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Post di febbraio

24/02/2011

Vicino Oriente: la democrazia è “halal”. Ma non da noi

Se la situazione medio-orientale continua ad evolvere secondo linee che preoccupano tutti i Governi occidentali – a partire naturalmente dagli Stati Uniti – e che inducono molti osservatori internazionali a riflettere sulla necessità di riscrivere un copione interpretativo da troppo tempo anchilosato sul parametro del terrorismo e della frattura del conflitto di civilizzazione (leggasi la “diversità” dell’Islam) e mentre gli ultimi documenti “Wikileaks” resi noti confermano la fragilità e il “doppio binario” della politica estera italiana, questo drammatico e sanguinoso contesto affianca, ma non sostituisce, (come a nostro avviso dovrebbe) nell’agenda politica nazionale la “campagna di primavera” lanciata dal Primo Ministro con la quale – dopo aver pressochè domato l’insubordinazione finiana – riprende con paranoico vigore il calendario delle “riforme” (leggasi la distruzione dell’architrave costituzionale e possibilmente l’intero impianto della democrazia come la conosciamo in Occidente da tre secoli).

Accade così che di fronte al tumulto in atto nel mondo arabo a noi prossimo, fenomeno che uno studioso arabo-statunitense ha sintetizzato con la felice formula “la democrazia è diventata “halal” (cioè conforme al dettato islamico), da noi si assiste con sorpresa assortita di sgomento alla caduta dei dittatori “moderati” (verso chi?) con i quali si erano intrecciati i più miopi rapporti di reciproco interesse e perfino di connivenza (da quelli economici a quelli per i mortiferi“respingimenti”): finito male il “tifo” per il “saggio” Mubarak, ora si scruta con ansia la sinistra parabola del già prediletto – ancorchè al limite della mostruosità personale e politica – Gheddafi. Ma, mentre altri Paesi europei e soprattutto gli Stati Uniti colgono la complessità e i rischi del processo in corso manifestando ogni possible simpatia per i valori e gli obiettivi che sottendono alle manifestazioni di massa e – al tempo stesso – tentano di monitorarne gli sviluppi, l’Italia berlusconiana ne diffida, temendone evidentemente il contagio: una vera e propria contro-tendenza quando si tratterebbe di recuperare sia credibilità politica europea che relazioni economiche e di cooperazione che hanno ormai “virato” sull’asse Sud-Sud avvicinando decisamente il Medio all’ l’Estremo Oriente (Cina, India, Corea del Sud). Con tutte le immaginabili conseguenze di “scenario” soprattutto per quanto attiene la Cina

Me, se tutto ciò si situa negli orizzonti a medio-termine, nelle tendenze di fondo e nella crescente “marginalizzazione” europea, il nodo oggi emergente riguarda la genesi di una politica così palesemente improvvida. E, d’altro canto, come stupirsi della posizione italiana (peraltro largamente e programmaticamente appiattita sull’attuale Governo israeliano) quando il quadro ricostruito dai rapporti diplomatici statunitensi ne conferma tutte le strumentalità e le inconsistenze di fondo: a partire dall’inverosimile vicenda del “trionfale” Vertice dell’Aquila fino all’invio “a piè di lista” di altri mille soldati in Afganistan. Su quest’ultimo punto è particolarmente importante citare come gli Stati Uniti fossero stupiti (e perplessi) sull’omissione di adeguati passaggi parlamentari per autorizzare – previo dibattito politico - il sostanziale incremento della presenza militare italiana (a differenza di Francia e Germania). Un’adesione così pronta, così univoca, da ritenerla giustificatamente “pelosa” ed il cui corrispettivo – come risulta dai documenti USA – fu la “mano” data da Obama ad un Berlusconi già vacillante. Del tutto comprensibile l’atteggiamento Americano, ma al limite dell’autolesionismo quello delle opposizioni parlamentari italiane che - pur mantenendo la solidarietà atlantica – avrebbero potuto certificare la propria esistenza esprimendo una posizione politica motivata.

Una considerazione, quella su-esposta, che ci porta direttamente a riflettere su di un punto centrale dell’attuale “impasse” italiana, ovvero il non aver adeguatamente contrastato l’equivoco centrale – anzi gli equivoci – del primato berlusconiano: uno è quello della cosiddetta “volontà popolare” che – nel caso italiano – non corrisponde nè ai numeri nè ai criteri minimi della democrazia bensì ad una legge elettorale distorsiva (con premi di maggioranza che fanno impallidire il ricordo della famosa “legge truffa” post-bellica) e sostanzialmente inibitrice dell’espressione della pluralista volontà dell’elettorato italiano (ormai private perfino del diritto “classico” di scegliersi il proprio rappresentante parlamentare). L’altro è quello (ben più grave della condotta personale) che ha indotto in errore la più sprovveduta parte dell’opinione pubblica ovvero il ritenere che un Primo Ministro abile imprenditore avrebbe altrettanto abilmente guidato il Paese: i dati della ricchezza personale del suddetto (in controtendenza rispetto all’impoverimento del Paese e dei cittadini “normali”) testimoniano del passaggio in circa un quidicennio da un indebitamento sostanziale ad un’affluenza che lo colloca (secondo Forbes) tra i più ricchi al mondo. Per non parlare dell’Italia.

Come ciò si concili con le credenze “popolari” e con il principio delll’ininfluenza del servizio pubblico sulle proprie fortune è tema cruciale nè più nè meno di quello – su scala planetaria - del ruolo delle masse nella politica del proprio Paese: un tema che oggi annoda – e moltiplica – fattori interni ed internazionali di crisi. In Italia ciò è particolarmente evidente e appare urgente sostituire all’attuale “bipartisanship” a senso unico, un confronto radicale sull’insieme della politica estera italiana. E, per tranquillizzare quei settori più tremebondi dell’opposizione basterebbe far presente che la solidarietà – o l’alleanza – con gli Stati Uniti non si misura a colpi di soldati in Afganistan ma dovrebbe partire da un consapevole recupero del ruolo internazionale dell’Italia: tanto più poichè il nostro Paese si trova nella “prima linea” dell’attuale destabilizzazione. Nè più nè meno di quanto i rapporti diplomatici statunitensi avevano “banalmente” postulato... Al contrario abbiamo assistito in questi giorni, in queste ore allo spettacolo dell’annaspamento, dei ritardi, delle contraddizioni con il concerto europeo, dell’oscena immagine – altro che Ruby Rubacuori - (mandata in onda più e più volte da utti i network internazionali) del baciamano di Berlusconi a Gheddafi, nonchè la stessa “ciambella di salvataggio” lanciata da Casini per un “Comitato di crisi” appunto bipartisan (non a caso prontamente afferrata non solo – come è comprensibile – dal leghista Ministro degli Interni Maroni ma anche da quel Frattini che un paio di giorni prima a Bruxelles aveva tuonato contro L”emirato” di Bengasi tentando poi – invano – di offrire una sponda all’amico Gheddafi e tutto ciò mentre gli italiani in Libia venivano di fatto abbandonati a sè stessi, per non parlare ovviamente dei Libici). Pare chiaro a noi che questa volta non appare ammissibile nessuna amnistia dalle responsabilità, come pure che una linea comune – posto che sia possibile con un Governo ormai definitivamente fuori dei principi “irrinunciabili” dell’Europa democratica – non può che uscire (come preliminarmente affermato dal leader democratico Bersani) dal Parlamento nazionale.

Non sarà facile, tenuto conto che (anche grazie all’”eclissi” pilotata della Farnesina, ormai degradata ad agenzia di pubbliche relazioni internazionali (sic...) per l”Azienda Italia” i rapporti esterni sono da molto tempo monopolio esclusivo del suo CEO ed azionista principale, ovvero l’attuale Presidente del Consiglio. Il quale, tra le altre cose, non potrà mai – a simiglianza di Gheddafi – dimettersi in quanto come egli stesso dichiarò oltre un quindicennio or sono era “l’unto del Signore”.

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Di Il Cosmopolita il 24/02/2011 alle 00:00 | Non ci sono commenti

16/02/2011

Non è che non hanno fatto, hanno distrutto

La politica estera – come dimostrano fatti ed eventi delle ultime settimane – è il territorio ove il luogo comune (avallato da larghi settori dell’opposizione) secondo cui la “colpa” del Governo sarebbe l’inazione di fronte ai problemi reali si frantuma in una ben diversa constatazione: la costante azione demolitoria di quella che una volta si definiva una diplomazia al servizio del Paese, o detto in altri termini degli “interessi nazionali”. Per vaga che sia questa nozione nella lettura pluriparallela che ci offrono le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità, l’indefinito regresso federalista, e, last but not least, l’irreversibile collasso degli Stati nazionali e la loro incapacità di gestire problemi e sommovimenti ormai di natura transnazionale (e non ci riferiamo ovviamente al terrorismo).

Vediamo dunque le cronache, da quelle minute a quelle un po’ più di fondo. In primo luogo qualche settimana addietro la “riapparizione” alla Camera del Ministro degli Esteri il quale, lungi dall’anticipare (come era certamente in grado se solo avesse seguito le indicazioni provenienti dalle nostre Ambasciate) le drammatiche crisi in atto nel nostro “cortile di casa” ovvero la riva Sud del Mediterraneo, forniva una – non richiesta – disamina del famoso “caso” delle due camere più servizi a Montecarlo….

Qui il punto non è segnalare ancora una volta l’ovvio intento di supportare il Presidente del Consiglio nelle diversioni intorno al caso Mubarak/Ruby quanto il sostituire un “non problema nazionale” alle mancate risposte su quello che si annunciava – ed è – come un vero e proprio problema che tocca l’Italia da vicino. Detto con più chiarezza, l’intervento del Ministro degli Esteri ha definitivamente confermato come l’attuale Governo non ritenga la politica internazionale – e le sue crisi, per prossime che siano – un tema di discussione parlamentare. L’eccezione “afgana” (con i suoi silenzi/omissioni) è ormai regola e, d’altro canto, quale dibattito si potrebbe instaurare intorno ad un “formato” che, dopo aver liquidato un cinquantennio di equilibrata politica medio-orientale nazionale (incluse le “anticipazioni” multifaith del Sindaco di firenze La Pira giù giù fino a Fanfani Moro Craxi ed Andreotti), si declina soltanto in inverecondi peana a tutti i dittatori dell’area (i “nostri amici” con cui intrecciare gli “affari”).

Certamente l’avvenuto spostamento su di una linea, che è al tempo stesso alla “destra” dell’Amministrazione Obama e conforme alle posizioni dell’attuale Governo di Israele, meriterebbe almeno un confronto politico ed una chiarificazione alla opinione pubblica nazionale.... Eppure ciò non è all’ordine del giorno dell’agenda politica.... Dovrà tuttavia ritornarvi allorchè l’attuale “cupio dissolvi” nazionale si dissolverà come un incubo durato troppo a lungo, a conferma che l’”eccezione” italiana esiste e non è un’invenzione complottarda bensì il portato di problemi che preesistevano all’”era Berlusconi” e con cui i conti appaiono ormai ineludibili se il nostro Paese intende avere un futuro in se’ e nel contesto internazionale.

A quel punto occorrerà verificare come l’azione demolitoria (altro che inerzia) non si sia limitata all’impatto negativo, “effetti speciali”ad uso prevalentemente interno ancorchè realizzati sulla scena internazionale, ma abbia capillarmente operato sulle strutture che dovranno accollarsi il lavoro di ricostruzione: un “caso di scuola” (che ci tocca direttamente...) è la cosiddetta riforma della Farnesina che appena attuata si è tradotta nell’attuale elettroencefalogramma piatto e conseguente totale assenza italiana dalla scena internazionale. Per di più in questa fase – lo ripetiamo ancora - dalle cui conseguenze noi non siamo affatto immuni: a meno naturalmente di non voler ritenere “presenza” l’elogio del Premier italiano all’esecrato Dittatore egiziano con “conseguente” firma del comunicato europeo.....

Altro che “Italia apprezzata nel mondo”, semplicemente un ritorno a tappe forzate all’”Italietta” dell’indomani dell’Unità da cui la Costituzione repubblicana avrebbe dovuto definitivamente liberarci...

Infine, se è giusto richiamare (come ha fatto in questi giorni il pur moderato Lucio Caracciolo) i pericoli insiti nell’eclissi della grande tradizione medio-orientale (ma anche orientale “tout court”) italiana, sarebbe altrettanto opportuno citare almeno due fatti: il primo fu un paio di anni va la chiusura dell’ISIAO (il successore del già grande ISMEO fucina di conoscenze e presenze su tutto l’Oriente), una chiusura decisa nel furore tremontiano con la paradossale motivazione dell’esiguo numero dei dipendenti permanenti e scongiurata da una sollevazione internazionale. Il secondo è la cancellazione con un tratto di penna delle due Direzioni generali del Ministero degli Esteri preposte al Medio Oriente (quello degli eventi odierni) e quella dell’Asia Pacifico (ovvero quello che sta cambiando tutto il sistema delle relazioni internazionali). L’autolesionismo di tali scelte (che vanifica di fatto il lavoro locale delle Ambasciate) non è stato purtroppo sufficientemente contrastato e ha dato il via ad un’operazione (che oggi definiremmo “alla Marchionne”) il cui carattere distruttivo dispiegherà effetti nefasti sempre crescenti.

Ciò non è avvenuto per caso e non è sufficiente attribuirne la responsabilità – che pure è ovviamente prevalente - alla “diarchia imperfetta” che regge da troppo tempo la diplomazia italiana, quanto piuttosto richiamare il contesto in cui si situa siffatta “dismissione” di un servizio pubblico a cui nessuno Stato rinuncia salvo delegarlo (il che non e’ il caso attuale) a piu’ ampi raggruppamenti sovranazionali.

Nel frattempo l’intera politica estera “alta” del Paese rimane come “risucchiata” dai 5mila soldati in Afganistan e quelli sugli altri scacchieri. E pazienza se la ventina di caduti all’anno (sempre un millesimo rispetto ai 20mila morti chiesti da Mussolini per “sedere al tavolo della pace”) non sono funzionali ad alcun progetto politico nazionale: la controprova l’ha fornita lo stesso Premier domandandosi retoricamente un mesetto fa di fronte all’ennesimo caduto se “ne valesse la pena”. E, sia detto per inciso, il paragone più volte citato con i bersaglieri di Cavour in Crimea è improprio non soltanto perchè Cavour svolgeva simultaneamente una articolata tessitura diplomatica ma anche perchè per il Piemonte “esserci” rappresentava un riconoscimento di status; per l’Italia di oggi (ancorchè “alleata”) il ragionamento funziona all’inverso. Peccato che nessuno ci abbia neanche pensato.

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Di Il Cosmopolita il 16/02/2011 alle 00:00 | Non ci sono commenti

16/02/2011

San Expedito

di Francesca Morelli

E’ il santo cui si rivolgono gli argentini che hanno premura. Normalmente i favori o le grazie arrivano rapidamente, tanto che nelle pagine dei quotidiani, riservate ai necrologi, vengono pubblicati i numerosi ringraziamenti al patrono dei problemi urgenti, mentre i santi tradizionali raramente sono citati. Cliccando su www.sanexpedito.com.ar si ha poi la possibilià di usare un linguaggio moderno, come quello degli sms e di accorciare ancor più i tempi delle richieste e delle orazioni. On line si richiedono intercessioni amorose, lavorative, salutifere, economiche, soluzioni a problemi che normalmente affannano la vita dei comuni mortali, che vanno però un po’ di corsa e non hanno magari il tempo di affacciarsi in chiesa o recitare un rosario completo.

Le immagini della pagina web ritraggono il santo vestito da legionario romano dai colori sgargianti, che impugna con una mano una palma e con l’altra una croce e schiacciando con il piede un corvo, rappresentazione del maligno, che griderebbe “cras”, domani, il santo gli risponderebbe oggi e, la leggenda ha inizio. I dati sulla sua nascita sono incerti, in molti sostengono fosse vissuto nel Medio Evo a Torino, altri nel XVIII secolo. E ancora, sembra sia stato beatificato sotto il papa Urbano VIII e canonizzato durante il papato di Clemente X. Dalla seconda metà del XVII secolo il culto del santo pare si diffuse in Sicilia, a Messina e ad Acireale, venerato soprattutto dai commercianti, per il celere disbrigo dei problemi legati agli affari e dai navigatori. Varie le leggende sul suo nome, che deriverebbe da una cattiva interpretazione di Elpidio o dalla traduzione di “spedito”, scritta di un pacco contenente le reliquie di un santo, non ben identificato. Il Martirologio Geronimiano commemora il santo in due date, il 18 e il 19 aprile ma la prima data pare fosse un errore. Anche l’esistenza stessa del santo è stata messa in discussione, in diverese epoche, di certo si conoscono il giorno della sua celebrazione e il luogo della sua morte, a Metilene in Turchia.

Le pagine web disponibili sui siti argentini non mettono mai in dubbio le origini, la conversione e la vita del santo e lo affiancano a Santa Rita e a San Taddeo, anch’essi venerati per la soluzione di casi urgenti. Attualmente S. Espedito è invocato in molti Paesi fra i quali Austria, Argentina, Brasile, Cile, Colombia; in Italia ha una diffusione soprattutto regionale, in Sicilia, Campania e Lombardia, nelle altre regioni, in molti, gli preferiscono i santi tradizionali.

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Di Il Cosmopolita il 16/02/2011 alle 00:00 | Non ci sono commenti

10/02/2011

Europa d’Egitto.

“Ni Ashton ni Van Rompuy” – titola El Paìs del 6 febbraio 2011. L’articolo è coerente col titolo. I due massimi esponenti dell’Unione europea “non sono capaci di ascoltarci né tantomeno di rappresentarci”. Un’osservazione forse ingenerosa ma evidentemente dettata dalla delusione spagnola per il balbettio europeo a fronte delle crisi tunisina e egiziana. E’ però una critica che prescinde dall’autocritica.

In Europa montano le osservazioni sul conto più di Ashton che di Van Rompuy – Le Monde e Figaro non sono teneri con lei con il leit – motiv che fa scelte “britanniche” in tutti i sensi – ma si glissa sul fatto che sia Ashton che Van Rompuy furono nominati all’unanimità dal Consiglio europeo, nel quale siedono tutti gli stati membri. Si dimentica pure che il cambio a Madrid e Parigi dei Ministri degli Esteri può spiegare la fatica di certe diplomazie nazionali a comprendere i fatti d’Egitto. Per non parlare del Dipartimento di Stato che, pur col suo apparato tecnologico e di intelligence, è alla ricerca di una linea da proporre al Presidente e soprattutto alle forze sul campo.

Grande è la confusione sotto il cielo precocemente primaverile di Cairo e Tunisi. Non bastano i meteorologi d’Occidente a prevedere il tempo che farà. Un dato emerge con una certa chiarezza: circola un’ansia di libertà che contrasta con la pretesa pigrizia degli Orientali e con la loro assuefazione a regimi autoritari purché tranquilli. Contrasta anche con il luogo comune che le masse arabe si muovono solo in negativo: per protestare contro l’aumento del prezzo del pane o per gridare al nemico sionista che opprime altri popoli arabi. In questa fase le rivendicazioni hanno il segno positivo: per l’apertura dei sistemi politici. Che dietro queste pulsioni vi siano ascendenze religiose o laiche, poco importa al momento, semmai importerà molto quando si sistemeranno i nuovi equilibri di potere. La transizione avviata dal Vice Presidente egiziano mira alla continuità nella discontinuità. Una sfida tutta da giocare.

Gli articoli della stampa straniera – quella italiana indulge al romanticismo delle piazze tumultuanti – mettono in luce l’equivoco europeo. Perché di equivoco si tratta, se si pensa che proprio l’Europa – Dichiarazione di Venezia del 1980! – aprì al riconoscimento dell’OLP come rappresentante del popolo palestinese e che sempre l’Europa – 1973! – lanciò il Dialogo euro – arabo. L’equivoco europeo risiede nel doppio linguaggio. Quello del Trattato di Lisbona che pone l’azione esterna dell’Unione al servizio dei valori fondanti l’Unione stessa: i grandi diritti e le grandi libertà. Quello della politica che, messa fra parentesi la condizionalità, si preoccupa della governabilità e della “securitizzazione” dei rapporti euro – mediterranei.

Ora che le masse delle piazze arabe ci spingono in mare aperto, occorre ritrovare il senso della rotta comune. Il Consiglio europeo (febbraio 2011) ci prova con un linguaggio che alcuni trovano felpato, al di sotto dello standard scelto dall’Amministrazione USA che si è presto smarcata dal vecchio per cercare la via del nuovo. Come se nella campagna d’Egitto il Presidente volesse ritrovare la verve del suo discorso al Cairo del 2009: quello che gli valse il Nobel “sulla parola”. Lo smarcamento americano disorienta l’Europa e genera ansia in Israele. La capacità di ascolto che El Paìs si aspetta dall’Alto Rappresentante andrebbe chiesta all’Europa nel suo insieme. Ascoltare quanto accade sull’altra sponda del Mediterraneo per definire una politica in linea coi tempi.

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Di Il Cosmopolita il 10/02/2011 alle 00:00 | Non ci sono commenti

10/02/2011

Un rinnovamento è necessario

I moti che stanno sconvolgendo in questi giorni l’Egitto, alimentati a loro volta dalla rivolta tunisina e dal vento di cambiamento che soffia in tutto il mondo arabo, sono certamente alimentati dal disagio socio-economico ma esprimono in primo luogo un’esigenza profonda di rinnovamento politico nei confronti di regimi oppressivi e corrotti che dominano la vita pubblica della regione da diversi decenni. E’ sotto gli occhi di tutti da tempo come le oligarchie al potere in questi Paesi siano interessate esclusivamente a perpetuare potere e privilegi di casta senza affrontare in nessun modo il nodo della partecipazione popolare alla vita politica ed economica.

Una delle conseguenze di tale impasse è stata la penetrazione di movimenti e partiti islamisti nel tessuto sociale, i quali hanno “sostituito” lo Stato in settori in cui questo aveva smesso di fornire servizi, anche essenziali, ai cittadini. I Paesi occidentali, Italia compresa, hanno di fatto sostenuto tali regimi oppressivi soprattutto per contenere quella che veniva percepita come la minaccia crescente dell’Islam politico. L’esempio algerino negli anni ’90 ha per molti versi giustificato tali timori per le degenrazioni nel sangue e nel terrore. Molto diversa appare tuttavia la situazione odierna, con l’affermarsi sulla scena politica di movimenti islamisti che mostrano una certa compatibilità con i sistemi democratici. L’integrazione nel gioco politico di forze facenti capo ad ambienti islamisti in realtà consentirebbe di allargare la partecipazione politica a segmenti sociali precedentemente esclusi, e quindi di favorire una transizione democratica basata sull’effettivo coinvolgimento di tutte le componenti sociali. L’ingresso nell’alveo democratico di movimenti in passato anti-sistema può configurarsi come un antidoto efficace a fenomeni di esclusione che possono solo condurre al rafforzamento delle correnti radicali.

In altre parole la liberalizzazione politica e quindi l’inclusione dei movimenti islamisti nel gioco democratico può dimostrarsi il mezzo più efficace per contrastare tentazioni radicali. L’esperienza del partito turco dell’AKP, attualmente al governo, rappresenta un precedente che giustifica un certo grado di ottimismo. Sviluppi in tal senso hanno caratterizzato anche il Partito della Giustizia e dello Sviluppo marocchino e - se dovesse essere confermata la linea “morbida” adottata, perlomeno a livello declaratorio, dal leader islamista Rachid Ghannouci, appena rientrato in patria dopo il ventennale esilio a Londra – il partito della Rinascita (Al Nahda) tunisino. Un discorso analogo può essere fatto per i Fratelli Musulmani egiziani, i quali hanno dimostrato nel tempo di essere capaci di evolversi e di adottare posizioni pragmatiche e non massimaliste. Ciò che è certo è che nessuna reale transizione democratica è possibile in Egitto senza il loro coinvolgimento.

I governi occidentali devono scegliere se uscire o meno dall’ambiguità che li ha fino ad ora caratterizzati ed incoraggiare la transizione democratica, dopo la Turchia, di altri Paesi dell’area mediorientale, nonché una svolta moderata dei partiti islamisti che già guardano all’AKP come modello da imitare. Nonostante il loro proclamato impegno per una maggiore liberalizzazione e democratizzazione della regione, essi finora hanno solamente cercato di salvaguardare i loro interessi, reali o presunti, appoggiando i custodi del sistema di gestione patrimoniale del potere che caratterizza l’area in questione. In questo contesto, lo spauracchio dell’Islam politico è stato agitato dai fautori arabi e occidentali dello status quo affinché tutto restasse invariato. Anche per le forza progressiste, pertanto, la posta in palio è altissima.

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Di Il Cosmopolita il 10/02/2011 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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