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Post di giugno

22/06/2011

Forte con i deboli

All’indomani dei referendum e di quello che molti pronosticano come l’inizio del lungo crepuscolo del (quasi) ventennio berlusconiano, qual è stato il primo provvedimento annunciato dal Governo? Forse la più volte proclamata “scossa” per riportare l’economia alla crescita? Forse la riforma fiscale, per ricompattare il blocco sociale che ha sostenuto le maggioranze di centro-destra in questi anni? Forse il taglio dei costi della politica, con il dimezzamento del numero dei parlamentari o l’abolizione delle province, per dare il buon esempio ad una opinione pubblica sempre più scettica nei confronti delle mirabolanti promesse governative?

Ebbene, no. Il primo provvedimento approvato il 16 giugno dal Consiglio dei Ministri con gran dispiegamento di annunci e comunicati è stato quello “recante disposizioni urgenti per il completamento dell'attuazione della direttiva sulla libera circolazione dei cittadini comunitari e per il recepimento della direttiva sul rimpatrio dei cittadini di Paesi terzi irregolari”. Tralasciando i dettagli, si tratta di un decreto che ripristina la procedura di espulsione coattiva immediata per tutti gli extracomunitari clandestini (e anche per i comunitari espulsi per motivi di ordine pubblico), prolunga la detenzione nei Centri di identificazione ed espulsione fino a un massimo di 18 mesi, dai 6 attuali, introduce sanzioni pecuniarie da 3.000 a 18.000 euro da applicare invece dell’arresto (che una recente sentenza della Corte di Giustizia UE aveva dichiarato illegittimo perché in contrasto con la direttiva).

Di questa vicenda abbiamo visto contrapporsi sulla stampa due diverse letture: una propagandista, di ispirazione leghista (finalmente cacciamo i clandestini!) che, pur non corrispondendo del tutto alla realtà, è quella che ha dominato nei titoli dei giornali del giorno dopo; una minimalista (un semplice atto dovuto di adattamento delle norme alla direttiva europea sui rientri, che anzi in qualche caso migliora il trattamento degli stranieri), fatta propria tra gli altri dal Corriere della Sera.

C’è del vero in entrambe le interpretazioni. Si tratta indubbiamente di un atto dovuto, soprattutto per la parte relativa al trattamento dei comunitari e ai ricongiungimenti familiari. Tuttavia, l’accoppiamento di “espulsioni coattive” e prolungamento fino a 18 mesi della detenzione nei CIE conferiscono a questo provvedimento un profilo politico di rigorismo ed esibizione muscolare contro gli stranieri irregolari che presenta evidenti aspetti xenofobi – quelli appunto che piacciono alla Lega.

Accade poi che la fretta e la demagogia siano cattive consigliere e che quindi non proprio tutto venga fatto a regola d’arte. Ad esempio, viene dichiarato che l’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati collaborerà all’applicazione delle nuove regole, salvo però essere smentiti poche ore dopo dall’Alto Commissariato stesso che ovviamente si tira fuori e anzi ribadisce, se ce n’era bisogno, la propria contrarietà ad azioni indiscriminate di contrasto ai flussi di migranti (potenziali richiedenti asilo) dal Nord Africa. Pare inoltre che anche il recepimento della sentenza della Corte di Giustizia europea presenta alcune lacune sul piano giuridico.

Ma, al di là di questo, ciò che più conta è il messaggio politico-mediatico veicolato attraverso questo provvedimento, come se la prima cosa da fare per risolvere i problemi del Paese fosse di prendersela con gli stranieri. In questo senso, il contrasto con le parole del Capo dello Stato intervenuto il giorno dopo alle celebrazioni della Giornata del Rifugiato non potrebbe essere maggiore. Il Presidente ha ricordato alcune semplici verità sui numeri, sia per quanto riguarda gli arrivi dal Nord Africa (esigui se confrontati a quelli verso i Paesi della regione) sia per quanto riguarda l’accoglienza complessiva di rifugiati in Italia (da sempre molto inferiore a quella di quasi tutti gli altri paesi europei), concludendo con un richiamo a colmare i divari legislativi in materia di protezione e integrazione e un forte appello al dovere di accoglienza e di solidarietà su cui si basa la Convenzione di Ginevra del 1951.

Nonostante l’argine morale e politico del Capo dello Stato, quello mostrato dal Governo è un caso da manuale di distrazione dai problemi più urgenti attraverso l’uso di un bersaglio propagandistico facile: dopo due tornate elettorali negative, in piena crisi di legittimità interna e internazionale, la maggioranza ritrova l’unità annunciando un giro di vite sulle espulsioni degli immigrati irregolari (i quali, per definizione, hanno anche il vantaggio di non votare). Essere forti con i deboli non sarà il massimo della moralità, ma sembra per alcuni l’unica cosa da fare…

ARCHIVIATO IN Globalizzazione

Di Il Cosmopolita il 22/06/2011 alle 00:00 | Non ci sono commenti

21/06/2011

Premio di Studio 'Enrico Augelli'

La quarta edizione del premio di studio “Enrico Augelli” assegna ad una tesi di laurea specialistica, di perfezionamento post-lauream (dottorato o master) per l'approfondimento di tematiche relative alle economie e alle società dei Paesi in Via di Sviluppo, ai loro rapporti con i Paesi industrializzati e le Organizzazioni internazionali e multilaterali, ai processi di comunicazione in ambito dei PVS stessi un contributo di 3.000 euro.

Il Premio, promosso dalla FP CGIL Coordinamento Esteri nel 2002 e realizzato in questa edizione con la Facoltà di Scienze della Comunicazione della Sapienza, mantenendo vivo il ricordo del collega Enrico Augelli, dà continuità al suo impegno professionale e sociale per lo sviluppo dei Paesi più poveri.

I lavori non dovranno essere stati pubblicati. Saranno considerati con particolare interesse elaborati contenenti proposte per lo svolgimento di attività relative ad iniziative in corso di realizzazione nei PVS.

Le domande potranno essere presentate da laureandi o laureati nati dopo l’1 gennaio 1980, mediante l’invio, entro il 20 agosto 2011, di : - due copie dell’elaborato in versione cartacea; - una copia in formato elettronico (CD ROM ) della tesi e l’abstract della tesi; - curriculum vitae (preferibilmente modello UE); - fotocopia conforme dei titoli di studio o autocertificazione; - dichiarazioni ed attestati relativi a referenze accademiche, esperienze formative, collaborazioni lavorative, ecc.; - una scheda redatta dal candidato sull’attività della CGIL in ambito internazionale (max 2 cartelle).

Tutta la documentazione, che rimarrà agli atti della FP CGIL Esteri, dovrà essere accompagnata dall’autorizzazione per il trattamento dei dati personali ed andrà inoltrata, con plico raccomandato, a: FP CGIL Coordinamento Esteri - PREMIO DI STUDIO 'Enrico Augelli' Ministero degli Affari Esteri - Piazzale della Farnesina, 1 - 00135 Roma

L'assegnazione del premio, a seguito di insindacabile giudizio della commissione incaricata dal Comitato promotore, verrà resa nota al prescelto insieme alla eventuale richiesta di ulteriore documentazione. Qualora la vincitrice/il vincitore del premio sia un laureando, il contributo sarà attribuito dopo la discussione della tesi di laurea, che dovrà aver luogo entro la sessione estiva 2011. Se la ricerca sarà considerata particolarmente meritevole dalla commissione, potranno essere attivate iniziative per un finanziamento aggiuntivo da destinare alla pubblicazione dell’elaborato e/o al soggiorno all’estero eventualmente necessario per ulteriori approfondimenti.

Il bando può essere scaricato dal sito www.cgil.it/fp.esteri o www.comunicazione.uniroma1.it Eventuali richieste di informazioni, esclusivamente via e-mail, a: coordinamento.esteri@fpcgil.it (indicando in oggetto “Premio Augelli”)

ARCHIVIATO IN Interventi e iniziative

Di Il Cosmopolita il 21/06/2011 alle 00:00 | Non ci sono commenti

16/06/2011

Spirito pubblico/spirito di rapina, globalismo/provincialismo

Per chi – come noi de “IlCosmopolita” – rifugge dalle dicotomie binarie e, per questa ragione, non ha mai creduto né nelle formule di un artificioso bipolarismo interno, né – tanto meno – in quelle internazionali (del tipo – per intenderci – dell’impero del “male” contrapposto a quello del “bene”) le vicende italiane (ed internazionali) di queste ultime settimane aprono una serie di interrogativi cristallizzati intorno ad una sorta di dilemma rosso/nero su cui – pur rifiutandosi di prendere partito – si deve riconoscere che costituisce il perno degli schieramenti e delle premesse su cui costruire una interpretazione ed una agenda di politica interna ed internazionale. Meglio, un’arma per districare una matassa che altri hanno imbrogliato da almeno un paio di decenni. <br> <br> Infatti, se per una volta partiamo dall’Italia per qualche riflessione rivolta al vasto mondo (e non viceversa come costantemente ha fatto “IlCosmopolita”), scopriamo che lo schiacciamento “muro contro muro” voluto da altri e realizzato attraverso i più mirati artifici della propaganda e delle tecniche di comunicazione di massa si è ritorto contro gli “apprendisti stregoni” (in primo luogo un apprendista stregone, quello che l’”Economist” ha etichettato come “The Screwer”, il “fottitore” degli Italiani) che sono riusciti – prodigi dell’”eterogenesi dei fini” – nell’involontario miracolo di semplificare il discorso politico e di renderlo intelligibile anche ai più intontiti e sprovveduti cittadini. <br> <br> Semplificando al massimo, il dato che emerge dalle due tornate elettorali nel nostro Paese si polarizza intorno al rifiuto netto di consolidare per sempre la cancellazione dello “spirito pubblico” e sostituirlo ad oltranza con l’immaginario di una rapina accessibile a tutti e – poiché ciò non è evidentemente possibile – surrogarla con un roseo immaginario, questo sì accessibile a tutti, lasciando che la realtà si appoggiasse alle ridicole stampelle delle pensioni e dei risparmi di anziani morituri, ovvero il cosiddetto “welfare all’italiana”. Ovviamente quando parliamo di “rapina” intendiamo riferirci – con estremismo verbale mutuato dalle “semplificazioni” imposte dall’antagonista - ad una logica universale che nega l’uso e il controllo pubblico delle risorse almeno a livello “macro” e, con esso, il principio dell’universalità della legge e dell’uguaglianza dei diritti. <br> <br> Ciò non è passato ed è stato rifiutato con nettezza dal voto degli Italiani con un messaggio che va bene al di là dei pur importanti specifici contenuti: un messaggio di cui, dopo aver archiviato le ridicole dichiarazioni dell’”unto del Signore”, faranno bene a tener conto anche le organizzazioni istituzionali dello schieramento “alternativo” la cui prima ipotesi di lavoro non potrà essere la mera “successione” al posto di comando (in nome appunto di una fantomatica “alternanza”) quanto piuttosto l’individuazione e la costruzione di una visione commisurata ai bisogni e alle aspettative di una società che si credeva ormai ridotta alla sopravvivenza fisica e condannata all’atarassia dell’intelligenza e alla morte dei valori condivisi. <br> <br> Ebbene, così come noi non abbiamo mai creduto ad una pseudoregressione italiana bensì al carattere (negativamente) esemplare e avanguardista dell’esperienza italiana (il “berlusconismo” la cui matrice era esplicitamente rivendicata dal non dimenticato Licio Gelli)), così oggi gli sviluppi in Italia indicano i temi su cui si annoda la fuoriuscita dalla crisi che attanaglia l’economia internazionale. Infatti, come rileva instancabilmente il Nobel Krugman dalle colonne del “New York Times”, la “ripresa” viene modulata negli Stati Uniti – e nel resto del mondo – non già affrontando i nodi strutturali (disoccupazione, prospettive di vita, squilibri demografici. nodi globali) bensì riossigenando la “buona società” dei creditori e le loro immutabili leggi di esclusione e discriminazione. E qui l’Italia tremontiana (più simile ad una “interfaccia”che non ad una antagonista di quella berluscoiana) e,“si parva licet…”, brunettiana costituisce una pietra di paragone del tutto rivelatrice della direzione di marcia intrapresa. Infatti, dopo aver agevolato in ogni modo i settori “alti” dell’economia e della finanza (inclusa quella “grigia” dello “scudo fiscale”) e aver sostituito alla applicazione del principio fiscale della progressività la pilotata ferocia dei gabellieri della GERIT ed il principio di utilizzare i redditi fissi come “Bancomat” di ultima istanza (secondo la felice espressione di un sindacalista cattolico), il Ministro dell’economia (non dimenticato nel ruolo pluridecennale di “commercialista dei potenti”) si appresta non già ad un rilancio dell’economia bensì ad una nuova stretta sui ceti subalterni e sui loro bisogni. <br> <br> Così accade (come notano Krugman e altri) su scala globale, montando a fini di diversione e consenso ogni genere di “Tea party” e di regressioni para-fasciste; nel frattempo – sull’altro versante – i banchieri centrali fanno il loro mestiere, che non è certo quello di risolvere squilibri e disuguaglianze. Così, all’ombra di un contesto siffatto, il mondo muove rapidamente (più del previsto) verso un riassetto ancora indefinito ma che, comunque, prevede l’archiviazione di ipotesi di “terze vie” asfissiate prima di giungere a maturità: l’Europa dei “patriottici” Sarkozy e Cameron ne è un esempio preclaro. E a poco vale richiamarne fuori tempo massimo il sempiterno valore di riferimento, mentre altri (ad esempio in Asia) parlano ormai di “regionalismo aperto” come strumento propulsivo e multilateralista per un “nuovo globalismo”. <br> <br> Questi sono i temi oggi sul tappeto mondiale ed il fatto che in questa vecchia Italia – vittima ad un tempo del provincialismo berlusconian-leghista e di quello paleo-riformista – non ce se ne accorga costituisce una pesante ipoteca alle prospettive positive che si sono appena aperte.

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 16/06/2011 alle 00:00 | Non ci sono commenti

16/06/2011

La primavera araba e l’autunno europeo.

La primavera araba scoppia in gennaio, in anticipo rispetto a quella meteorologica, e questo si spiega con la mitezza del clima mediterraneo. Non si spiegano invece la lentezza e la mitezza (politica) della risposta europea. Preceduto da una comunicazione di marzo su “shared democracy”, il documento congiunto di Commissione e Alto Rappresentante sulla politica di vicinato è diffuso soltanto a fine maggio.

Contrariamente alle aspettative di molti, ma in coerenza con il passo lento di Bruxelles, il documento non focalizza il Mediterraneo come area di crisi, e dunque meritevole di cure particolari e urgenti, ma tratta indistintamente e con malinteso equilibrio sia i paesi vicini del sud che dell’est. Detto in altri termini: insiste nel parallelismo fra i paesi terzi europei, che aspirano ad aderire all’Unione in un futuro più o meno prossimo, ed i paesi terzi mediterranei che, esclusi geograficamente dall’adesione, aspirano a rapporti più stretti con l’Europa tali da assecondare la loro “conversione” democratica. Commissione e AR si muovono nel solco dell’italico “cerchiobottismo”: orrendo neologismo che sta a indicare quando, per non dare ragione ad alcuno, si fa torto a tutti.

Il Mediterraneo è in fase di transizione e non sta scritto che tale transizione porti necessariamente al nuovo. Qualcuno già evoca il Termidoro dopo la presa della Bastiglia. Se si vuole scongiurare il Termidoro o più realisticamente una lunga stagione di stallo, l’interesse europeo è di spingere sull’acceleratore delle riforme nei modi che essa conosce bene per averli praticati con successo proprio nell’est europeo oggi così riluttante: il sostegno alla costruzione di democrazie viabili e durature. Quello che nel linguaggio internazionale si designa come “democracy and institution building”. Ed ancora. L’Unione dovrebbe mettere in campo le risorse di cui essa dispone in massima misura rispetto alla comunità internazionale: e cioè fondi da mobilitare sotto forma di doni e prestiti. Una panoplia di interventi che darebbe alle affaticate coalizioni della transizione araba il segno dell’appoggio europeo: non solo diplomatico e militare ma anche e soprattutto nel campo dei rapporti reali.

Se persino Blair evoca il Piano Marshall per il Mediterraneo, se Obama disegna nuovi scenari, se il G8 di Deauville propone partenariati nord – sud, la timidezza della Commissione più che sconcertare preoccupa. La ragione è probabilmente più profonda di quanto appaia perché rinvia ad un deficit funzionale che affiora, con ancora maggior evidenza, dall’ultimo allargamento. Il grande numero di stati membri appesantisce i dibattiti dove ciascuna delegazione porta su ciascun punto la posizione nazionale da mediare con le altre posizioni nazionali. L’interesse europeo evapora a favore della sommatoria di interessi nazionali. La Commissione introietta al suo interno questo metodo di lavoro. Non presenta proposte coraggiose per non rompere, anticipando così il negoziato che essa sospetta si svolgerà in seno al Consiglio. La proposta esce dal Berlaymont già sterilizzata dalle ambizioni di modo che il passaggio al Consiglio sia “smooth”. Ma in questo modo salta la sana dialettica fra Commissione e Consiglio, che vede la prima più avanzata ed il secondo più prudente.

Alcuni commentatori sostengono che Commissione e Alto Rappresentante, prima di agire, consultano certe capitali. Non è detto che sia così. Si ha l’impressione che neppure hanno bisogno di telefonare perché già pensano come nelle capitali. La primavera araba ci spinge a misurarci con l’autunno europeo. Finché le due stagioni non collimano, sarà difficile dare la nostra impronta alle relazioni euro - mediterranee.

ARCHIVIATO IN Pace e guerra

Di Il Cosmopolita il 16/06/2011 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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