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Post di settembre

24/09/2010

Schiaffo all’Italia o alla sua diplomazia?

Una salutare discussione è seguita alla tornata di nomine al Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE), la cosiddetta diplomazia europea, alle dipendenze dell’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri e di Sicurezza. Da una parte le principali testate scrivono di “schiaffo”, perché le conquiste italiane si riducono a due posti su una trentina in palio. Dall’altra parte le note ufficiali dicono di risultato italiano tutto sommato soddisfacente, in linea con quello di altri stati membri. E comunque – aggiungono – questa appena giocata è la prima partita, altre seguiranno fino al completamento del SEAE.

Le nomine riguardano un primo gruppo di posti di Capi Delegazione UE nei paesi terzi. I posti sono di importanza molto diversa l’uno dall’altro: si va dalla Cina alla Guinea Bissau. Essi non vanno conteggiati quanto “pesati”: è evidente che lo stato membro che si aggiudica Pechino o Buenos Aires o Tokyo, guadagna più punti di chi va altrove. Nella contabilità finale della prima tornata due italiani meritano due sedi come Tirana e Kampala che, pur importanti, è arduo classificare di prima fascia. Di più: soltanto uno è un diplomatico di carriera, l’altro provenendo dalla Commissione e quindi iscritto ad un torneo a parte. La Germania si aggiudica Pechino, la Spagna si aggiudica Buenos Aires ed alcune sedi minori, l’Austria il Giappone, e così via.

Ripetiamo che si tratta del primo turno. Il secondo si giocherà a Bruxelles quando Lady Ashton nominerà i titolari dei posti apicali SEAE (Segretario Generale, Direttori Generali). Se, come pare, la sua attenzione si volgerà a candidati non italiani - un francese e un tedesco e un polacco, tanto per non fare nomi - allora anche il secondo turno rischia di finire con un risultato dubbio. Resta il terzo turno, che si aprirà a fine anno quando il SEAE pubblicizzerà altri posti per le Delegazioni estere. Nel frattempo si conosceranno le nomine ai posti di seconda fila, quelli non apicali in seno alle Delegazioni; posti ai quali l’Italia presenta un certo numero di candidati. Solo fra qualche mese potremo tirare un bilancio meno sommario delle assegnazioni SEAE.

Ma a fine partita tutti sono bravi ad indovinare il risultato. La sfida è costruire un meccanismo di partecipazione che garantisca quanto meno un pronostico favorevole. Per fare ciò occorre mettere chiarezza nelle nostre idee. Se il problema ha natura politica generale, una sorta di pregiudizio negativo di Bruxelles verso Roma, allora in una certa misura la soluzione ci sfugge. Se invece il problema riguarda la competitività dei nostri candidati ed il grado di sostegno che essi ricevono nel corso della lunga procedura di selezione, allora la palla resta nel nostro campo. La via maestra è preparare una leva di diplomatici adeguati a competere sul piano europeo. La formazione europea richiede tempo e dunque soltanto un investimento serio sulle giovani leve può produrre risultati. Ma alla distanza.

Nell’immediato dobbiamo cercare di presentare candidati validi ai posti apicali e sostenerli in maniera efficace. Qui scontiamo ritardi che derivano dal percorso di carriera dei nostri diplomatici. Essi non sono abituati alla concorrenza proprio quando aspirano ai posti di vertice della rete estera. Non essendovi selezione aperta, i candidati non si devono misurare fra loro sulla base dei percorsi professionali e delle vocazioni a svolgere il nuovo incarico. A voler essere benevoli, il vincente è indicato sulla base dello intuitus personae e non di una comparazione chiara. Questo induce i diplomatici, anche i più versati in materia europea, a preferire il percorso italiano senza esami al percorso europeo disseminato di prove. Alla fine del quale, se il risultato è negativo, è il candidato che fallisce.

Sul fronte di Bruxelles, molto aiuterebbe la chiarezza sui criteri di selezione. Se i selezionatori – è accaduto nella prima tornata – adottano anche criteri non scritti negli avvisi di vacanza e se tale discrezionalità non è oggetto di riserve, allora il percorso dei candidati diventa davvero difficile se non impossibile. Il rimedio, insomma, non è facile né a portata di mano perché richiede un complesso di misure a breve e medio periodo. Alla base vi deve essere la convinzione con cui la Farnesina individua i candidati a Roma e poi li sostiene nella loro avventura a Bruxelles. Il SEAE, come tutte le istituzioni europee da Jean Monnet in poi, è destinato a durare nel tempo, quali che siano la sua prestazione sul campo ed il prestigio internazionale dell’Alto Rappresentante. Se l’Italia non partecipa subito e adeguatamente al Servizio, rischia di rimanerne fuori per gli anni a venire.

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Di Il Cosmopolita il 24/09/2010 alle 00:00 | Non ci sono commenti

24/09/2010

Il Paese dei Cedri con gli occhi del soujorner

di Francesca Morelli

Sono arrivata in Libano con la morte nel cuore e a detta di molti, sconsideratamente, con quanto di più caro e prezioso avessi al mondo e gli occhi ancora pieni delle terribili immagini del 30 luglio di quell’anno, quando bombardamenti aerei israeliani colpirono un appartamento a Cana uccidendo 16 bambini dell’età dei miei figli. Insomma quello che era un tempo chiamato “Paese dei Cedri” per i suoi begli alberi secolari che lo resero noto al mondo, quando vi arrivai, evocava soltanto morte e distruzione, riportando alla memoria quegli scenari di paura, guerra civile e terrorismo che lo avevano accompagnato per anni, anche nel più recente, passato: scenari che anch’essi gli hanno regalato “notorietà” agli occhi del mondo occidentale.

Quel Libano è cambiato molto e da allora buona parte di quanto andato distrutto è stato ricostruito, grazie anche alla dir poco “ingente” mole di aiuti, con l’Italia in prima linea, raccolta al capezzale di Parigi III. Ora come ora, si parla addirittura di un paese che ha risposto in modo anticiclico alla crisi economica mondiale e si afferma col plauso delle più importanti Istituzioni economico-finanziarie internazionali, che la crescita economica nel 2010 può addirittura superare l’8% (come afferma l’FMI). Il Libano è un paese che colpisce anche per i suoi contrasti: ricordo ancora, sempre a inizi 2007, la pubblizzazione di crediti “estetici” per finanziare operazioni di chirurgia estetica, qualcosa di certo anomalo per un paese ancora a rischio “guerra civile” come era il Libano nella primavera 2007 o forse avrei dovuto capire già da allora, quanto oramai risaputo da tutto il mondo, non solo finanziario, e cioè che sono proprio le banche la vera e propria colonna portante dell’economia di questo Paese, capaci di dominare e dirigere come hanno, ancora una volta dimostrato anche durante l’ultima e più efferata crisi finanziaria modiale, il “timone” Libano.

Sul fronte delle politiche sociali siamo sempre sulla linea di partenza (salario minimo, sistema pensionistico: vi sono timidi accenni di riforme) ma con la raggiunta stabilità politica post-Doha almeno si può iniziare a sperare che una coscienza in tal senso possa quantomeno cominciare a nascere e svilupparsi, sebbene è ovvio tutto ciò richiederà del tempo se la si vuole democraticamente raggiungere e i tempi finanche biblici che tali tipi di riforme richiedono ancor più in un Paese costellato di una ventina di religioni, quante sono quelle ufficialmente riconosciute. Mi piacciono i libanesi anche perche sono la versione, forse migliore, dell’italiano “sordiano” bonario e aperto ma a differenza di noi italiani i Libanesi sono più sofisticati ma anche dei perfetti qualunquisti, come noi stiamo in effetti affinando d’essere solo ora, qualunquismo ben rodato grazie all’esperienza alle spalle di numerosi anni di guerre, civili o non; indifferenti, distinti e non affannati ma col sorriso e l’espressione gentile che comunque forse gli deriva dall’animo mercantilistico ereditato dalle origini fenicie. Il Libano è un Paese dove veramente quasi tutti sono estremamente cordiali, aperti e gentili e solo per questo - nonostante la forte deficienza di infrastrutture anche turistiche che le autorità vorrebbero colmare - varrebbe la pena visitare. Tutti gentili, tranne le donne al volante che esprimono forse quelle frustrazioni di un mondo al femminile tra oriente e occidente; donne per le quali provo comunque una sincera invidia perchè a differenza di noi, colleghe occidentali, godono di una rete (“net”) familiare che le sostiene nel loro, comunque principale ruolo, di moglie e madri. Molte fra loro hanno infatti mariti lontani (l’aspetto più moderno della nota dispora libanese che annovera all’estero circa un terzo della popolazione del paese), ma famiglie allargate molto vicine e sempre più spesso, anche un lavoro che le rende un pò più economicamente libere, e nella sostanza (ma non giuridicamente) appaiono forti e indipendenti e finanche emancipate e fiere. Mentre noi corriamo, disgregando sempre più spesso famiglie e matrimoni in nome di una pseudo e ormai non più tanto ampiamente apprezzata libertà femminile, sebbene sufficientemente forti sul piano dell’uguaglianza legale.

All’alba della mia partenza dal Libano non posso che dedicare a questo Paese un pensiero di attaccamento, amore e rimpianto: attaccamento perchè vi ho vissuto tre degli anni migliori della mia vita, amore perchè ho imparato a volergli bene e accettarlo per la semplicità di quanto “non” offre e noi abbiamo invece perduto, rimpianto perchè gli impegni familiari e da ultimo di lavoro non mi hanno comunque permesso di viverlo appieno. Insomma lascio questo Paese con un tipo diverso, ma comuque sostanzialmente simile sentimento, di “morte nel cuore” di quando sono arrivata e non mi resta che dirgli “Addio...” e, contrariamente alle mie aspettative, “...dolce Libano”, buona fortuna, ne hai comunque bisogno.

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Di Il Cosmopolita il 24/09/2010 alle 00:00 | Non ci sono commenti

24/09/2010

Un santuario pagano

di Francesca Morelli

Nella regione di Cuyo, provincia di San Juan, sotto la precordigliera andina, esiste un santuario pagano, meta di pellegrinaggio da parte di molti argentini, provenienti da tutto il Paese, che prende il nome dalla “divinità” ivi venerata, la Defunta Correa. La leggenda narra che la zona, intorno al 1840, fosse governata da un tal Fernandez Maradona, amico intimo di don Pedro Correa. Alla morte precoce del governatore, il Correa iniziò ad essere perseguitato insieme alla sua bellissima moglie, Deolinda, cui uccisero padre e marito. Vista la situazione di pericolo in cui si venne a trovare, la donna fuggì, all’alba di un giorno qualsiasi, portando con sè il figlioletto lattante, verso la cittadina di La Rioja, ma lungo il percorso, la sete, il caldo e la stanchezza ebbero la meglio su Deolinda, che morì sulla piccola collina di Pie de Palo, a Vallecito. Alcuni mulattieri che passavano di lì notarono uno strano movimento sulla collina e avvicinandosi trovarono un bambino, attaccato al seno della madre morta che lo allattava. La leggenda continua, narrando che alla fine del secolo scorso, altri mulattieri passavano nella zona in cerca del bestiame perso; in una notte di tempesta s’imbatterono, per caso, sulla tomba predisposta per la donna, dai mulattieri precedenti. Si accamparono nei pressi, iniziarono a pregare e, all’alba del giorno successivo, videro da lontano le loro bestie, che prontamente riunirono. La notizia si diffuse rapidamente, i mulattieri costruirono, per grazia ricevuta, una piccola cappella sopra la tomba e chiuque passasse in quella zona lasciava una bottiglia piena d’ acqua.

Fu così che le offerte alla “divinità” aumentarono in qualità e quantità nel corso degli anni, oggi sono molti gli “ex voto” a forma di casa addossate le une alle altre, guanti da boxer, biciclette, quadri, targhe di macchine abiti da sposa, lasciati per ringraziare Deolinda del miracolo. Anche gli altarini che s’incontrano sulle strade statali del Paese sono molti, carichi di bottiglie d’acqua, fiori secchi e quant’altro abbia il viandante a portata di mano.

Ogni anno, dal 1989, viene organizzata una cavalcata al santuario, per ringraziare del buon raccolto, per tenere vivi i valori e le tradizioni del Paese. Quest’anno anche il governatore della regione ha percorso a cavallo i sessanta chilometri che separano San Juan dal santuario, per chiedere aiuto alla divinità per la cresciata dell’Argentina. La credenza popolare della Deolinda Correa è, secondo lo psicoterapeuta Alfredo Moffat, direttore della Scuola di Psicologia Sociale di Buenos Aires, un mito ancestrale indigeno, che la chiesa cattolica non è riuscita a interpretare. Vivere attraverso la morte, (prendere il latte da una morta), non ha equivalenti nella mitologia cristiana e questa storia attira tanti fedeli, perchè riesce a coniugare perfettamente, in pieno secolo XXI, nazionalismo e fede popolare.

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Di Il Cosmopolita il 24/09/2010 alle 00:00 | Non ci sono commenti

24/09/2010

PEC: la pubblica amministrazione nell’era informatica

PEC (Posta Elettronica Certificata): è la novità della publica amministrazione fiore all’occhiello del Ministro Brunetta. Basta con l’utilizzo della posta: gli uffici dell’amministrazione centrale e periferica (leggi anche rete diplomatico-consolare) si modernizzano e comunicano fra di loro solo in rete con risparmio di risorse (spese postali)e assicurando l’erogazione di servizi in tempi reali. Questo è il principio ispiratore ed è ovviamente del tutto condivisibile, ma veniamo alla pratica. La burocrazia con il suo pesante fardello di normative e di prassi centenarie nel procedere verso il nuovo e abbandonare i vecchi modelli ha comunque bisogno di certezze assolute. Non basta cioè inviare per posta elettronica un documento da un ufficio all’altro, occorre che chi riceve il documento informatico e lo deve poi trattare (ad esempio un comune che deve trascrive un atto di nascita formato all’estero) non avendo più a disposizione l’originale, abbia la certezza che si tratti di un atto “conforme” all’originale e che provenga da chi è abilitato all’invio . Da qui l’esigenza che la comunicazione e lo scambio all’interno della pubblica amministrazione avvenga tramite caselle postali certificate (una per ogni ente ) e con una procedura che appare alquanto faragginosa e complessa.

L’operatore è tenuto quindi ad espletare numerosi passaggi: 1) formare il documento da inviare e la relativa dichiarazione di conformità all’originale 2)stampare il documento e gli allegati 3) scannerizzare il documento e gli allegati (gli attuali programmi in uso nei Consolati non consentano un invio automatico allo scanner 4) inserire il tesserino individuale la cosiddetta“Carta Nazionale dei servizi” (con codice di accesso che bisogna fornire ogni volta che si procede) per firmare digitalmente il file e trasformarlo in PDF 5) cercare l’indirizzo PEC del destinatario tramite il sito deputato, www.indicepa.gov.it, dove a tutt’oggi mancano gli indirizzi di moltissimi Comuni, Prefetture e persino di Uffici fondamentali del Ministero dell’Interno (come quello della Divisione Cittadinanza) – a volte una ricerca su google dà maggiori risultati -. 6) inviare il messaggio, con allegato il documento tramite una casella di posta individuale dell’operatore o dell’Ufficio, alla postazione (normalmente l’archivio) deputata ad utilizzare la PEC ( unica per ogni Ufficio diplomatico-consolare). A questo punto finalmente la procedura è conclusa e il documento fornito di certificazione di conformità e di firma digitale viene spedito via PEC all’Uffcio destinatario. A volte (spesso) torna indietro perché il destinatario non è in grado di aprirlo o perché in realtà la sua casella PEC non è ancora in funzione. Ci si può chiedere: sono veramente necessari tutti questi passaggi? Non è immaginabile una procedura più agile?

Il risultato dell’introduzione della famosa PEC è che la produttività dell’operatore (numero dei casi trattati) si è improvvisamente e notevolmente ridotta. I tempi di trattazione di una pratica tipo come quella dell’invio di un atto di stato civile per la trascrizione in Italia sono quanto meno triplicati. Quindi se da una parte si verifica una velocizzazione del servizio per ulcuni utenti (i fortunati) dall’altra aumentano gli utenti la cui richiesta rimane a lungo insoddisfatta. La PEC viene anche utilizzata nell’ambito della procedura per il rilascio dei passaporti per acquisire il nulla osta della Questura competente. Al riguardo c’è da sottolineare che la necessità di ottenere il nulla osta della Questura anche nel caso dei connazionali residenti nelle circoscrizioni consolari è un’altra delle novità più recenti ed è dovuta al diniego da parte del Ministero dell’Interno di consentire (come precedentemente avveniva) l’accesso alle informazioni contenute nel Bollettino delle Ricerche da parte di amministrazioni diverse dalla propria. Tale “novità” in pieno periodo estivo (le disposizioni risalgono a maggio) e con la contemporanea introduzione del passaporto con le impronte digitali, ha comportato un notevole aggravio di lavoro per i Consolati e un allungamento significativo dei tempi di rilascio dei passaporti.

Non tutte le Questure sono dotate di PEC e anche nei casi in cui è possibile reperire un indirizzo PEC è necessario verificarne l’effettiva attivazione . Spesso poi la conferma di consegna della PEC lungi dall’avvenire in tempi “elettronici” può richiedere anche diversi giorni. Di conseguenza il passaporto non può più essere rilasciato a vista ma occorre una trattazione in due fasi: il momento della trattazione della richiesta per l’acquisizione del nulla osta e quello della convocazione del richiedente per la presa delle impronte e il rilascio del passaporto. Come è facile immaginare le pratiche in attesa si moltiplicano e anche le lamentele dei connazionali. Tutte queste belle novità, a fronte di attrezzature informatiche spesso obsolete e di una costante diminuzione dei fondi, si traducono, in particolare nei grossi Consolati (sempre più elefantiaci a causa della discutibile politica dell’Amministrazione di chiusura dei Consolati più piccoli), in un notevole aumento dei carichi di lavoro, già recentemente incrementati dal rilascio delle carte d’identità, per il personale in servizio in progressiva riduzione. E’ indubbio che le procedure più sono innovative più hanno bisogno per la loro applicazione e sperimentazione di un numero adeguato (superiore a quello precedentemente impiegato) di personale debitamente formato altrimenti nella pratica le innovazioni possono diventare nefaste sia per l’operatore che per l’utente.

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Di Il Cosmopolita il 24/09/2010 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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