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Post di giugno

16/06/2010

Il Mediterraneo si svuota

“L'acqua è poca e la papera non galleggia” è un detto popolare che denuncia la costatazione rassegnata e ironica che gli affari non vanno per il verso giusto e c'è scarso margine per raddrizzarli. L'affare della nave a bandiera turca bloccata dagli israeliani al largo di Gaza, ma in acque internazionali, è destinata a produrre un'onda lunga: e non solo sulla collocazione internazionale di Israele, ma anche sulla politica europea. Il Trattato di Lisbona articola l'azione esterna UE in politica estera e di sicurezza, in politica di difesa, in politiche già comunitarie (cooperazione allo sviluppo, ambiente, ecc). A capo di tutto pone l'Alto Rappresentante agli affari esteri. Il quale A. R. interagisce col Consiglio europeo (i capi di stato o di governo), col Consiglio Affari Esteri (i ministri esteri), la Commissione, il Parlamento europeo. In pratica l'A. R. si trova al centro di un affollatto incrocio istituzionale dove solo la sua abilità diplomatica e la sua sapienza politica possono trarlo d'impaccio. Si penserà che una costruzione così barocca, in linea comunque con il peculiare gusto architettonico di Bruxelles, è fatta a guisa di una politica estera finalmente efficace e sopratutto rappresentativa di un comune sentire europeo o almeno dei grandi stati membri. Nella crisi della nave gli stati membri hanno reagito ciascuno secondo la propria visione nazionale. E così si è delineato il solito schieramento di legittimisti e di irredentisti. Tutti comunque accomunati dall'essere amici di israeliani e palestinesi e turchi. Nonché avversari dello scontro di civiltà che, a furia di evocarlo anche dopo la scomparsa di Huntington, rischia di divenire una profezia che si autorealizza. Una presa di posizione, quella europea, che autorizza ad esempio gli israeliani a diffidare dell'impegno europeo che vada oltre il sostegno finanziario, a fini umanitari e di stabilità, della Autorità e della popolazione di Palestina. Dopo la prova del Libano 2006, col contributo europeo a UNIFIL 2, l'Unione sembra ricadere nel solito gioco del dichiararsi amica di tutti, ovvero “equivicina” come si diceva tempo fa in Italia, e perciò poco decifrabile. I grandi stati membri oscillano. E parte della responsabilità della svolta ottomana in Turchia, ammesso che di svolta e non di tattica si possa parlare, ricade sui tentennamenti europei circa il “carattere europeo” della Turchia, e cioè la sua eleggibilità “strutturale” all'Unione. I dubbi spingono Ankara a cercare spazi altrove: o per qualificarsi come punto di incontro di un novello Dar al Islàm o per tentare la carta americana per avvicinarsi all'UE. La creazione dell'Unione per il Mediterraneo nel 2008 doveva rappresentare una sorta di alternativa nobile alla piena adesione. E pur respinta da Ankara come adesione dimezzata e quindi impraticabile, l'UpM decollò con la massima solennità della passeggiata sui Campi Elisi nella festa nazionale di luglio. Da allora, se si toglie la riunione esteri di novembre 2008 a Marsiglia, nessun incontro a livello politico si è più tenuto in seno all'UpM. Il secondo vertice dei Capi di stato o di governo, in programma a Barcellona nel giugno 2010, è rinviato a novembre o forse a data da definire: in attesa che si sciolgano alcuni nodi mediorientali, fra cui il blocco di Gaza, il ripristino del potere dell'AP, la ripresa dei colloqui di pace, il blocco degli insediamenti, eccetera. “Vaste programme” - commenterebbe il Generale De Gaulle. Talmente vasto che è probabile che il vertice UpM debba aspettare a lungo se veramente lo si intende condizionare almeno all'avvio di una soluzione della crisi mediorientale. Il Segretariato generale UpM, con sede a Barcellona, ha completato i ranghi ma non trova le risorse di bilancio per pagare il personale a cominciare dai Vice Segretari generali. Una riflessione attenta presso gli stati membri sul multilateralismo euro-mediterraneo è forse opportuna.

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Di Il Cosmopolita il 16/06/2010 alle 00:00 | Non ci sono commenti

10/06/2010

Cacofonia alla Farnesina

I gravi fatti avvenuti in acque internazionali nel Mediterraneo orientale ed il cruento confronto che ha visto truppe d’assalto israeliane abbordare un’imbarcazione civile in missione umanitaria filo-palestinese costituiscono non solo un’evidente “escalation” contro quel “processo di pace” che con enfasi ciclica si cerca da alcuni decenni di rinverdire – senza peraltro progredire di un passo ovvero realizzando uno avanti e due indietro – ma una sorta di “prima” nella sinistra inventiva della militarizzazione delle relazioni internazionali. Trattandosi di una “prima” così di “rottura”, è evidente che gli spettatori ne siano rimasti assai attoniti e tra questi spicca la Farnesina le cui reazioni appaiono improntate più alle interviste “volanti” all’uscita del teatro/cinema che al frutto meditato di una “linea” e degli interessi e valori che le sottendono. La cacofonia che ne è conseguita, a partire dalle dichiarazioni “perinde ac cadaver” pro-israeliane del Sottosegretario Mantica ex Alleanza nazionale nonché reduce dei “trionfi” all’ultimo Consiglio degli Italiani all’Estero (ai quali ha tentato di “vendere” la smobilitazione della funzione consolare del Ministero degli Esteri come l’irrompere della “modernità”) per proseguire da parte del Sottosegretario Stefania Craxi con un – parziale – recupero delle tradizionali posizioni italiane di equilibrio che già furono del padre (e prima di lui di una lunga fila di statisti come Moro, Fanfani, ecc.) ed – infine – per arrivare alla mediazione del Ministro Frattini: una mediazione che, più che con i fatti e con la politica, è avvenuta con i Signori di Palazzo Chigi, ovvero il Premier Berlusconi ed il “vizir” Letta: il tutto omogeneizzato e sintetizzato con il tradizionale richiamo diplomatico alla “voce” dell’Unione Europea. Insomma, trattandosi di questione seria e non liquidabile con l’escamotage della retorica patriottarda delle missioni militari (oppiaceo sostitutivo dell’analisi/dibattito), l’impressione data dalla cacofonia partita dalla Farnesina è che forse, tutto sommato, il processo di smobilitazione dell’intero Ministero degli Esteri (cinque Direzioni Generali in via di cancellazione, tagli su risorse già inesistenti e squilibrate, liquidazione forzosa di un patrimonio di servizio pubblico nelle relazioni internazionali) è maturo nei fatti e non resta che apporre le firme finali. Altro che “riforma”..... D’altro canto la povertà dell’attuale politica internazionale del Paese è difficilmente occultabile a chi la osservi dall’esterno: il mix “grandi eventi” (senza ironia scandalistica...), “coups de theatre” e/o “calembours” planetari, regole di ingaggio tipo “bersaglieri in Crimea” con una proliferazione senza precedenti di missioni militari all’estero (naturalmente saltando a pie’ pari il nodo problematico del dettato anti risoluzione delle controversie internazionali con mezzi militare sancito dalla Costituzione repubblicana) e – sotto traccia – un congruo numero di “affari nostri” di cui si permette di dubitare che apportino frutto alcuno al Tesoro, appare ormai inequivocabilmente come un “ersatz”- un pallido sostituto - di quella che già fu una politica estera. Ma – suvvia – perchè preoccuparsene, e perfino perchè rivelarne il carattere contraddittorio o di prova provata del declino (e della “inattendibilità” come carattere dominante nazionale) quando la politica estera, lungi da essere una dimensione separata dalla politica interna, ne è un riflesso diretto e quotidiano. Che lo si voglia o no, che lo si capisca o no. Post scriptum. La cosidetta “manovra” dei 24 miliardi che ci allineerebbe agli sforzi comuni per la moneta comune ha già prodotto la replica di un altro sinistro tic delle patrie classi dirigenti, ovvero utilizzare l’ancoraggio, il giudizio esterno, per candeggiare la totale discrezionalità delle misure adottate: far credere che le Istituzioni internazionali (FMI, OCSE, e compagnia cantante) plaudano non già alla mole del taglio bensì alla natura dello stesso. Detto in altri termini non di “macelleria sociale” trattasi bensì di scelte suggerite dalla Comunità internazionale: quasi questa approvasse il taglio della cultura, della ricerca, dei servizi pubblici e dei suoi addetti per finire agli invalidi “sotto l’80%”, e la tassazione inesistente delle rendite, quella bassa dei profitti, quella esosa dei redditi da lavoro. E, per converso, che la Comunità internazionale plauda all’evasione, al sommerso, agli appalti “gonfiati” (per pagare il “valzente” a Ministri e manutengoli), al non rispetto delle regole – queste sì internazionalmente accettate – sulle pubbliche gare d’appalto. Dunque, cacofonia? Sì, ma conforme.

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Di Il Cosmopolita il 10/06/2010 alle 00:00 | Non ci sono commenti

10/06/2010

L’ultima crisi mediorientale che non è mai l’ultima

“A chi ha in mano un martello, ogni problema sembra un chiodo”. Amos Oz richiama il proverbio per descrivere la dottrina di Israele dalla guerra dei sei giorni (1967) a oggi. La forza militare è diventata una fissazione per Israele, un mantra: dove non si riesce con la forza si riesce con più forza. Le parole di Oz sono quelle che il lettore italiano ama leggere tant’è che i suoi libri sono puntualmente premiati dal successo. Restano le parole di uno scrittore impegnato nel processo di pace sia pure con tutte le articolazioni del sionista convinto. L’azione israeliana contro la flottiglia a bandiera turca, che non è una Love Boat come sostiene Netanyahu, ripropone gli interrogativi di sempre ed alcuni nuovi. Di sempre: la forza militare non risolve il problema politico dell’isolamento crescente di Israele nel quadro regionale, ora che pure la Turchia prende le distanze e l’Egitto guida la cordata dei paesi che vogliono portare allo scoperto l’arsenale nucleare israeliano. Di nuovi: l’unità d’élite della marina è parsa meno efficiente dello standard cui l’IDF ci aveva abituato, accusando feriti in uno scontro manifestamente impari. Si pongono dunque problemi di ordine politico – diplomatico e anche militare. A Gerusalemme si prospetta di nuovo la costituzione del governo di unità nazionale con l’integrazione di Kadima. I laburisti con Barak stanno già dentro la coalizione e forse l’arrivo di Livni potrebbe consentire di allontanare il contestato Liebermann. Basterà tutto ciò senza un cambio di strategia? E’ lecito dubitare. Come è lecito dubitare che una semplice manovra diplomatica riconquisti al Governo di Gerusalemme le simpatie, o comunque le “non antipatie”, internazionali di cui godeva. Resta il fatto che Israele ha esercitato i poteri dell’autorità occupante rispetto ad un territorio, Gaza, che aveva cessato di occupare anni addietro, e con decisione unilaterale, per lasciarlo al precario controllo dell’Autorità Palestinese. La posizione della Turchia merita una riflessione particolare. La tesi della “svolta ottomana” è suggestiva ma non basta a spiegare una manovra che apparentemente smarca Ankara dalla posizione americana. La Turchia si sente di fatto esclusa dall’Unione europea per le riserve di Francia e Germania (e Cipro), malgrado che gli stessi stati membri abbiano sempre condiviso le conclusioni dei Consigli europei che aprivano all’adesione turca. Un caso di mancato rispetto della norma pacta sunt servanda che non può non provocare effetti. La Turchia cercherebbe in alternativa un ruolo verso il mondo arabo e musulmano in linea con la tradizione ottomana, e cioè proprio quella che la rende poco accettabile agli arabi di oggi, stanchi di antiche e moderne dominazioni. La svolta ottomana è suggestiva ma rischia di non essere assecondata dagli altri attori regionali. Che Ankara la evochi per indurre gli Stati Uniti a premere sull’Unione europea? Il meccanismo non sarebbe nuovo perché già nel 2003, quando Bruxelles decise di avviare i negoziati di adesione con Ankara, le ultime resistenze di alcuni stati membri furono vinte grazie alle telefonate del Segretario di Stato USA. Ed infine l’Italia. Si critica la decisione di non votare l’inchiesta internazionale sui fatti del mare davanti Gaza. La decisione può essere discussa ma ha una sua coerenza: Israele deve avere la facoltà di indagare prima di qualsiasi controllo internazionale, che lo stesso Israele percepirebbe come commissariamento e rifiuterebbe in radice. Alcuni stati membri si sono astenuti (Francia), altri hanno votato a favore. Una bella prova di unità dell’Unione! Su questo punto torneremo.

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Di Il Cosmopolita il 10/06/2010 alle 00:00 | Non ci sono commenti

03/06/2010

Internet a scuola

di Francesca Morelli

Il governo argentino ha programmato l’acquisto di 3 milioni di computer portatili in tre anni e dotare così, ogni banco delle scuole superiori, dell’accesso a Internet. L’investimento è miliardario perchè oltre all’acquisto delle macchine, dovrà essere formato il personale tecnico informatico, adattata o potenziata la rete elettrica di ogni scuola, creato lo spazio fisico, ove necessario, per l’installazione dei server. Molte le critiche rivolte alla presidenza della nazione, in primis il pericolo di furti, in secondo luogo la tecnologia obsoleta di macchine comprate un anno e mezzo orsono, non ancora installate, che già dovrebbero essere sostituite. I Pc previsti sono assemblati in Argentina, hanno uno schermo di 10 pollici LCD una telecamera incorporata, 1 GB di memoria RAM estendibile a 2GB e un disco rigido di 160 GB. Dispongono dell’accesso a Internet WI-Fi 3G attraverso l’inserimento di una SIM card. I genitori degli alunni firmeranno un comodato gratuito di responsabilità, le regioni una convenzione di adesione al programma nazionale impegnandosi a fornire le installazioni necessarie quali i server, i routers e l’elettricità. Secondo il piano nazionale i portatili possono essere portati a casa dall’alunno, le regioni invece, per ora, preferiscono che rimangano a scuola. La presidenza ricorre all’esercito per la distribuzione territoriale dei computer, confidando nella buona capacità operativa del corpo per garantire la consegna agli istituti educativi. I ministeri dell’educazione decentrata si faranno carico di definire e designare i custodi delle macchine. “Mi sento un po’ il Sarmiento del Bicentenario” così si è espressa il presidente Cristina Fernandez quando ha annunciato il programma che, secondo il suo punto di vista, aiuterà a dare uguali possibilità agli studenti della scuola pubblica così come fece il presidente Sarmiento nel secolo XIX.”Mi piacerebbe essere ricordata come un persona che quando ha avuto la opportunità di occupare un posto importante ha lottato per l’uguaglianza, per l’equa distribuzione delle risorse, perchè a tutti gli argentini siano date le stesse opportunità”. L’opposizione, attraverso i media, denuncia altre priorità del Paese, quali l’acqua potabile che in molte località nel nord est dell’Argentina non c’è, l’alto tasso di denutrizione dei bambini da zero a cinque anni, le bidonville, in cui riesiedono almeno due milioni di persone in condizioni igienico/sanitarie e socio economiche più che precarie, il deterioramento progressivo della sicurezza nei capoluoghi regionali e in provincia e sottolinea come l’informatizzazione delle scuole secondarie non sia una priorità.

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Di Il Cosmopolita il 03/06/2010 alle 00:00 | Non ci sono commenti

03/06/2010

Pace e guerra

Nel nostro ultimo editoriale viene ricordata – correttamente – l’ultima (l’unica…?) missione militare italiana (in realtà del Regno di Sardegna…) all’estero che, sostenuta da un’accorta strategia diplomatica, si rivelò utile per gli interessi piemontesi (italiani…?) (si riferiva alla Crimea…). Difficile infatti ricordare altri interventi militari italiani che possano essere storicamente e unanimemente giudicati come “utili” per gli interessi nazionali (a parte ogni considerazione sul fatto che la guerra possa mai essere una scelta basata sulla sua supposta “utilità”). Perfino sulla decisione di intervenire nella Prima Guerra Mondiale ci sarebbe ancora da discutere. Non sulla Seconda. Oggi l’Italia è impegnata in 30 missioni in 20 paesi del mondo che nessuno, probabilmente anche gli addetti ai lavori, riuscirebbe a elencarle a memoria e a ricordarne le singole motivazioni. Si tratta di un argomento molto delicato e molto complicato. La prima considerazione da fare per amore di onestà intellettuale è che è difficile sostenere che gli interventi multinazionali all’estero siano motivati da finalità puramente etiche: sarebbe corretto mandare truppe a difendere popolazioni inermi vittime di genocidi, ma di regola non lo si fa, o perché non c’è accordo fra le Grandi Potenze, o perché non ci sono mezzi sufficienti, o perché il prezzo da pagare in termini di vite o di sconquasso geopolitico è troppo alto, o semplicemente perché l’intervento non “serve” a chi lo deve effettuare. E spesso, purtroppo, il punto è proprio questo: alla base di una missione militare deve esserci un interesse nazionale prima di ogni giustificazione etica e della verifica della sua sostenibilità geopolitica e militare. Tuttavia, poiché operiamo in un sistema multilaterale (salvo qualche eccezione), ad essere decisivo è essenzialmente l’interesse nazionale di una o più Potenze “leader”: le altre, che individualmente, magari non avrebbero un diretto interesse all’impresa, accettano di partecipare per non perdere prestigio nell’Organizzazione o semplicemente perché non sono abbastanza forti da poter dire di no. E’ in questa equazione complessa che nasce il dilemma nazionale sul partecipare o meno a una missione militare multinazionale. L’Afghanistan è paradigmatico: pensare che siamo andati là per difendere le donne afghane dai Talibani è una battuta (sebbene sarebbe stato motivo eticamente comprensibile..!). Pensare che siamo andati là per combattere in maniera efficace il terrorismo è discutibile, in quanto il fenomeno terroristico moderno è molto “sparpagliato” e può svilupparsi anche senza una base territoriale (per organizzare un micidiale attentato basta un garage a Londra o nella periferia di Islamabad, come ha confermato anche il Ministro dell’interno all’ultima riunione del G6). Se vi fossero stato all’origine interessi geopolitici o geoeconomici (e di chi ?), il tema non è stato approfondito in maniera conclusiva, tant’è che è ancora aperto a diverse ipotesi. Insomma, le guerre moderne – anche se le chiamiamo missioni di pace – somigliano terribilmente a quelle di sempre. Ma non c’è solo l’Afghanistan da capire fino in fondo. Anche la determinazione con cui il Governo Prodi si precipitò in Libano, resta un tema abbastanza oscuro: si parlò dell’importante ruolo dell’Italia in M.O. ma senza molti dettagli, né fu mai ben chiarito il nesso fra la presenza di nostre truppe e lo sviluppo di detto ruolo. Molto più evidenti sono i risultati ottenuti ovunque dalle nostre componenti civili, sia in fase di prevenzione dei conflitti che in fase post-conflittuale: ma per questo tipo di missioni non ci sono mai abbastanza risorse (né italiane né internazionali), e questa circostanza non è abbastanza dibattuta: perché si trovano le risorse per le missioni militari e si stenta per quelle civili ? Dunque è legittimo concludere (come l’ISPI nel suo ultimo rapporto sulla politica estera italiana) che l’Italia partecipa a 30 missioni – principalmente - perché vuole affermare un suo ruolo nei contesti multilaterali, consapevole che non essendo un influente attore economico e politico, se non contribuisse generosamente con risorse finanziarie e umane a queste Organizzazioni, finirebbe con l’essere marginalizzata. Un esempio, la riforma del CdS. Per contro, è anche onesto ammettere che un grande Paese come l’Italia ha il dovere di essere solidale con le battaglie di civiltà intraprese dagli altri. Ma allora, in questo caso, viene spontaneo pretendere che il dibattito pubblico sia ampio e esaustivo: perché è necessario l’intervento militare, quali i suoi scopi, quali le prospettive di successo, quali i mezzi che intende usare, quale il suo contenuto etico. Non è stata dimenticata la recente “bufala” delle armi di distruzioni di massa… E sulla guerra al terrorismo, se non c’è dubbio alcuno che dobbiamo dare il nostro contributo, è altrettanto indubbio che la strategia debba essere ridiscussa: da quando questa guerra è cominciata, i risultati non sono stati incoraggianti. E’ quindi una scelta corretta quella italiana di contribuire a tutte o quasi le missioni militari multinazionali ? Si possono dare ovviamente risposte diverse. Si può rispondere che una Potenza medio-piccola come l’Italia potrebbe più efficacemente contribuire sul piano civile piuttosto che su quello militare, ricorrendo a quest’ultimo solo in casi estremi e non di routine come oggi. Si potrebbe argomentare che il ruolo dell’Italia si rafforzerebbe di più sulla scena internazionale se il Paese imparasse a diventare una “comunità solidale”, superando lo stigma che l’accompagna dal 1860 di essere una società fondata su quel “familismo amorale” di cui ci accusava già nel 1958 il politologo americano Edward C. Banfield. E’ anche vero però che quando si sta in un’Alleanza militare e si beneficia del più efficace sistema di difesa collettiva esistente al mondo, non ti puoi “sfilare” al momento di pagare il conto. Come si vede, è un argomento molto complesso e qualsiasi risposta netta rischia di essere insufficiente. Anche quella – accattivante – del pacifismo a oltranza: se un terrorista si accinge a sterminare una famiglia inerme, cosa propone Emergency nell’immediatezza del pericolo ? Quindi, l’unica conclusione che si può trarre da tutti questi spezzoni di ragionamenti è che quello che conta è che la gente possa discutere più ampiamente di tutto ciò, e che una volta decisa una missione, non vi sia spazio per i dubbi. Perché non deve più succedere che quando un nostro militare perde la vita in missione, debba ricevere, da un lato i doverosi onori militari, ma dall’altro il vero e proprio insulto di una parte di opinione pubblica che ritualmente si chiede “il perché stava là” !

ARCHIVIATO IN Pace e guerra

Di Il Cosmopolita il 03/06/2010 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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