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Post di febbraio

11/02/2009

Nuova America, vecchia Cina, vecchissima Italia?

“Il pericolo di un’America attraente”, così titola uno studio apparso in questi giorni sulla stampa nordamericana (John Lee, Center for Independent Studies, Sydney): naturalmente le vittime del “pericolo” non appaiono essere i milioni di supporter globali del neo-Presidente, ne’ – fino a prova del contrario – i dirigenti dei Paesi alleati ed amici, ne’ – tanto meno – le leadership più responsabili del mondo “non occidentale”.

Viceversa il potenziale perdente di fronte all’oggettiva offensiva di un “soft power” rinnovato ed attento ma non per questo rinunciatario nella rivendicazione di una funzione globale degli Stati Uniti viene immediatamente identificato nel gruppo dirigente della Cina che – pur essendo meno monolitico, autoritario e mandarinale di quanto non venga usualmente presentato – rimane pur sempre espressione di una logica che appare impermeabile all’assioma sviluppo economico/apertura politica. Problema questo innanzitutto cinese, ma non privo di ricadute in termini di equilibri globali; oltre che, ovviamente, in termini di capacità di aggregazione all’esterno. Anzi la constatazione che il medesimo errore fu compiuto un quarto di secolo fa dal Giappone perennemente feudale con la inevitabile conseguenza di castrarne il primato economico prima e, poi, di vanificarne l’affermazione internazionale fino in anni più recenti di condannarlo ad un declino costante ed accelerato, ebbene questa constatazione non sembra far breccia nel Partito comunista cinese.

Ma, tornando al quadro internazionale, e pur con la premessa che i megatrends ormai visibili sono più facilmente interpretabili con il ricorso ai “grandi visionari” da Napoleone ad Orwell piuttosto che alle formichine politologiche, appare molto chiaro il perchè della freddezza cinese (dei dirigenti, non dell’opinione pubblica) di fronte all’Amministrazione Obama: una freddezza che non si spiega certo con il nodo della sottovalutazione – vera e/o presunta – dello yuan (reminiscenza delle dispute nippo-statunitensi degli anni ’80 del secolo scorso), quanto con l’immediata percezione di Pechino di aver perso con l’uscita di scena di Bush il più potente oggettivo alleato. Infatti otto anni di sistematico privilegio del’opzione unilateralista e militare – sorretta da un “set” valoriale obsoleto, vuoto e ovviamente spazzato via dalla crisi globale – hanno permesso alla Cina di affermarsi non soltanto come super-Potenza asiatica ma anche di consolidare ed estendere posizioni in Africa ed America Latina: in sostanza una – quasi – potenza globale.

Il tutto proteggendo sè stessa (o la propria dirigenza) ala duplice ombra di una sostanaziale indifferenza per gli altrui regimi (esemplare il caso di Miyammar) e di una concezione secondo la quale le “tensioni vanno gestite, ma non risolte”(John Lee): di qui l’evidente incoercibile timore che la nuova Amministrazione avvii un processo di una qualche risoluzione concertata e “democratica” delle crisi e dei conflitti. Quanto ciò avvenga nel prossimo futuro è da vedersi ma la sola evocazione di una via globale di questo tipo non può che irritare gli “iperrealisti” di Pechino (e, sia detto per inciso, non solo di Pechino). In sintesi, nuova America versus vecchia Cina: un’ipotesi affascinante non fosse altro perchè spezza lo scenario – non così lontano nel futuro – di un’inaccettabile condominio a due, sinistro replay della fase conclusasi nell’89. Nel frattempo l’Amministrazione Obama prosegue il proprio difficile tentativo – interno e nella misura del possibile intrnazionale – di attenuazione e auspicata fuoriuscita dalla crisi: quanto ciòsia possibile e realistico si vedrà nei prossimi mesi. Per ora il primo segnale è quello che i vecchi parametri e – a livello internazionale – le vecchie istituzioni e concertazioni sono impari al compito.

L’assenza di messaggi significativi da Davos (forse eccezione fatta con la meritevole trasformazione volontaria – per poche ore – dei “padroni del mondo” in migranti/rifugiati attendati e ridotti allo status dell’immenso proletariato mondiale) ne è testimone. Così anche il rinvio al G20 del 2 aprile come unico foro in qualche modo rappresentativo di una molteplicità plurale che il G8 (con “invitati” da strapuntino o meno) aveva preservato “ultra vires”, e con una qualche arroganza non priva di conseguenze, sembra testimoniare di una ricerca in corso di un multilateralismo quasi fuori tempo massimo. Proprio il raffronto tra il G20 e il G8 introduce il tema di come l’Italia appaia vecchissima a fronte delle sfide vecchie ma ormai sotto gli occhi di tutti ed anche della nuove possibilità che si aprono davanti ad un almeno ipotizzabile riassetto globale: il ruolo rivendicato come Paese ospite combina ambizione scarsa di contenuti con opzioni rinascimentali affidate ad un “Italian Style” piccolo-borghese (esempio gli arredamenti sardo-globali ed altre amenità salottiere). La preparazione (con una logica forse inconsapevole da ballo del Titanic) non risulta sfiorare i nodi complessivi, tanto meno quello del ruolo del G8 che – anzi – viene difeso in nome del nostro tradizionale privilegio del “formato” (tanto più quando ci giova) rispetto alla sostanza: detto in altri termini si continua con quella che oltre cinquant’anni or sono Sir Harold Nicolson dipingeva come la tradizionale (e fondamentalmente disonesta) opzione della diplomazia italiana di ottenere da “tavoli” e “formati” ciò che ci sarebbe altrimenti precluso.

D’altro canto che i segnali siano univoci è testimoniato sia da elementi politici, che tecnici. Sui primi basta verificare l’attuale dibattito politico italiano da cui è completamente assente ogni riferimento al dramma in corso nel mondo quasi fosse cosa che non ci riguardasse; anzi eventi-spia nel nostro stesso Paese (dal collasso di ogni “vision” all’inerzia propositiva e di “governance”, fino al decadimento sociale e all’odio per il diverso, alla marcescenza della classe dirigente e alla senilità del potere giudiziario) vengono depistati su canali mediatici che ne oscurano ogni valenza. Il motto antico “Il Signore acceca quelli che vuol perdere” spiegherebbe meglio di ogni analisi politologica e/o sondaggistica. Su quelli tecnici va detto che la rinnovata attenzione planetaria all’approccio diplomatico (Dipartimento di Stato versus Pentagono o perfino gli Istituti Confucio dei Cinesi per non parlare degli Europei) si ferma alle soglie della Farnesina e della sua ormai irreversibile asfissia mitigata soltanto dagli”exploits” (costosi ed effimeri) dei salvataggi degli Italiani che – a qualunque titolo – si siano avventurati riportandone disavventure fuori del Belpaese. La recente Conferenza degli Ambasciatori d’Italia, venuti a loro spese per testimoniare del “vasto mondo” e ridotti al ruolo di comparse di un evento pre-cotto (e perciò ignorato dalla stampa) è stata un’ennesima conferma (forse voluta) della volontà obnubilatoria ed autoingannante oggi prevalente nel nostro Paese.

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 11/02/2009 alle 00:00 | Non ci sono commenti

11/02/2009

Migrazioni e vecchi fantasmi

Le violente proteste di questi giorni contro i lavoratori italiani in Inghilterra sono uno di quei corto-circuiti della globalizzazione che, se non altro, servono a farci ricordare qualcosa su di noi e sul nostro passato. Questi operai “esportati” da un’azienda siciliana per lavorare in una raffineria britannica sono, a guardarli bene, i figli di quell’esercito di nullatenenti che soltanto cinquant’anni fa – cinquanta, non 500 – sciamavano dall’Italia verso le Americhe, l’Australia, l’Europa del nord. Nipoti dei milioni di nostri connazionali che all'inizio del '900 passavano l'oceano o le Alpi per fuggire da un destino di povertà, che qualche volta facevano fortuna e qualche volta soccombevano, vittime di discriminazioni e di violenze rimosse, come una vergogna, dalla nostra storiografia nazionale. Ma fratelli, anche, di quell’immaginario idraulico polacco che pochi anni fa fece naufragare per sempre la Costituzione europea.

Così, dopo esserci ripetuti per anni che siamo diventati a tutti gli effetti un paese di immigrazione, dopo aver costruito sull’ ”emergenza clandestini” una nuova sub-cultura politica di massa, ci sorprendiamo di fronte a questa vicenda, quasi vedessimo in essa, come attraverso una lente deformante, il nostro passato dimenticato che si trasforma in presente beffardo. Poco importa, a quelli che protestano nel Lincolnshire, che questi italiani abbiano ora in tasca un passaporto dell’Unione europea e si muovano in uno spazio di libera circolazione e di cittadinanza comune. Sono loro che rubano il lavoro agli inglesi perché accettano di guadagnare di meno e dovrebbero essere semplicemente rispediti a casa. Esattamente come pensano in molti, da noi, di albanesi, marocchini e, come no, dei comunitari romeni.
Insomma, una vicenda emblematica, che ci fa toccare con mano l'inconsistenza di tanti luoghi comuni. Le migrazioni sono un fenomeno complesso, che non comincia oggi, ma ha segnato tutta la storia dell’umanità. Complesso e contraddittorio: i polacchi, prima del 2004, ancora facevano la fila davanti al nostro consolato per poter andare a raccogliere la frutta nel Triveneto per qualche settimana, ma le mele della Masovia le raccoglievano già gli ucraini e i bielorussi. I flussi dell’economia globalizzata non si prestano a facili letture e possono cambiare velocemente. Lampedusa si trasforma in pochi giorni da 'best practice' a girone dantesco ma la realtà ha sempre il vizio di essere più complessa dei nostri schemi mentali. Generalizzare le differenze e banalizzare i giudizi serve forse a prendere qualche voto o a vendere qualche copia di giornale in più, ma certo non ci aiuta a comprendere il mondo che ci circonda. E che ci lascia interdetti quando riscopriamo che l’italiano all’estero non è solo il turista o l’imprenditore di successo più o meno glamour ma, a volte, ha ancora la valigia di cartone.

ARCHIVIATO IN Globalizzazione

Di Il Cosmopolita il 11/02/2009 alle 00:00 | Non ci sono commenti

11/02/2009

Imposizioni decisioniste o regole condivise?

Mentre il mondo intero riscopre le virtù dell’intervento pubblico in economia, della coesione e della giustizia sociale e di una seria politica dei redditi come risposta alla crisi economica globale, il Governo Berlusconi è impegnato in un attacco senza precedenti alle condizioni lavorative del Pubblico impiego, abilmente preceduto ed alimentato dalla populistica e velleitaria campagna di marketing contro i fannulloni. Poco importa se non si riesce a dare risposte adeguate al problema degli, ammortizzatori sociali, se non si avvia un vero piano di sostegno ai consumi, se non si ha uno straccio di politica industriale, se non si ridistribuiscono le risorse fiscali a favore dei pensionati e dei lavoratori a reddito fisso (a parte la tanto pubblicizzata “social card” che poteva quanto meno essere fatta in una maniera non umiliante). L’importante è chiudere i contratti, mostrando “decisionismo” e non soluzioni condivise, cercando anzi di approfittare proprio della crisi per assestare un colpo possibilmente mortale al potere contrattuale, all’unità sindacale ed alle RSU.

La verità è che il Governo punta esclusivamente a ridimensionare lo stato sociale (in perfetta coerenza con i contenuti del Libro verde di Sacconi del luglio 2008) e allo stesso tempo recuperare risorse da destinare ancora una volta al sostegno della finanza e dell’impresa. Il blocco delle assunzioni e il conseguente licenziamento di migliaia di precari, i provvedimenti della Gelmini su scuola università, ricerca e Afam, l’emanazione dei primi regolamenti attuativi relativi alla scuola, la legge 133/2008 che toglie diritti ai lavoratori e taglia drasticamente le risorse in tutti i comparti della conoscenza, la firma separata dell’Accordo quadro per il rinnovo del contratto del Pubblico impiego e gli accordi separati dei contratti nazionali dei ministeri, agenzie fiscali, enti pubblici non economici, sanità privata, scuola e università e per ultima l’intesa sulle nuove regole contrattuali, senza la firma della CGIL, che sancisce l’indebolimento del contratto nazionale, la riduzione delle retribuzioni e il drastico ridimensionamento del potere contrattuale del sindacato e delle RSU, evidenziano il tentativo di mortificare la funzione e la dignità dei dipendenti pubblici per poter privatizzare i beni comuni. Il via libera definitivo al contratto dei ministeri e della scuola, per il biennio economico 2008-2009 è arrivato lo scorso 23 gennaio con la stipula, dopo il parere favorevole del governo e della Corte dei Conti, avvenuta all'Aran di un accordo “sperimentale” per i prossimi quattro anni, e che racchiude in 19 punti le nuove regole della contrattazione collettiva, che sostituiscono l'accordo siglato nel 1993 dal governo presieduto allora da Carlo Azeglio Ciampi.

Le maggiori innovazioni prevedono che il contratto collettivo nazionale di lavoro di categoria avrà durata triennale, tanto per la parte economica che per quella normativa. Per quanto riguarda la dinamica degli effetti economici sugli aumenti salariali, si stabilisce di individuare un indicatore della crescita dei prezzi al consumo assumendo (in sostituzione del tasso di inflazione programmata) un nuovo indice previsionale costruito su base europea. Il più grande sindacato italiano è clamorosamente rimasto fuori da quella che è nei fatti la nuova costituzione per le relazioni sindacali. Una situazione che non ha precedenti e che - come sostiene Guglielmo Epifani - è molto più grave delle rotture dell'84 sulla scala mobile e del 2001 sul “patto per l' Italia'. Va infatti ricordato che la CISL e la UIL, nel mese di maggio del 2008, avevano sottoscritto con la CGIL un accordo che prevedeva di sottoporre a referendum i contratti del pubblico impiego, prevedendo il coinvolgimento dei lavoratori, perché sono sempre stati i lavoratori ad approvare le piattaforme e perché sarebbe grave l’abbandono del carattere vincolante di un fondamentale strumento di democrazia. In mancanza di un esplicito sostegno dei lavoratori, la CGIL ha quindi deciso di non firmare un accordo che prevede:
- stanziamenti per il rinnovo del CCNL del 2008 che equivalgono a 40 euro medi per i lavoratori statali (nei due precedenti bienni, con una inflazione che era la metà dell’attuale si ottennero aumenti medi di 101 e 105 euro) non garantendo il potere di acquisto delle retribuzioni (3,2% per due anni, a fronte di un’inflazione reale che, per il solo 2008, si è attestata al 3,3%);
- 8 euro mensili di vacanza contrattuale per il 2008 senza alcun recupero del salario accessorio (FUA) tolto dal governo a partire dal 2009 (da 80 a 250 euro in meno per tutti i lavoratori dei comparti pubblici);
- la condanna al licenziamento di 57.000 precari;
- nessuna modifica delle norme contenute nella legge 133 (Brunetta-Tremonti) sul pubblico impiego che di fatto riducono il diritto alla contrattazione nei settori pubblici e la facoltà di indire scioperi da parte delle organizzazioni sindacali;
- una implicita rinuncia al contratto per il biennio 2010/2011, prevedendo sola la vacanza contrattuale.

Ma c'è di più: l’accordo contiene un'idea di derogabilità del contratto nazionale tutta in negativo e un'interpretazione del diritto di sciopero gravemente lesiva del dettato costituzionale, perché si fa stabilire alle parti sociali chi ha diritto a proclamare lo sciopero e chi no. Il futuro stesso dei servizi viene messo in discussione dalle politiche dei tagli del governo, non solo da un punto di vista finanziario e gestionale ma anche e soprattutto da una filosofia improntata allo smantellamento delle strutture, non compensato da alcun progetto concreto di rilancio, di ammodernamento e di maggiore efficienza. La Funzione Pubblica della CGIL ha proclamato, unitamente alla Federazione metalmeccanici, uno sciopero per il 13 febbraio, per denunciare questa grave prospettiva ed evidenziare che le scelte economiche del governo non danno le garanzie che servono ai lavoratori per fronteggiare la crisi. Appare del tutto incomprensibile, oltre che molto preoccupante, il comportamento di Cisl e Uil, visto che i due sindacati hanno accolto un accordo identico a quello che avevano già rifiutato mesi fa e contro il quale avevano organizzato iniziative di sciopero e protesta. Non c'è alcuna ragione per comprendere, né tantomeno condividere tale scelta, a meno che non sia legata al tentativo di isolare la Cgil rendendo il governo più forte e legittimato.

Il ministro del Welfare Maurizio Sacconi, in relazione alle motivazioni del no della CGIL ha dichiarato: “L’ultima volta che la Cgil e il partito comunista dissero che volevano una politica industriale era la fine degli anni ’70 quando avevano un’influenza ed imposero una linea che voleva la sparizione del sistema moda, dell’arredo, di tutti quei settori che definivano allora maturi e che poi in realtà erano e sono ancora grande motivo di crescita dell’economia”. Per Sacconi, il fatto che sia stato rinnovato il contratto del pubblico impiego senza la Cgil, “conferma un’antistorica posizione” del sindacato di Corso Italia “ancorata ad un vecchio approccio ideologico che si isola dalle altre organizzazioni sindacali e da larga parte dei lavoratori”. Le dichiarazioni dei leaders degli altri due principali Sindacati non appaiono molto distanti da quelle del Governo: Luigi Angeletti prospetta un futuro fosco per la CGIL richiamando analogie con la storia della Cgt francese: “Un sindacato forte - ha detto il leader della Uil - finché ha firmato accordi, ma che da quando si è messo solo a manifestare sventolando qualche bandiera è diventato un sindacato assolutamente marginale'. Il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, ha invece commentato così la mancata firma della Cgil: “Ognuno di noi vorrebbe di più, ma bisogna saper soppesare le situazioni, il contesto”

ARCHIVIATO IN Sindacale

Di Il Cosmopolita il 11/02/2009 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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