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Post di maggio

19/05/2010

Guerra e pace

“IlCosmopolita” scriveva qualche settimana fa che l’attuale Governo italiano sembra fermamente intenzionato (“si parva licet…) a perseguire il modello “bersaglieri in Crimea” (metà dell’Ottocento, pre-crollo dell’Impero Ottomano) senza sentire minimamente la necessità di accompagnarlo – come fece Cavour alla vigilia della seconda Guerra d’Indipendenza (come si chiamava in altri tempi…) con la tessitura diplomatica del Ministro a Parigi, Costantino Nigra, e che rese possible l’alleanza necessaria alla concretizzazione del nucleo destinato in pochi anni a diventare l’Unita d’Italia. <br> <br> I nuovi tragici fatti afgani tendono a confermare con le apodittiche dichiarazioni del Presidente del Consiglio (“missione fondamentale”) – peraltro non contrastate da nessuna seria e/o argomentata visione alternativa che questa e non altra è la linea adottata: infatti, in parallelo con le dichiarazioni del Ministro della Difesa, tutto l’apparato diplomatico della Repubblica (dalle Ambasciate ai Consolati e soprattutto la Farnesina medesima) si appresta al più radicale ed insensato ridimensionamento quasi si trattasse di sopprimere una obsoleta “Comunità Montana” o della “Gioventù italiana del Littorio”. Ben cinque – su tredici – Direzioni generali spariranno e l’analisi operativa sulle grandi aree geo-politiche verrà ripartita su fantasiosi “temi” globali di politica internazionale; al tempo stesso la rete conosce una carenza di risorse che ci accosta ormai al cosiddetto Terzo Mondo (con buona pace, tra l’altro, dei cinque milioni di Italiani nel mondo). <br> <br> I raffronti, peraltro ben noti alla dirigenza politica ed amministrativa, tra i costi pro-die delle presenze militari e quelli annuali dello strumento diplomatico-consolare – non distolgono da una volontà demolitoria che va al di là delle ristrettezze di bilancio e che va pertanto ricondotta ad una precisa scelta politica ovvero quella di sbarazzarsi definitivamente dell’”impaccio” pubblico (al servizio degli interessi nazionali) nelle scelte di politica internazionale, evidentemente sostituite da soggiorni nella dacie e nelle tende del deserto libico, da gasdotti e recuperi del nucleare sul mercato dell’usato. Per il resto è sufficiente affidarsi a periodiche integrazioni di truppe su tutti gli scacchieri internazionali e ad una litania di dichiarazioni filo-statunitensi (aumentate peraltro dalla necessità di controbilanciare i pupilli di regime dal noto Bertolaso all’ormai obliato capo della Croce Rossa Scelli, entrambi “pulcini” del “vizir” di Palazzo Chigi). <br> <br> Sfugge anche alla cosiddetto opposizione come il Segretario di Stato Clinton abbia fin dal primo momento affermato la necessità (per gli Stati Uniti, figuriamoci per noi…) di valorizzare lo strumento diplomatico, oltre tutto meno costoso e a più durevole impatto di un cacciabombardiere. Ma tant’è, per chi si accontenta di liquidare l’evidente “impasse” afgana (messa in luce anche dai commentatori militari) con lo slogan “missione fondamentale” (ma se è fondamentale perchè non ci manda il figlio ventenne come facevano i Reali inglesi?), gli interessi nazionali sono non già irrilevanti ma del tutto incomprensibili. <br> <br> Così, mentre si approssima la vigilia della liquidazione del Ministero degli Esteri, I vertici politici ed amministrativi – lungi dal difenderne ciò che ne rimane – competono in diversivi pubblicitari: l’ultimo in ordine di tempo è l’esibizione del Ministro degli Esteri con il “castigapoveracci” Ministro Brunetta per vantare l’informatizzazione dei servizi: con quanto successo si è visto all’ultimo recente Consiglio degli Italiani all’estero (CGIE). Il fatto è che non capiscono l’irrompere del nuovo…<br> <br> Nel frattempo continua a mancare qualsivoglia dibattito nazionale sulla politica estera, dalle scelte militari a quelle geopolitiche e/o di relazione economica. Non ci mancherà però tra qualche settimana una allocuzione (probabilmente “condivisa”) sulle “lacrime e il sangue” (degli altri) che i noti plutocrati del pubblico impiego saranno chiamati a pagare per surrogare non già la crisi finanziaria internazionale bensì il fatto certificato che l’Italia è il Paese fiscalmente tra i più iniqui dell’intero Occidente e anche della generaltà dei Paesi emergenti: evasione, tassazione privilegiata delle rendite rispetto ai redditi di lavoro, condoni, scudi, economia malavitoso e – perchè no – “regali inconsapevoli” a Ministri e “grand commis” vicini alla cricca, alle cricche. <br> <br> Last but not least. Il tanto decantato trionfo mediatico-diplomatico del G8 si è da mesi trasformato in quello che era ovvero un gioco di scatole cinesi di trucchi ed abusi, senza che gli “innovatori” della Farnesina se ne "accorgessero".

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Di Il Cosmopolita il 19/05/2010 alle 00:00 | Non ci sono commenti

05/05/2010

Della Grecia e di altre crisi finanziarie

Per non passare da menagrami bisogna augurarsi che la Grecia rappresenti un caso isolato nel panorama della crisi finanziaria europea. Ma ad essere moderatamente realisti v'è da temere che il Portogallo potrebbe seguire se non la Spagna, che pure vantava fino a qualche anno fa una crescita della ricchezza individuale tale da metterla in diretta rivalità con l'Italia. E via con le polemiche mai sopite circa la presenza italiana nel G 8 e per contro l'assenza spagnola. Magra consolazione per la Spagna: di qui a qualche anno, se il gruppo dei Grandi vorrà rispecchiare l'attualità e non il passato, l'Italia resterà fuori al pari degli altri europei, salvo forse la Germania. Dunque la Grecia è salvata dall'intervento congiunto dell'Unione europea e delle IFI, Fondo Monetario in testa, dopo le polemiche sulla opportunità che fosse solo l'Europa ad intervenire (ma quando ed in quale misura?) per tenere lontano il Fondo “americano”. Alla Germania, ed ai suoi sodali europei nel rigore come i Paesi Bassi, si imputa oggi quanto si imputava loro negli anni novanta del XX secolo rispetto all'ammissione dell'Italia nella zona EURO: di essere stolidamente rigoristi, inguaribili nostalgici del marco e del fiorino, dimentichi dei vantaggi della moneta unica che i due stati membri comandano da Francoforte e col primo Presidente della BCE, l'olandese Duisenberg. Tommaso Padoa-Schioppa rimette i concetti in ordine ed alla domanda della Repubblica (4 maggio 2010 – La crisi di Atene non è finita) risponde che la “Germania ha un interesse diretto nell'operazione di sostegno alla Grecia, la sua non è generosità, basti pensare che la gran parte dei titoli greci è in mano alle banche tedesche”. La questione, per Berlino, è di persuadere l'opinione pubblica che il salvataggio va fatto, ma senza incoraggiare eventuali emuli non solo negli stati membri lassisti ma anche nella stessa Germania, dove forze considerevoli premono per una larghezza di mezzi che porterebbe all'inflazione ed all'indebolimento dell'EURO. La Germania si trova di fronte ad una scelta che dovrebbe esserle familiare ma che stenta ad assumere una volta per tutte. La scelta – come dice Padoa-Schioppa – non di accettare l'Europa, “bensì di essere la forza guida dell'Europa”. Se poi la decisione di salvare Atene apre la via al Presidente tedesco della BCE, ad onta della candidatura “non ufficiale” di Mario Draghi, ebbene è una previsione non proprio maliziosa. Le potenzialità di Maastricht - non a caso l'Unione monetaria è la parte di quel Trattato che resiste con maggiore freschezza ai vari cambiamenti istituzionali culminati nel Trattato di Lisbona del 2009 - sono enormi ed in parte ancora inespresse. Anzitutto il volet Unione economica del binomio Unione economica e monetaria. L'armonizzazione delle politiche economiche e fiscali, in una parola alla moda the governance dell'economia europea, è ritenuta aspirazione troppo ambiziosa in una zona EURO ancora orfana della sterlina. L'annunciata vittoria dei conservatori in Gran Bretagna poco di nuovo dovrebbe portare su questo piano, anche se va amaramente riconosciuto che anni di dominio laburista e di promesse blairiane di conversione alla euromoneta nulla hanno dato. Talché varrebbe la malinconica considerazione che a Londra una maggioranza vale l'altra, almeno ai fini dell'Unione monetaria. Agli argomenti pro-tedeschi andrebbe aggiunto un altro. Non v'è solo interesse nella decisione di salvare Atene, vi è anche la corretta lettura del Trattato di Lisbona. Che nel preambolo si prefigge crescita economica equilibrata e stabilità dei prezzi, in un quadro di economia sociale di mercato fortemente competitiva. Alla base si situa il principio di solidarietà, che non funziona solo fra individui e classi sociali ma anche fra stati membri e regioni, con trasferimenti di ricchezza dai più favoriti ai meno favoriti. L'Unione a trazione tedesca è manifestamente ispirata al dogma tedesco dell'economia sociale di mercato e dunque non può fallire alla prova greca. Ciò che importa ora è di tenere vivo il momentum di apertura sociale e rigore finanziario. Si eviti che il risanamento della Grecia e di altri eventuali stati membri comporti un arretramento irreparabile nelle condizioni di vita dei lavoratori e dei precari.

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 05/05/2010 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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