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18/05/2011

Le invasioni.

Le “invasioni barbariche” era il bel titolo di un film canadese premiato a Cannes anni fa: un racconto di laica attesa della morte come epilogo naturale della vita. Il titolo è stato abusato da una trasmissione televisiva e ci viene spesso riproposto a bollare le ondate di migranti che lambiscono le nostre coste e con massime punte quelle di Lampedusa. Un nome, quello dell’isola a sud di Tunisi, che è riprodotto senza traduzione nei documenti di Bruxelles. Un topos della contaminazione forzata fra nord e sud del Mediterraneo. Ed ha più storie da raccontare Lampedusa sulla cooperazione euro – mediterranea che non i vari quanto vani esperimenti di associazionismo regionale, ultima l’Unione per il Mediterraneo.

Un atteggiamento più maturo accompagna in Italia il fenomeno migratorio: forse per assuefazione e forse perché la campagna elettorale si è chiusa. In attesa della prossima, mentre non è lecito aspettarsi che il flusso di migranti diminuisca a breve, la Commissione da Bruxelles batte finalmente un colpo. Avrà raccolto l’osservazione del Presidente della Repubblica che nota due buchi nell’attività dell’Unione europea: la risposta alla “primavera mediterranea” in chiave di chiusura alle conseguenze sociali che essa porta con sé; il deficit di politica estera malgrado gli strumenti messi a disposizione dal nuovo Trattato. A ben notare, ambedue le osservazioni ruotano attorno allo stesso problema di fondo: che quando il gioco si fa duro, l’Unione risponde col linguaggio leggero del “soft power”, ma così leggero da essere inascoltato al di fuori dei circoli brussellesi.

La Commissione – si diceva – cerca di “metterci una pezza” diramando la Comunicazione sulla migrazione, a modo di battistrada della revisione della politica di vicinato, e cioè verso Mediterraneo e Est europeo. Le cifre che allinea nella Comunicazione sono impressionanti ma, almeno finora, non tali da spaventare un’Europa che vanta pur sempre un PIL medio elevato ed una popolazione in grado di assorbire l’urto dei nuovi arrivi. Certo, il fenomeno è destinato a perdurare a misura del perdurare delle crisi regionali. L’Africa del nord è al tempo stesso luogo di accoglienza e di passaggio. Di accoglienza dei migranti che arrivano dall’Africa nera, di passaggio verso la sponda europea per quanti riescono a passare “costi quel che costi”. Egitto e Tunisia hanno accolto più migranti dallo scoppio della crisi libica di quanti ne abbia accolto l’Europa nel suo insieme. E’ vero che l’Europa si è mossa a sostenere i due paesi – oltretutto anch’essi in fase di transizione verso un nuovo ancora in via definizione – ma è pur vero che il gravame sulle popolazioni indigene è formidabile.

Un dato colpisce nell’analisi della Commissione ed è il riconoscimento di un vecchio motivo italiano e greco e maltese e spagnolo: e cioè che le loro frontiere sono le frontiere d’Europa. In epoca di solidarietà scemante l’affermazione ha il sapore rivoluzionario della verità. Il nodo dei flussi migratori incontrollati non è soltanto del paese di prima accoglienza, è dell’Unione nel suo complesso. Altrimenti tutte le alchimie sull’applicazione dell’acquis Schengen servono solo a dirottare l’attenzione del pubblico ed a chiudere artificiosamente le frontiere interne, non essendo noi in grado di controllare quelle esterne. Il contrario del principio della solidarietà comunitaria e di decenni di faticosa costruzione dello spazio comune senza frontiere. Non che tentazioni del genere siano nuove. Quando l’EURO fu messo sotto attacco sui mercati internazionali, vi furono quelli che non imprecarono contro la speculazione ma contro la moneta unica: per vagheggiare il ritorno alle buone e vecchie monete nazionali. Ed allora, per quanto in ritardo, valutiamo con una nota di speranza il messaggio della Commissione. Che non si perda nella cacofonia di quanti credono di trovare la soluzione alle migrazioni nel regresso della civitas europea.

Di Il Cosmopolita il 18/05/2011 alle 00:00