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Post di febbraio

16/02/2010

Italia dentro, Italia fuori

Le vicende tuttora in corso che vedono coinvolto quello che un “pensatore” napoletano nonché parlamentare della Repubblica ha definito il “miglior Capo della Protezione civile al mondo” e altri più seri dati (gli indicatori economici 2009 e le prospettive per quest’anno)inducono a svolgere le note che seguono partendo dall’interno del Paese per verificarne l’attuale integrazione col vasto mondo. La grancassa che aveva accompagnato il pirotecnico minuetto della Presidenza di turno del G8 – dalla Maddalena “liberata” dalla base navale in uso agli Stati Uniti alla Caserma della Finanza presso la disastrata, e oggi sappiamo offesa, L’Aquila – si è sgonfiata non per quell’”uno per cento non buono” a fronte di un 100% magistrale (il che farebbe peraltro il 101% che è testimonianza quanto meno di studi raccogliticci nonché disprezzo per la logica elementare) quanto piuttosto perché si è rivelata per quello che era, ovvero un trucco per sortirne alla meno peggio. Quel che resta è sotto gli occhi di tutti ed è lo specchio di quello che è diventata l’Italia di oggi, regno di faccendieri, illusionisti, puttanieri che non pagano, moralisti governativi da calendari porno e via declinando. Ma c’è di peggio ed il crollo del 4,9% del Pnl registrato nel 2009 (per non parlare della disoccupazione, della liquidazione simultanea di scuola università e ricerca, delle sofferenze sociali ed etiche non anestetizzate da Sanremo e compagnia cantante) è lì a dimostrare la vacuità di un’Italia che avrebbe guidato la ripresa europea. Esattamente come il sistema bancario nazionale (udite, udite: in ragione della sua lungimirante arretratezza…) era uscito indenne dalla crisi finanziaria. Oggi queste fandonie fanno dire ad un neoconservatore come Paolo Mieli che “la pentola potrebbe stare per esplodere”: si vedrà, ma intanto diamo una scorsa al presente e al più recente passato, quello di dentro e quello di fuori. Intanto va da sé che – in ragione della circolazione planetaria dell’informazione – episodi come quello del “miglior Capo della Protezione civile” che dopo 24 ore ad Haiti spiegava agli Statunitensi la loro inettitudine a gestire il post-terremoto lasciano un segno indelebile che nessuna piroetta diplomatica può cancellare. Cosi anche se l’invio “a pie’ di lista” di militari in Afganistan (ovviamente senza superfluo dibattito parlamentare…) vengono ritenuti una astuta mossa di empatia con le scelte di Washington ed un salvacondotto di impunità, le dosi di “politica estera” “a la carte” si fanno sempre più massicce come dimostra il combinato disposto dello “storico” discorso alla Knesset e del “spezzeremo (per primi, sic) le reni all’Iran”, ovvero ad un Paese con cui l’Italia ha costruito nei decenni una relazione da gestire ma non da liquidare. Nel frattempo l’opposizione (a volerla chiamare cosi) tace: non si capisce se per connivenza o insipienza. Ed intanto si incassano “successi” su successi: svaporata la candidatura D’Alema agli Esteri UE a favore dell’insipida Lady Ashton e consolato il medesimo con il Comitato sui servizi (già brillantemente retto da Rutelli appena sconfitto a Roma da Alemanno), si profila l’archiviazione della nomina del Governatore Draghi al posto di un banchiere centrale come Trichet, il quale vedrebbe succedergli il Tedesco Weber. A noi resta la gloriosa presenza a Bruxelles di uno dei caudatari storici di Berlusconi, ovvero Tajani. Che più dire sulla crescente perifericità dell’Italia, tra l’altro ancora più grave in una fase di palese crisi dell’Unione, ovvero proprio quando il “direttorato” franco-tedesco ed il convitato di pietra britannico (quello appunto che dopo l’improponibile Blair ha avuto il via libera sulla Ashton) mostrano un’indifferenza che va al di là del caso Grecia (e di quelli degli altri PIGS o PIIGS se ci siamo anche noi….)e sembrano aspettare alla finestra assai improbabili schiarite. E ciò che accade “dentro” viene assumendo una esemplarità – e gravità – epocale: non tanto per gli epiteti che il Capo del Governo italiano rivolge all’estero ai giudici italiani quanto perché sfugge completamente alle forze politiche e all’opinione pubblica il fatto – ormai ipertrofico in Italia – che al termine di uno svuotamento pluridecennale del Legislativo (Parlamento e leggi elettorali taroccate) il giudiziario riempie, secondo lo schema globale analizzato dalla grande studiosa Saskia Sassen (“Territory, Authority, Rights”, From Medieval to Global Assemblages” Princeton University Press, 2006), lo spazio politico e svolge “un ruolo critico sia nel pubblico scrutinio dell’azione esecutiva che della produzione legislativa” “De te fabula narratur”. Altro che “complotti”, angeli “unti da Dio e dal popolo”, “comunisti in toga”, “il Governo deve governare” e consimili baggianate che certamente non bastano a legittimare (o a rendere verosimili) né la pur evidente condizione sgangherata della magistratura italiana ne’ l’avanguardismo italiano in trasformazioni – involuzioni – che coinvolgono la generalità dei Paesi tramortiti dal declino irreversibile dello Stato-nazione. Di più i fenomeni cosi ben individuati dalla Sassen – Privatization, Deregulation, Marketization – nello svuotamento delle funzioni pubbliche una volta chiamate a coerenza dalla Legislatura assumono da noi le forme farsesche delle Spa pubbliche: detto in altri termini un altro tassello nel ritorno in corso alla pre-modernità feudale. D’altro canto è dubbio che questo nuovo “primato” italiano possa costituire una credenziale spendibile “fuori”; come del resto è dubbio che le nostre “chances” di positiva integrazione nel contesto internazionale possano essere accresciute dalla definitiva rinuncia a dotare delle risorse dei Paesi moderni la centocinquantennale struttura pubblica del Ministero degli Esteri mentre si “medita” di sostituirla in tempi brevi con una sorta di “Farnesina Spa”, svuotata, ritagliata (“focus”) sugli obiettivi invece che sui contenuti. Insomma all’altezza – o alla bassezza – dei tempi.

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Di Il Cosmopolita il 16/02/2010 alle 00:00 | Non ci sono commenti

16/02/2010

A 200 anni dalla rivoluzione

di Francesca Morelli

L’Argentina si prepara a celebrare il bicentenario della rivoluzione, il 25 di maggio di quest’anno. Numerose le manifestazioni previste a Buenos Aires. In provincia i festeggiamenti sono già iniziati. La bandiera del bicentenario, di diverse tonalità di bianco e celeste, grazie alla donazione di stoffa da parte di anonimi cittadini argentini, è già stata issata con una cerimonia ufficiale, alla presenza dei ministri della difesa argentina e cilena, di autorità militari e diplomatiche. I due eserciti, hanno indossato le divise dell’epoca e brandendo i vessilli di guerra hanno riattraversato le Ande partendo dal parco S.Martin di Mendoza, ridente cittadina vitivinicola, alle pendici della pre cordigliera. La cosiddetta rivoluzione del maggio 1810 consentì l’inizio di quel processo d’indipendenza dalla corona spagnola che culminò sei anni dopo con la proclamazione del Parlamento nazionale il 9 luglio a Tucuman. Nella capitale, darà il via ai festeggiamenti del 24 maggio, uno show notturno sotto l’obelisco, dove si alterneranno cantanti argentini che presenteranno gratuitamente nuovi temi patriottici, per poi proseguire con danze e balli. Verrà inaugurata inoltre la Casa della Cultura, il Ministero omonimo organizzerà una mostra dal titolo “1810-2010 en la Republica Argentina”; l’università Tres de Febrero si occuperà dello svolgimento della programmazione della Casa della Cultura ed è prevista una presentazione straordinaria di film nell’Istituto Nazionale del Cinema. Il concorso per la costruzione del monumento argentino si è già concluso, il nuovo simbolo architettonico dell’Argentina sarà collocato nella zona portuaria di Buenos Aires. Nell’edificio centrale delle Poste verrà inaugurato un Centro culturale del bicentenario con l’obiettivo di ricreare uno spazio simile all’attuale Museo Nazionale d’Arte Contemporanea, contenente opere provenienti da Spagna e Portogallo. Il Paese sarà sede del vertice 2010 dei Paesi latinoamericani e per finire il famoso teatro Colon, restaurato, verrà riaperto al pubblico. L’Ambasciata d’Italia e l’Istituto di Cultura a Buenos Aires hanno reso omaggio al Bicentenario, pubblicando un calendario con opere di artisti italiani e argentini, opere che saranno donate al Museo Nacional de Bellas Artes. L’occasione del Bicentenario sarà un’occasione importante perchè i numeri relativi al turismo siano quest’anno sorprendenti; se negli ultimi tre mesi, a cavallo tra il 2009 e il 2010, sono stati novemilionicinquecentomila i turisti che hanno visitato l’Argentina, sicuramente le celebrazioni saranno una vetrina importante per un Paese paesaggisticamente splendido, con una capitale di livello europeo, estremamente viva quanto a offerta culturale.

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Di Il Cosmopolita il 16/02/2010 alle 00:00 | Non ci sono commenti

16/02/2010

La commedia del nucleare

La storia, come ricordava il vecchio di Treviri, nel suo pamphlet sul 18 Brumaio di Napoleone “il piccolo” è prima una tragedia e quindi si ripete sotto forma di farsa. E’ forse ciò che può o sta accadere alle prospettive ed ai progetti di ritorno al nucleare in Italia? Si ricorderà che l’Italia fa il suo autonomo ingresso nell’era nucleare alla fine degli anni 50 con un progetto (Ansaldo-Fiat-Cnel) di nave mercantile a propulsione nucleare, progetto che non vide mai la luce, mentre, nello stesso scorcio di tempo, Edison inizia a costruire centrali congiuntamente a compagnie anglo-americane. Nei primi anni 60, testimone “Civiltà delle Macchine” dell’epoca di Sinisgalli e come ricordano svariati commentatori (Iacuelli, Castronuovo, Sacco) l’Italia “ è’ il quarto paese al mondo dopo USA, URSS e Gran Bretagna a disporre di centrali funzionanti e anche delle relative, autonome competenze e tecnologie”. La nazionalizzazione dell’energia elettrica e soprattutto i “casi” Ippolito e Mattei cambiano sostanzialmente il quadro politico-imprenditoriale di riferimento: l’Italia abbandona progressivamente la ricerca nei settori alternativi al petrolio e, quindi, sia il nucleare sia il solare. Malgrado tali difficoltà, all’inizio degli anni ’70 il CNEN lancia due avanzati programmi di reattori di ricerca (Pec e Cirene) mentre alla fine degli anni ’70, Enel mette in esercizio la centrale di Caorso e l’industria italiana del settore collabora in modo qualificante a progetti europei (Superphenix) ed avvia nuove collaborazioni internazionali. La creazione dell’ENEA, che succede al CNEN acquisendo competenze anche nelle alternative ed il tardivo impulso dato alla diffusione del metano cambiano nuovamente il quadro energetico complessivo del paese, poi ulteriormente modificato dall’esito del referendum popolare dell’87. Questo ha di fatto sancito l’abbandono del nucleare come forma di produzione lasciando solo le attività di smantellamento e decontaminazione delle centrali e degli impianti di ricerca. Il black-out del settembre 2003 – per molti esperti causato soprattutto da problemi gestionali e di frammentazione del sistema - il “rientro” surrettizio dell’Enel nel nucleare con l’acquisizione di due (obsolete) centrali slovacche, il riordino legislativo, l’esistenza di residue, qualificate competenze tecniche e considerazioni di carattere politico, economico e finanziario, hanno spinto ad una ripresa del nucleare in Italia. Questa si è concretizzata nel “Protocollo di Accordo” italo-francese del febbraio 2009 che prevede, grazie all’insistenza di alcuni esperti, anche una positiva collaborazione nei campi scientifico e del ciclo del combustibile ed impegni operativi per singole realtà del settore. Ma, la situazione italiana si inserisce, come ovvio, nel più vasto contesto della crisi economico-energetica ed ambientale che caratterizza lo scenario mondiale. Mentre scienziati di chiara fama, quali Rubbia e qualificati esponenti dell’INFN si interrogano su limiti e contraddizioni gestionali ed economiche del “ritorno al nucleare”, in questi ultimi anni si sono moltiplicati studi di Organismi multilaterali, Autorità nazionali , Enti di ricerca e Ong volti ad affrontare il problema della scarsità e costo reale delle risorse energetiche, della loro migliore gestione e di un utilizzo sempre più “virtuoso” Fra questi, guardiamo all’annuale rapporto OCSE-NEA che si sofferma sugli “aspetti positivi di un ricorso rinnovato al nucleare”. Secondo lo studio, la domanda di energia- elettricità in particolare- dovrebbe aumentare di un fattore 2,5 all’orizzonte del 2050 con emissioni di CO2 drasticamente ridotte. Per raggiungere tale obbiettivo, secondo gli autori, è “opportuno ricorrere al nucleare che può al tempo stesso soddisfare una parte significativa dell’aumento di domanda ed alleviare gli effetti indesiderati di carattere ambientale, politico ed economico connessi con i combustibili fossili.” Viene ottimisticamente asserito che quella nucleare sarebbe “la sola tecnologia allo stesso tempo matura e disponibile a livelli di scala necessari e che le riserve di uranio e plutonio già identificate e le nuove tecnologie (gli autori pensano probabilmente anche al riprocessamento) potranno assicurare un rifornimento di combustibile per svariate migliaia di anni”. Malgrado tale assunto, in parte futuribile, lo studio non può dimenticare le criticità, prima fra tutte sicurezza e non proliferazione, il problema tuttora irrisolto, specie in Italia delle scorie, la carenza di risorse umane qualificate in molti paesi, la necessità di migliorare l’efficienza dei controlli multilaterali e di superare l’inerzia complessiva in materia energetico-ambientale delle autorità nazionali ( temi questi evidenziati in un convegno accademico G8 ai Lincei) e, naturalmente la questione delle sensibilità politiche locali .(il c.d. effetto Nimby). E non si può certo scordare che se negli anni 60 il nucleare italiano era pensato come un elemento della crescente indipendenza energetica nel Paese, l’attuale ritorno deve essere pensato nel più vasto quadro europeo, dove molti segnali sembrano invece indicare indirizzi ed opzioni diverse. A quando un vero, approfondito dibattito parlamentare sulle varie opzioni connesse con le rinnovabili (eolica, solare, geotermica ed altre) su diversificazione e mix delle fonti,sulle “reti del futuro”? Comunque, A Iacuelli ricordava che per il nucleare i punti cardine sono : entità degli investimenti, contrarietà delle popolazioni ( e vedasi le recenti dichiarazioni di molti politici e quelle ambigue di svariati candidati alle regionali) stato delle competenze, sicurezza . Quest’ultimo punto, nella realtà ambientale e geologica italiana richiede un forte e prioritario controllo pubblico, un assioma peraltro della Convenzione sulla protezione fisica di materiale ed impianti i cui emendamenti sono stati recentemente firmati (ma non ancora ratificati) ed una ricerca volta a realizzare centrali realmente più efficienti e sicure (la c.d. quarta generazione, le nuove sperimentazioni ecc.) In caso contrario, rimarranno aperte solo opportunità commerciali residuali per alcune imprese italiane del settore. (impiantistica, strumentazioni, decommissioning) e interessi, questi si corposi, per molti consolidati gruppi finanziari e produttivi essenzialmente stranieri. E’ evidente comunque che se, come autorevolmente ricordato il c.d. “rinascimento nucleare” italiano (e non del nucleare in Italia) postula ed implica l’esistenza di tre imprescindibili condizioni “sicurezza nucleare europea e ciclo del combustibile; politica di ricerca e di sviluppo europea; politica europea di non proliferazione nucleare.”, almeno altrettanto delicata e prioritaria appare la trasparenza delle scelte (quid delle localizzazioni: torneremo per l’ennesima volta a Montalto come indicano numerose fonti, e sempre a spese del contribuente?) il nodo delle competenze “concorrenti” Stato-Regioni e soprattutto una risposta politica e consapevole alle scelte democratiche e sovrane dei cittadini.

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Di Il Cosmopolita il 16/02/2010 alle 00:00 | Non ci sono commenti

01/02/2010

Il nuovo trattato europeo: lavoro e cittadinanza

Dove sta andando l’Europa? Quali prospettive concrete esistono per rafforzare il “modello sociale europeo”? Come può il sindacato europeo fare fronte comune dinnanzi alla profonda crisi che ha portato al 10% il tasso di disoccupazione nei 27 Paesi dell’Unione Europea? Quali strumenti e quali politiche il sindacato europeo deve darsi perché la ripresa economica non si compia ai danni di milioni di lavoratrici e lavoratori europei, senza cedere a certe tentazioni “protezionistiche” su base nazionale che, puntando sul dumping sociale, rischierebbero di portare dentro i confini dell’Unione Europea le dinamiche nefaste della globalizzazione competitiva? Il 1° Dicembre 2009 è entrato in vigore il Trattato Riformato dell’Unione Europea. In senso stretto non una vera e propria “Costituzione”, ma un insieme di trattati che definiscono il fondamento giuridico dell’Unione Europea e stabiliscono le regole e i principi comuni ai quali i 27 Stati Membri devono attenersi. La “Carta dei Diritti Fondamentali”, che la Confederazione Europea dei Sindacati chiedeva fosse inclusa come parte integrante del Trattato Riformato, è stata adottata in forma di “allegato” al testo del nuovo Trattato, così come il protocollo sui “Servizi di interesse generale” e le “ Regole per la concorrenza sul mercato interno”. E’ difficile dire se tale soluzione possa ripristinare un equilibrio più bilanciato tra i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, delle cittadine e dei cittadini europei rispetto alle regole del mercato libero che hanno contrassegnato, soprattutto negli ultimi anni, il prevalere di una volontà liberista nelle politiche delle istituzioni europee. Il dubbio è tanto più fondato quanto più si consideri l’impatto che numerose sentenze della Corte di giustizia Europea (casi Laval, Viking, Rüffert, Lussemburgo) rischiano avere sul diritto delle lavoratrici e dei lavoratori alla rappresentanza collettiva e sull’autonomia del potere di contrattazione e di azione sindacale dei sindacati in Europa. Ma, ben oltre la valenza “giuridica” del Trattato e delle norme di corollario, lo scenario su cui riflettere è quello presentato dalle risposte che l’Unione Europea e i singoli Stati Membri stanno dando alla crisi economica. Ancora una volta, questa osservazione mostra l’estrema debolezza della dimensione politica europea e, di contro, la risorgente prevalenza delle politiche nazionali. All’impotenza delle istituzioni comunitarie e all’assenza di una volontà degli Stati Membri di individuare politiche condivise, (sul piano, sociale, fiscale ed economico per trovare una strada comune di uscita dalla crisi), corrisponde, in maniera quasi speculare, una debolezza del sindacato europeo nell’affermarsi come soggetto contrattuale in grado di difendere gli interessi generali delle lavoratrici e dei lavoratori europei, e il pericolo di dannose contrapposizioni tra i sindacati nazionali costretti a difendere il lavoro nell’angustia di un ambito locale che configge con la dimensione globale della crisi e della prospettiva di una ripresa economica nel segno della qualità dello sviluppo. Non estraneo a questo contesto e a questa prospettiva è, infine, il carattere delle politiche di spesa pubblica, il rilancio dei servizi pubblici come volano per una ripresa economica basata sull’innalzamento dei diritti dei cittadini, del benessere, della difesa ambientale, della qualità dello sviluppo. Un settore in cui le scelte della Banca Centrale Europea esercitano un condizionamento fondamentale anche rispetto alle politiche dei singoli Paesi dell’eurozona e che, proprio per questo, ripropongono il tema di un ruolo negoziale concreto del sindacato europeo.

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Di Il Cosmopolita il 01/02/2010 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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