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Post di luglio

20/07/2010

Il funerale della Farnesina

Ad una settimana dalla VII Conferenza degli Ambasciatori italiani nel mondo che, tra l’altro, sarà chiamata a “sanzionare” il varo della cosiddetta “riforma” dell’Amministrazione centrale, un amico ambasciatore la definiva con candido cinismo “il funerale della Farnesina”: programmata solennità, rigido protocollo, assurdità di fondo e – in ultima analisi – la presenza di uno o più cadaveri. C’è soltanto da sperare che ci vengano risparmiati gli applausi, da un po’ di tempo a questa parte sembrano necessari per concludere con slanci emozionali di dubbio gusto siffatti eventi.

Candore e cinismo a parte, la questione merita qualche nota addizionale per la buona ragione che coinvolge alcune migliaia di pubblici funzionari, una struttura ugualmente pubblica di antica tradizione e da sempre al servizio del Paese e – in ultima analisi – il modo con cui esso si integra nel vasto mondo. Tema quest’ultimo più – e non meno – importante nell’attuale fase in cui globalizzazione e crisi si mescolano con evidenti ripercussioni su un Paese da sempre storico crocevia geo-politico di scambi, interdipendenze ed aggregazioni.

Intanto un dato (di fonte ufficiale): nell’ultimo quindicennio l’Amministrazione degli Esteri ha visto scendere il già magro bilancio dallo 0,5% allo 0,2% in rapporto al totale della spesa pubblica, il che ci colloca non più ad un terzo dei Paesi sviluppati (con cui una volta si competeva) bensì al di sotto dei livelli di molti Paesi in via di sviluppo: una constatazione che qualunque cittadino può effettuare “sul campo” visitando una Capitale e dando un’occhiata – anche dal di fuori – a qualche Ambasciata. Naturalmente in un ovvio “replay” del motto nazionale “miseria e nobiltà” vi sono eccezioni di Sedi faraoniche (Washington ovviamente, ma anche Berlino, ecc.). Quanto alle dotazioni “operative” (consolari, economiche, culturali) queste non raggiungono neppure il 3% dei magri bilanci complessivi: è dunque evidente che ogni servizio dipende dal volontarismo degli addetti. Quegli stessi che oggi vengono additati al pubblico ludibrio da un Governo il cui senso dello Stato è testimoniato dalle cronache che abbiamo sott’occhio giorno dopo giorno.

Il trascorso quindicennio è quello caratterizzato da due sole tenute della Segreteria Generale (più un breve interludio di “rassicurazione”) – quella dell’Amb. Vattani e quella attuale dell’Amb. Massolo: di entrambe va detto che, sia pure con differenti tonalità, si sono distinte per una grande capacità di autopromozione (l’Amb. Vattani ad esempio rimane, nonostante da tempo pensionato, assai visibile nella panoplia della nomenclatura di Stato mentre l’Amb. Massolo prosegue la propria affermazione tra pubblico e privato in omaggio ai tempi d’oggi), molto poco per l’azione svolta a favore del pubblico servizio a cui erano preposti. Calo delle risorse, gestione personalistica, visibilità mediatica soni i tratti distintivi del quindicennio che ha preparato l’attuale “debacle” che, con il tentativo di un “coup de théatre” finale si tenta di camuffare come “rinnovamento coraggioso e sostenibile”, mentre altro non è che una dismissione di finalità, funzioni, professionalità: liquidazione della vera riforma formalmente varata un decennio or sono e mai ossigenata con risorse e talenti e neppure vivificata dall’auspicato e coordinabile decentramento (adottato da tutte le diplomazie moderne), ma – al contrario – mortificata da una velleitaria centralizzazione preoccupata soltanto delle compatibilità esterne, soprattutto quelle di carattere personale. Che tutto ciò si inserisca a pieno titolo nella più ampia crisi nazionale (davvero la Farnesina non è più “corpo separato”...) non costituisce ne consolazione, ne esime da responsabilità. Basti ricordare Segretari Generali del passato (per non parlare di Ministri) quali Roberto Gaja, Renato Ruggiero e perfino Francesco Malfatti e Bruno Bottai...

Purtroppo non di malinconie si tratta (proprie dei funerali...) quanto di questioni che riguardano il qui ed ora e non solo dei funzionari diplomatici (che avrebbero dovuto svegliarsi qualche anno fa...) ma di tutti i lavoratori degli Esteri condannati dalla “riforma” – e dalla Finanziaria – ad un declassamento di ruolo, di opportunità professionali e di remunerazioni del tutto ingiustificato perfino alla luce del concretamente misurabile apporto (con i visti) alle casse dello Stato. Così mentre il “mantra” del sistema Paese copre una ristrutturazione assurda e sgrammaticata (sutor ne supra crepidam - es.: la cultura come veicolo espansivo e non come strumento di “interculturalità”), singole professionalità vengono “liquidate” all’insegna della “sostenibilità”. Accade così che vengano chiusi di fatto gli Uffici commerciali delle Ambasciate (i soli enti pbblici in grado di sostenere gli scambi e l’internazionalizzazione della nostra economia) ed il personale qualificato a questi addetto venga dislocato al “vistificio”. Quanto al centro, ove con slancio “avanguardista” non già due Direzioni generali bensì cinque (ovvero quasi la metà dell’intera struttura) sono cadute anche in ossequio preventivo alla lungimirante mannaia del Ministro dell’Economia, è facile previsione concludere che neppure il sapiente organigramma che sottende all’intera operazione permetterà di uscirne con il successo auspicato dai “Commissari liquidatori”. E dunque si vedrà a giorni – e nelle prossime settimane - se di funerale si tratti o – a guisa di Candido – di una nuova prova del migliore dei mondi possibili...

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 20/07/2010 alle 00:00 | Non ci sono commenti

12/07/2010

La sindrome del panda.

La sindrome del panda è quella che colpisce le aree funzionali del Ministero degli Esteri: escluse per un atteggiamento ostile da alcuni benefici finanziari (come i passaggi economici), non sostituite al pensionamento per il blocco del turn over, posti all’estero non più disponibili, rimpiazzate sovente all’estero dai contrattisti locali e a Roma e all’estero da consulenti e stagisti. Anche il compito d’istituto come quello di dirigere la sezione di un ufficio è assediato. La riforma del MAE moltiplicando i livelli gerarchici svuota di fatto i compiti dei capi sezione, che finiscono per dirigere appena se stessi.

Sulle aree funzionali sta per calare inoltre la mannaia della Manovra Tremonti: vengono bloccati per 4 anni gli aumenti contrattuali e persino gli aumenti delle incentivazioni, e tutti dovranno andare in pensione a 65 anni. Si dirà: tutti sono chiamati ai sacrifici e poi è giusto pensare alle giovani generazioni. Non è proprio così. La prospettiva di avere un certo trattamento economico e di pensionarsi più tardi ha suscitato una legittima aspettativa: tradendola si mettono in discussione molte scelte di vita ma anche la funzionalità stessa del Ministero. E di nuove leve giovani, salvo per i diplomatici, non v’è traccia anche per colpa di un’ottusa politica di contenimento degli organici delle aree funzionali attuata da anni dalla dirigenza della Farnesina quando era possibile assumere e poi di blocchi del turn over nelle varie Finanziarie, di cui oggi si paga un prezzo molto alto. Il problema – bene ripeterlo – è generale e in parte riguarda anche i diplomatici.

La CGIL aveva visto giusto quando denunciò che le invettive contro i fannulloni erano l’avvisaglia di una vasta strategia di attacco. L’attacco è ora svelato ed è condotto verso la pubblica amministrazione in quanto fornitrice di un servizio pubblico e la Farnesina ne è un anello: ridimensionare drasticamente la funzione pubblica a favore di distribuzioni sul territorio di risorse e competenze. E ciò in omaggio al luogo comune che il pubblico costa e va ridotto a favore di uno stato “leggero”. Il federalismo fiscale produce il federalismo funzionale, anche riguardo ai compiti tradizionalmente riservati al centro. Si cominciò con la polizia locale e le ronde, si prosegue con la funzione estera, si finirà con le forze armate. Neppure gli stati federali classici – Stati Uniti e Germania – sono arrivati a decentrare compiti quali la politica estera, la sicurezza, la difesa. Da noi questo sarà possibile e comunque appare già oggi come auspicio diffuso.

Di questa strategia, consolidata proprio dalla recente Riforma del Ministero, ora si mostra consapevole anche il SNDMAE, che proclama lo sciopero il 26 luglio per protestare contro la manovra (quando quasi certamente sarà già stata approvata…). In realtà lo sciopero andrebbe diretto contro la messa in discussione degli elementi fondanti del Ministero. Una presa di coscienza che, se accompagnata dal confronto con gli altri Sindacati, che hanno già scioperato nei giorni scorsi, può portare forse ad una riflessione congiunta sui problemi ed a risposte almeno convergenti. Il tema del giorno è che si mette sotto tiro il senso stesso della politica estera pubblica.

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 12/07/2010 alle 00:00 | Non ci sono commenti

12/07/2010

La terza via turca.

Dalle prime lezioni universitarie di Politica internazionale alle dotte conversazioni fra esperti l’argomento che si sente spesso ripetere, è che la Turchia è il ponte fra Occidente e Oriente, fra le civiltà giudaico - cristiana e musulmana. Un luogo comune che, con la forza persuasiva dell’iterazione, ci fa credere che così è, e così ha da essere “a prescindere”. Si aggiunge, nelle suddette lezioni e conversazioni, che la Turchia è così perché la geografia la costringe ad esserlo: anche plasticamente, col magnifico ponte sul Bosforo che unisce la parte europea alla parte asiatica di Istanbul.

In realtà la rivoluzione secolare di Kemal Ataturk è messa in discussione dai suoi tardi epigoni. Il partito al potere a Ankara propende per forme di secolarismo mitigate dall’uso apparentemente non invadente della cultura islamica. Un esperimento di secolarismo musulmano, o di Islàm politico moderato, che merita di essere valutato per i suoi effettivi meriti e comunque di figurare nell’agenda d’Europa come tema essenziale.

Perché infatti, senza la Turchia, la politica estera europea ha poco senso. Questo va compreso e detto a chiare lettere. Quando nel 2005, con faticosa decisione risalente al 2003, l’Unione europea avviò i negoziati di adesione con la Turchia, il passo fu salutato come il segno del definitivo avvicinamento reciproco fra Europa e Turchia. Ovvero dell’indiscutibile carattere europeo della Turchia quale profilatosi dalla rivoluzione di Ataturk ai giorni nostri.

Certo, la Turchia doveva riformare il sistema economico e politico. Certo, doveva adattare l’ordinamento giuridico ai criteri di Copenaghen. Certo, doveva allineare i comportamenti delle pubbliche autorità allo spirito dei tempi: al rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali, al divieto di pratiche come la tortura, la discriminazione fra generi, credenze, eccetera. Ma si lasciava intendere alla Turchia – e la Commissione europea stava lì a vigilare e certificare – che in caso di buona condotta, la via dell’adesione era aperta. Anzi, si fissava al 2014 la data conclusiva dei negoziati, dopo di che si sarebbe intrapreso l’impervio processo delle ratifiche nazionali.

Di tutto ciò resta modesta traccia nel 2010. I negoziati di adesione sono ad un passo dal blocco. La Turchia accarezza la pista ottomana di cui scrivono alcuni commentatori e lo stesso Cosmopolita. Pista ottomana che la porta a chiedere ragione a Israele dell’attacco alla flottiglia davanti Gaza, pena la rottura delle relazioni diplomatiche. Per l’Italia, che si dichiara amica di ambedue le parti, uno scenario di questo tipo è preoccupante. E lo è per il mondo occidentale, o di quel che resta. Obama lo spiega a Netanyahu. Resta da capire se riceve ascolto in Israele e in Europa.

ARCHIVIATO IN Europa

Di Il Cosmopolita il 12/07/2010 alle 00:00 | Non ci sono commenti

01/07/2010

I “rendiconti” del premier e la liofilizzazione della Farnesina.

Da San Paolo del Brasile dove prosegue il suo viaggio nelle Americhe in vacanza-studio in attesa di quelle che i francesi chiamano le “grandes vacances”, il Presidente del Consiglio italiano ha tuonato contro quelli che in diretta trans-oceanica ha definito i “rendiconti” (sic) menzogneri di gran parte della stampa italiana rea – a suo dire – di non aver magnificato i risultati dei G8/G20 canadesi e – en passant – il ruolo giocato da lui medesimo nel (presunto) aggiustamento dei guai del mondo.

Siffatti “rendiconti” (forse lapsus freudiano, forse assonanza reminiscente con i report dei suoi dipendenti), ovvero presumibilmente “resoconti”, sono forse responsabili della possibile cancellazione della sosta di ritempramento originariamente prevista in una delle sue ville caraibiche (già magnificate qualche settimana fa con il suo omologo bulgaro soprannominato Boris e autodefinitosi l’”anti-lesbiche” di quelle terre balcaniche...) eppure su di questi vogliamo soffermarci lasciando ad altri commenti le note rassicuranti sulla vacanza-premio di una “dama bianca” giovane e bionda regalata all’ammirazione dei grandi del mondo come “componente” della delegazione italiana ai vertici.

Infatti ciò che ha irritato il premier avrebbe dovuto ragionevolmente irritare la vaste masse di “have nots” – di poveracci che hanno visto uscire dalle riunioni canadesi la consacrazione di una strategia in due tempi, o quantomeno differenziata, di fronte alla crisi internazionale: ovvero priorità al “consolidamento” fiscale che – detto in termini semplici – corrisponde ad un ulteriore taglio dei salari e dei benefici sociali a fronte di un futuro – anzi futuribile – rilancio dell’economia e delle domande interne. Che l’operazione “botte piena e moglie ubriaca” non fosse praticabile era da tempo noto e, per questa ragione, non esistevano aspettative (ovviamente neanche nei media) sui risultati ottenibili in incontri sempre più stanchi e sempre più rituali.
Lo slancio volontaristico con cui sono stati assunti (mezzi) impegni di progressivo risanamento (per il 2013, per il 2016 anche con l’aggancio ad una ipotetica ripresa) doveva in realtà servire a “coprire” le misure nazionali in cui quelle italiane si distinguono per ferocia classista e noncuranza dei diritti; per il premier – abituato da sempre all’acquiescenza in patria – il fatto che i “media” si siano attenuti alla verità e non alle bubbole propagandistiche è evidentemente un oltraggio senza precedenti. Anche se nessuno ha avuto il coraggio di ricordare (in tempi di statistiche...) come il referendum di Pomigliano (per citare l’ultimo episodio) ha visto un buon 60% degli interpellati mobilitati per difendere un salario mensile che corrisponde esattamente al più prudenziale cachet di una notte con escort.

Moralismi a parte, i due incontri al vertice segnano una evidente battuta d’arresto rispetto ai ruggiti emessi un po’ da tutti i dirigenti occidentali all’apice della crisi da cui si sarebbe dovuti uscire con un ridimensionamento degli eccessi dell’economia finanziaria e che, invece, vedono oggi i Governi in difesa dei propri equilibri valutari e degli imprudenti “debiti sovrani” fin qui accumulati. Dal che consegue la presentazione del “conto” ai rispettivi ceti subalterni: in Italia con precisione scientifica a tutti coloro che per ragioni di classe e/o di reddito non apppartengono e non si riferiscono alla maggioranza di governo.
Insomma su cosa si dovrebbe fondare il giubilo e l’entusiasmo non si capisce, a meno di credere – per il nostro Paese – che l’affermazione “le tasse non sono state aumentate” compensi i tagli, i blocchi salariali, i congelamenti di benefici già pagati dai lavoratori più tutti i danni indiretti conseguenti da misure del tutto ininfluenti sugli squilibri strutturali nazionali. Questi interrogativi a parte è ormai del tutto evidente che – considerata anche la persistente afasia della cd opposizione ovvero il suo stonato richiamo alla responsabilità nazionale – una sola è la musica consentita e che, per suonarla, basta un solo suonatore.

E qui si inserisce il tema – da tempo segnalato da “IlCosmopolita” – della sostanziale ininfluenza del Ministero degli Esteri nel complesso tessuto delle relazioni internazionali del Paese: estemporaneità, verbalismo, interessi e ritorni non scrutinati e bilanciati, personalismi non verificati ne tantomeno trasparenti hanno da tempo sostituito il ponderato equilibrio che – storicamente – contraddistingueva il servizio pubblico (per gli “interessi del Paese”) della diplomazia italiana. Di qui il crescente abbandono di una struttura – al centro e nella rete diplomatico-consolare – vista con disinteresse, meglio con fastidio se non addirittura ritenuta superflua. Tanto più all’indomani della definitiva “evaporazione” di ogni interesse per le comunità italiane all’estero un tempo (incautamente, visti i risultati...) vezzeggiate.
Così si è passati dal già dubbio primato mediatico della Farnesina come “salvatrice” degli Italiani comunque vittime delle insidie del mondo esterno (e non – come da tradizione – tecnostruttura delle relazioni internazionali del Paese) ad una impostazione esplicitamente mirata al ridimensionamento e al mediatismo: in breve una vera e propria “liofilizzazione” della Farnesina che si tenta di spacciare come “riforma” ed adeguamento ai tempi nuovi. D’altro canto come stupirsi quando il baricentro è ormai passato completamente in mani altrui e che – oltretutto – non rispondono neppure alla verifica parlamentare e men che meno di un’opinione frastornata e men che consapevole.
Dal che consegue che – per tutti coloro che non sono acquiescenti a questo andazzo – le prossime settimane dovranno essere impegnate in una pubblica riflessione che, almeno, chiarisca scopi e finalità dell’operazione “smantellamento” in via di conclusione ed i cui costi saranno pagati non solo dai lavoratori degli Esteri, ma dal Paese nel suo complesso. Che lo sappia o no.

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Di Il Cosmopolita il 01/07/2010 alle 00:00 | Non ci sono commenti

01/07/2010

Il bar in bici

di Francesca Morelli

E’ un servizio rapido, economico efficiente. Al mattino presto i baristi hanno già percorso decine di chilometri sulla loro bici per arrivare in città e offrire a prezzi competitivi, caffè macchiato, caffèllatte, latte macchiato, mate, rigorosamente bollenti. I termos multicolori, accatastati in una cassetta di plastica nella parte anteriore e posteriore della bicicletta, conservano inalterato l’aroma della varie bevande. I cornetti dolci e salati e le tortite accompagnano normalmente la prima colazione di tassisti, operatori ecologici, dogsitter, operai dei telefoni, dell’acqua, del gas, di badanti affaticate dietro carrozzine appesantite da corpi inerti, di giornalai o fiorai. Piacevole occasione per un break nelle città argentine più o meno caotiche, il ciclista barista svolge un ruolo sociale non di poco conto. Attorno al suo bar si raccolgono i delusi delle partite, i fumatori impenitenti, le colf con impeccabili divise, per commentare, approvare o dissentire sugli ultimi avvenimenti di cronaca e socializzare si sa aiuta, forse a affrontare quel che resta della giornata, con maggiore ottimismo.

In molti dopo il 2001 si sono ritrovati senza lavoro e hanno dovuto riconvertirsi, chi armando un banchetto per strada e vendendo gli ultimi oggetti utili trovati in casa, chi conducendo abusivamente un taxi o un remis chi rimettendo in marcia una bici di proprietà, altri pedalando su una bici altrui. Non tutti sono infatti imprenditori, una buona percentuale gestisce il bar in base ai chilometri percorsi e alla bevande vendute, riuscendo a guadagnare quanto basta per un pasto serale con la famiglia. I momenti migliori coincidono con le manifestazioni o con le interruzioni stradali (los piquetes) molto frequenti nel Paese. Il passa parola corre velocemente e decine di caffetterie si ritrovano, in mezzo al traffico paralizzato, a pedalare avanti e indietro per ricreare automobilisti spazientiti e manifestanti accalorati. Capita di trovarle anche ferme ai semafori, pronte ad accompagnare il quotidiano offerto con una tazza di buon caffè, lottando corpo a corpo con il lavavetri e l’improvvisato acrobata che cercano anche loro di sbarcare il lunario sul cofano dell’automobilista. Il mago del caffè, da Nico, il tuo caffellatte sono solo alcune delle denominazioni di queste piccole imprese in bicicletta che, se lasciano qualche dubbio dal punto di vista igienico, contribuiscono sicuramente a condire di buon umore una giornata normale.

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Di Il Cosmopolita il 01/07/2010 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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