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Post di novembre

06/11/2009

Riorganizzazione del Ministero degli Affari Esteri?

La circolazione ormai pubblica di un testo intitolato “… riorganizzazione del Ministero degli Affari Esteri…” e la dichiarata intenzione degli attuali vertici amninistrativi, ma - salvo smentita - anche di quelli politici, di vararlo in tempi ravvicinati richiedono un primo esame sia delle proposte che della logica che vi sottende. Certamente il primo impulso per chi conosca un poco la storia delle strutture pubbliche della politica estera nazionale sarebbe quello di liquidare l’improvvisato (si spera) esercizio con una citazione dal primo Fantozzi che liquidava “la Corazzata Potemkin” con il famoso “... una boiata pazzesca”, noi resisteremo all’impulso ed esamineremo l’elaborato con il massimo possibile di obiettività collocandolo in un realistico contesto. Premesso che la “riforma” deliberata agli albori del XXI secolo – dunque con almeno mezzo secolo di ritardo rispetto a tutti i principali Paesi – costituiva, al termine di una faticosa ma largamente condivisa gestazione, un primo affaccio nella modernità e nella funzionalità delle strutture che avrebbe avuto senso soltanto se supportata da un adeguato rilancio (leggi: adeguamento agli standard internazionali) di risorse e di mentalità, ciò che abbiamo di fronte appare sostanzialmente come un doppio “salto della quaglia”, ovvero un ritorno al passato remoto ed un tuffo in una dimensione futuribile. Ci spieghiamo meglio: l’Amministrazione centrale della diplomazia italiana, con il decentramento di responsabilità e la ripartizione geografica decisi una decade or sono, prendeva atto della complessità del vasto mondo e prefigurava una capacità di attenzione ed integrazione differenziata verso una comunità internazionale in accelerata evoluzione e d’altro canto in moltiplicazione di punti centrifughi e conflittuali; l’ottica era quella di una ricomposizione analitica ed operativa al servizio di interessi nazionali. Ciò che sarebbe servito, ed è mancato, era un impulso radicale a far sì che l’Italia venisse progressivamente dotata di strumenti pari a quelli dei Paesi nostri amici e competitori tutti assestati su almeno il triplo di risorse – umane, intellettuali, finanziarie -, viceversa le cronache del trascorso decennio testimoniano di un opportunismo rinunciatario in continua accelerazione e tale da far rimpiangere l’aristocratica gestione della Farnesina umbertina pre-riforma. L’introduzione di posticci quali il Vice Segretario “politico” (orrenda contraddizione con cariche e funzioni che dovrebbero avere connotazione di supporto tecnico-amministrativo lasciando la gestione politica appunto alla direzione politica e al controllo parlamentare), la funambolica trasmutazione della Segreteria Generale da super-organo di coordinamento amministrativo a motore di orientamenti di politica internazionale, la superfetazione di momenti declaratori e/o propagandistici (con le gazzette del tipo “in medias res”, ecc.), una gestione del personale basata sull’accentramento e lo svuotamento di alte e pregresse professionalità a favore di caudatari pseudo-tecnologici ebbene tutto ciò non poteva che sfociare nell’attuale testo e nella pretesa di realizzarlo come sigillo finale di una “modernizzazione” inesistente e fondata sulle macerie di una già gloriosa – ancorchè retriva - Istituzione. Dietro verbalismi quali “Direzione generali per gli affari politici e di sicurezza” e “Direzione generale per la mondializzazione e le questioni globali” si cela a malapena la antica ripartizione tra Affari politici ed Affari economici con l’aggravante terribile che il mondo d’oggi non ha nulla a che fare con il tardo Ottocento ed il primo Novecento: l’apparente modernità del lessico adottato (volta a piacere agli Uffici “studi” di qualche azienda o di qualche ”think tank” d’accatto o anche di qualche politico post-moderno) non riesce a nascondere l’incongruenza di indicare un primario interesse politico nel Canada (perchè nord-americano) e nella Bielorussia (perchè contigua alla Russia) e, viceversa, uno essenzialmente economico nell’area asiatica a partire dalla Cina. Questa che – come ognuno sa è il partner strategico e potenzialmente antagonista della superpotenza statunitense – diventa per l’Italia un mercato di sbocco o, al più, un interlocutore “climatico”. Si potrebbe continuare con la soppressione della Direzione della promozione culturale (meglio era la locuzione “relazioni culturali” ovvero tra pari e diversi) ed il suo inglobamento nella super-fantasiosa “Direzione generale per la promozione del sistema Paese”: ma a quale “sistema” costoro fanno riferimento: quello di cui abbondano le attuali cronache, o quello dei week end lunghi del Premier nelle dacie russe, ovvero a quale altra assenza di analisi, dibattito, orientamento della politica estera nazionale? Ma, se questa è a larghi tratti l’impressione complessiva di un provvedimento maturato a scopi autopromozionali all’ombra di un persistente “sonno della ragione”, va anche detto che il problema a questo punto non è nè quello di contenere il danno, nè di affondare la malaccorta proposta (originata da un ugualmente insensato “taglio” tabellare delle strutture amministrative pubbliche, quasi che il mondo si potesse accorpare come ai Trasporti la DG mezzi semoventi e veicoli rotabili) quanto piuttosto di imporre una radicale inversione di tendenza di fronte allo svuotamento del ruolo pubblico nella politica internazionale del Paese e alla sua sterile (per gli Italiani non per alcuni di essi) mediatizzazione, attraverso un troppo a lungo procrastinato adeguamento di risorse anche attivando strumenti di conoscenza e riflessione quale una Commissione parlamentare ad hoc sulla Farnesina e la rete diplomatico-consolare. Questa è l’unica risposta seria, ed un contesto adeguato, per temi che tutto sono meno che questioncelle “tecniche” da affidare a decisori autonominatisi: e ricordiamo ancora una volta che l’attuale – pur incompleta – riforma nacque da responsabili politici e legislativi quali Aldo Moro, Giorgio Napolitano ed innumerevoli altri. La decadenza dei tempi – declino sì o no – non giustifica, se non agli occhi di chi ne è attivo protagonista, tanta arroganza intellettuale ed operativa.

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Di Il Cosmopolita il 06/11/2009 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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