proposta di una “vision” riformatrice rivoluzionaria solo nella sua portata morale mobilitatrice. Non bastasse, si pensi alla natura del discorso politico di Obama nel rapporto con la realtà contemporanea e quello della attuale maggioranza di Governo italiana il cui asse è la Lega padana e celtica, abbeverata alle sorgenti del Dio Po, eccetera eccetera. Ovvero si raffrontino gli sforzi bipartisan della nuova Amministrazione statunitense con i tonitruanti “ci rivedremo tra quattro anni...” del Governo di Roma. Ovvio che tutto ciò porti a ritenere che non soltanto l’approccio “familistico” sia del tutto inadeguato al confronto che ci attende, quanto piuttosto che la radicalità delle differenze rendano pressoché impossibile più che vicinanza ed amicizia (che spesso prescindono dai Governi) il dialogo sostanziale e la reciproca comprensione che ad esso sottendono. E, infine, rimane il sospetto che proprio l’Italia (certamente non per sola “colpa” del suo Primo Ministro) sia non partecipe bensì “vittima” di una svolta – di una presa d’atto delle mutate realtà – della quale era del tutto ignara e per la quale è del tutto impreparata.

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 12/11/2008 alle 00:00 | Non ci sono commenti

05/11/2008

Nuova America, vecchia Italia?

La travolgente, ancorchè prevista, elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti d’America introduce con ogni evidenza un contesto internazionale fortemente innovativo rispetto al quadro definito ed imposto negli otto anni di presidenza Bush, anzi è proprio la discontinuità il fattore chiave di un successo senza precedenti, così come la netta sconfitta di McCain si situa sotto il segno della incapacità (impossibilità?) di distaccarsene. E, peraltro, ascrivere il “turning point” (il “tipping” quando le forze si fanno cumulative ed unidirezionali) al redde rationem della crisi economico-finanziaria appare non soltanto riduttivo, ma perfino fuorviante per la comprensione di una inversione di tendenza bene al di là dell’”alternanza” così cara ai modelli politologici. Tutto ciò suggerisce alcune considerazioni obiettive delle quali – come notava “IlCosmopolita” nel precedente editoriale – occorrerà tenee conto. Una presa d’atto che incombe su tutti i soggetti in campo e che difficilmente potrà essere mascherata con cosmesi, espedienti verbali, trucchi di vario genere. Ci riferiamo naturalmente più all’Italia – alla vecchia Italia - che alla nuova America. Cominciamo da quest’ultima e vedremo poi le implicazioni già definite e quelle in fieri a livello internazionale. In primo luogo, dunque, il “segno” complessivo delle elezioni statunitensi e della loro linea vincente è quello della razionalità, della riforma e dell’inclusione, ovvero l’opposto delle ideologie e delle pratiche politiche seguite nell’ultimo decennio e, di fatto, imposte al mondo o almeno a quella parte di esso comunque dipendente e/o sensibile alla fin qui declinante egemonia americana. Anzi a segnalare il carattere in primo luogo “nazionale” della vittoria di Obama sta proprio – sia pure sottotraccia – la preoccupazione che il “declino” (peraltro inserito in mutazioni geo-strategiche da “onda lunga” della Storia) fosse accentuato e non combattuto dalle logiche unilaterali e militariste dell’era Bush. Con malignità alla Fukuyama (altra vittima della giornata odierna) la scelta per Obama si potrebbe perfino interpretare ricordando come anche l’Impero romano abbia – con qualche successo – fatto ricorso ad un imperatore “periferico” – Adriano – e per di più scuro di pelle e nativo dell’Iberia e non direttamente “romano” per rilanciare le proprie sorti e prolungare la propria centralità. Ma ciò che qui più interessa è il portato più generale di una svolta costruita con tanta determinazione, strategia delle alleanze e consapevolezza di un mondo – dentro e fuori degli Stati Uniti – stanco di una conservazione tanto polimorfa quanto incapace di risolvere uno solo degli squilibri o delle contraddizioni che definiscono l’odierna globalizzazione: il blocco sociale attorno all’elezione di Obama con una così netta prevalenza di giovani alla ricerca di “vision”, di gruppi minoritari ma costitutivi della nuova società ed anche di una maggioritaria (ancorché indefinita) “classe media” stressata da un darwinismo sociale tanto ripetitivo quanto ottuso ha un carattere che va bene al di là dei confini nord-americani. Ed è qui una prima “lezione” tanto più utile per il dibattito di casa nostra nel senso che questo ha già assunto il vicolo cieco della contesa tra i “filo-americani” di destra e quelli di centro-sinistra, tra quelli che vantano primogeniture tout court (quali i cantori dell’eroismo di Bush nel scegliere una nera, donna, a Segretario di Stato) e quelli invitati alla Convention di Denver. Ovviamente il nodo sta viceversa nel calibrare la piattaforma di Obama ai problemi italiani in un elenco di domande e risposte che ognuno può fare e su cui si tornerà nelle prossime settimane. Fuori di ciò resterebbe solo l’assioma “nuova America, vecchia Italia”. Ed intanto viene da subito da domandarsi quale risposta – proprio come alleati ed amici – verrà da parte italiana ad una Presidenza che si annuncia sì sotto un segno “nazionale” ma caratterizzato da un approccio concertativo multilaterale, da accettazione delle sfide globali (es. quell’ambiente così ostico all’attuale Governo e agli interessi consolidati di un’industria nazionale evidentemente ripiegata), da appello alle forze progressive della società e non da tutela degli interessi dominanti. Non solo ma ci sarà anche da spiegare perchè i tre quarti degli Italiani che si sono affidati per arrestare il proprio declino alla destra abbiano manifestato la propria preferenza per Obama, ovvero ad una proposta di segno evidentemente opposto: si potrebbe ironizzare vaticinando per il Presidente nero un seggio separato al G8 a presidenza italiano (come le classi separate per immigrati suggerite dalla Lega Nord), oppure appoggiare le interessanti aperture sull’evidente simiglianza tra il Primo Ministro italiano ed il neo-Presidente. Ci sarà comunque tempo per monitorare questa nuova effervescenza di vitualità all’italiana. Per il momento un ultimo piccolo interrogativo mentre Washington si prepara ad una nuova fase di presenza internazionale (dissimile da quella in cui Bush inviava all’ONU un Rappresentante incaricato di “spezzare le reni” al confronto multilaterale), sembrerebbe che ai tagli della nostra cooperazione allo sviluppo ci si proporrebbe di ovviare con un taglio alle già asfittiche risorse del Ministero degli Esteri (detto in altri termini: vendere i pneumatici per comprare un po’ piu’ di benzina): se fosse l’opposizione politica a proporre tale “soluzione” vorrebbe proprio dire che della lezione obamiana “make diplomacy not war” non si e’ capito proprio nulla. Anche qui, ahinoi, vecchia Italia, nuova America.

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 05/11/2008 alle 00:00 | Non ci sono commenti

05/11/2008

C’era una volta un Paese che guardava avanti.

C’era una volta un Paese che guardava avanti. Forse camminava un po’ a tentoni, ma almeno guardava avanti. Esattamente venti anni fa, un manipolo di governi decise di concerto con l’ONU di istituire a Ginevra un Gruppo Intergovernativo sui Mutamenti Climatici (l’ormai noto IPCC). Si trattava di un team interdisciplinare di scienziati incaricati di rispondere a una domanda alquanto esoterica: è mai possibile che le attività dell’uomo influenzino il clima a un punto tale da provocare un riscaldamento planetario? Tra quei pochi governi c’era quello italiano: un suo diplomatico di stanza a Ginevra partecipò alla “costituente” e l'Italia offrì uno dei primi contributi all’IPCC. Mai soldi furono meglio spesi. Due anni dopo, nel 1990, uscì il primo sudato Rapporto degli scienziati; i quali, pur con tanti forse e ma, suonavano un campanello d’allarme: “Le emissioni dovute ad attività umane stanno sostanzialmente accrescendo la concentrazione atmosferica di gas a effetto serra. Questi aumenti rafforzeranno l’effetto serra provocando un aumento della temperatura”. Quindi gli scienziati esortavano ad assicurarci contro questo rischio, come farebbe un buon padre di famiglia, e aggiungevano: comunque, ridurre le emissioni conviene sia all’economia che all’ambiente. C’era una volta un governo che guardava avanti. Il 1° luglio 1990 l’Italia assunse la presidenza di turno della Comunità Europea. Un duetto di italiani – Ripa di Meana a Bruxelles quale Commissario all’Ambiente e Giorgio Ruffolo a Roma quale Ministro dell'Ambiente – guidò l’Europa verso un obiettivo ambizioso: far approvare da tutti i Paesi comunitari un impegno congiunto di stabilizzazione delle emissioni di CO2 entro il 2000 ai livelli presenti (ossia 1990). Istituti di ricerca tra i migliori del continente furono chiamati a dare una mano per calcolare le rispettive quote nazionali di riduzione, ma il “motore di ricerca” rimase nelle mani dei due italiani. Giorgio Ruffolo, che presiedeva il Consiglio Europeo dei Ministri dell’Ambiente, fece il giro delle sette chiese e andò a stanare nelle rispettive capitali i colleghi più scettici e refrattari, che erano allora lo spagnolo, il britannico e il greco. Il 29 ottobre 1990, al Consiglio Ambiente-Energia prolungatosi fino a notte fonda, la presidenza italiana compì il miracolo: l’impegno comunitario era stato approvato. In tutto il mondo la base temporale di calcolo per l’abbattimento delle emissioni resta quello promosso da noi nel 1990. Quota 90. A novembre si aprì a Ginevra la Conferenza Mondiale sul Clima. A presiederla c’era anche un terzo italiano, o meglio uno svizzero italiano: Flavio Cotti, allora presidente della Confederazione. Quella volta i Paesi scettici e refrattari erano ben più numerosi, ed erano guidati da potenze del calibro degli Stati Uniti, Russia (per conto anche degli ex-satelliti in rovina), Arabia Saudita (per conto dei produttori di petrolio), Cina e altri. Il trio Cotti – Ruffolo - Ripa di Meana lavorò di fino per far approvare dalle 137 delegazioni presenti una Dichiarazione Ministeriale, che riconoscesse i mutamenti climatici come una “preoccupazione comune dell’umanità” e lanciasse il negoziato per una Convenzione Mondiale a tutela del clima. Si ripeté il miracolo e gli italiani si presero gran parte del merito. Alla affollata conferenza-stampa finale erano sul podio quei tre italiani, e solo loro, tanto che un giornalista americano chiese conto di quella “mafia” (ma era solo un’allegra battuta di spirito). C’era una volta un governo che guardava avanti. Nel gennaio del 1991 l’OCSE dedicò una Conferenza Ministeriale al tema delle fiscalità ecologica. I 25 ministri riuniti a Parigi furono concordi nell’eleggere alla presidenza quello italiano. Fu l’occasione per l’Italia di lanciare il grande (e spinoso) dibattito sulla “carbon tax”, in vista del Vertice della Terra programmato per l’anno dopo a Rio de Janeiro. Nel giugno del 1992 Rio ospitò il maggior assembramento di capi di Stato e di governo mai visto nella storia: da George Bush a Fidel Castro, dal re di Svezia agli emiri del Golfo, da Mitterrand a quaranta capi africani, per decidere come armonizzare gli imperativi della crescita del Terzo Mondo con la tutela dell’ambiente globale. Chi vi partecipò serba memoria dell’infuocato dibattito (quante notti insonni per ascoltare parole al vento!) che divideva i Paesi agiati dagli altri: dove e come reperire nuove risorse finanziarie per garantire al Terzo Mondo una crescita sostenibile? L’Italia colse la grande occasione del Vertice della Terra per proporre una formula avveniristica: introdurre nei 25 Paesi più ricchi e industrializzati (area OCSE) una tassa energia/CO2 il cui gettito verrebbe diviso in tre lotti: uno per ridurre altre tasse in casa nostra, un altro per investire nelle energie rinnovabili, un ultimo lotto per finanziare il trasferimento di tecnologie ambientali ai Paesi in via di sviluppo. Con un terzo di quel modesto tributo riscosso nell’area OCSE si sarebbe risolto il busillis che assillava il Vertice. I Grandi della Terra applaudirono il discorso e la proposta del Ministro Ruffolo; un prestigioso quotidiano anglosassone lo definì una delle poche idee concrete emerse a Rio. Al Gore, prima di insediarsi alla vice-presidenza degli Stati Uniti, venne apposta in Europa per studiare le nostre proposte di carbon tax (che naturalmente i petrolieri texani costrinsero ad archiviare appena tornato a Washington). C’era una volta un governo che guardava avanti, ma c’era una Confindustria che guardava indietro. Il Vertice del 1992 aveva risvegliato il mondo imprenditoriale più avanzato. Raccogliendo l’eredità del Club di Roma un magnate canadese, Maurice Strong, e il maggior azionista dell'ABB, lo svizzero Stephan Schmidheiny, avevano promosso il Business Council for Sustainable Development, un’associazione di grandi industrie disposte a seguire la via dell’eco-efficienza in un’economia di mercato. In un loro libro che fece epoca (“Changing Course”) era scritto: “In un sistema di mercati aperti i prezzi devono riflettere anche i costi ambientali”; e coerentemente asseriva che l’eco-fiscalità comporta “almeno due vantaggi”: primo, riduce i costi aziendali di adeguamento alla normativa ambientale; secondo, incoraggia l’innovazione tecnologica. Il libro elencava 38 storie aziendali di successo in termini di eco-efficienza: una sola in Italia. Mentre la Comunità Europea dibatteva invano la famosa tassa energia/CO2, Paesi come la Germania, l’Olanda e i Paesi scandinavi adottavano coraggiose riforme eco-fiscali e allo stesso tempo conquistavano (sarà stata una coincidenza?) ingenti fette del nuovo mercato delle tecnologie “pulite”. Nel 1993 quel settore valeva circa 200 miliardi di dollari, la Germania da sola ne aveva conquistato un quinto (oggi vale almeno 1300 miliardi di dollari). Fu allora che col nuovo Ministro dell’Ambiente, Valdo Spini, decidemmo di organizzare a Fiesole un confronto tra la Confindustria tedesca e quella italiana. Gli imprenditori tedeschi sbarcarono in forze, guidati dallo stesso Ministro Klaus Toepfer; i nostri confindustriali inviarono da Roma una sparuta rappresentanza di funzionari digiuni di business ambientale. Con questa indifferenza il nostro settore privato si preparava al Protocollo di Kyoto. Da quei lontani anni Novanta in poi la solfa è stata la stessa: nei periodi di bassa congiuntura in Italia, il salto di qualità non si può fare perché “si deprime l’economia già stagnante”; nei periodi di alta congiuntura la formica diventa cicala e si mette a cantare “scurdàmmoce o’ ppassato”. In vista degli impegni post-Kyoto che dovremo assumerci tutti tra un anno a Copenaghen, il governo tedesco ha già predisposto nell’agosto del 2007 un vasto Programma Integrato Energia-Clima (il Programma di Meseberg, disponibile sul sito anche in inglese). La Francia ha lanciato un anno fa l’ambizioso piano di riforme che va sotto il nome di “Grenelle de l’Environnement' (disponibile sul sito in francese e in inglese). Spagna e Danimarca sono diventati leader dell’energia eolica e vendono mulini a vento a mezzo mondo. L’ultimo rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro calcola in 2,3 milioni i posti di lavoro che si sono creati in pochi anni nel solo settore delle energie rinnovabili. Negli USA si sono aperte le scommesse in risposta alla domanda: questa crisi economica sarà la tomba dell'ambiente o invece sarà l'ambiente a farci uscire dalla crisi economica? Obama ha risposto programmando una riduzione della domanda di energia del 15% entro il 2020. La California ha già vinto la scommessa e sta trascinando altri Stati nella direzione giusta. Anche l’Europa occidentale ha raccolto la sfida verde considerandola un’opportunità e non un vincolo. Invece l’Europa orientale, di cui evidentemente fa parte l’Italia, rischia di perdere l’occasione d’oro: che è quella di saltare a gamba tesa dalla seconda alla terza era industriale, grazie e non malgrado la crisi economica in corso. C’era una volta un Paese che guardava avanti. Forse camminava un po’ a tentoni, ma almeno guardava avanti. Ora c’è un governo che, ascoltando i settori più retrivi della Confindustria, guarda indietro e incita il Paese a camminare all’indietro.

ARCHIVIATO IN Globalizzazione

Di Il Cosmopolita il 05/11/2008 alle 00:00 | Non ci sono commenti

05/11/2008

Diritti umani? Non ci riguarda

Mentre in Italia si discetta con disinvoltura sugli sgomberi dei campi Rom e sulle classi differenziali per i bambini stranieri, i media e gli organismi internazionali osservano con preoccupazione la deriva xenofoba che negli ultimi tempi sembra essersi instaurata nel nostro paese. Una deriva, certo, comune anche ad altri paesi, europei e non, ma che da noi assume, come spesso accade anche in altri campi, forme così palesi - verrebbe da dire: sguaiate - da renderla, a torto o a ragione, un caso a sé. Così, soltanto per citare due esempi, il New York Times del 13 ottobre mette in sequenza i diversi episodi di violenza contro immigrati che si sono registrati nelle ultime settimane e si chiede le ragioni di questa tendenza, mentre El Pais, a partire da un lungo reportage pubblicato in agosto ('Un ondata xenofoba percorre l'Italia'), dedica a questo tema un'attenzione costante. Senza dire delle innumerevoli prese di posizione di organizzazioni non governative, come Amnesty International o Human Rights Watch. La solita congiura della sinistra internazionale in combutta con i 'poteri forti' per screditare il nostro governo? Più preoccupante è il fatto che, dopo l'enfatico lancio del 'pacchetto sicurezza', anche i meccanismi di tutela dei diritti umani che fanno capo alle Nazioni Unite, al Consiglio d'Europa e all'OSCE abbiano cominciato a rivolgere all'Italia domande imbarazzanti e ad inviare missioni di monitoraggio. Aveva cominciato l'Alta Commissaria per i Diritti Umani Louise Arbour, il 2 giugno, davanti al Consiglio Diritti Umani a Ginevra, esprimendo preoccupazione per gli attacchi violenti contro la comunità rom e per la decisione di 'criminalizzare l'immigrazione irregolare'. A seguire, il Commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa, Thomas Hammarberg, decideva di effettuare una missione in Italia e , alla fine di luglio, presentava una serie di raccomandazioni volte a rivedere a fondo le misure annunciate in materia di immigrazione e campi rom. L'OSCE, a sua volta, organizzava a luglio una conferenza a Vienna sulla situazione delle comunità rom e sinti che vedeva l'Italia sotto i riflettori a seguito della presentazione da parte di un gruppo di ONG di un rapporto intitolato significativamente 'Security all'italiana: fingerprinting, extreme violence and harrassment of Roma in Italy', con tanto di manifestazioni di protesta durante la conferenza. Si tratta, in generale, di critiche che, anche quando contengano qualche pregiudizio o qualche inesattezza, sono fondate su dati oggettivi. Gli episodi di intolleranza, di discriminazione o di vera e propria violenza sono purtroppo in aumento ed è impossibile far finta di niente. Ma sono soprattutto le esternazioni a ruota libera di alcuni esponenti del centro-destra, su rom e immigrati in particolare, concepite per la platea interna ma dirompenti sul piano internazionale, a fare pensare agli osservatori internazionali che in Italia xenofobia e razzismo abbiano titolo di cittadinanza più che altrove. In realtà, se vogliamo guardare al quadro complessivo dei problemi aperti, non soltanto di razzismo e xenofobia si tratta. L'area di intervento dei meccanismi di monitoraggio esistenti abbraccia una gamma di diritti assai ampia. Si va dalla libertà di espressione (questione del pluralismo della proprietà dei mezzi di informazione) all'indipendenza della magistratura (procedimenti giudiziari oggetto di critiche da parte di esponenti di governo, attacchi alla magistratura 'politicizzata'), per citare solo alcuni tra gli esempi possibili, evidentemente non casuali ma ripresi da contestazioni specifiche rivolte all'Italia nel recente passato. In ogni caso, come dovrebbe reagire un paese maturo? La risposta è semplice: nel modo più sobrio e fattuale possibile. Evitando cioè in primo luogo di elevare i toni di una dialettica che dovrebbe sempre rimanere nella forma e nella sostanza coerente con il nostro assunto di fondo: l'essere cioè gli organismi internazionali pienamente legittimati a occuparsi di questioni interne agli Stati che ne fanno parte in materia di tutela delle libertà fondamentali e dello stato di diritto. Dimostrando inoltre, con fatti e con provvedimenti più che con dichiarazioni, di essere determinati ad affrontare il problema e di avere messo in campo adeguate misure. E aggiungendo un'attenzione non formale, anche con adeguati finanziamenti, verso le attività di quegli organismi e agenzie internazionali che hanno a che fare con la tutela dei diritti umani nel mondo. E invece le cose vanno diversamente. Nel migliore dei casi, la risposta è una sostanziale disattenzione. Nel peggiore, quando la notizia viene ripresa con rilievo dai media, allora si reagisce con toni tra l'offeso e il sorpreso. Quando non addirittura con richiami alla non ingerenza negli affari interni, argomenti che ci accomunano in modo inquietante alla Cina e alla Corea del Nord. O, ancora, con minacce, poi in effetti realizzate, di tagli ai finanziamenti come misura di ritorsione verso gli organismi resisi 'colpevoli' di lesa maestà. Nulla o quasi, invece, sul fronte delle misure e degli impegni assunti. Basterà prendere ad esempio i 'pledges' presentati dall'Italia nel 2007, alla vigilia del nostro ingresso nel Consiglio Diritti Umani. Scorriamo la lista degli impegni assunti e ci renderemo conto che praticamente nessuna di quelle promesse è stata mantenuta. Se poi passiamo al capitolo dei contributi finanziari, vedremo che il nostro Paese, ormai da anni in coda a tutte le graduatorie OCSE sull'aiuto pubblico allo sviluppo, precipita sempre più in fondo anche nelle classifiche dei contributi a favore di organismi internazionali come l'Alto Commissariato per i Diritti Umani. E tempi ancora più duri si annunciano per il 2009, con tagli che colpiranno la cooperazione multilaterale nella misura, si dice, del 60-70%. Si sommano tutti i limiti culturali del multilateralismo all'italiana, o forse della nostra politica estera tout court: prodiga di omaggi retorici al ruolo insostituibile delle Nazioni Unite e dell'Unione Europea ma avarissima quando si tratta di mettere in pratica gli impegni e di assumerne gli oneri. E sempre ossessionata dalla ricerca spasmodica del famoso posto a tavola. Torniamo in fondo alla vecchia ma pur sempre illuminante definizione di Harold Nicolson sulle ambizioni di grande potenza ed i metodi da piccolo paese che caratterizzano la politica estera italiana. In conclusione, abbiamo - e avremo sempre più in futuro - un serio problema in materia di diritti umani: non tanto a causa di un consapevole disegno xenofobo all'interno delle istituzioni ma per un'insufficiente sensibilità rispetto al problema. Si sa, d'altronde, che in Italia i diritti umani, intesi nell'accezione del rispetto degli impegni e degli obblighi giuridici internazionali assunti dal Paese nel corso degli ultimi 60 anni, scontano una disattenzione di lunga data. Sia sul piano teorico, con poche lodevoli eccezioni, sia, soprattutto, su quello dell'attenzione politica. Prevale sempre l'idea che quando si parla di 'diritti umani' si alluda sempre agli altri, mai a noi stessi. L'idea che anche in Italia vi siano violazioni o gravi mancanze e che queste possano essere rilevate da organismi internazionali ci risulta perlopiù estranea. E, invece, è un problema che ci riguarda da vicino e che tocca l'essenza della nostra politica estera e dell'immagine dell'Italia nel mondo. Poco importa che in molti altri paesi le violazioni siano più gravi e diffuse: tutti dovrebbero fare la propria parte; e, anzi, proprio quei paesi che si ritengono all'avanguardia nella protezione e promozione dei diritti umani hanno più di altri il dovere di esercitare una vigilanza maggiore e di affrontare con trasparenza ed efficacia i problemi, le osservazioni e le critiche.

ARCHIVIATO IN Globalizzazione

Di Il Cosmopolita il 05/11/2008 alle 00:00 | Non ci sono commenti

1 - 6 (6 record)