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Post di gennaio

19/01/2011

Il Maghreb come metafora

Il Maghreb è scosso dai tumulti popolari. Non tutto il Maghreb, almeno per ora, e non tutto alla stessa maniera. Algeria e Tunisia sono l’epicentro di un malessere diffuso specie fra i giovani, la grande maggioranza della popolazione, che vivono con modelli occidentali ma in condizioni lontane da quei modelli. Certo non solo per il tasso di disoccupazione che pure in Europa raggiunge livelli ragguardevoli. Ma anche per il senso di frustrazione che pervade milioni di giovani mediamente acculturati e mediamente costretti a funzioni marginali se non a sognare il sempre più difficile approdo europeo. La distanza fra le classi, che con la globalizzazione si è accentuata in tutto il mondo sviluppato, nel Maghreb è rimasta più o meno tale con l’aggravante che ora cresce presso i giovani acculturati la coscienza di tale divario.

Una situazione che tende ad avvitarsi, anche se non mancano motivi di fiducia. Si prenda l’Algeria, un paese ricco di risorse energetiche e dalle consistenti provviste finanziarie. Perché non si apre un circuito virtuoso di investimenti keynesiani? Si prenda pure la Tunisia. Negli ultimi anni ha registrato tassi di crescita “cinesi” che hanno garantito una sorta di pace sociale, che ora si incrina per rivendicazioni di ordine politico oltre che economico.

Il tema della democrazia nei paesi arabi è antico e si pose già all’epoca della decolonizzazione e del nazionalismo arabo e del socialismo in salsa mediterranea. Una soluzione stabile non si trovò: un modello, un archetipo che potesse funzionare allora e per sempre e che garantisse quanto meno il normale avvicendamento dei dirigenti politici. Così non è. Basti pensare alla Tunisia che dall’indipendenza ad oggi ha conosciuto due soli Presidenti, Bourguiba e Ben Ali, e tutt’e due allontanati dal potere in maniera traumatica. Al punto che la successione per via istituzionale appare possibile solo nelle monarchie e nelle repubbliche “dinastiche”.

L’Unione europea introduce la nozione di condizionalità politica nella seconda generazione di accordi con i paesi del Mediterraneo: gli accordi di associazione che conseguono alla strategia di Barcellona. Si diceva: introduciamo premi e sanzioni rispettivamente a favore dei “buoni” e dei “cattivi” a misura dei loro progressi sulla via delle riforme. Un modo indolore, anzi progressivo, di influenzare quei regimi senza ingerenze. La condizionalità politica nella prassi ha visto più i premi che le sanzioni. E questo perché l’Europa – e con essa tutto l’Occidente – non voleva né vuole spingersi al punto da mettere in difficoltà quei regimi che, in politica estera, sono amici dell’Occidente nella fase, vera o pretesa che sia, del famigerato scontro di civiltà.

La conseguenza è che la crescita democratica è subordinata alla crescita economica in base al principio l’économie d’abord. Lo stesso principio che, a ben vedere, presiede al passaggio dalla strategia di Barcellona (a impianto politico) all’Unione per il Mediterraneo (a impianto economico). Ma la democrazia ha la testa dura e non si lascia convincere dai pur significativi dati economici. Alla base della democrazia non vi è solo la distribuzione del potere fra classi e generazioni, ma anche la partecipazione tendenzialmente equa ai benefici della crescita economica.

Questa è una delle cause del malessere maghrebino. Non la sola certamente perché soffia il vento del radicalismo politico di stampo religioso, ancorché i partiti islamisti siano dappertutto tenuti sotto controllo. Per non parlare delle frange terroristiche, che proprio nell’Algeria degli anni passati effettuarono le loro prime tragiche manovre. Il caso del Maghreb merita la massima attenzione ed il massimo rispetto.

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 19/01/2011 alle 00:00 | Non ci sono commenti

19/01/2011

Alcune note sull’azione esterna UE e le relazioni transatlantiche

Aspetti istituzionali.

Il Trattato di Lisbona ridefinisce le competenze dell’Unione europea in materia di azione esterna. La ridefinizione riguarda i concetti di base, i soggetti responsabili, gli atti. Un lavoro sistematico che si snoda fra il Trattato sull’Unione europea (TUE) ed il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE).

L’art. 21 TUE recita: “l’azione dell’Unione sulla scena internazionale si fonda sui principi che ne hanno informato la creazione, lo sviluppo e l’allargamento e che essa si prefigge di promuovere nel resto del mondo: democrazia, stato di diritto, universalità e indivisibilità dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, rispetto della dignità umana, principi di eguaglianza e di solidarietà e rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale”. La politica estera e di sicurezza comune (PESC) si fonda sugli stessi principi dell’azione esterna e comprende “la definizione progressiva di una politica di difesa comune che può condurre a una difesa comune” (art. 23 TUE). La politica di sicurezza e difesa comune (PSDC) procede storicamente per gradi. Risalgono ai Consigli europei di Colonia e Helsinki (1999) i primi tentativi dell’Unione di dotarsi di concreti compiti in materia. Il Trattato di Lisbona segna un progresso con la definizione degli strumenti e delle responsabilità della PSDC. La quale – precisa l’art. 47 TUE – “non pregiudica il carattere specifico della politica di sicurezza e di difesa di taluni stati membri”, ovvero la loro fedeltà al Patto Atlantico.

Decisioni politiche successive mettono a punto gli aspetti pratici del sistema difesa. Il Consiglio (dicembre 2010) adotta conclusioni su Military Capability Development ai fini di un comprehensive capability development process nel cui ambito opera il Capability Directorate. Sulla stessa linea si collocano i Ministri della Difesa UE (riunione informale di Gand, settembre 2010) che propugnano l’ulteriore sviluppo delle capacità militari per ottimizzare l’uso delle risorse, specie in questa fase di crisi finanziaria e restrizioni generalizzate di bilancio. Il Consiglio Affari Generali e Relazioni Esterne (novembre 2009) definisce, in anticipo rispetto all’entrata in vigore del Trattato di Lisbona (dicembre 2009), le linee guida delle relazioni esterne UE nel loro complesso. Il documento, intitolato Democracy Support in the EU’s External Relations, indica che l’Unione, in quanto attore globale, deve muoversi sulla scena internazionale nel solco di “libertà, democrazia, rispetto dei diritti umani, libertà fondamentali e principio di legalità”.

I soggetti dell’azione esterna sono parimenti definiti in maniera sistematica. Si tratta delle istituzioni politiche come il Consiglio europeo, il Consiglio, la Commissione, il Parlamento. Un ruolo è pure riconosciuto alla Corte di giustizia ed alla Corte dei conti. Il gioco dell’azione esterna si svolge principalmente fra Consiglio europeo, Consiglio, Commissione. Una figura solo parzialmente nuova è quella dell’alto rappresentante per gli affari esteri e di sicurezza (AR). L’AR era previsto già nel Trattato di Amsterdam ma solo a Lisbona trova la sua precisa connotazione: mandatario del Consiglio, presidente stabile del Consiglio affari esteri (CAE), Vice Presidente della Commissione con la responsabilità delle relazioni esterne, titolare della politica della difesa. Una moltiplicazione di incarichi che mette in capo all’AR la quasi totale responsabilità della proiezione esterna dell’Unione. Per questo motivo l’AR si vale di un corpo diplomatico professionale – il servizio europeo per l’azione esterna (SEAE) – composto in parti uguali da funzionari della Commissione, del Consiglio, degli stati membri.

Con una costruzione che a ben vedere risulta barocca, il Trattato di Lisbona mira a dotare l’Unione di quella voce unica sulla scena internazionale che è essenziale a fare dell’Europa un attore globale. All’AR spetta ora delineare l’azione UE riguardo agli altri attori globali. Nel linguaggio europeo: i partner strategici a livello mondiale.

I partner strategici.

Il Consiglio europeo (settembre 2010) chiede all’AR di valutare le prospettive di relazioni con tutti i partner strategici e definire in particolare i nostri interessi e gli strumenti per raggiungerli. L’AR presenta il rapporto al Consiglio europeo (dicembre 2010) che lo accoglie con favore e si riserva di fare il punto una volta all’anno, sulla scorta anche del lavoro del SEAE. Il SEAE entra in funzione il 1° gennaio 2011.

Il rapporto dell’AR è in linea con il pensiero integrazionista, a dimostrazione che anche una personalità britannica, “geneticamente” portata all’euroscetticismo, finisce per riconoscere lo spirito delle origini. E cioè che gli interessi europei si sostanziano non solo grazie al grande mercato ma anche ad “un grosso peso politico ed una visione unitaria”. Nell’epoca della globalizzazione, in presenza di tensioni sull’ordine multilaterale, al cospetto di minacce alla nostra sicurezza ed alla nostra prosperità, la risposta europea non può essere data in ordine sparso. Non vi è politica nazionale, per quanto prestigiosa, che da sola possa soccorrere alle nostre esigenze. Solo il coordinamento degli sforzi può produrre quel salto di qualità che consenta all’Europa di operare nelle relazioni internazionali con ruolo da protagonista. Altrimenti la diplomazia dei valori, quale delineata nel preambolo del Trattato, sarà poco più di una petizione di principi se non una dichiarazione di impotenza.

Il passaggio è stretto. Da una parte il Trattato offre gli strumenti per pensare e agire strategicamente, dall’altra la coerenza si raggiunge “across the policy spectrum and by achieving better synergies between EU and Member States actions”. In altri termini, la qualità della politica estera comune è data dal sapiente impasto di politica europea tout court e di politiche nazionali. E d’altronde l’articolata composizione del SEAE rispecchia l’articolazione della politica estera comune. La coerenza, ovvero il pensare strategico, è essenziale nei riguardi dei partner strategici per i quali l’AR individua il motto nella trilogia fewer priorities, greater coherence, more results.

Un dibattito in Consiglio precede il rapporto dell’AR. La questione da dirimere in via preliminare riguarda la natura ed il numero dei partner strategici: se siano solo gli attori globali tradizionali (per semplificare: i membri permanenti del Consiglio di sicurezza) o se vadano considerati i nuovi attori come Brasile, India, Sudafrica. La risposta è nel senso della limitazione ai grandi tradizionali: Cina, Russia, Stati Uniti. Le profonde differenze fra i Tre impongono altrettanto profonde differenze di approccio. Il partner americano è speciale sotto tutti i profili e come tale va considerato.

Europa e Stati Uniti.

“Our relationship with the US is unlike any other” – esordisce il rapporto dell’AR, che richiama le radici storiche dello speciale rapporto: l’influenza dell’Illuminismo sulla rivoluzione americana alla stregua del peso americano sulla creazione dell’Unione. Ma la natura del partenariato cambia con il mutare delle stagioni politiche e l’Europa non è più la principale preoccupazione strategica della politica estera americana, sempre più volta ai nuovi partner per affrontare i nuovi temi. Eppure Washington guarda con interesse all’assetto europeo dopo Lisbona, in linea peraltro con la tradizionale attenzione dei Democratici alle vicende UE. Il Segretario di Stato inserisce l’Europa nel quadro del nuovo disegno strategico americano (Washington, settembre 2010):

a) attivare un sistema di relazioni coi principali attori per “pensare regionalmente e globalmente”;
b) rilevare la centralità USA e la sua leadership globale, legittimata da forza economica, autorità morale, apertura, capacità innovativa, determinazione, devozione ai valori universali;
c) praticare idealismo e pragmatismo nel promuovere i principi condivisi e difendere gli interessi strategici nazionali;
d) riconoscere gli interlocutori principali negli alleati più stretti come l’UE, “al cui ruolo globale dopo Lisbona gli USA devono imparare ad adeguarsi” poiché un’Europa “più forte è positiva per l’America e per il mondo”;
e) definire con l’UE, specie in ambito NATO, il nuovo concetto strategico per fronteggiare nuove e vecchie minacce, in spirito di responsabilità condivise;
f) attrezzarsi al nuovo multipolarismo derivante dall’insorgere di nuovi soggetti come Cina, India, Turchia, Messico, Brasile, Sudafrica, India, Russia.

Le dichiarazioni del Segretario di Stato rispondono al dubbio europeo circa la nuova scala di priorità che gli americani assumono a fronte di “new issues in new areas”. Il legame transatlantico resta solido anche se richiede di essere registrato ai nuovi tempi, ed in particolare all’avvento del nuovo multipolarismo cui si aggiunge la presenza di attori non statuali come il “grande terrorismo” e la criminalità organizzata. La ridefinizione delle priorità può e deve essere compito comune, accogliendo l’appello del Segretario di Stato allo spirito di responsabilità condivise. Tale spirito cela, sotto la cautela del linguaggio diplomatico, il richiamo al burden sharing in materia di sicurezza. In chiaro: gli europei si facciano carico, in misura crescente, dei costi della sicurezza internazionale in Europa e out of area.

Per tornare all’AR, la sua valutazione dei rapporti transatlantici è positiva. La linea di principio è che le relazioni hanno da essere globali per essere rilevanti e efficaci. Anzitutto definire gli obiettivi comuni: economici certamente e poi di sicurezza globale. Dei valori neppure vale discutere, essendo essi condivisi. Si tace candidamente della pena capitale. Gli obiettivi UE nelle relazioni transatlantiche riguardano la prosperità, la sicurezza, le sfide globali. Tali obiettivi devono incanalarsi in un’agenda condivisa, e qui sorgono i problemi perché è probabile che i punti dell’agenda non siano condivisi da Washington o che là ricevano un diverso grado di attenzione. Resta lo squilibrio fra l’Amministrazione americana, che opera in maniera consolidata sulla scena internazionale e con poteri definiti fra Presidente e Dipartimento di Stato e corpo diplomatico, e l’Unione che, solo ora con l’AR potenziato e col SEAE operativo, riesce a proporre un quadro in via di definizione. Una fase sperimentale, quella europea, che può durare a lungo, almeno fintantoché i benefici della integrazione saranno chiari a tutti e supereranno le tentazioni del procedere da soli o in piccoli gruppi.

Conclusioni.

L’AR suggerisce i modi per rafforzare la cooperazione transatlantica: “una architettura delle relazioni” che passa attraverso riunioni periodiche ai vari livelli, dai vertici alle sessioni ministeriali, e non trascura i contatti fra società civili e comunità d’affari. Lo sforzo dell’Unione è di mettere a regime anche le importanti relazioni bilaterali che molti stati membri hanno cogli USA. Il che rimanda all’eterno problema in seno all’UE: come meglio coordinarsi “to increase the EU – component in a lot of bilateral relations”. Il Trattato di Lisbona può contribuire al coordinamento e comunque non dovrebbe più lasciare adito a scuse circa la mancanza di strumenti istituzionali.

(dagli atti del convegno)

ARCHIVIATO IN Interventi e iniziative

Di Il Cosmopolita il 19/01/2011 alle 00:00 | Non ci sono commenti

19/01/2011

Il Colon chiude i battenti?

di Francesca Morelli

Buenos Aires e tutto il Paese sono in allarme. La programmazione del 2011 del più famoso teatro dell’America Latina è in forse. Dopo quattro anni di restauri e la sua inaugurazione il maggio scorso, per le celebrazioni del bicentenario argentino, il taglio ai finanziamenti e le rivendicazioni salariali dei mille dipendenti, fra musicisti e altro personale, rischiano d’inficiare lo sforzo fin qui fatto per la sua riapertura.

Il direttore dell’Ente autarchico del Teatro, Pedro Pablo Garcia Caffi, ha comunicato, cifre alla mano, al ministero della Cultura della città di Buenos Aires che le rivendicazioni degli aumenti salariali del 40%, da parte dei dipendenti e quelle del corpo di ballo, relativamente alla presunta inedeguatezza del pavimento del palcoscenico, facenti capo a sei sigle sindacali, non consentono la programmazione certa per il prossimo anno. Lo stesso Ente autarchico ha, al suo interno, conflitti di rappresentatività che gli impediscono la normale gestione del teatro. Nel corso della stagione le contrapposizioni fra i dipendenti e le autorità cittadine si sono acutizzate, la conciliazione obbligatoria presso il ministero del Lavoro è scaduta lo scorso 26 novembre e la prima riunione fra i dipendenti e il governo della città non ha dato i risultati sperati. La scorsa settimana i lavoratori del teatro per sensibilizzare il governo hanno deciso di sospendere il Falstaff , suscitando una dura reazione politica.

Nel 2010 sono stati 59.000 gli spettatori che hanno assistito alle varie rappresentazioni del Colon, ma le cifre non sono state però convincenti per i sindacati dei dipendenti i quali affermano che a fronte di una programmazione di 131 spettacoli organizzati dal teatro stesso, ne sono stati realizzati solamente 19, il 70% di quello che è andato in scena è stato di produzione straniera o di gruppi privati. Dai 142 milioni di pesos stanziati nel 2010 (circa 28,4 milioni di euro) si passerebbe a uno stanziamento di 185 milioni ( 37 milioni di euro) nel 2011. Le entrate per gli abbonamenti genererebbero approssimativamente 9 milioni di euro oltre i 600mila euro che dovrebbe essere assicurati da un piano di patrocini, presentato dal direttore del Colon.

Per il prossimo anno i progetti sarebbero stati ambiziosi, inaugurare una Scuola d’Arte e Mestieri e aprire un locale per la vendita di souvenir collegati al mondo della musica, disegnati e commercializzati dagli stessi artigiani. La continuazione dell’attività artistica del teatro è appesa a un filo, la stagione futura “dipenderà dalle autorità” ha sottolineato il delegato dell’ATE, Associazione dei Lavoratori Statali e gli appassionati di musica, danza e teatro di tutto il mondo restano, per ora, con il fiato sospeso.

ARCHIVIATO IN Succede a...

Di Il Cosmopolita il 19/01/2011 alle 00:00 | Non ci sono commenti

19/01/2011

Il richiamo dell’intolleranza

Il 2011 si apre sotto gli auspici negativi della violenza e dell’intolleranza. L’attentato della notte di capodanno ad Alessandria d’Egitto ha riproposto all’attenzione delle opinioni pubbliche europee la situazione delle minoranze religiose, soprattutto cristiane, in Medio Oriente e in altri paesi a maggioranza islamica. I moti del pane alle porte di casa nostra, in Algeria e in Tunisia, ci ricordano l’esplosiva situazione sociale dei paesi della sponda sud del mediterraneo, dove la disoccupazione giovanile raggiunge cifre record e alimenta rabbia e frustrazione verso le classi dirigenti locali e verso un’Europa percepita come ricca e sempre più chiusa in se stessa. L’imminente secessione del Sudan meridionale ripropone il tema di un conflitto etnico-religioso spesso dimenticato, insieme a quello della labilità delle frontiere ereditate dal periodo coloniale e delle deboli basi di legittimità su cui poggiano molti regimi africani. E, facendo un salto di alcune migliaia di chilometri verso ovest, come non ricordare il settarismo intollerante che ha alimentato le folli elucubrazioni dell’autore della strage di Tucson, negli Stati Uniti, al comizio di una deputata democratica?

Difficile insomma resistere alla tentazione di cercare un filo comune ad eventi che, pure nella loro evidente diversità, richiamano in qualche modo uno scenario di intolleranza che mette in pericolo le radici della convivenza pacifica, sia sul piano interno che su quello internazionale. Certo, sarebbe un errore mescolare questioni così diverse, ognuna delle quali richiederebbe analisi ben più complesse di quelle che possono trovare spazio in queste brevi annotazioni. Il dovere di un paese, come il nostro, esposto più di altri ai venti di instabilità che spirano da sud dovrebbe essere comunque quello di portare una parola di riflessione, analisi e moderazione in un contesto internazionale complesso, dove le grandi fratture tra nord e sud e tra occidente e oriente sono destinate a rimanere aperte per molto tempo ancora. Speriamo, nonostante tutto, che questo avvenga e che il buon senso si faccia strada in un mondo politico-mediatico che finora non ne ha dato grandi dimostrazioni.

In effetti, se guardiamo a certe reazioni che in Italia hanno seguito l’attentato di Alessandria d’Egitto, qualche motivo di inquietudine esiste. Non sono pochi infatti gli esponenti politici, prevalentemente della maggioranza, ma non solo, che, cavalcando l’onda emotiva di una pur giustificata indignazione, si abbandonano a dichiarazioni che evocano con leggerezza conflitti inconciliabili di valori e scontri di civiltà. Tra le poche certezze di una situazione che non ammette ricette semplici, una si impone sulle altre: che mai come ora si dovrebbe usare un linguaggio misurato ed evitare di alimentare facili schematismi e pregiudizi culturali. Non si tratta, intendiamoci, di chiudere gli occhi davanti ai fatti. Esiste, non da oggi, un problema di tutela dei diritti della minoranza cristiana in Egitto e in altri paesi del Medio Oriente così come di altre minoranze religiose in molti altri paesi. Ciò detto, isolare il problema dal suo contesto e applicare ad esso un linguaggio da neo-crociati non serve né ai paesi che in qualche modo devono garantire la protezione dei propri cittadini né alle stesse minoranze di cui si vorrebbero tutelare i diritti. E neppure dovremmo dimenticare che le minoranze religiose esistono anche in Italia e che certi atteggiamenti nei confronti delle comunità musulmane (ad esempio, l’opposizione a costruire una moschea in una città come Milano) non rappresentano esattamente un esempio di tutela della libertà di culto. In questo sta la grandezza, spesso dimenticata, del concetto di universalità e indivisibilità dei diritti umani: che tutelando i diritti delle proprie minoranze religiose si proteggono anche quelle altrui.

Se una cosa la storia recente insegna è che l’intolleranza verso le minoranze e i conflitti etnico-religiosi prosperano quando si indulge ad una logica di contrapposizione identitaria, che può anche trovare spiegazione in singoli fatti ma che alla fine produce una reazione a catena dagli effetti difficilmente controllabili.

ARCHIVIATO IN Pace e guerra

Di Il Cosmopolita il 19/01/2011 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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