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Post di marzo

18/03/2009

G20 ed eccezione italiana.

L’incontro G20 a livello Ministri delle Finanze tenutosi lo scorso week end ad Horsham in Gran Bretagna in preparazione del “summit” dei 20 del 2 aprile a Londra non ha avuto certamente il merito di indicare una via consensuale tra i Paesi membri (che, per quanto eterogenei totalizzano pur sempre oltre l’80% dell’economia mondiale) per uscire dalll’emergenza, ma è servito a chiarire come il percorso rimanga tutt’altro che definito e che, pertanto, la tanto attesa scadenza dei colloqui londinesi sarà anch’essa destinata a confermare che a problemi globali non corrisponde affatto una risposta globale.

Premesso che una felice sintesi dello “stato dell’arte” è già stata data ad Horsham dal Segretario Generale del’OCSE Gurria (un’Organizzazione sopravvissuta a sé stessa ed evidentemente tanto in cerca di “concept” che di un “format” adeguato ai tempi, eppure non priva di intelligenza critica): “Non c’è un apriti sesamo. Non si parla di conigli da tirar fuori dai cappelli”. Insomma più che uno slogan incoraggiante, un epitaffio per un esercizio avanzato forse nei media e tra gli scholars, ma ancora in fieri tra i Governi.

Dunque premesso tutto ciò e constatato che l’arretratezza nel formarsi di un qualsivoglia consenso e/o compromesso, resta assai aperto lo spazio per l’esercizio (che seguiremo dappresso) affidato alla scadenza che seguirà a quella di Londra, ovvero il Vertice G8 della Maddalena (l’isola, naturalmente) a Presidenza italiana e anch’esso destinato a geometrie assai allargate quantunque ancora indefinite. Ed in quell’occasione la sincronia tra l’inevitabile accentuarsi della crisi e gli interventi correttivi in atto e quelli da realizzarsi congiuntamente offrirà nuovo terreno di verifica. Anzi recenti accenni della stampa internazionale offrirebbero – proprio contestualmente alla Maddalena – un ancor piu’ allargato terreno di confronto: quello – se ci si passa l’irriverenza – tra Benedetto XVI e Barack Obama che potrebbero incontrarsi grazie alla venuta, obbligata, del neo-Presidente statunitense in Italia.

Tornando al nostro specifico, va tuttavia constatato come la Ministeriale di Horsham ha riportato un concreto risultato e cioè quello di chiarire come vadano definendosi una serie di piattaforme – in parte alternative – per gli interventi sovranazionali o comunque assunti in tale chiave: qui – come era da prevedersi e come è già accaduto nel passato – il confronto è tra Paesi “congiunturalisti” e Paesi “strutturalisti”, ovvero tra Governi che in prima istanza patrocinano interventi quantitativi (del tipo, per intenderci, di quelli già singolarmente adottati) e Governi che dalla crisi vorrebbero uscire con più ampie riforme strutturali (a partire da quella – da sempre reclamata – di una incisiva ridefinizione di ruolo, risorse, posti di comando) soprattutto nelle Istituzioni Finanziarie internazionali, FMI e Banca Mondiale. Il tutto condito da non convergenti indicazioni sulle politiche di rilancio.

Tutto ciò non bastasse – e nell’attesa della definizione di un itinerario condiviso – riaffiorano (con buona pace di alcuni decenni di negoziati commerciali e dell’esistenza del WTO) inevitabili processi di segno protezionista come pure crescenti polemiche sui tassi di cambio e – per connessione – diatribe sulle altrui politiche fiscali e di bilancio. In breve un guazzabuglio che non sarà facile dipanare e che l’aggravarsi della crisi e la divergenza tra le risposte nazionali interne non mancheranno di aggravare.

Sic stantibus rebus e nell’attesa del prossimo traguardo di tappa, qualche parola va spesa ancora una volta sul nostro Paese che, almeno dall’immagine che se ne ricava dai media, sembra miracolosamente immune dalla bufera globale: ormai assenti dal dibattito i lavoratori organizzati (per non parlare di quelli atomizzati del precariato), le sole voci che reclamano attenzioni governative dedicate sono quelle degli imprenditori che – ormai definitivamente orfani dell’ossigeno delle svalutazioni cicliche – premono per maggiori sostegni e defiscalizzazioni: il resto dello Stivale e dei suoi felici abitanti, dopo essersi rallegrato che l’arretratezza del sistema bancario ci abbia risparmiato il peggio della prima crisi, assiste con abulia e forse masochistico compiacimento ad un alternarsi di ottimismo e pessimismo, i Ponti sullo Stretto del Primo Ministro ed i catastrofismi escatologici e, dunque, apparentemente, privi di impatto sulla quotidianità di ciascuno del suo Ministro delle Finanze.

Ma su tutto ciò torneremo e, per intanto, mentre gli analisti internazionali notano come l’Europa – apparentemente “vaso di coccio” tra Stati Uniti ed emergenza asiatica – in realtà goda del vantaggio comparativo del proprio “storico” welfare, a noi spetta il primato di aver autarchicamente realizzato un “soma” - la droga auto-tranquillizzante vaticinata gia’ cinquant’anni or sono dal “Brave New World” di Huxley, che consiste in polvere bianca per gli “happy few” ed in illusioni teletrasmesse per le maggioranze ormai non piu’ silenziose. Se ci salverà, lo vedremo nei mesi a venire.

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 18/03/2009 alle 00:00 | Non ci sono commenti

18/03/2009

Grandinata di pietre

Un chicco di grandine nella regione di Cuyo, al di sotto della Cordigliera delle Ande, ha la dimensione di un’arancia. Facile immaginare dunque i danni alle persone e alle colture quando, in estate, il fenomeno é maggiormente frequente. I metereologi argentini spiegano il processo di formazione di una nuvola di grandine; le alte temperature si accumulano - l’aria calda sale in correnti verticali di 400 km l’ora - con un elevato tasso di umiditá nella cappa inferiore dell’atmosfera e il raffreddamento repentino della temperatura tra i 5.000 e gli 8.000 metri di altezza, in 12/15’ minuti forma la nuvola di grandine che nella sua fase finale precipita.

Uno studio realizzato anni orsono nel Paese rilevó che sono circa 25, le tormente annuali che affliggono la regione e che la percentuale di grandinate é del 12,45%, mentre in Russia raggiungono il 3% e in Cina si aggirano attorno al 3% , 6%. Il sistema “antigrandine” - messo a punto da oltre vent’anni, ad imitazione della via friulana al problema - fa ancora oggi discutere, per i costi elevati e gli scarsi risultati ottenuti. Esso consiste nel lanciare proiettili da terra che spargendo una soluzione di ioduro d’argento all’interno della nuvola consentono di diminuire la grandezza del chicco di grandine. Attraverso l’allerta dell’operatore di turno del radar, il sistema viene attivato rapidamente. Un’alternativa piu onerosa è il lancio di proiettili e di bengala da aerei che si “tuffano” direttamente nelle nuvole.

Il governo nazionale ha speso negli ultimi vent’anni centinaia di milioni di pesos per finanziare un sistema che lascia molti dubbi. Attualmente oltre al lancio dei proiettili da terra, importati verosimilmente dalla Bulgaria, viene adottata una rete di copertura delle colture, la stessa che si usava in Italia negli anni ’60. Le reti proteggono migliaia di ettari di vigneto, di coltivazioni di pesche, prugne, pere, e ulivi. Il costo della rete “antigrandine modello inglese” é di circa 9.000 dollari l’ettaro. A completamento delle misure di protezione dal fenomeno metereologico le compagnie di assicurazione stipulano polizze di risarcimento appetibili e a costi contenuti. In questi ultimi giorni molti media aprono con la notizia dell’autenticitá dei proiettili importati. Si vocifera infatti che sia stata armata una mega truffa ai danni dello Stato, spacciando i proiettili autoctoni per bulgari. La corte indaga, le pietre di grandine si succedono con scontertante frequenza e i mendozini continuano a lamentarsi.

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Di Il Cosmopolita il 18/03/2009 alle 00:00 | Non ci sono commenti

18/03/2009

Anwar As-Sadat

Nel 1970 muore Garnmal Abd-El Nasr, il carismatico Presidente egiziano e leader del nazionalismo arabo. Acclamato di nuovo come Presidente dalla popolazione malgrado l'Egitto avesse subito la sconfitta nella Guerra dei sei -giorni (1967) e perduto il Sinai. Gli succede, in quanto Vice Presidente, Anwar As-Sadat, che manca apparentemente del carisma del predecessore. Tutti, compresi gli egiziani, lo ritengono una figura di transizione in attesa di un nuovo e carismatico Raìs. Egli ha di sé - sostiene chi crede di conoscerlo bene - una visione che oscilla da Napoleone Nehru: metà condottiero e metà uomo di grandi visioni terzomondiste non allineate. Abba Eban, Ministro degli Esteri di Israele, non gli dà eccessivo credito. D'altronde - scrive - 'gli arabi non perdono mai un'occasione di perdere un'occasione di fare pace'.

Nel 1971 Sadat si convince che solo una guerra può smuovere le acque e attirare l'attenzione degli Stati Uniti mentre sono impegnati in Vietnam. I rapporti gia difficili coi sovietici precipitano. Il tentativo di golpe da loro ordito contro Sadat è l'ultimo atto: essi sono mandati via nel 1972. In effetti - ricostruisce Boutros Ghali - si riteneva che solo gli USA potessero risolvere la questione e l'allontanamento dei sovietici era il viatico per l'avvicinamento agli americani.

Nel 1973 Re Hussein avverte segretamente Golda Meir di manovre militari siriane, ma non è creduto in base al radicato pregiudizio. confortato dal Mossad, che semplicemente gli arabi 'non fossero capaci di farlo'. Kissinger neppure ci crede: 'Consideravamo Sadat un buffone, un pagliaccio. Io lo vedevo come un personaggio dell'Aida'. Scoppia la Guerra dello Yom Kippur e coglie gli israeliani impreparati. Le vicende della Guerra sono poi tali che Israele ribalta le sorti iniziali e arriva a minacciare da vicino Cairo e Damasco. Gli americani, pressati dai sovietici, esigono il cessate il fuoco mentre le posizioni sono incerte.

Sadat vuole uscire dalla strettoia di una vittoria non dichiarata e di una sconfitta non subita. All'Assemblea nazionale egiziana annuncia che e pronto ad andare ovunque, anche a casa del nemico, per raggiungere la pace. Si pensa alla retorica di un leader avvezzo all'enfasi. Non gli si dà credito. Chi gli crede cerca di scoraggiarlo ricordando l'assassinio di Re Abdallah a Gerusalemme dopo un primo contatto cogli israeliani. Begin lo prende sul serio, confortato dal Cancelliere austriaco Bruno Kreisky, ebreo e amico degli arabi. Lo invita ufficialmente a Gerusalemme. Il Ministro Esteri di Sadat si dimette per non accompagnarlo a Gerusalemme. Mubarak, Vice di Sadat, annuncia a Boutros Ghali che sarà nominato Ministro Esteri ad interim. Solo un copto come Boutros Ghali - commenta malevola la stampa - può fare quello che un musulmano non farebbe: accompagnare il Presidente in una missione che ha quasi del blasfemo.

Novembre 1977. Il viaggio da Cairo a Tel Aviv è stranamente breve. All'aeroporto la folla plaudente e i giornalisti smentiscono i timori della vigilia. Alcuni giornali israeliani, che hanno evidentemente letto l'Iliade, temono che il viaggio sia una tragica finzione: l'aereo presidenziale non porta la delegazione ufficiale ma orde di sicari che spareranno sulla leadership israeliana in attesa ai piedi della scaletta. Il tragitto da Tel Aviv a Gerusalemme è anch'esso breve ma rischia di divenire pesante per chi come Boutros Ghali e Dayan siedono accanto nell'angustia dell'automobile. Di cosa conversare - si chiede Boutros Ghali. Trovano un interesse comune nell'archeologia.

Il discorso di Sadat alla Knesset è duro. Vuole le terre occupate dagli israeliani ma con la fierezza di chi ha saputo combattere e (quasi) vincere smentendo il luogo comune che vuole gli arabi sempre perdenti. Weizmann, il Ministro della Difesa. manda un bigliettino a Rabin: prepariamoci a mobilitare i riservisti. Begin risponde in maniera piatta elencando dettagli su dettagli quasi ad offuscare il senso storico della visita. Il banchetto della sera è glaciale. Sadat e Begin, l'uno accanto all'altro, non si rivolgono la parola. Bisogna salvare la serata. A fine pranzo, davanti ad un whisky, si appartano Boutros Ghali. Weizmann e pochi altri, ma non Dayan che è ritenuto scostante e lunatico.

Weizmann e stato al Cairo nella seconda guerra mondiale come pilota della RAF. Serba il ricordo di una città divertente e cosmopolita. Ora non e più così - gli risponde Boutros Ghali - i contadini lasciano le campagne per la megalopoli, aumentano la povertà e il sottosviluppo, la pace serve a concentrarsi sulla crescita economica. Weizmann. ironico e ottimista, diventa l'interlocutore preferito da Sadat che lo ritiene l'unico israeliano con cui si possa trattare: 'Weizmann non può essere ebreo, è il mio fratello minore'. Begin invece - scrive Carter - aveva 'un che di vecchia Polonia, cortese, cavalleresco, ossequioso, ma intransigente custode del futuro del popolo eletto'.

Il viaggio a Gerusalemme smuove le acque. Gli americani entrano in gioco con l'autorità del Presidente Carter, che convoca le parti a Camp David per una trattativa estenuante. La firma degli accordi avviene alla Casa Bianca. Il risultato principale e che l'Egitto riceverà indietro il Sinai, che i paesi si riconosceranno reciprocamente e si scambieranno gli ambasciatori. Passa il principio dello scambio terra contro pace. La pista palestinese e per un futuro imprecisato. La pista siriana non è neppure evocata.

Sadat è festeggiato al Cairo come il vincitore - così si crede - della Guerra del Kippur e come il vincitore della pace senza guerra. Ma percepisce subito l'isolamento in seno al mondo arabo. Da Washington fa uno scalo programmato a Rabat, dove dovrebbero attenderlo Hassan e Hussein per un comunicato congiunto sulla pace. Hussein è dissuaso dai britannici: 'meglio non andare. rammenta il vecchio Abdallah'. Hassan riceve Sadat ma ostenta distacco e non dirama il comunicato congiunto.

Begin è accolto a Gerusalemme con freddezza avendo rotto il tabù della ininterrotta crescita territoriale dello Stato di Israele. I coloni nel Sinai protestano e ricevono la solidarietà dei coloni delle altre terre occupate, che temono di essere sfrattati a fronte di altre cessioni. L'Accademia di Oslo conferisce il Premio Nobel per la pace a Begin e Sadat. Questi non lo ritira di persona, irritato di essere messo sullo stesso piano di un interlocutore difficile e riottoso come Begin.

Al di là del calore ufficiale, neanche in patria si perdona a Sadat la provocazione del viaggio in Israele e del riconoscimento della 'entità sionista'. Non gli si perdona neppure la durezza, ereditata da Nasr, nei confronti dei Fratelli Musulmani. E' la cronaca di una morte annunciata, il bellissimo titolo del libro che Gabriel Garcia Marquez pubblica lo stesso anno, il 1981, in cLri Sadat perisce in un attentato. Gli succede il Vice, Hosni Mubarak, ancora oggi Presidente di Egitto.

ARCHIVIATO IN Interventi e iniziative

Di Il Cosmopolita il 18/03/2009 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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