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Post di marzo

23/03/2011

Odissey Dawn

I greci dovrebbero porre il marchio sulla parola Odissea e con loro Stanley Kubrick con la sua Odissea nello spazio. Il viaggio di Odisseo (Ulisse) verso Itaca, e verso i limiti della umana conoscenza, è ora abusato come metafora del viaggio che i missili percorrono dalle navi e dagli aerei verso i bersagli libici. Una sensazione irresistibile di déja vu prende chiunque abbia memoria della prima Guerra del Golfo (1991), che fu anche la prima guerra in mondovisione con la CNN, allora praticamente monopolista delle immagini, a trasmettere senza sosta le immagini delle esplosioni da cielo e da terra. Uno spettacolo di son et lumière che frastornava più che spaventare i telespettatori. Ora siamo alla quarta guerra in diretta, se si contano la Serbia e la “Golfo 2”, e pure lo scenario politico – diplomatico presenta tratti già visti. L’Europa esita ma si dichiara pronta a fare qualcosa – si tratta pur sempre del Mediterraneo, il ridotto di casa – a difesa della popolazione civile libica minacciata dalla repressione di Qaddafi. Si volge ad altre organizzazioni internazionali per l’opportuna copertura militare e politica: NATO e ONU e Lega Araba e Unione africana. A condizione però che gli Stati Uniti ci stiano perché senza gli USA non si va da nessuna parte. La NATO è pronta, lo è sempre, ha bisogno del mandato ONU per operare. Il mandato finalmente arriva sotto forma di risoluzione che naturalmente si presta a innumerevoli interpretazioni sul terreno, mentre i francesi ed i britannici scaldano i motori. La macchina si mette in moto, l’Europa non ci vede chiaro talché alcuni stati membri, Germania in primo luogo, si astengono a New York ma partecipano al vertice di Parigi, dove l’Europa non si riunisce in quanto Unione europea. Il formato che Sarkozy sceglie all’Eliseo è sbilenco: qualche capo di stato e di governo UE, non importa quando ed a che titolo invitato, il Segretario di Stato USA, il Segretario Generale ONU, qualche emissario arabo. Alla fine il Presidente francese (in quanto padrone di casa o “guida” dei volenterosi?) annuncia al mondo che la coalizione è pronta a compiere il mandato ONU, costi quel che costi. Le televisioni sono pronte ed alla CNN degli anni novanta si aggiungono Al Jazeera e Sky e BBC International e altre ancora. Tutte a seguire in diretta lo spettacolo tanto tragico quanto reso surreale dalle stesse riprese televisive. Tranne che per le persone sul terreno, e poco conta se si tratta di oppressori o vittime, le immagini sembrano prese da un filmone americano dove alla fine i buoni sono destinati a vincere ed i cattivi a soccombere. Lo choc delle immagini non deve farci perdere di vista alcuni dati di fondo della vicenda. La diplomazia multilaterale prova a funzionare dopo le critiche che la passata Amministrazione Bush mosse al multilateralismo inefficace. Il circuito UE - ONU – NATO stenta però a chiudersi in quanto l’anello europeo si rivela incerto: come se il Trattato di Lisbona, con le sue disposizioni sull’azione esterna UE, fosse entrato in vigore non nel 2009 ma nel 1989 quando ancora c’era l’Unione Sovietica. E’ vero che la politica comune della difesa è di là da venire e che il Trattato lascia ampio margine alle politiche nazionali. Ma è pur vero che il tentativo di mettere in piedi una forza ed una politica europee andava consumato con maggiore convinzione. E’ prevalso il desiderio di alcuni non tanto di “menare le mani” quanto di rendere plastico il dislivello fra le capacità politiche e operative dei vari stati membri: un modo per contrapporre “noi” a “loro”, i volenterosi ai neghittosi. Che gli altri seguano se vogliono e possono. Compresa l’Italia, che pure ha un ruolo importante se non altro per la posizione geografica. La differenziazione in seno all’Europa, proprio quando gli strumenti istituzionali dovrebbero consentire progressi anche in questo campo, è un segnale da valutare con attenzione. Altri potrebbero seguire.

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Di Il Cosmopolita il 23/03/2011 alle 00:00 | Non ci sono commenti

23/03/2011

Pasticceri diversamente abili

di Francesca Morelli

Un gruppetto di ragazze e ragazzi, affetto dalla sindrome di Down, ha deciso d’imparare il mestiere del pasticciere e non solo. A Mar del Plata, città atlantica dell’Argentina, la fondazione Asdemar ha messo in piedi un centro per la formazione di persone Down, la produzione e la vendita di manufatti artigianali in cuoio e leccornie dolci e salate. Diciotto allievi per turno scelgono di seguire il corso più interessante, organizzato dagli operatori in maniera rigorosa e funzionale. Dal lunedì al venerdì, prelevati da un pulmino, sono accompagnati alla sede della fondazione, per apprendere i due mestieri più richiesti dalla città turistica, l’artigianato e la pasticceria e per servire nel bar adiacente, Paseo del encuentro, la loro produzione. Nella caffetteria, dalle pareti colorate, allestita con mobili moderni e quadri dei corsisti, ci si può piacevolmente intrattenere navigando su Intenet, ascoltando musica o degustando pasticcini o pizzette serviti ai tavoli da due camerieri diversamente abili, che una volta terminato il corso, saranno in grado d’inserirsi nel mondo del lavoro esterno. L’attenzione, la precisione e la motivazione riposte nel lavoro di laboratorio è sorprendente. Le ragazze, più ciarliere e civettuole, alternano risate e commenti salaci a un cornetto da infornare o a un tramezzino da riempire. L’esperienza nel laboratorio del cuoio e del legno non è da meno, dove maggiore è la presenza di ragazzi, forse per la caratteristica dei materiali utilizzati quali il legno e il cuoio, ma sono la complicità e l’allegria a fare da padrone di casa durante il training. L’adesione la formazione all’associazione, gli spostamenti e i costi della merenda sono coperti dalla mutua nazionale argentina, che provvede anche ad offrire il servizio di stimolazione infantile e di alfabetizzazione, olte le attività sportive, informatiche e ricreative. Obiettivo principale della fondazione Asdemar è quello di offrire le stesse possibilità d’istruzione e di vita a tutti i bambini anche a quelli Down e di realizzare un modello riproducibile di contenimento parentale, training on the job e inserimento lavorativo per persone diversamente abili che, finora, ha dato risultati eccellenti.

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Di Il Cosmopolita il 23/03/2011 alle 00:00 | Non ci sono commenti

15/03/2011

Una lezione dal Giappone?

I multipli –e purtroppo non ancora esauriti – drammi in corso in Giappone hanno indotto molti osservatori internazionali (e noi con loro) a “guardare oltre” e a riprendere un discorso critico che da tempo accompagna la ormai ventennale crisi che attanaglia il Giappone. Un grande Paese che - fino alla metà degli anni ’80 del secolo scorso era sembrato costituire un esempio positivo – quasi un modello archetipico - della capacità di uscire dalle macerie della II Guerra mondiale, di adattarsi con determinazione e successo alle condizioni internazionali e alle opportunità offerte dal mercato mondiale: un incontestabile “primato” che aveva portato, però, al di là della “centralità tecnologica nipponica, non soltanto ad un deficit cumulato pari al 200% del prodotto nazionale lordo, ma ad una vera e propria stagnazione dell’intera società civile dell’Arcipelago. Nessuna ricetta adottata dalla classe dirigente nipponica, pietrificata nella contemplazione di un successo tanto innegabile quanto sterile, aveva arrestato l’impasse interna sempre più evidente e l’emarginazione che sul piano internazionale registrava ben altri dinamismi e ben altre emergenze (quella della Cina, certo, ma molte altre meno evidenti ma pur sempre capaci di mutare in profondo le prospettive globali): così ne’ il ricorso ai manager stranieri (prima impensabile in un Paese che aveva compiuto sotto la direzione della classe “samurai” la rivoluzione industriale e la modernizzazione funzionale del Giappone Meiji), ne’ la sparizione del monopolio politico conservatore detenuto dal Partito Liberaldemocratico erano bastate a spezzare il circolo “virtuoso” della stabilità “senza scopo” dell’economia e della società nipponica. Ancora pochi mesi fa – nonostante la tormentata affermazione del Partito democratico dopo oltre un cinquantenio di impasse poltico-sociale – la visione della sempre crescente “malinconia” giapponese (tra gli insopprimibili rituali sociali e le stravaganze di minoranze a “devianza programmata”) confermava ciò che gli osservatori rispettosi ma obiettivi avevano intravisto già alla fine degli anni ’80, ovvero l’impossibile coniugazione tra “Il primato dell’economia” e la “crisi della politica”, quest’ultima intesa come paralisi della dialettica sociale. Un esempio (utile anche per il “caso italiano”…): la moderazione salariale esemplificata dalla campagna salariale di primavera (lo “shunto”) dalla quale i lavoratori dipendenti uscivano regolarmente con una frazione degli incrementi salariali resi possibili dagli aumenti di produttività conseguiti l’anno procedente – insomma una “festa” del consenso sociale – ha, tra l’altro, cristallizzato l’assenza dell’interlocuzione sociale. Un “mondo perfetto” che suscita ancora desiderio nella retrograda classe imprenditoriale italiana. Basti ricordare l’ammonimento della Presidente degli imprenditori italiani a non aggravare la crisi nazionale con il nuovo giorno festivo per la celebrazione dell’Unità nazionale (peraltro più che mai opportuna in tempi di insulsi “ludi” federalisti). Questo “mondo perfetto” si è infranto ancora una volta con il soprassalto di consapevolezza determinato dalla catastrofe: era accaduto nel 1855 (inducendo il Giappone ad uscire – almeno formalmente – dal feudalesimo, nel `923 con il grande terremoto del Kanto (la regione di Tokio) aprendo la via all’impossibile “scorciatoia” del militarismo nipponico, nel 1945 con Hiroshima e Nagasaki, nel 1995 con il sisma di Kobe che chiudeva l’era del boom giapponese (“Japan Number One). In sostanza più che abbastanza per legittimare la teoria degli choc come momenti di sanzione di una cesura – di una rottura d’equilibrio – già nei fatti. Ma qui – senza alcuna indulgenza simpatetica con la classe dirigente giapponese – scatta una differenza (per noi) ammonitoria: la catastrofe non suscita ne’ gli sghignazzi notturni dei (futuri) speculatori del terremoto dell’Aquila, ne’ un automatico “piangersi addosso”, bensì una rinnovata coesione e la determinazione a ricominciare a lavorare per costruire il futuro,un futuro. Se necessario cambiando strada. Così, ancora una volta, scatta la negazione delle spesso ricordate facili analogie tra il “povero” (di risorse, a parte quelle umane) Giappone e l’Italia proletaria ma industriosa e creativa. Là la volontà e la dignità umana, qui una ricchezza accumulata nei millenni (e nella fortuna geografica) e sempre più dilapidata da una classe dirigente incolta e rapace. Lì coesione e credibilità (magari autoimposta), qui fatuità e furbesca inconsistenza. Un esempio. L’innegabile crisi dell’opzione nucleare messa in luce dai fatti di Fukushima riapre un dibattito che gli italiani avevano già affrontato con un referendum e l’attuale Governo (a corto di idee, ma non di panzane) aveva riaperto. Si tratta oggi di imporre una presa d’atto della realtà e di lasciare all’attuale maggioranza il regno – ad essa congeniale – del “bunga bunga – accelerando una uscita di scena che permetta al nostro Paese di riprendere un cammino di autoconsapevolezza che, solo, può legittimare il compiacimento per i 150 anni di Unità nazionale. Sarebbe il modo migliore per testimoniare solidarietà al popolo giapponese.

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Di Il Cosmopolita il 15/03/2011 alle 00:00 | Non ci sono commenti

03/03/2011

I misteri d’Oriente.

Eduard Said ci ha consegnato il saggio fondamentale per capire l’Oriente col titolo misleading di “Orientalismo”. In realtà per criticare alla radice quella parte del pensiero occidentale che “legge” l’Oriente con le categorie dell’Occidente. Per restare in ambito letterario, il saggio rammenta il Colonnello Kurtz che Coppola, in Apocalypse Now, prende di peso da Cuore di tenebra di Conrad e trasferisce nella giungla del Laos col volto sfigurato di Marlon Brando.

I misteri del (vicino) Oriente stanno oggi in Libia dove neppure gli osservatori più attenti riescono a pronosticare il futuro. Gli scenari sono molteplici: la divisione del paese in due, con la parte orientale preda di forze oscure e quella occidentale in mano all’attuale regime o un suo epigono (modello cecoslovacco ma senza il fair play di cechi e slovacchi); uno stato semi – permanente d’instabilità (modello somalo); una confederazione democratica che agisca pacificamente sulla scena internazionale. Il terzo scenario è quello che maggiormente risponderebbe all’interesse generale ma anche quello più difficile da attuare. A meno che l’Occidente, e soprattutto l’Europa, non s’impegni nell’area superando le categorie orientalistiche ed affrontando con coraggio il tema della modernizzazione del mondo arabo.

Il tema si pone nel mondo arabo dalla metà del secolo scorso, da quando si avvia il completamento della decolonizzazione. Il processo prosegue con alti e bassi nella seconda metà del XX secolo per attestarsi su alternative dure: o si è moderni e autoritari, o si è antiquati e (moderatamente) democratici. O si spingono le elezioni verso l’esito certo della maggioranza – quasi unanimità, o si lascia che esse producano risultati liberi quanto indesiderati. Un dilemma senza via d’uscita ed aggravato dagli effetti del grande terrorismo e delle migrazioni di massa, che hanno portato alla “securitizzazione” dei rapporti euro – mediterranei. E cioè: mettere in sicurezza i flussi di persone e di materie prime in cambio della messa fra parentesi della condizionalità politica. Laissez - faire politico e dirigismo securitario. Il pensiero orientalista porta la sua responsabilità perché porta a ritenere che l’orizzonte concettuale del mondo arabo è fatalmente alieno al pensiero democratico e che le masse arabe si muovono, quando si muovono, sulla scorta di pulsioni economiche e di propaganda. Le battaglie per il prezzo del pane o contro i sionisti.

Invocare l’intervento europeo è doveroso. Non solo nei termini, pure corretti, del burden sharing degli immigrati. E francamente sconfortano quanti, nel nord Europa, commentano che prima bisogna che la catastrofe umanitaria si verifichi e poi, solo poi, s’interviene. Ma anche nei termini di una strategia attiva che porti immediato sollievo alle popolazioni in lotta (cessare le violenze, tornare alla normalità della vita quotidiana) e prospetti loro una solidarietà europea duratura in termini di sostegno economico e di affiancamento politico. L’Europa insomma declini nel Mediterraneo le formule che ha ben applicato nell’est europeo: institution building e democracy building. Parlare di Piano Marshall ha il vantaggio del nome evocativo. Meglio ancora parlare di Piano europeo, o Piano Bruxelles, se vi vuole caratterizzare l’intervento non col nome di un americano illustre ma con quello della capitale europea.

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Di Il Cosmopolita il 03/03/2011 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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