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Post di gennaio

23/01/2009

La speranza e la paura

Una scelta di speranza rispetto alla paura, così lo stesso primo Presidente “globale” della storia ha sintetizzato – e chiuso – la fase “costituente” della transizione negli Stati Uniti e per varie ragioni, alcune evidenti ed altre che vedremo qui di seguito, nel resto del mondo.

E’ dunque ormai possibile ricapitolare molte delle note degli ultimi mesi e studiare come la nuova “era” impatterà sugli scenari internazionali – Italia compresa – e, soprattutto, quali orizzonti possono schiudersi per una realtà in cui l’aggrovigliarsi di contraddizioni e conflitti e la parallela incapacità di affrontarli e perfino di capirli apparivano ormai come i dati certi. Il tutto con un’avvertenza preliminare, ovvero la distinzione tra “vision” e pratica politica; così come distinguere tra il solido blocco di classe dirigente statunitense che ha puntato su Obama e le aspettative messianiche di chi ha contribuito alla “campagna” con cento dollari e molti legittimi desideri.

Non parleremo perciò di quanti movimenti, ispirazioni e magari nuovi e diversi conflitti potranno svilupparsi nella eco planetaria della nuova Presidenza, bensì di quanto è già oggi certificato e riconoscibile, dunque non sottoposto alla verifica nè dei primi “cento giorni”, nè del calarsi dei principi nelle situazioni reali.

Certo è, ad esempio, che l’assunzione – del tutto fattuale – di “leadership” risultava ben diversa nell’opzione unilaterale del “secolo americano” e della democrazia sulla punta delle baionette e della pletora di fallimentari ipotesi politiche partite dalla scoperta di Fukuyama sulla (presunta) “fine della storia” e via via arricchita dai “teocon” e dal primato dell’opzione militare rispetto a quella politico-diplomatica (e appunto tra parentesi il sanguinoso “blitz” israeliano alla vigilia dell’”Inauguration” non è solo espediente tattico quanto consapevolezza della sua improponibilità all’indomani del 20 gennaio). Oggi le parole d’ordine pronunciate dal leader globale, ma di un mondo riconosciuto come multipolare e multilaterale, “schiudete il pugno e vi daremo la mano”, “tolleranza ed inclusione” versus “divisione e confronto di forza”, “umiltà reciproca e dignità condivisa” versus “gerarchie, anche di valori” segnano un orizzonte completamente nuovo. E da lungo tempo atteso, e reso più necessario dall’evidenza (per alcuni) dell’intersecarsi delle crisi economiche e di risorse con i fattori di squilibrio politico.

Ebbene tutto questo è già avvenuto ed è stato riconosciuto e, dunque, non dipende dal realizzarsi dele aspettative. Ed è avvenuto perchè alcuni risultati sono già stati conseguiti: anche qui, uno fra tutti, e cioè la piena esplicazione delle potenzialità di una società aperta in una fase in cui tutto il mondo appare afflitto da una irreversibile crisi di modelli politici e di consistenza delle classi dirigenti.

Perfino la perplessa – ma non ostile – “graciousness” dimostrata dal Presidente uscente dimostra, al di là del rito cortese, l’esistenza di una predisposizione favorevole alla generosità della nuova “vision”. Come dire con conservatorismo elegante: non riuscirà, ma se riuscisse sarebbe bello.

In un orizzonte siffatto e prima che Obama stesso venga a termini con la realtà sarà bene far stato di come cinici ed iperrealisti – Stati e dirigenti – escano frastornati e trasformisti, ma comunque vinti dalla affermazione di Obama che dal “giorno uno” ad oggi è rimasta ancorata ad una visione opposta alla loro. Gli esempi sono innumerevoli, ma soprattutto la continuità con i valori di fondo (non solo americani) e la necessità di riviverli nel presente sono le mille miglia lontani dai paludosi orizzonti in cui si sopravvive in Paesi come il nostro; uno per tutti: il richiamo a tutte le “chiese” di fedeli ma anche ai “non credenti” in una opzione umanista che è il vero tratto unificante di un globalismo positivo e partecipato.
Se questo è il quadro di riferimento sarebbe opportuno rovesciare il consolidato ragionamento “e per noi cosa comporterà?” e domandarsi viceversa: “ne saremo all’altezza?”. E qui, almeno per il nostro Paese, ogni dubbio è legittimo: moschee a distanza di sicurezza dalle “vere” chiese, assenza di ogni “religione civile”, selezione inversa delle classi dirigenti e più in generale di tutta la società, disprezzo ed emarginazione per meriti e competenze, indifferenza per la sostanza e la portata dei problemi generali, priorità “a la carte” degli impegni politici, scadimento culturale e morale. In una parola: altro che “abbronzato”.
Fin qui le premesse e ci piace soltanto sottolineare come, ormai cinque anni or sono, “Il Cosmopolita” nacque con questi stessi riferimenti ed aspirazioni oggi così clamorosamente confermati: che essi siano così evidentemente minoritari nel nostro Paese non ci ha distolto da un impegno che – oggi – ha tutte le ragioni per essere continuato ed approfondito. Ed è quanto faremo fin dalle prossime settimane con il più puntuale approfondimento sui temi che ci sono propri della politica internazionale e delle scelte – ed implicazioni – della politica estera italiana e delle sue strutture.

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Di Il Cosmopolita il 23/01/2009 alle 00:00 | Non ci sono commenti

23/01/2009

La Bolivia tra conflitti e speranze

E’ appena terminato un anno difficile per la Bolivia, uno dei più difficili della sua storia, da quel 1825 in cui ne venne proclamata ufficialmente l’indipendenza. Il Paese andino, uno dei più poveri del subcontinente, ha vissuto nel 2008 aspri conflitti, determinati dalla resistenza ad una nuova costituzione da parte delle oligarchie che fino al 2005 avevano detenuto il potere politico ed economico e si è ritrovato sull’orlo di una guerra civile. Comunque, l’anno si è chiuso con un rafforzamento del governo del Presidente Morales e con una ripresa del cammino verso l’approvazione definitiva della nuova costituzione.

Della Bolivia si parla poco e spesso in modo superficiale. Vediamo allora di riassumere, innanzitutto, i principali avvenimenti di questo anno terribile.

Il 2008 si era aperto con la rottura del dialogo tra governo e opposizioni sul tema dell’autonomia dei dipartimenti “ribelli” - quelli della cosiddetta Media Luna - e sul conflitto tra Sucre e La Paz per la capitale. I veri problemi alla base del contendere in realtà erano e sono: da una parte la ripartizione dei proventi delle materie prime ( essenzialmente idrocarburi e gas ) tra governo centrale ed i dipartimenti più ricchi del Paese, intenzionati a mantenere e gestire sul proprio territorio la propria ricchezza, secondo una logica opposta a quella del governo Morales, tesa ad una sua redistribuzione, per favorire le zone meno sviluppate e per sostenere politiche sociali per gli strati più poveri della popolazione; dall’altra le forti divergenze tra la nuova costituzione e gli statuti autonomisti dei dipartimenti rispetto a questioni fondamentali quali la conformazione istituzionale del Paese; i diritti delle popolazioni indigene; la fine dei privilegi e la riforma agraria con la redistribuzione delle terre incolte.
Il conflitto si era poi sviluppato attorno alla data per lo svolgimento dei referendum di approvazione della nuova costituzione e degli statuti delle autonomie regionali. In una drammatica seduta di fine febbraio, il Congresso aveva fissato la data del 4 maggio, sotto la pressione di una moltitudine di minatori, contadini, studenti universitari, che avevano circondato il Palazzo legislativo, in appoggio al Governo ed al Presidente Morales, temendo colpi di mano delle opposizioni per rinviare l’approvazione della costituzione. Considerata però la situazione esplosiva determinatasi, di cui l’apertura dei seggi elettorali avrebbe potuto fungere da detonatore, la Corte Nazionale Elettorale, con una decisione condivisa da Evo Morales, decise il rinvio dei referendum, per problemi legali e per non porre a rischio la stabilità democratica del Paese.
Mentre da Morales arrivavano segnali distensivi, come la volontà di dialogo con i prefetti dei dipartimenti indipendentisti e la disponibilità a far partecipare agli incontri osservatori nazionali e stranieri, da parte di Ruben Costas, Prefetto di Santa Cruz e principale esponente dell’opposizione, solo dichiarazioni di non ritorno dalla strada dell’autonomia per il suo come per gli altri dipartimenti autonomisti di Beni, Tarija e Pando. Tra giugno ed agosto, in un clima di forte tensione alimentato dalle forze separatiste tra cui si segnalava soprattutto il movimento razzista dell’ Union Juvenil di Santa Cruz, si sono svolte due consultazioni elettorali. La proposta autonomista è stata approvata nei dipartimenti antigovernativi, ma con forti percentuali di astensione che, sommate ai voti nulli, in bianco e a quelli contrari, hanno dimostrato la spaccatura a metà tra secessionisti e non, con forti punte di rigetto tra la popolazione rurale. In agosto, poi, si sono tenuti i referendum cosiddetti revocatori, per la conferma o meno al potere del Presidente e dei prefetti dipartimentali. Evo Morales veniva confermato con più del 67% dei consensi, con una significativa crescita rispetto al 54% con cui era stato eletto nel 2005, ma anche i prefetti “ribelli” venivano riconfermati, tranne quello di Cochabamba, con percentuali crescenti di consensi nei rispettivi dipartimenti.
Tale esito, nonostante i tentativi di dialogo e conciliazione di Morales che, subito dopo il referendum, aveva invitato le opposizioni a lavorare insieme per la conciliazione e l’unità del Paese e per una Costituzione che tenesse conto delle istanze autonomiste, ha portato in settembre la Bolivia ad un passo dalla guerra civile. Appoggiate in maniera palese dall’Ambasciatore USA Goldberg – che a seguito di questo veniva dichiarato “persona non gradita” ed invitato a lasciare il Paese -, le forze dell’opposizione davano vita a scontri con polizia ed esercito, occupazioni e saccheggi di edifici pubblici, blocco di aeroporti e molti episodi di razzismo, culminati nell’imboscata ad un gruppo di contadini filo-governativi in cui persero la vita decine di loro. Anche grazie ad un video girato sul posto, è emersa la piena responsabilità del Prefetto di Pando, Leopoldo Fernandez – poi arrestato – che avrebbe pagato e fornito mezzi per il massacro a sicari, addestrati, secondo un’inquietante quanto attendibile notizia, da un mercenario di estrema destra italiano, in Bolivia da molti anni. La partecipazione attiva al massacro di El Porvenir della Prefettura di Pando è stata poi confermata da una Commissione internazionale d’inchiesta.
In un frangente così delicato, a Morales è arrivato immediatamente il forte e convinto sostegno dei Capi di Stato dell’UNASUR ( l’organizzazione sopranazionale che riunisce i paesi dell’America del Sud ), riuniti a Santiago, proprio lì dove, 35 anni prima, era invece caduto, privo di sostegno internazionale, il coraggioso governo di Salvador Allende. Con il fallimento del “colpo di stato civile” e la conseguente accettazione del dialogo con il governo da parte dei prefetti, si è ristabilito un clima di relativa normalità che ha finalmente portato alla convocazione del referendum per l’approvazione finale della nuova Costituzione, fissato per il 25 gennaio prossimo.

Pur in un anno così difficile e turbolento, il governo Morales è riuscito a portare avanti il processo di cambio radicale del Paese, ottenendo significativi risultati. Per capire il senso dei cambiamenti e degli obiettivi raggiunti, occorre calarsi nell’ideologia e nella filosofia di vita abbracciata dai boliviani, il paradigma del “vivere bene”, non necessariamente meglio, in una società che si basi essenzialmente sulla solidarietà, sulla complementarietà e sull’armonia tra l’uomo e la natura. Questa visione costituisce il riferimento concettuale di tutti i cambi intrapresi: del modello economico, del modello di sviluppo e di quello di società. Per questo la conquista di cui il Governo va più fiero è la dichiarazione della Bolivia come paese libero dall’analfabetismo, avvenuta lo scorso 20 dicembre e frutto di una grande mobilitazione sociale, del fortissimo impegno del Governo e della solidarietà e aiuto materiale – sia con mezzi finanziari che con risorse umane – di Cuba e Venezuela. Una vittoria dei settori più umili, per lo più indigeni e all’85% donne, che non avevano accesso a quello che dovrebbe essere considerato uno dei diritti umani fondamentali, l’alfabetizzazione.
Altro risultato di notevole importanza per un paese latinoamericano è stato raggiunto nel settore della lotta alla corruzione. Solo nel 2005 la Bolivia si trovava al 179° posto su 180 paesi in una speciale statistica internazionale sui paesi con più corruzione. Ora, nella classifica del 2007, con due anni del nuovo governo, è risalita al 74° posto, guadagnando moltissimo in trasparenza amministrativa, utilizzazione del danaro pubblico e fiducia da parte degli interlocutori internazionali.

Nelle politiche sociali , a cui il governo Morales ha dedicato la maggiore attenzione, sono stati conseguiti gli obiettivi più significativi. Grazie alla nazionalizzazione del settore degli idrocarburi, le entrate per il bilancio statale sono passate da 300 milioni di dollari del 2005 a 2.500 milioni del 2007, potendosi così finanziare una serie di politiche sociali che hanno portato, oltre alla completa alfabetizzazione del Paese, ad una estensione della copertura sanitaria da 1,3 a 15,8 milioni di persone, ad un incremento delle strutture sanitarie da 434 a 966, alla realizzazione di 262.784 operazioni chirurgiche oftalmologiche, rispetto alle 1.713 del 2005, nell’ambito della “operaciòn milagro”, con il contributo del governo cubano. E’ stata poi istituita la “renta dignidad”, una pensione generalizzata per tutte le persone maggiori di 60 anni e, per i più giovani, è stata finanziata la campagna “bono juancito pinto” per la scolarizzazione di tutti i bambini boliviani, dalla prima elementare alla terza media.
Ma anche gli indicatori macroeconomici mostrano un paese in crescita che raggiunge risultati storici. Per la prima volta, dopo 60 anni, la Bolivia ha ottenuto un avanzo fiscale negli ultimi tre anni; il tasso di crescita nel 2008 ha superato il 6%; le riserve valutarie sono aumentate, rispetto alla media degli ultimi 20 anni, dell’800%, superando i 7.000 milioni di dollari; il debito estero è stato ridotto della metà rispetto alla media degli ultimi anni; sono stati costruiti, in due anni, 257 km. di infrastrutture stradali, rispetto ai 113 km. costruiti negli ultimi 40 anni prima del 2005!

Rimangono ancora tanti problemi da affrontare, tra cui forse il più importante è quello della riforma agraria. Il latifondismo è ancora oggi uno dei mali endemici dell’economia e della società boliviana, come di quella di quasi tutti i paesi latinoamericani. Un manipolo di famiglie detiene la maggior parte delle terre coltivabili, con estensioni che arrivano anche ai 300 mila ettari, spesso acquisite illegalmente e quasi sempre lasciate incolte ed improduttive. Anche se la strada da percorrere è ancora lunga, il 25 gennaio, data del referendum popolare per l’approvazione della nuova Costituzione, sarà certamente una tappa fondamentale della storia contemporanea della Bolivia. Dopo l’affrancamento dalla madre patria, ottenuto con la dichiarazione d’indipendenza del 1825, il 2008 potrebbe essere l’anno della definitiva restituzione della propria dignità e dei propri diritti alle popolazioni indigene boliviane.

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Di Il Cosmopolita il 23/01/2009 alle 00:00 | Non ci sono commenti

14/01/2009

La tragedia di Gaza: fallimento della politica?

La guerra che verrà
non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima
c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente
egualmente.
(Bertold Brecht)

“Il faut savoir émotion garder', così André Glucksmann, autore che peraltro sulla crisi in atto si trova per molti versi su posizioni distanti dalle nostre, cominciava nel 2002 il suo saggio sull’attacco alle torri gemelle. Un invito, di fronte alla manifestazione dell’orrore e dell’impensabile, a non soffocare l’emozione con la ragione, relativizzando, speculando, in ultima analisi giustificando le ragioni della violenza, ma piuttosto a lasciarsi trascinare dallo sconcerto, dall’emozione, appunto. Vogliamo adottare lo stesso atteggiamento di fronte alla tragedia di Gaza, lasciando in ombra tutti i suoi annessi di analisi geopolitiche, di riflessioni storiche e di prese di posizione ideologiche. Accettiamo il rischio di essere tacciati di ingenuità dai guru del realismo e della ragion di Stato, ma respingiamo una volta per tutte l’idea che la guerra costituisca la continuazione della politica con altri mezzi. Affermiamo che la politica una volta per tutte deve costituire la negazione della guerra con ogni mezzo. I principi etici non possono essere esclusi in alcun modo dall’azione politica reale, ed in particolare da quella diplomatica. Una diplomazia che, nell’affrontare la crisi in corso, nella migliore delle ipotesi ci appare invece confusa, incapace di prendere posizione con rapidità ed efficacia, come dimostrato dai negoziati in seno al Consiglio di Sicurezza, che ha impiegato 13 giorni per trovare un compromesso su una risoluzione che esorta ad un cessate-il-fuoco, con l’astensione della più grande potenza planetaria. Nel frattempo centinaia di uomini, donne e bambini sono morti continuano a morire sotto le bombe. Si perché, come ricorda lo stesso Glucksmann, se l’80% dei morti della prima guerra mondiale erano soldati, tale cifra è scesa al 50% con la seconda guerra mondiale e al 10% nelle guerre degli anni 90. Il restante 90% è costituito oggi proprio da quelle donne, bambini e uomini disarmati che stanno morendo anche in queste ore in Medio Oriente. Una nota di particolare demerito va rivolta poi al Governo italiano che, come ha detto giustamente Massimo D’Alema, “schierandosi con una sola delle due parti in guerra non esercita nessun ruolo efficace”. L’attuale esecutivo sembra ora prendere in considerazione un ruolo come quello svolto dal suo predecessore in occasione della guerra tra Hezbollah ed Israele nel 2006. Ancora oggi i nostri soldati nel sud del Libano imbracciano le armi per impedire che vengano depositati altri semi del conflitto, suscettibili di incendiare tutta la regione. Mentre le menti israeliane più lucide, come Abraham B. Yehoshua e Ari Folman, hanno capito che occorre finalmente affrontare in modo diverso la questione storica del rapporto con il popolo palestinese, che non verrà mai risolta solo con le armi, che anzi possono solo radicalizzare ulteriormente quelle componenti della società palestinese che già oggi rifiutano il dialogo con Israele. Sulla scia dell’emozione che proviamo in questi giorni auspichiamo quindi che sia rilanciata ogni iniziativa politica che possa contribuire a porre fine alla tragedia in corso e a ridare voce a chi, in tutto il mondo, crede ancora che sia possibile una convivenza pacifica tra tutti i popoli mediorientali.

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Di Il Cosmopolita il 14/01/2009 alle 00:00 | Non ci sono commenti

14/01/2009

La fabbrica di dinosauri

A Barrales, in Patagonia, sono stati ritrovati i dinosauri piú grandi del mondo finora scoperti. Dal 1993 al 1995 quando fu rinvenuto l’Argentinosaurus e quando il Gigantosaurus carnivoro con un enorme craneo terminó di essere analizzato, si sono succedute scoperte qualitativamente interessanti, a detta dei paleontologi che si sono avvicendati nella zona.
Il dott. Fernando Novas, direttore del Museo Argentino di Scienze Naturali del Parque Centerario sostiene che il futuro della zona é promettente, sia per i continui ritrovamenti, sia per gli investimenti che i maggiori Paesi del Mondo stanno effettuando. Los Barrales ha la sua “prima donna” nell’enorme Futalongko, lungo trentasei metri, il dinosauro piú completo del mondo con il 70% dello scheletro ritrovato. Il vero tesoro della casa peró é una mano quasi completa di un Megaraptor, munita di artigli simili a pugnali, lunghi 35 cm. In contemporanea ai ritrovamenti, in Patagonia, é nata l’industria dei dinosauri. La direttrice del museo comunale di Huincol, piccola localitá patagonica nota per i giacimenti di petrolio, ha ora una produzione importante degli antichi “mostri”. La riproduzione di un Argentinosaurus di 40 metri di lunghezza e di 10 metri di altezza, ella dichiara, richiede il lavoro di dieci persone per un periodo minimo di nove mesi.
Il costo di produzione di un Megaraptor é di 20.000 dollari, la riproduzione comporta un lungo lavoro che inizia con calchi ottenuti dai fossili originali, realizzando una base di plastilina che ricopre la metá del fossile, applicando all’altra metá che rimane esposta vari strati di gomma siliconada, uno strato di garza e uno strato di resina e al calco alcune chiavi per fissarlo al modello. Quando il tutto si essicca, si gira il calco e si scopre il fossile conenuto nella plastilina e si inizia nuovamente il procedimento. Tolto il fossile, il calco si riempie di poliuretano o di resina attraverso una fessura e si stringono le parti restanti del calco. Quando il materiale si secca si tolgono i calchi e la parte riprodotta é cosí terminata. Successivamente si procede alla pittura e all’introduzione di una barra di metallo, che servirá per unire le varie parti del fossile. Gli alti costi dei materiali vengono ammortizzati dalla riutilizzazione dei calchi che possono essere usati anche 7 o 8 volte. Un dinosauro é quotato 50.000 dollari e le richieste di duplicati provengono principalmente dagli Stati Uniti, Canada e Giappone.
Un’altra zona di ritrovamenti si situa a nord ovest di Buenos Aires nella regione di Cuyo, nei pressi della citta di Malargüe. Il Mendozasaurus, un erbivoro la cui vertebra misura 80 cm di lunghezza e 75 cm di altezza, con un collo di circa sette metri, zampe corte e robuste una lunga coda per un peso presunto di 40 tonnellate, é stato presentato dal paleontologo Bernardo Gonzalez Riga, in un recente congresso di Geologia, che ha riunito piú di 400 esperti internazionali. Le differenze con i dinosauri della provincia di Neuquen risiedono nella grandezza e nella lunghezza del collo che potrebbero indicare diverse etá nel substrato geologico. Altri ritrovamentei sono stati effettuati nella zona semidesertica al nord della cittá di Mendoza e nella zona dell’Aconcagua, luoghi di difficile accesso e nella regione della Pampa, dove la dott.ssa Ana Parra ha rinvenuto i resti di un Hagrosaurios dinosauro con un becco a papera che dimostrerebbe che nella Pampa argentina esisteva un ecosistema simile a quello di Mendoza e di Neuquen.
Le agenzie turistiche specializzate, oltre ad offrire tour classici della Patagonia, della Penisola di Valdez con l’avvistamento delle balene, le vie del vino nella regione di Cuyo, le cascate di Iguazú e le colorate montagne del nord ovest, stanno ora proponendo “L’impero del dinosauro”, per attrarre in Patagonia oltre agli esperti, anche giovani visitatori e chissá che in pochi anni, il cresciuto incoming rispetto a un’offerta turistica tanto diversificata, possa consentire al Paese di risollevarsi dalle crisi economiche che ciclicamente lo affliggono.

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Di Il Cosmopolita il 14/01/2009 alle 00:00 | Non ci sono commenti

14/01/2009

Ci salverà dall’orrore Bianca Jagger?

Lo stupefacente silenzio delle diplomazie sulle pratiche belliche israeliane è stato rotto nei giorni scorsi da una “socialite” di qualche decade fa, ovvero la un tempo famosa ex moglie di Mike Jagger, Rolling Stones. A lei è toccato l’onere di riprendere pubblicamente le osservazioni formulate ai media internazionali dal responsabile UNRWA a Gaza al momento del bombardamento di una scuola delle Nazioni Unite: l’accorato ed emozionale appello al rispetto delle Convenzioni internazionali e al lavoro delle Organizzazioni umanitarie era infatti caduto nel più cinico ed ottuso disinteresse.
E’ così toccato ad una ormai anziana ma volenterosa signora raccogliere questo richiamo disperato che ci richiama addirittura alla metà dell’Ottocento quando l’ottimismo positivista fece sì che – con Croce Rossa e via via altri strumenti – ci si ponesse il problema di circoscrivere gli effetti dela guerra tra i civili, ma anche tra i militari.
Ma, ed è questo il punto, appare ormai chiaro che la litania sul carattere “democratico” di Israele, che può liberamente sostituire Sharon con Olmert e magari promuovere al premierato il Ministro degli Esteri ed ex agente del Mossad Livni, ha definitivamente trascolorato in una assoluta impunità per quanto attiene al rispetto non solo delle Convenzioni internazionali ma anche – di quanto resta – dell’opinione pubblica mondiale che non ama vedere donne e bambini maciullati in televisione. Magari al’ora di pranzo.
Questo brutale punto è perfino più chiaro della conta dei mille morti, quasi esclusivamente civili inermi, e dei quasi quattro volte tanto feriti in nome di quella che rischia – almeno in termini di “casualties” – di essere la risposta “fuori misura” ad una poco più che puntura di spillo anche se a colpi di missili. Detto in altri termini una conta dieci ad uno, cento ad uno che ricorda altri tempi e logiche da quel “Massacro di Nanchino” attuato dall’esercito nipponico ai danni di un’intera città.
Ma non è tutto. Esiste un solo esercito al mondo – ed un solo Governo - che può ufficialmente e di forza escludere i media – ed in particolare i giornalisti – dal teatro di guerra: questo è quello che si fregia della Stella di David. Ebbene ciò è inaccettabile tanto quanto il mancato rispetto delle norme e degli usi internazionali.
L’oscuramento informativo, comunque giustificato, produce e sempre più produrrà mostri e morti. Ed allora, arrivati fin qui e proprio nel momento in cui il dibattito su un altro orrore del diritto – quello di Guantanamo – entra in una qualche fase se non decisionale almeno di esplicito ripensamento, pare giunto il momento di indagare non più sul conflitto, sulle sue ragioni e sui suoi possibili esiti, quanto sulla latitudine che è stata concessa incautamente e colpevolmente ad Israele: questa, infatti, dopo aver completamente archiviato un’epopea di riscatto che poteva godere di una qualche simpatia, ha da tempo intrapreso la via di una inaccettabile – e comunque non giustificabile – brutalità ed indifferenza verso i “diversi”.
E’ quanto si può riscontrare con una semplice passeggiata non nelle zone “calde” e contese, bensì nella stessa Gerusalemme ove gli Arabi, anche cittadini, sono trattati come esseri inferiori e disprezzabili. Non occorre ricordare come ciò sia già avvenuto, e così le decimazioni e così i massacri. Ma questa è una via che non soltanto Bianca Jagger, ma molti altri nel mondo soprattutto fuori dalle Cancellerie, non sono disponibili a ripercorrere.

ARCHIVIATO IN Pace e guerra

Di Il Cosmopolita il 14/01/2009 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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