Archivio

settembre 2017 luglio 2017 maggio 2017 marzo 2017 dicembre 2016 ottobre 2016 luglio 2016 maggio 2016 febbraio 2016 gennaio 2016 dicembre 2015 novembre 2015 ottobre 2015 settembre 2015 luglio 2015 aprile 2015 marzo 2015 febbraio 2015 gennaio 2015 dicembre 2014 novembre 2014 ottobre 2014 settembre 2014 agosto 2014 luglio 2014 giugno 2014 aprile 2014 marzo 2014 febbraio 2014 gennaio 2014 dicembre 2013 novembre 2013 ottobre 2013 settembre 2013 agosto 2013 luglio 2013 giugno 2013 maggio 2013 aprile 2013 marzo 2013 febbraio 2013 gennaio 2013 dicembre 2012 novembre 2012 ottobre 2012 settembre 2012 agosto 2012 luglio 2012 giugno 2012 maggio 2012 aprile 2012 marzo 2012 febbraio 2012 gennaio 2012 dicembre 2011 novembre 2011 ottobre 2011 settembre 2011 agosto 2011 giugno 2011 maggio 2011 aprile 2011 marzo 2011 febbraio 2011 gennaio 2011 dicembre 2010 novembre 2010 ottobre 2010 settembre 2010 luglio 2010 giugno 2010 maggio 2010 aprile 2010 marzo 2010 febbraio 2010 gennaio 2010 dicembre 2009 novembre 2009 settembre 2009 luglio 2009 aprile 2009 marzo 2009 febbraio 2009 gennaio 2009 dicembre 2008 novembre 2008 ottobre 2008 settembre 2008 agosto 2008 luglio 2008 giugno 2008 maggio 2008 aprile 2008 marzo 2008 febbraio 2008 gennaio 2008 dicembre 2007 novembre 2007 ottobre 2007 luglio 2007 giugno 2007 maggio 2007 marzo 2007 gennaio 2007 dicembre 2006 novembre 2006 ottobre 2006 settembre 2006 luglio 2006 giugno 2006 maggio 2006 aprile 2006 marzo 2006 febbraio 2006 gennaio 2006 dicembre 2005 novembre 2005 ottobre 2005 settembre 2005 agosto 2005 luglio 2005 giugno 2005 maggio 2005 aprile 2005 marzo 2005 febbraio 2005 gennaio 2005 dicembre 2004 novembre 2004 ottobre 2004 settembre 2004 agosto 2004 luglio 2004 giugno 2004 maggio 2004 aprile 2004 marzo 2004 febbraio 2004 gennaio 2004 dicembre 2003

Post di settembre

17/09/2009

Italia e Italietta

Stefano Silvestri sulla rivista on line dell’Istituto Affari Internazionali riapre il dibattito (“Il dibattito! Il dibattito!”) sulla politica estera dell’Italia e ripropone l’eterno dilemma fra Italia e Italietta. Ovvero, per dirla in maniera scientificamente corretta, se l’Italia si debba acconciare al ruolo di piccola – media potenza o possa continuare a sedere fra i Grandi della Terra. Negli anni i Grandi, dai 5 originari, sono arrivati a 8 e 14 e 40, in un crescendo di formati e configurazioni tematiche che non conosce limiti. La presidenza italiana ha incoraggiato la crescita convocando il G 8 delle donne e il G 8 dell’agricoltura e…

In verità tutta la diplomazia multilaterale ama giocare coi numeri. Mentre il G 5 – 7 si dilatava, l’Unione europea inglobava di colpo 12 nuovi stati membri e avviava negoziati con altri 2 lasciando alla porta altri 3. Alla fine lo scenario del multilateralismo cambierà e non necessariamente verso l’efficacia che molti propugnano come antidoto al vecchio unilateralismo americano. Le organizzazioni regionali somiglieranno a organizzazioni universali su scala ridotta; i vertici somiglieranno a organizzazioni multiregionali. Silvestri critica l’idea di Carlo Maria Santoro, compianto diplomatico e studioso delle relazioni internazionali, che assegna all’Italia il ruolo di media potenza, che può fare politica estera essenzialmente negli interstizi della haute politique.

Il dibattito, certo non originale, cade nel momento in cui la politica estera italiana pare difficilmente classificabile come sistema. D’accordo: la cifra comune è che non dobbiamo rassegnarci al ruolo di piccola – media potenza. Dobbiamo pensare in grande e guardare anzitutto al multilateralismo. Il nazionalismo è un pericoloso paradosso: “un piano inclinato” alla fine del quale è il ripiegamento. D’accordo pure a cercare la chiave del rilancio in Europa, dove non possiamo giocare di rimessa. D’accordo infine che l’Italia deve darsi una politica estera all’altezza delle sfide della modernità. Sfide che discendono dalla globalizzazione incontrollata e dalle corrispondenti frammentazioni nazionalistiche e protezionistiche. E le frammentazioni diminuiscono la nostra sicurezza, da quella fisica a quella finanziaria.

E fin qui tutto o quasi è chiaro. Sul piano teorico. Il problema sta nella risposta politica che l’Italia cerca di dare all’esigenza di dotarsi di una politica estera efficace. La risposta politica è generalmente flebile, in un sospetto accordo bipartisan. Non ne discute la maggioranza, se non per riscoprire il diritto di veto in sede europea e per gridare al complotto internazionale contro di noi (perché siamo “anticolonialisti”?). Non ne discute la platea PD, e neppure IDV e UDC, che al solito hanno utilizzato le europee 2009 per contarsi a vicenda anziché per contare. L’altro problema sta nella strumentazione della politica estera. Il fatto che a svolgerla siano anche vari attori estranei ai quadri istituzionali, mette in difficoltà i soggetti tradizionali. I Ministeri degli Esteri cedono il passo agli uffici dei Presidenti e dei Primi Ministri in un processo di verticalizzazione del multilateralismo che risponde meglio alle esigenze mediatiche: i Capi “bucano” il video. Cedono anche di più a soggetti non istituzionali: le solite multinazionali, ma anche le banche d’affari per non parlare delle varie criminalità organizzate. La Farnesina si affligge perché perde peso, ma sappia che si trova in numerosa compagnia.

L’ambizione italiana alla tranquillità e al risparmio ha un prezzo. “Niente più Italia negli eventuali direttori europei e un ruolo molto più ridotto anche nelle istituzioni internazionali” – conclude Silvestri. Sull’Afghanistan il passo all’ONU di Francia, Germania e Regno Unito, passo che esclude l’Italia che pure a Kabul pensa di contare, sembra dargli ragione.

ARCHIVIATO IN Farnesina

Di Il Cosmopolita il 17/09/2009 alle 00:00 | Non ci sono commenti

17/09/2009

La crisi alla vigilia del G20 di Pittsburgh

Mentre la crisi globale continua a registrare qualche miglioramento in alcuni indicatori (vedremo oltre quali...), il meccanismo di “risposta globale” appare sempre più controverso e, anzi, risulta essere entrato in una fase di marcata decelerazione: in sostanza l’idea che viene fatta circolare è quella che, poichè di pioggia trattasi e non di alluvione, ciascuno usi il suo ombrello e si rinunci (ancora una volta) al grande tema del risanamento generale.

I “formati” e gli attori (ancora e sempre gli Stati nazionali) cominciano a tirare un sospiro di sollievo e, sia pure timidamente, i primi si svuotano ed i secondi riprendono la pratica del “business as usual”. Il che, paradossalmente e sia detto per inciso, confermerebbe l’ottimismo volontaristico espresso fin dal primo momento dal Primo Ministro italiano: l’unico a non essere sfiorato dal dubbio sul carattere epocale della crisi più che finanziaria complessiva del sistema economico internazionale.

Vediamo dunque come si arriva e come ci si prepara al nuovo Vertice G20 di Pittsburgh e quali i nodi destinati a non essere sciolti. Negli Stati Uniti investiti dalla polemica politica sulla estensione pubblica del sistema sanitario (da cui si rischia di veder uscire Sarah Palin come il leader della nuova destra...), l’ottimismo democratico del “Yes We Can” viene sostituito dall’autoironia della finanza ebraica neworkese con lo slogan “No Bank Will Be Left Behind” (nessuna banca verrà lasciata indietro) a testimonianza del ruolo svolto dal terzetto Geithner, Rubin, Rahm Emmanuel: evidentemente una vistosa – anche se non voluta – marcia indietro rispetto ai vasti e strutturali impegni assunti dall’Amministrazione Obama.
Non solo ma l’ironia dei media rivolta al ruolo di lievito complessivo assegnatosi dalla Presidenza democratica si estende allo “stile” del Presidente che – in assenza di risultati sostanziali sull’agenda – ha assegnato una vistosa priorità al “Grand Tour” delle figlie, tra Capitali europee (tra gelati e musei) e reminiscenze africane “politically correct” (il molo degli schiavi...) quasi che il tempo a disposizione fosse limitato e, anzi, circola la domanda su cosa fare l’”anno prossimo”....

Illusioni a parte, la pedestre preparazione del G20 – una volta operata la rimessa in moto del sistema - gira intorno a temi settoriali e/o di immagine: i “paradisi fiscali” e la caccia agli evasori del rispettivo fisco nazionale, la contrazione pilotata dei “super-bonus” ai dirigenti bancari e così via. Poca o nulla attenzione è data sia alle contraddizioni globali e alla vittime della crisi: sul primo punto il nodo di un sistema monetario secondo il quale gli Stati Uniti con il 20 del Pnl mondiale siano titolari con il dollaro del 70% delle riserve monetarie (e non paiano affatto disposti a recuperare – come richiesto dalla Cina – il rilancio dei Diritti speciali di prelievo o a riequilibrare il proprio predominio) sembra essere messo tra parentesi in attesa di tempi migliori; sul secondo gli indici di ripresa della dinamica del Pnl oscurano completamente i dati sulla disoccupazione o – come nel caso italiano – sullo sfacelo delle politiche del lavoro e sull’assenza di ammortizzatori sociali (a meno che non si creda alla favola governativa sull’Italia “Paradiso dei precari”). È ovvio che, a questo punto, tanto la Commissione istituita da Sarkozy – con Stiglitz, Sen e Fitoussi – per verificare le dinamiche della crisi e della sua transizione con indici più “umani” di quelli del Pnl quanto i criteri elaborati in sede ONU che assegnano un ruolo parziale a questo indice-feticcio aggiungendovi altri di carattere più specifico e/o sociale rischiano di essere pura testimonianza né più né meno dell’indice di “macro felicità nazionale” proposto dal Regno himalayano del Bhutan...

In verità questa critica dell’indice del prodotto lordo pro-capite, così come quella su di un sistema monetario più ritagliato sul fatto che gli Stati Uniti spendono oltre il 50% della spesa militare di tutto il Pianeta che sull’intermediazione monetaria al servizio della reale economia mondiale, della risoluzione degli squilibri e delle sfide globali e la soddisfazione dei bisogni universali, sono entrambe questioni che si agitano da oltre un trentennio e che – almeno così pare – neppure la sfiorata “Grande Crisi” ha rimesso veramente in moto.

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 17/09/2009 alle 00:00 | Non ci sono commenti

03/09/2009

Oggi Tokio, domani Roma?

L’affiorare automatico della memoria storica del celebre motto con cui gli antifascisti italiani vanamente combatterono in Spagna contro la sedizione franchista non vuole essere un meccanico auspicio o un parallelismo tra situazioni entrambe oggettivamente disperate, quanto piuttosto aprire un rapido esame sui nodi interni che così a lungo hanno attanagliato il Giappone condannandolo non solo alla più lunga recessione nel mondo avanzato ma – soprattutto – impedendo al Paese di raccogliere qualsivoglia frutto politico (e sociale) del duro trentennio seguito alla II Guerra modiale: qui le analogie con il “caso italiano” sono, sia pure sotto traccia, assai profonde. E, dunque, un filo storico, o almeno interpretativo, lega Tokio e Roma.

Inoltre, l’aprirsi di scenari assai nuovi – e del tutto imprevisti – conferma una rimessa in moto dell’”ordine internazionale” che appariva bloccato su di una agenda militarizzata ed assai monocorde nonchè, fin qui, priva di grandi successi.

I. Sul piano della dinamica interna i problemi del Giappone sono fin troppo noti: immobilismo, blocco del conflitto fino alla catatonia della società civile, assenza di prospettive collettive e di “vision” della classe dirigente, in una parola una formula magica per realizzare l’obiettivo “nazionale” del primato economico fissato da Hirohito già nel discorso di accettazione della irrimediabile sconfitta all’indomani di Hiroshima e Nagasaki. Una formula magica che, se assecondava la lungimirante “apertura” sugli spazi da assegnare al Giappone vinto secondo la dottrina di stabilizzazione dello statunitense Kennan già nel 1942, mancava di qualunque “copertura” per il che fare nipponico dagli anni ’80 del secolo scorso in poi: di qui la bolla finanziaria, la crisi,gli scandali e i suicidi politici, l’astenia sociale, il quasi “rigor mortis” dell’intero Paese. Di più senza neppure un passo avanti rispetto ai nodi lasciati irrisolti dalla formale accettazione della Costituzione democratica “esportata” dagli Stati Uniti (uno dei primi esperimenti in un genere destinato ad un qualche futuro!) ovvero il trapasso di una intera classe dirigente feudale dall’espansionismo e dal militarismo pre Pearl Harbour nei nuovi panni della democrazia liberale.
Così, un Paese – ed una società fin qui negletta – hanno dichiarato la fine (dopo un trentennio dal fatto) del mito impossibile del “Japan n.1” ed hanno optato per un itinerario di “cambiamento” ancora indeterminato ma che, comunque, segna un primo duro colpo ai mandarini della burocrazia (in realtà gli eredi dei samurai) ai quali era affidata la gestione del Paese. Sorprende che – dopo 55 anni di esclusivo dominio di una dirigenza di quel tipo – molti commenti – anche statunitensi – esprimano apprensione sull’inesperienza della nuova dirigenza politica.... Quanto al sottile collegamento con il nostro Paese, e quel che vi accade, questo consiste essenzialmente nel sinistro “continuismo” che pur non avendo la rigidità di quello nipponico registra una incapacità italiana di formulare un qualsivoglia progetto di rinnovamento che vada al di là di quanto acquisito da almeno un cinquantennio: crescita economica – peraltra esaurita da un pezzo -, inserimento atlantico – insufficiente nel post-1989 -, partecipazione europea – ugualmente insufficiente e per di più mal partecipata dall’Italia. Ciò non bastasse, se i Giapponesi prendono soltanto oggi atto della mancata liberalizzazione della società civile dall’epoca Meji ad oggi, gli Italiani potrebbero capire che il “continuismo” pre-fascista, fascista e post-fascista è arrivato da molto tempo al capolinea della sclerosi nazionale e dei suoi atroci guasti e che ad arginare i mali di un “liberalismo” truffaldino e dei suoi eroi non basterebbero le “lenzuolate” aperturiste (es. i tassinari).

II. D’altro canto – e qui veniamo alla faccia internazionale delle elezioni giapponesi – comincia a risultare evidente come di per sé la fuoriuscita dalla crisi globale non comporterà interventi riequilibratori e/o strutturali sul piano dei singoli Paesi (o aree) e, dunque, il ritorno di un Giappone capace di un proprio progetto costituisce una novità di primo piano: la perplessità statunitense (al di là dei 50mila militari ancora stanziati nell’Arcipelago) testimonia dell’apprensione o ,almeno, della difficoltà di valutare questa novità che potrebbe turbare un quadro asiatico in cui al bilateralismo dialettico con la Cina (sostanzialmente invariato dalla dottrina Nixon-Kissinger) si era affiancata solo l’opzione filo-indiana (con buona pace del tema nucleare) di Bush.

Dunque, un’agenda asiatica potenzialmente tutta da riscrivere anche se appare assai probabile che – finalmente – Tokio possa introiettare la priorità indicatagli già un quarto di secolo fa dal Cancelliere tedesco Schmidt “trovate amici tra i vostri vicini”, ovvero digerite e superate le sindromi pre-Seconda Guerra mondiale. In buona sostanza e aggiungendovi alcuni non secondari dettagli su come il cambiamento non sia nè estetico, nè anagrafico (il futuro Premier Hatoyama ha 62 anni e discende da una famiglia preminente del Giappone politico-isttuzionale) ma si radichi nelle idee, nel consenso reale e non mediatico e soprattutto nella volontà di rottura con un passato di fallimento e declino.

Qui la lezione è fin d’ora esportabile, come pure quella della dignità di un grande Paese che non ha mai ospitato il separatismo degli autoctoni Ainu, ne tanto meno ha ritenuto che l’uscita dalla crisi passasse per le ampolle dell’acqua del Po.

De te fabula narratur.

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 03/09/2009 alle 00:00 | Non ci sono commenti

1 - 3 (3 record)