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Post di marzo

05/03/2010

Dalla riforma alla cosmesi: la fine della “grande paura”

La crisi greca – o meglio quella dei PIGS, “maiali” (Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna) con noi dentro o fuori, piigs – e la relativa stabilizzazione negli Stati Uniti simboleggiata da un dollaro passato da fine novembre ad oggi da 1,51 ad 1, 35 rispetto all’euro – lascia ormai spazio ad una serie di considerazioni in cui – come al solito – l’Italia entra di striscio nella sua singolarità che tuttavia rimane centrale al nostro occhio di spettatori tutt’altro che disinteressati. Cominciamo dunque dal contesto a noi esterno e avvalendoci di due osservatori così diversi ma al presente così singolarmente coincidenti come il Nobel dell’economia Paul Krugman ed il grande analista dei megatrends Immanuel Wallerstein. Ebbene entrambi partono dalla constatazione che, passata la “grande paura” del crack finanziario, l’approccio riformatore più che archiviato viene riducendosi nel dibattito su mini-interventi “cosmetici” (es.: negli USA un’Agenzia a protezione dei consumatori rispetto agli “abusi bancari”), mentre la crisi viene “scomposta” in singoli “casi” da maneggiare con il misurino del farmacista in attesa che si risolvano uno per uno. L’esempio greco, ancorché strutturalmente fuori misura (come credere ad una contrazione del debito pubblico sul Pil dal 12 per cento al 4/5 per cento in un lustro?), spiega bene come la progettualità di governance globale sbandierata appena un anno fa si sia progressivamente trasformata in un generale “io speriamo che me la cavo…”. Di qui i due studiosi traggono due conclusioni che ci sembrano incontrovertibili: la prima (di Krugman) consiste nell’affermazione che “nessuna riforma (accompagnata da un ampio dibattito su responsabilità e colpe)… è meglio di un intervento cosmetico che copra il fallimento nell’agire”; la seconda (di Wallerstein) è che “nel momento in cui qualcuno (Paese in crisi) farà uno sbaglio…. (scoppierà) la madre di tutte le crisi finanziarie”. Nel frattempo, e mentre tutti i commenti internazionali evidenziano come l’unione monetaria a 16 potrebbe collassare in ragione della mancata coesione economico-politica (solo la Grecia abbisogna di 34 miliardi di dollari per evitare la bancarotta), le pur riluttanti Germania e Francia si apprestano ad un qualche soccorso non tanto nella prospettiva di spingere il pedale sulla convergenza strutturale (come farlo con quel “canestro” di diversi che è l’Europa di oggi, altro che Stati Uniti di Alexander Hamilton…) quanto di rendere almeno ipotizzabile l’”io speriamo che me la cavo” di un partner-cliente quale il malato ellenico. Per gli altri si vedrà. E se questo è il trend internazionale a noi più vicino nel “dopo crisi” ovvero una archiviazione di aspettative (vere) e di buoni propositi (finti) sempre nell’ambito del ripristinato primato di quell’economia finanziaria che produce profitti ma invece di sostenere i bisogni e risolvere i problemi ne produce sempre di nuovi, diamo un’occhiata alle cose nostre e, questa volta, al “mood” prevalente rispetto appunto al nodo dell’intervento riformatore. Del negativo andamento dei “fundamentals”, dell’atmosfera da fine di regno con il proliferare di scandali inusitato perfino per lo standard nazionale si è già detto come pure si è già detto della povertà anche culturale dell’approccio alle tematiche complesse dell’integrazione e della globalizzazione (il multiculturalismo da noi diventa “Natale bianco” ovvero senza immigrati, questioni climatiche ed ambientali si riducono alla spazzatura partenopea o al Capo della protezione civile “spalatore” e – come dice il quotidiano di destra “Libero” “puttaniere”): il tutto all’insegna di un forsennato “enrichez nous” che non mancherà di finire nei libri di storia patria (altro che 150 anni dell’Unità).

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 05/03/2010 alle 00:00 | Non ci sono commenti

05/03/2010

Voto all’estero

«È una legge che va immediatamente cambiata perché il voto per corrispondenza è uno scandalo e consente tipologie di attività illecite come l'acquisizione del voto addirittura pagandolo: dobbiamo immediatamente procedere a una rivisitazione». Lo ha detto il presidente del Senato, Renato Schifani replicando a chi gli chiedeva se secondo lui la legge elettorale per gli italiani all'estero vada rivista dopo l'inchiesta che ha coinvolto il senatore Di Girolamo. L'esordio del 2006 «fu disastroso», poi «brogli» e «dubbi sui finanziamenti» a ogni elezione. Ma il caso Di Girolamo dimostra che «il sogno s'è trasformato in incubo e l'esperimento è fallito». Lo dice in una intervista al Giornale il sottosegretario Carlo Giovanardi, convinto che «gli italiani all'estero devono poter votare, qui o per corrispondenza, ma per deputati e senatori che stanno in Italia». Bisogna insomma, «tornare indietro», anche perché «essere eletti in circoscrizioni così ampie» richiede finanziamenti difficili «da controllare». Gli fanno eco in parecchi, anche se con toni più pacati: Gaetano Quagliariello, vicepresidente vicario dei senatori Pdl, che invita ad «avviare una seria riflessione» in quanto «La giusta esigenza di dare voce e rappresentanza alle comunità italiane all'estero non deve sottrarci alla responsabilità di valutare gli esiti della normativa elettorale che ne regola l'espressione»; Eugenio Marino, responsabile nazionale del Pd all'estero che, pur avvertendo l’esigenza di non agire sull'onda emotiva di un evento, sottolinea che «occorrerebbe prendere la palla al balzo per ragionare con lucidità su come garantire un diritto costituzionalmente riconosciuto già dal 1948, ma nella pratica negato per mezzo secolo» e il leader dell’UDC, Pierferdinando Casini, «Gli italiani all'estero sono una grande risorsa, ci sono personalità importanti in Parlamento ma per la loro elezione ci vogliono più garanzie, occorre eliminare i rischi di brogli». Esiste da sempre un chiaro problema di compatibilità delle norme sul voto all’estero con la nostra Costituzione e “il Cosmopolita” si è più volte reso portavoce, anche sulla scorta del parere di insigni giuristi e politologi, della necessità di gestire in modo corretto e trasparente il più fondamentale dei diritti democratici. E’ tuttavia poco elegante, oltre che poco utile, dire semplicemente “l’avevamo detto”. Se si vuole riflettere finalmente con serietà bisogna avere il coraggio di abbandonare gli schemi, i tabù e le logiche della “politique politicienne”, riaffermando un primato del diritto da cui, nel nostro Paese, si prescinde ormai troppo spesso con disinvoltura se non con arroganza. Il voto per corrispondenza, tanto per cominciare, non é compatibile con l’articolo 48 della Costituzione Italiana che impone un’esercizio “libero e segreto”. A prescindere dai comportamenti criminali veri e propri, che riempiono puntualmente le cronache elettorali, è evidente che nei giorni che intercorrono tra la ricezione del plico contenente le schede elettorali e la loro restituzione all’ufficio consolare, il connazionale è soggetto ad ogni tipo di pressione: le associazioni, i patronati, i vari “notabili” possono facilmente indirizzare il voto, avvalendosi dell’ “ignoranza” dell’elettore e del suo scarso interesse per la consultazione elettorale. Che dire poi delle case di cura e dei centri di assistenza dove spesso gli anziani hanno la residenza e dove qualcuno gestisce direttamente la loro corrispondenza? E delle possibilità di inquinamento del voto nei Paesi con un servizio postale inaffidabile? Chi può escludere che i plichi elettorali giungano in mani diverse da quelle dei legittimi destinatari, vuoi per semplici disservizi, vuoi perché “comprati” dal postino o dalla società di spedizione? In sostanza, chiunque venga in possesso delle schede elettorali può votare al posto dei connazionali e nessuno sarà mai in grado di accertarlo. Ma c’é di più e di peggio: in Italia se un cittadino vota al seggio e fotografa la scheda elettorale come prova della propria lealtà clientelare, rischia l'incriminazione penale. Se 200 cittadini residenti all'estero si riuniscono in un ristorante e votano collettivamente per un candidato, in cambio di una ricca cena o di una somma di denaro, probabilmente nessuno se ne accorge. Così come nessun controllo e nessuna verifica sono possibili se 200, 2.000 o 20.000 cittadini residenti all'estero vendono il loro materiale elettorale, ricevuto per posta, ad un terzo che ne compila su scala industriale le schede in cambio di un qualche tipo di favore. Il voto per corrispondenza si presta dunque meravigliosamente a quel “voto di scambio” che tanto ci si preoccupa di estirpare dal nostro sistema politico ! Come rimediare a ciò? Semplice. Non basta “migliorare” la gestione del sistema: il voto per corrispondenza va risolutamente abbandonato. Questa pur fondamentale “questione organizzativa” non è tuttavia l’unica aberrazione introdotta dalla legge Tremaglia: vi sono questioni sostanziali, squisitamente giuridiche e politiche forse ancora più critiche ed inquietanti. La libertà di scelta sul “dove”votare e/o candidarsi, concessa ai soli residenti all'estero, determina una clamorosa disparità di trattamento nei confronti degli elettori residenti in Italia. La legge 27 dicembre 2001 n.459 prevede che ai residenti all'estero sia data la singolare prerogativa di decidere in quale circoscrizione votare: nella circoscrizione estera di residenza oppure, previa opzione scritta, in quella del territorio nazionale relativa alla sezione elettorale in cui sono iscritti (comma 3, art. 1). Per quanto riguarda poi l'elettorato passivo, mentre ai cittadini italiani residenti in Italia non è data la possibilità di candidarsi nella circoscrizione estero (lettera b, art. 8), gli italiani residenti all'estero possono tranquillamente candidarsi dove vogliono, dopo aver esercitato l’ opzione per il voto in Italia (comma 4, art. 8). Si tratta di un’evidente discriminazione, che non trova alcun fondamento nel dettato costituzionale: l'elettorato passivo coincide con l'elettorato attivo con il solo limite dell'età (25 anni per l'elezione a deputato e 40 anni per l'elezione a senatore), fissato dagli art. 56 e 58 della Costituzione. Una simile limitazione della capacità elettorale passiva non è prevista in alcuna legislazione dei paesi democratici e pluralisti contemporanei non potendosi considerare legittima alcuna differenziazione tra elettori basata sulla residenza: nella generalità degli Stati, le moderne forme di rappresentanza degli interessi “territoriali”, eventualmente previste, si aggiungono, alla rappresentanza politica generale, ma non la sostituiscono. Nel sistema derivante dalla riforma degli art. 56 e 57 della nostra Costituzione il numero dei seggi spettanti alla circoscrizione estero è fissato dalla legge e si tratta di un vero e proprio “numero protetto” con lo scopo di assegnare una consistente rappresentanza parlamentare legata agl'interessi degli italiani all'estero, pochi o tanti che siano o che saranno. Quindi: mentre agli elettori residenti in Italia non è dato modo d'interferire sulle vicende elettorali della circoscrizione estero, gli elettori residenti all'estero possono ben decidere di esprimere il proprio voto sui candidati presenti sul territorio nazionale, mantenendo in ogni caso inalterato il diritto alla medesima quota di rappresentanza protetta anche se, per assurdo, tutti i residenti all'estero dovessero decidere di votare in Italia. Vi è infine un aspetto di fondo che rende particolarmente iniqua la legge: la perdita di collegamento fra cittadino e territorio. Abbiamo milioni di immigrati che stanno in Italia da decenni e senza di loro la nostra vita domestica e pubblica rischia il tracollo. Non si capisce perchè, se un cittadino extracomunitario ha diritti e doveri per la scuola o per il lavoro, non debba averli per la scelta di chi deve amministrare il territorio. L'integrazione degli stranieri (quella stessa integrazione che abbiamo reclamato per oltre un secolo per i nostri emigrati) deve essere concreta e non solo a parole: bisogna smetterla con le strumentalizzazioni, perchè qui stiamo parlando non di clandestini, ma di persone che vivono e lavorano regolarmente nel nostro Paese da molto tempo. Sono maturi i tempi per discutere del diritto di voto per gli immigrati, mentre è molto discutibile che siano i discendenti di quarta e quinta generazione di un nostro connazionale emigrato in Australia o in Venezuela più di cent’anni fa che – senza aver mai messo piede nel nostro Paese e senza conoscere neanche la lingua – possano decidere da chi e come debbano essere amministrate milioni di persone che hanno un regolare permesso di soggiorno, partecipano attivamente alla produzione della ricchezza nazionale, vivono, lavorano e pagano le tasse in Italia.

ARCHIVIATO IN Sistema Italia

Di Il Cosmopolita il 05/03/2010 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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