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Post di aprile

27/04/2010

Allarme soia

di Francesca Morelli

Il ministero dell’Agricoltura argentino ha diffuso i dati sulla coltivazione della soia. Sono 17,5 milioni gli ettari coltivati a soia su 31 milioni di ettari dedicati a altre colture, vale a dire che il 56% del territorio agricolo è stato destinato alla monocoltura della soia transgenica. Nel 2010 gli ettari riconvertiti alla soia sono già aumentati a 19 milioni, con evidente riduzione dei terreni per l’allevamento del bestiame. Eh si, perché se dal 2006 l’obiettivo allo stop all’esportazione di carne della presidenza della nazione era quello di frenare l’aumento dei prezzi del mercato interno, i risultati raggiunti si sono rivelati molto insoddisfacenti. Le rilevazioni delle maggiori associazioni degli allevatori hanno stimato che nel 2010 sono rimasti solamente 12 milioni di capi di bestiame (2,5 milioni di tonnellate di carne) a soddisfare la domanda interna, con una diminuzione di un terzo rispetto al 2009. L’Argentina, allevava 51 milioni di esemplari, fronte a una popolazione di 40 milioni di abitanti e aveva il maggior indice di consumo di carne vaccina per abitante, rispetto al sud America, corrispondente a una media di 73 kg per anno/ abitante, secondo le stime ufficiali.
Nel 2009 le esportazioni di 600.000 tonnellate di carne verso un centinaio di Paesi fra cui Russia, Cile, Israele e Venezuela hanno fruttato al Paese 1.686 milioni di dollari, quest’anno molti allevatori si sono già riconvertiti. Le esportazioni in Europa hanno subito una flessione importante, forse per l’uso del farmaco antimicrobico che controlla le fermentazioni ruminali, bandito dai Paesi europei dal 2003 che i produttori argentini continuano ad usare, così come i lattobacilli, che permettono l’aumento della durata del sottovuoto delle carni esportate fino a 120 giorni, contro i 30-40 giorni regolamentati dalla UE.
La soia avanza, nel 1996 è stato approvato l’uso del glifosato dal ministro dell’Agricoltura dell’epoca, sotto la presidenza di Carlos Menem. L’erbicida in questione sta occupando le prime pagine dei giornali locali, che ne denunciano l’alta tossicità. In particolare viene sottolineata la totale assenza di controlli da parte governativa sui quantitativi dispersi sui terreni, con la conseguente contaminazione ambientale e gravi ripercussioni sulla salute. La provincia di Santa Fé, nel nord est del Paese, si sta battendo per dire no alle fumigazioni indiscriminate con il glifosato, anche per la sua ricaduta nella catena alimentare e per i frequenti casi di insufficienza respiratoria riscontrati nella popolazione infantile.

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Di Il Cosmopolita il 27/04/2010 alle 00:00 | Non ci sono commenti

27/04/2010

MAE: vogliamo provare a dare uno sguardo “oltre” la riforma?

La riforma del Ministero ha suscitato come era ovvio un intenso dibattito, che sarebbe potuto durare all’infinito in quanto di evidente c’è solo che riorganizzare lo strumento nazionale della politica estera è oggi impresa assai complicata (e forse questo spiega il modo “assertivo” con cui si va realizzando…!).
Fino all’inizio del secolo scorso, tutto ciò che era “affari esteri” rientrava nella sfera di competenza esclusiva del Ministero degli Esteri e quindi era tutto più semplice. Oggi invece di estero si occupano tutti e non c’è Ministero che non abbia proprie competenze internazionali. Poi c’è il nuovo quadro comunitario che da decenni ha messo in viaggio verso Bruxelles molti funzionari non diplomatici. In questa nuova prospettiva è lecito quindi chiedersi se le “mutazioni” che si registrano in quasi tutti i Ministeri degli Esteri siano dovute alla necessità di adattare tali organismi al nuovo quadro geo-politico mondiale o se non siano piuttosto evoluzioni (o involuzioni…) genetiche innescate sia dal loro diminuito ruolo tradizionale che dalle nuove funzioni emergenti. A quest’ultimo proposito, è ben evidente, ad esempio, che più si sviluppa il turismo low cost, più cresce la richiesta dei cittadini di trovare assistenza ovunque essi si trovino, da cui la grande popolarità di cui gode la nostra Unità di Crisi. Potremmo aggiungere il servizio visti, che sta al primo posto fra gli interessi di coloro che aspirano ad immigrare qui da noi o in altri Paesi industrializzati. Se poi osserviamo il quadro dal versante delle altre Amministrazioni e delle Istituzioni, vediamo che esse richiedono ai Ministeri degli Esteri soprattutto servizi attinenti alla logistica dei loro spostamenti (prenotazioni alberghiere, passaggi auto, catering, programma visite, shopping time…), e non riguardano che in parte i contenuti delle materie che andranno a trattare, visto che oggi dispongono di uno staff competente in affari internazionali che spesso parla addirittura inglese.
Se dunque nuove competenze crescono, alcune fra quelle tradizionali si affievoliscono. In primo luogo sappiamo bene che i principali orientamenti di politica internazionale sono determinati – almeno per noi europei – da Unione Europea e NATO. Ogni Paese vi da il suo contributo, grande o piccolo che sia ma poi vi si adegua. Quindi, il bilaterale “politico” ha un peso minore (se non con gli stretti vicini di casa). In compenso, il multilaterale “politico” è ancora un ambito dove la Diplomazia opera in maniera esclusiva. Molto più ampio è lo spazio di iniziativa nazionale nel rapporto economico bilaterale, in quanto ogni singolo Stato è in concorrenza con l’altro e quindi gli organismi sovranazionali possono determinare soltanto cornici giuridiche. Tuttavia, sui rapporti economici bilaterali – dalla cooperazione industriale, al commercio e all’energia – in Italia e altrove, sovrintendono i Ministeri economici, così come fanno i rispetti Ministeri sulle materie del commercio internazionale dei prodotti agricoli o sulle politiche sui trasporti o su quelle attinenti agli affari interni. Anche in campo economico, dunque, al Ministero degli Esteri resta – come competenza esclusiva – principalmente l’ambito multilaterale. Si potrebbe certamente approfondire – ma magari in un’altra occasione perché ci porterebbe fuori tema - il ruolo del Ministero, in collegamento con la rete diplomatica, nel coordinamento della promozione del sistema Italia.
Ciò detto, non va neanche dimenticato che il Ministero degli Esteri continua a gestire un’infinità di questioni, alcune anche in forma esclusiva – dalle borse di studio ai visti, dal Cerimoniale all’organizzazione del voto all’estero e a mille altre - e, last but not least - è soprattutto il punto di riferimento principale per l’attività di analisi politica e monitoraggio della situazione internazionale. Se il quadro molto sommariamente descritto è anche solo in parte corretto, emerge che il Ministero degli Esteri conserva sì alcune competenze “tradizionali”, ma avrebbe comunque visto affievolirsi la sua centralità nella sfera internazionale. Il fatto poi che il Ministero degli Esteri disponga in via esclusiva di una sua rete di rappresentanze all’estero, pur essendo un ovvio asset, pone anche un interrogativo. Se infatti la proiezione estera del Paese è gestita da una pluralità di soggetti, ne deriva che la rete non ha più, come suo centro esclusivo, il Ministero degli Esteri. In altri termini, le Ambasciate sono sempre più costrette ad intrattenere contatti diretti con le Amministrazioni che ne richiedono i servizi, e anche questa è una “mutazione” genetica.
Comunque, il vero scopo di queste brevi considerazioni non era certo quello di tirare delle conclusioni, ma piuttosto di porre delle domande, fra cui la più generale è questa: stiamo assistendo a un progressivo “declino” del ruolo (quanto meno nella sua accezione tradizionale) del nostro come degli altri Ministeri degli Esteri ? E ancora, potrebbe accadere che il Ministero degli Esteri venga in futuro in gran parte sostituito dalle sezioni internazionali dislocate presso ogni Ministero tematico e che ciò che resta del Ministero degli Esteri abbia solo funzioni logistiche ? Non potrebbe delinearsi uno scenario che riconduca la struttura diplomatica – assai ridimensionata nel numero - al suo compito più antico che era quello di “consigliere del Principe” ? Inoltre, come cambierà la funzione della nostra rete nazionale di rappresentanze diplomatiche quando saranno in funzione quelle europee ? Avrà ancora ragion d’essere un’Ambasciata a Parigi o a Londra in uno spazio geopolitico divenuto “interno” ? Insomma, ci sono molte domande su cui varrebbe la pena di riflettere e che vanno ben oltre i temi dell’attuale riforma, in quanto ci aiuterebbero a decifrare una tendenza di più lungo periodo e a immaginare future e ben più radicali trasformazioni.
E non abbiamo detto nulla del Vertice italo-russo di Villa Gernetto…

ARCHIVIATO IN Farnesina

Di Il Cosmopolita il 27/04/2010 alle 00:00 | Non ci sono commenti

27/04/2010

Punto e a capo. Ma per andare dove?

L’importante discorso tenuto a Milano in occasione del 25 aprile dal Presidente Napolitano costituisce il migliore punto di partenza per riprendere il filo di un’analisi – quale è la nostra – che ha sempre tentato di verificare nodi e prospettive di politica internazionale nelle mille intersecazioni che questa ha con la politica “domestica”. <br> Le riflessioni pubbliche del Presidente – e pubblicamente grandemente applaudite, anche se c’è da domandarsi fino a che punto condivise e financo comprese nella sostanza – si sono svolte in un intreccio rimarchevole tra “noi” e gli “altri”, l’Italia (e gli Italiani) nel quadro dei processi globali, cosa siamo come lo siamo: innanzitutto il 25 aprile come festa di liberazione ma anche di riunificazione, l’identità come acquisizione con consapevolezza (e non come dono del destino) del “patrimonio” nazionale, l’Unità come strumento di sviluppo e di integrazione allargata. E poi via via: l’Europa che sarà sì un po’ più periferica nei processi di globalizzazione in atto, ma che con la “scala” regionale (regione Europa non regioni d’Italia…) potrà comunque far valere il proprio “acquis”. Ed infine anche il possible ruolo positivo del federalismo interno. <br> In breve, un discorso acuto di riconciliazione e di messa a punto venuto a proposito dopo le non esaltanti querelles delle ultime settimane e degli ultimi giorni, eppure un discorso che riflette paradossalmente l’attuale vuoto di prospettive, sia nella politica interna ormai ridotta alla questione dell’arruolamento “costituzionale” di Fini e/o al possible “terzismo” di una Lega inarrestabile, ma anche di una politica internazionale la cui agenda seguiamo passivamente e probabilmente senza neppure comprenderla. Perfino l’accenno al “mantra” dell’alternanza (l’abito fatto indossare da ormai un paio di decenni al Paese da sarti indecisi tra effetti imitatorii esterofili e furbizie oligarchiche da strapaese) è suonato inadeguato alla gravità e all’incertezza della situazione, ma con ogni evidenza non spettava al Presidente della Repubblica andare al di là della realtà presente: infatti – alla luce di come si presenta oggi ogni pensabile alternanza – appare perlomeno utopistico immaginarsi un soprassalto di consapevolezza e men che meno di visione. Soprattutto tenuto conto che i temi di fondo, le scelte su cui prima si comprende e poi si costruisce il futuro del Paese in un mondo così squilibratamente integrato, neppure risultano in un carnet politico “ombelicale” ed autoreferente come è quello espresso dalla “classe politica” italiana. <br> Non già che le scelte non avvengano, quanto piuttosto che queste si iscrivono in estemporaneità e, di più, nella pressochè totale assenza di scrutinio: altro che “alternanza”… Facciamo alcuni esempi: è evidente che la crisi dell’intero progetto europeo – proprio in ragione del venire meno dell’”entusiasmo” propulsivo di alcuni tra i maggiori Stati nazionali membri – ha assunto caratteristiche non più “burocratiche” ma direttamente reali. La crisi greca che in pochi mesi si è trasformata in crisi dell’Euro ne è soltanto l’ultimo episodio e la certificazione – quale che sia l’esito finale – che un’aggregazione “over-stretch” e non ispirata da progetto politico condiviso, viene destabilizzata proprio da quei fattori che avrebbe dovuto istituzionalmente ricondurre ad equilibrio. <br> Altro esempio è il rinnovato trend alla militarizzazione delle relazioni internazionali al quale l’Italia partecipa con dosi uguali di entusiasmo e di sostanziale inconsapevolezza (almeno di pubblica inconsapevolezza): infatti, mentre si progetta di trasformare l’asfittica diplomazia italiana non già- e finalmente - in uno strumento comparabile a quello degli altri Paesi europei bensì in una smilza Agenzia internazionale di pubbliche relazioni, risorse enormi vengono allocate in ogni possibile partecipazione militare. Il tutto con radi, e non di merito, “passaggi” parlamentari. E zero dibattito sulla possible valorizzazione di strumenti negoziali di conciliazione internazionale. Detto in altri termini: bersaglieri in Crimea ma senza un Nigra a Parigi. Ovvero una storia patria all’indietro che testimonia dell’agghiacciante ipotesi (che molti Italiani condividono, almeno in cuor loro) che la storia non necessariamente va comunque avanti, ma fa spesso passi indietro, molto indietro.

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 27/04/2010 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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