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Post di luglio

01/07/2009

G8, illusionismo e Farnesina.

Ad una settimana dal G8 dell’Aquila e mentre il Primo Ministro italiano – in occasione della presentazione del Vertice medesimo – annuncia che il suo Governo “è il più stabile e sicuro di tutto l’Occidente”, appare legittimo formulare qualche considerazione sul come si sia arrivati a questa scadenza e cosa ci sia da aspettarsi soprattutto per il nostro Paese.

Lasciata da parte la premessa sulla tenuta del Gabinetto e del suo Presidente su cui gravano tutte le incognite sottolineate nelle ultime settimane dalla stampa internazionale, un primo bilancio è certamente possibile. La Farnesina ne esce con un bilancio tecnico positivo tenuto conto del doppio vincolo entro il quale si è dovuta muovere: il moltiplicarsi di scadenze, la proliferazione di incontri, i ripensamenti, gli allargamenti, le fantasiosità formali da una parte e, dall’altra, la difficilmente contestabile assenza di una visione minimamente articolata e finalizzata.

Quest’ultimo punto discende da un humus strutturale ormai esaurito (finita l’epoca dell’incontro al caminetto tra Grandi che non lo sono più o lo sono in condominio con altri assenti e/o invitati “al caffè”) ma anche da una opzione tutta italiana di non accontentarsi più dei vantaggi “da formato” (secondo un consolidato copione un po’ miserello ma privo di incognite) bensì di trasferire le ormai acclarate caratteristiche illusionistiche della politica nazionale alla scena internazionale. Di qui irruzioni a sorpresa a riunioni come la Ministeriale NATO di Corfù con “notizie” dell’ultima ora raccolte dalla viva voce del russo Medvedev, visite di Stato – date e ricevute – quali quelle di Gheddafi e dell’Organizzazione dell’Unità africana e via improvvisando secondo un copione scandito su ritmi sempre più accelerati e sempre più inconsistenti. Chiaro che questa frenesia – del tutto incompatibile con le dinamiche reali delle relazioni internazionali – impone uno stress su una struttura la cui inadeguatezza, assoluta e comparativa, è da tempo nota e non ha trovato fin qui il benchè minimo riscontro. E, dunque, lodevole anche se del tutto gregario, il supporto fornito dalla diplomazia italiana: per essere più chiari ciò a cui abbiamo assistito è un po’ come quelle battaglie condotte per onore di bandiera in cui le truppe rimaste sono inevitabilmente destinate a lanciare l’”ultimo hurrah” e naturalmente a svanire nei titoli di coda.

Purtroppo però a questa benevola interpretazione se ne può aggiungere una più maliziosa ma forse più vicina al vero (secondo il detto di un rimarchevole ex Ministro degli Esteri quale Andreotti “a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca”). In sostanza la seguente: considerata la difficoltà di ripristinare l’antico prestigio di pensiero ed operativo della diplomazia italiana – quello del tempo in cui la Farnesina esercitava un ruolo comparabile alla Banca d’Italia – meglio “attaccare il carro dove vuole il padrone”, ovvero trasferire – o lasciar trasferire – i “successi” virtuali della politica interna a quella internazionale.

Superato così di un balzo lo storico iato tra noi e il mondo, ovvero la tradizionale prudente separatezza di una politica estera vissuta come un dato acquisito a cui conformarsi operando solo gli aggiustamenti di volta in volta realisticamente consentiti, si è passati ad un protagonismo virtuale – quasi “futuristico” – in cui non esiste più limite ai desideri e alle fantasie. Nel frattempo mentre – ad esempio – la Francia di Sarkozy procedeva ad una nuova riformulazione di tutto l’apparato diplomatico (Commissione Schweitzer/Juppè, “Un Ministere en muovement”) i dirigenti della Farnesina proponevano la chiusura di una mezza dozzina di Consolati per risparmiare due lirette suscitando l’indifferenza generale nonchè la prevedibile ira sindacale (più che motivata per l’assenza di una proposta complessiva) ma soprattutto preservando una struttura che riflette, più che il post 1989, l’assetto delle Potenze tra le due Guerre mondiali del secolo scorso e ci si dimentica del necessario aggiornamento al mutato scenario geopolitico mondiale.

Così, mentre le risorse operative della struttura diplomatico-consolare sono ormai di solo un paio di punti sopra lo zero per cento, il “gestore della rete” può - in fondo legittimamente – rallegrarsi della sintonia con l’illusionismo che è assurto a “vision” dell’Italia nell’epoca non solo di Obama ma dei Cinesi che reclamano il rilancio dei Diritti speciali di prelievo a fronte della – dubbia – supremazia del dollaro. Anzi il deficit propositivo ed operativo della Farnesina cerca un surrogato (del tutto all’altezza dei nostri tristi tempi) in fantasiose esercitazioni da trasferire – a guisa ed in sostituto di istruzioni e riscontri – alla periferia diplomatica: le periodiche comunicazioni “verbatim”, “globus”, “in medias res”, “forma mentis”, “a latere” non sono invenzioni satiriche ma, appunto, l’illusionistica forma in cui tale vuoto si camuffa. Scritti raccogliticci e apparentemente tecnocratici che da Roma (sui cui colli fatali evidentemente si scrive in latino, omaggio ai tempi neo-imperiali) vengono inviati nelle remote provincie a legati il cui compito residuo è evidentemente la sola propagazione di un messaggio ondivago e che, verosimilmente, molto poco porterà agli interessi nazionali e all’orizzonte internazionale.

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 01/07/2009 alle 00:00 | Non ci sono commenti

01/07/2009

Argentina: la sicurezza che non c’è

Nel 2008, i reati resi pubblici in Argentina sono stati 1.400.000, il 15% in piú rispetto al 2006, anno in cui le denunce ammontavano a 1.224.293. Ogni ora, sono 157 i reati commessi nel Paese; tali cifre fanno sí che la mancanza di sicurezza, non sia solamente una sensazione ma una battaglia quotidiana, per evitare di essere coinvolti in qualcosa di molto spiacevole. Il record delittivo spetta a Buenos Aires e al Conurbano bonarense, seguito da Mendoza, Santa Fe e Cordoba.

Le attivitá delittive, secondo l’ex ministro della Sicurezza Leon Arslanian sono commesse per la maggior parte da persone che non trovano soluzioni alla propria situazione socioeconomica. I 6,8 omicidi commessi per 100.000 abitanti non sembrano eccessivi se confrontati con i dati regionali, essi infatti sono cinque volte inferiori ai dati brasiliani e venezuelani, di due volte inferiori a quelli colombiani e leggermente superiori a quelli cileni e uruguaiani. In Argentina le reazioni dei ministri che si sono succeduti, da Cafiero a Rico, sono state spasmodiche, dettate dagli stimoli dell’opinione pubblica in cerca di sicurezza peró nessuno finora é riuscito nell’intento di risolvere la questione. Probabilmente - dicono in molti - la responsabilitá non é solamente dei ministri. Certamente l’interpretazione progressista che vede la mancanza di sicurezza come un sottoprodotto automatico della povertà, pur nella sua correttezza, non ha saputo produrre soluzioni concrete, lasciando alla destra la possibilità di gesitire risposte, tanto demagogiche quanto sbagliate, quali piú polizia, maggiori pene e piú carcere: armi che circolano liberamente e minorenni dal grilletto facile che sanno di rimanere impuniti anche se colti sul fatto, ne sono la consegueza diretta, destinata, peraltro, ad aggravare il problema.

Attualmente nel Paese esistono due poliziotti privati per un poliziotto pubblico, per un totale di 200.000 uomini, di cui 150.000 lavorano per imprese di sicurezza privata registrate e 50.000 lavorano in nero. La sensazione di essere abbandonati a se stessi per le strade argentine, a piedi o in auto é molto forte; le regole sono ben chiare, non prendere taxi senza autoradio, non fermarsi ai semafori oltre le otto di sera, non dare nell’occhio, cercando di vestire come la gente comune, controllare prima di enrare in garage se qualcuno stia facendo il palo, circondare appartamenti e case di cancelli, fili spinati, allarmi, sicurezza privata e telecamere. Non ririrare soldi per strada ma contrattare con le banche un posto riservato, all’interno dell’istituto, dove effettuare l’operazione. Dopo l’imbrunire non camminare a piedi e mai in luoghi poco frequentati. “Che, que macana”!

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Di Il Cosmopolita il 01/07/2009 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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