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Post di gennaio

29/01/2010

L'Asia agli asiatici?

La progressiva realizzazione dell’Accordo di Libero Scambio (FTA) tra la Cina e l’'ASEAN (come dire tutto il Sud-Est asiatico dal Vietnam all'’Indonesia passando per Tailandia e Singapore ovvero “tigri” e giganti più o meno dormienti ma tutti in marcato risveglio e soprattutto indifferenti alla crisi) viene producendo nelle rispettive opinioni pubbliche una serie di paure – quelle cioè legate all’iper-competitività cinese – ma anche ulteriori aspettative ed un forte dibattito sul tema dell’'integrazione regionale. Il raffronto ad “Est di Suez” con il processo europeo, che a suo tempo non andava al di là del “caso di scuola” buono per gli accademici o, al più, per qualche discorso “ispirato” di dirigenti politici di formazione più cosmopolita del consueto pragmatismo “asiatico”, viene infatti dilagando nei commenti e nelle analisi e tende quasi a sopravanzare le preoccupazioni commerciali – di “bottega” - che, peraltro, non appaiono univoche nel senso che anche nell’'area non tutte le economie sono “vittime” di Pechino, anzi quando non godano di surplus (es. Vietnam) certo approfittano di un clima propulsivo e sinergico. Certamente la nostra esperienza di integrazione regionale così debitrice di una serie di fattori - dal legato visionario del federalismo europeo a quello della riconciliazione post-bellica ovvero il processo di istituzionalizzazione progressiva e di bilanciamento delle esigenze politiche e di sicurezza – non può essere messo sullo stesso piano della “flessibilità”, della fattualità dell'’integrazione asiatica. Eppure i risultati, a partire dalla rivitalizzazione di quell’embrione che per oltre quattro decenni era rimasta l’ASEAN e dall'’inserzione dei vari “+3” (Cina, Giappone, Corea del Sud),“+6” (ASEAN +3 con aggiunta di Australia, Nuova Zelanda, India) con l’appendice di Accordi come l’'FTA con la Cina, appaiono più reali e meno ideologici (anzi cartesiani) di quelli che noi Europei possiamo vantare, stretti come siamo nella morsa tra un economicismo razionalista (es. la moneta unica) ed un vincolo politico che dopo aver subito mezzo secolo fa l'’ingombrante presenza Britannica si è ormai trasformato in un pan-europeismo al quale più che la Turchia ormai manca soltanto Israele… Temi e vincoli che ad Est più che lontani risultano incomprensibili e, comunque, sono indifferenti alla indubbia vitalità del processo di integrazione regionale il cui asse rimane l’'economia (nel 2008, il PIL aggregato dei 10 Paesi ASEAN ammonta a 1.507 miliardi di dollari, mentre quello ASEAN +6 balza a 14.129 miliardi di dollari, pari al peso economico statunitense - 14.265 - e non lontano dai 18.142 miliardi di dollari dei Paesi UE-27) ma è anche, certamente, un sentire comune in aree che vanno bene al di là delle performances di crescita. In sostanza è evidente che l’'analogia si ferma al solo dato aggregativo e regionalistico in un formato multilaterale: la sostanza è invece praticamente rovesciata e, dunque, poiché poggia su fenomeni e non su intenti, risulta potenzialmente più dinamica, meno sottoposta a vincoli e traguardi. Quanto sopra è del resto testimoniato dalle ultime previsioni di crescita del WEO del Fondo Monetario Internazionale di ottobre 2009: l’aggregato delle cosidette “economie avanzate“ con segno negativo -3,4% (con picchi negativi superiori al -5% per Giappone, Germania e Italia), forse in rientro nel 2010. Segni al contrario tutti positivi per quella parte di Asia etichettata come “economie emergenti”: +8,5% Cina, +5,4% India, 0,7% ASEAN-5 (Indonesia, Malaysia, Thailandia, Vietnam, Filippine). Fin qui naturalmente nulla di “male” e non occorre scomodare gli “orientalismi” per situare tutto ciò nella storia e nella molteplicità delle culture; più complesso invece è individuare gli altri “filoni” paralleli che situano il fenomeno regionale asiatico in un orizzonte di ben maggiore complessità e di oggettiva incertezza. “L’'Asia agli Asiatici” sembra infatti non essere più il sinistro ricordo dell'’illusione annessionistica del Giappone all’epoca della Guerra nel Pacifico, bensì una tendenza oggettiva soprattutto in presenza di una così palese discrasia tra vitalità (asiatica) e decadenza (europea), ovvero tra la prima e l'’arroccamento (statunitense). Sintomaticamente ora proprio il “globalista” Giappone sembra essersi accorto (con almeno un ventennio di ritardo) dei frutti avvelenati della propria ossessiva avanzata nel mercato mondiale a scapito di un equilibrato rapporto regionale. Così il democratico Hatoyama (democratico come Obama, sic) viene - sia pure confusamente – avviando una ristrutturazione del rapporto con l'’alleato che, ad un certo punto, era apparso quasi un complice: non era così, e anche mettendo tra parentesi l'’”affaire Okinawa”, questa illusione si sfalda di giorno in giorno. A questo modo l’'ipotesi “Asia agli Asiatici” acquista caratteristiche reali e, in prospettiva, per noi pericolose se non controbilanciate da un reale rilancio del quadro multilaterale: la “società civile” globale ha dimostrato anche nel recente tragico caso di Haiti di essere pronta a misurarsi con una inevitabile maturazione. Più dubbio che lo siano l’'esangue Segretario Generale dell’ONU Ban Ki Moon (intorno al quale sorge il dubbio che il consenso degli Stati Membri sia dovuto proprio alla sua flebilità) o – si parva licet – scettici guru de noantri quale lo zar della Protezione civile italiana già esperto medico-politico della fase rampante della Cooperazione italiana. Ma questa è un’'altra storia. Proiezioni FMI sulla crescita del PIL nel prossimo biennio 2009-2010 2009 2010 Stati Uniti -2,7% 1,5% Area Euro -4,2% 0,3% ASEAN-5* 0,7% 4,0% Cina 8,5% 9,0% India 5,4% 6,4% Giappone -5,4% 1,7% *Indonesia, Malaysia, Thailandia, Vietnam, Filippine Fonte: “World Economic Outlook”, FMI, ottobre 2009

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ARCHIVIATO IN Globalizzazione

Di Il Cosmopolita il 29/01/2010 alle 00:00 | Non ci sono commenti

20/01/2010

Il Trattato di Lisbona: avremo la diplomazia europea?

Il Trattato di Lisbona porta con sé un bagaglio di aspettative che lo fanno ritenere l’ultimo ritocco all'’edificio istituzionale immaginato dai padri fondatori oltre mezzo secolo fa. Non c’è da essere perentori circa l’'aggettivo “ultimo” perché continuando a dismisura l’'allargamento dell'’Unione, è probabile che con l’'ingresso dei nuovi membri, e soprattutto della Turchia che promette di essere fra qualche anno il più popoloso paese europeo, un nuovo intervento si renda necessario. Ma stiamo per ora ai fatti ed esaminiamo di Lisbona l'’aspetto più significativo per la diplomazia. Quello che nel sistema del Trattato di Amsterdam era l’'Alto Rappresentante PESC e Segretario generale del Consiglio, ora nel sistema di Lisbona si chiama Alto rappresentante per gli affari esteri e di sicurezza e, lasciato l’'incarico di Segretario generale del Consiglio, assume quello di Vice Presidente della Commissione per le relazioni esterne. In pratica l’'Alto Rappresentante si colloca a metà fra il Consiglio, e cioè i governi dei Ventisette, e la Commissione, e cioè l'’istituzione più genuinamente sopranazionale del sistema europeo. Questa collocazione intermedia, che risulterà all’'atto pratico scomoda da mantenere, si spiega con l'’esigenza di dare coerenza all’'azione esterna dell’'Unione: sia quella svolta dal Consiglio (e dagli stati membri) sia quella svolta dalla Commissione. Quest’ultima è assai rilevante perché la Commissione, con la vasta gamma dei programmi che gestisce, è di gran lunga il principale finanziatore di numerose attività di cooperazione. L’'ulteriore novità di Lisbona è che l’Alto Rappresentante comanda ora sue truppe: un servizio esterno europeo, che alcuni chiamano (ma non si può dire) “diplomazia europea” o almeno embrione di diplomazia europea. Il servizio è composto di funzionari della Commissione (i più numerosi perché già stanno a Bruxelles e nelle sedi estere), del Consiglio, degli stati membri. I funzionari degli stati membri sono diplomatici distaccati dai rispettivi Ministeri degli Esteri. All'’Italia come agli altri “Grandi” dovrebbe spettare un adeguato numero di distaccati per adeguati posti di responsabilità. Questo il lungo quadro concettuale. La pratica si presta a qualche osservazione di natura domestica. Mentre Bruxelles si muove verso la globalizzazione della diplomazia europea, Roma medita di riformare la Farnesina in chiave restrittiva. Diciamo pure che la riforma sa tanto di ristrutturazione, come con le aziende in difficoltà dove il supermanager di turno spezzetta, chiude, sposta. L’'imperativo della riforma non è – come si potrebbe pensare – di adeguarsi alle novità europee: diveniamo più forti perché così contiamo di più nei rapporti con Bruxelles. L'’imperativo è di rispondere alle ristrettezze di bilancio, che in certi casi anticipiamo con una prova di incomprensibile zelo. La nostra forse è una percezione sbagliata e conservatrice. Saremmo perciò lieti di essere smentiti. Ma se così non fosse, gradiremmo se non altro che il progetto di riforma fosse valutato almeno per le sue compatibilità col modello europeo.

TAG unione europea pesc

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 20/01/2010 alle 00:00 | Non ci sono commenti

20/01/2010

L'Aconcagua scivola via

di Francesca Morelli

La montagna più alta dell'’Argentina sta scivolando un centimetro l'’anno verso la sottostante città andina di Mendoza e cresce fra i due e i tre millimetri ogni dodici mesi. Questi i dati emersi da una ricerca dell'’Università nazionale di Cuyo. Tendenze e misure saranno monitorate dalla spedizione scientifica composta da 13 persone fra studiosi e documentaristi che in questi giorni hanno iniziato una scalata ricognitiva, per apportare dati precisi all'’area di sismologia che controlla i movimenti delle placche tettoniche. Luis Lenzano, direttore del programma ha sottolineato l’importanza di riposizionare tra l’'altro la stazione GPS sul massiccio andino e girare tre documentari frutto della collaborazione tra un programma televisivo e l’Università nazionale di Cuyo. I cortometraggi mostreranno scoperte ed evoluzioni scientifiche, mostrando il lavoro dei ricercatori che, in condizioni estreme, lavoreranno per mettere a punto gli strumenti della stazione metereologica in alta montagna. Il gruppo si terrà in contatto via telefono satelittare con il resto del mondo una volta in cima ai 6.962 metri, che si presume verrá raggiunta in 15 giorni dalla data della partenza. Vale la pena ricordare che numerosi sono i turisti che in estate si preparano alla scalata dell’'Aconcagua, questi i numeri diffusi dalla Segreteria del Turismo, per il 2009/2010, 6.000 persone sono già entrate nel Parco Provinciale dell’'Aconcagua, in 1.530 hanno richiesto il permesso per l’ascensione al colosso americano, 464 per un breve trekking, 159 per un trekking più complesso. Varie proposte interessanti attirano gli scalatori nazionali a costi relativamente accessibili. Per gli stranieri il dicorso cambia, la spesa è molto più cara, l’'entrata varia dai 300 ai 2000 dollari, escluse guide, sherpa e assicurazioni. L'’ente preposto al soccorso andino raccomanda molta prudenza prima di intraprendere la scalata, l'’anno scorso quelli rimasti sull’'Aconcagua sono stati 6, alle falde del massiccio esiste un piccolo cimitero che accoglie i corpi degli scalatori che, a distanza di anni, a seguito dello scioglimento di un ghiacciaio, sono stati ritrovati e mai più reclamati.

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Di Il Cosmopolita il 20/01/2010 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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