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Post di dicembre

01/12/2010

La Farnesina tra diarchia imperfetta e “marionette al Pincio”

Mentre i media italiani, ma – ahimè – quelli di tutto il mondo, riferiscono della risata con cui il Primo Ministro Berlusconi avrebbe accolto le notizie che lo riguardano nei rapporti diplomatici statunitensi divulgati da Wikileaks, evidentemente incurante di un giudizio complessivo di “stanco”, “vuoto”, “inefficiente”, la Farnesina è doverosamente entrata in una fibrillazione che si aggiunge al clima da “ultimi giorni di Pompei” che prelude al “D Day” del 16 dicembre, ovvero al momento in cui dovrebbe decollare la controriforma che archivia definitivamente l’assetto voluto dalla riforma (peraltro mai pienamente attuata) del 2000, ovvero quella nata da una comune riflessione pluridecennale avviata dall’allora Ministro degli Esteri Aldo Moro e contrassegnata da progetti di legge quale quello firmato alla metà degli anni ’70 dal deputato Giorgio Napolitano. Siffatta “controriforma” (cucinata “espressa” in nome di imprecisate “compatibilità e derivata da un’opzione del centro-destra anti servizio pubblico coniugata ad un vuoto aziendalismo di tipo leghista e di ispirazione brunettiana) potrebbe avere per la proiezione internazionale dell’Italia un effetto ben peggiore di quella “fine del mondo” che – a quanto riferiscono i media – sarebbe (secondo una dichiarazione attribuita al Ministro degli Esteri Frattini) lo scopo dell’azione di Wikileaks.

Infatti, a ben vedere – e lasciando ovviamente agli Stati Uniti la facoltà di reagire ad un vulnus che li colpisce direttamente – ciò a cui assistiamo è la riproposizione (nei termini enfatici del XXI Secolo) del tradizionale tema della trasparenza – o no – della diplomazia e delle relazioni tra Stati: è così del tutto fondato il richiamo al Presidente Americano Wilson che, all’indomani della I Guerra Mondiale postulava la fine della mortifera “diplomazia segreta”. E la questione è tuttora aperta perfino nel corollario wilsoniano della cooperazione internazionale (allora con la Società delle Nazioni, oggi ONU e via dicendo) a fronte delle intese raggiunte quasi un secolo fa a Versailles e che portarono appunto alla Seconda Guerra mondiale.

Ma, lasciando da parte questi temi di fondo (altro che risate…) il rientro alle cose di casa nostra impone più di una osservazione: la prima, come si sia potuto acconsentire ad una operazione che – al di là della velleitaria cosmesi – sanziona l’asfissia non più soltanto della rete diplomatico-consolare (occhio e braccio dell’Italia nel mondo) denunciata perfino dalla Sottosegretario agli Esteri Craxi che ha messo in luce come le Ambasciate non dispongano più neppure dei fondi per la sicurezza (altro che Wikileaks…), ma addirittura dell’Amministrazione centrale del Ministero degli Esteri.

Nessuno infatti può essere così ingenuo da credere che l’aver attribuito alle superstiti Direzioni Generali appellativi ricalcati sui “temi del giorno” (Mondializzazione, piuttosto che globalizzazione, “sistema Paese”e via ricalcando) possa tradursi in reale efficacia operativa. Anzi proprio l’evocazione di un concetto mai così incongruo come quello di “Sistema Paese” (a fronte della impotente frammentazione oggi in atto) testimonia della volontà “illusionistica” dell’intera operazione. La realtà è quella messa in luce dai rapporti statunitensi, ovvero una dicotomia tra gestione “privata” della politica economica esterna e sempre più evanescente politica estera dell’Italia. Nessuno scrutinio ne’ parlamentare, ne’ d’opinione, aperture ed affari a destra e a manca voli dannunziani e 5mila soldati in Afganistan. In breve una fantasia orrifica che avrebbe reclamato da parte dell’opposizione – se non dell’opinione pubblica un flatus vocis.

Poiché questo non è avvenuto, la diarchia “imperfetta” della Farnesina ha proseguito per la sua strada: il Ministro Frattini sempre più attento al suo futuro politico nazionale ed il Segretario Generale a ritagliarsi un’immagine manageriale e di grand commis “a futura (speriamo per lui non tanto remota) memoria. Di qui una certa qual ritrovata armonia in una diarchia assai imperfetta che ha contrassegnato anni assai bui per la diplomazia italiana.

Consoliamoci con il fatto che difficilmente potrà capitare al nostro Paese un infortunio quale quello toccato ai colleghi (siano essi di “terzo o di quarto rango” come dice Berlusconi) del Dipartimento di Stato……

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Di Il Cosmopolita il 01/12/2010 alle 00:00 | Non ci sono commenti

01/12/2010

Dematerializzati

Tra le molte vicende di questo lungo autunno ministeriale, una, forse minore ma, come suol dirsi, emblematica, occupa in questi giorni le conversazioni nei capannelli e lungo i corridoi farnesiniani: la nuova piattaforma di comunicazione mae, variamente denominata (at.doc, “alfresco”…) che sta entrando progressivamente in vigore nella sede centrale e che a regime interesserà tutta la rete. Obiettivo: niente meno che la completa “de-materializzazione” di tutte le comunicazioni da, per e all’interno del ministero. Insomma, abolizione definitiva della carta: nemmeno i fanatici dell’i-pad avevano mai osato sperare tanto! Ma tant’è, quando si tratta di costo zero, “fare di più con meno”, tagli e de materializzazioni, il ministero degli esteri non è secondo a nessuno.

Chi ha avuto il discutibile privilegio di essere tra i primi ad usare il nuovo sistema e ne abbia apprezzato le caratteristiche rimpiange già l’epoca delle penne stilografiche e dei camminatori. E questo, non per il solito vezzo di una certa sinistra vintage di criticare le innovazioni per partito preso; anzi, ammettiamo pure che alcuni problemi che sono emersi siano dovuti alla mancanza di abitudine e che qualche errore di programmazione venga corretto in successive versioni. Ma in ogni caso, anche riveduto e corretto, il programma è un’immagine fedele, anzi amplificata, una metafora diremmo, di alcuni difetti strutturali con cui ci scontriamo da tempo: la rigidità fine a se stessa, l’allungamento infinito dei processi decisionali, l’autoreferenzialità, la non valorizzazione delle diverse figure professionali. Problemi, per inciso, destinati a peggiorare con l’arrivo della cosiddetta riforma.

Il risultato è una specie di percorso a ostacoli, dove chi “redige” non “assegna” e non “firma” né può fare l’”autorizzatore” ma solo il “revisore”...e così via. Una vis classificatoria, degna di un entomologo linneano, un ossessivo richiamo alla “tracciabilità” delle carte, piramidi decisionali sempre più simili a quelle egizie, vuote di vita e di persone. E, dietro tutto questo, una realtà più prosaica, figlia della weltanschaung brunettiana: che, a forza di “dematerializzarci”, diverremo sempre più virtuali e irrilevanti, fino a dissolverci poco a poco, quasi senza accorgercene; ma, questo sì, all’avanguardia dell’e-government!

ARCHIVIATO IN Farnesina

Di Il Cosmopolita il 01/12/2010 alle 00:00 | Non ci sono commenti

01/12/2010

Tre buoni motivi per riformare la riforma del Ministero Esteri.

La nota che segue illustra le ragioni per cui appare necessaria una misura di trasparenza nelle assegnazioni dell’insieme del personale inclusi i diplomatici apicali. Le assegnazioni si ispirano ai principi fissati, su impulso sindacale, nel 1972 dal Ministro degli Esteri Moro e dal Segretario Generale Gaja. Si discusse allora il tema della verifica delle nomine in seno alla commissione a partecipazione sindacale e si accettò di escludere quelle deliberate dal Consiglio dei Ministri perché formalmente esterne alla Farnesina. In nessun momento si ritenne tuttavia di derogare al generale principio di trasparenza: e dunque informazione sì a partire dagli interessati, controllo no. Nell’attuale tendenza alla trasparenza degli atti amministrativi, oggetto peraltro di disciplina legislativa, il silenzio che avvolge persino le vacanze dei posti è anacronistico.

La riforma del Ministero Esteri si annuncia come l’ennesimo tentativo di quadrare il cerchio: fare molto con poco. Migliorare le strutture, accrescere l’efficienza, valorizzare il profilo internazionale dell’Italia nel contesto europeo e nel grande mondo. Il tutto naturalmente a costo zero se non producendo risparmi di bilancio. Speriamo che sia così. I Sindacati, consultati saltuariamente e solo dietro loro richiesta su quanto si elabora in materia di riforma, rimangono scettici sui benefici della stessa riforma che essi temono foriera di confusione amministrativa in una stagione di confusione politica. E’ significativo che i dubbi vengano da tutte le sigle sindacali senza eccezione fra confederali e autonome. Questo atteggiamento dovrebbe accendere qualche spia in seno all’Amministrazione. Ma tant’è. Ed allora Il Cosmopolita prova a dire la sua almeno su un punto che è stato affrontato con l’Amministrazione e che questa ha respinto senza soffermarsi sulle implicazioni paradossali del suo diniego. Vediamo quale.

I Sindacati, ancora una volta senza distinzione di sigle, chiedono che siano pubblicizzati i posti apicali per la carriera diplomatica sia all’estero che all’interno. Per essere chiari: quelli di Capo Missione, di Direttore Generale, di Direttore Centrale e Vice, di Capo Ufficio. Una prassi che ha un precedente nella pubblicità dei posti non apicali nelle sedi estere. Perché i Sindacati hanno buone ragioni per sostenere una riforma che non costa e che migliorerebbe la grande riforma a presunto costo zero?

La prima ragione, e non da poco, è che così si fa all’Unione europea. La Commissione, per dire dell’istituzione più antica e strutturata, pubblicizza tutti i suoi posti con “avvisi di vacanza” e distingue fra quelli riservati agli interni e quelli aperti anche agli esterni. Il SEAE segue la stessa procedura. Ed infatti il Ministero Esteri si è meritevolmente conformato diramando gli avvisi di vacanza SEAE e disponendo un albo di quanti aspirano a farvi parte.

La seconda ragione è che i diplomatici italiani si abituano così a concorrere per i posti nazionali come farebbero per gli europei, sulla base dei titoli professionali e non delle appartenenze a cordate. Questo li indurrebbe a migliorare il loro bagaglio di conoscenze ed esperienze proprio per essere in condizione di “volare alto”. La terza ragione è che si uscirebbe dall’opacità di assegnazioni a volte date non si a chi e non si sa perché. Addirittura su posti che nessuno, salvo i predestinati ad occuparli, sa che siano disponibili. La trasparenza amministrativa è un bene in sé, legislativamente protetto, che neppure necessita di essere argomentato.

La replica dell’Amministrazione, che francamente speriamo non definitiva, è che le proposte sindacali portano a lungaggini, a rischi di ricorsi, e che – argomento supremo – la pubblicità sarebbe vietata, o comunque non contemplata, dalla Legge Brunetta. Peccato che la Legge Brunetta introduca l’obbligo della pubblicità per i posti dirigenziali nelle varie amministrazioni (e si tratta di migliaia di posizioni), compresa la Farnesina riguardo ai dirigenti amministrativi. Perché gli amministrativi sì ed i diplomatici no?

ARCHIVIATO IN Farnesina

Di Il Cosmopolita il 01/12/2010 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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