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Post di ottobre

25/10/2011

Farnesina: le cifre di un default annunciato.

La manovra finanziaria conferma le cifre già diffuse da “Radio Farnesina”, ma che chi sapeva si affrettava a smentire come improprie; cifre che recano i segni del crack imminente, a meno che qualcosa non accada a rianimare l’ammalato. I toni possono apparire esagerati: i soliti garantiti che appena sono toccati nei privilegi gridano allo scandalo istituzionale. Non è così, purtroppo. I 206 milioni di euro che si tagliano nel 2012 – si badi: nel 2012, perché altri verranno negli anni a seguire – sono distribuiti a carico soprattutto del personale all’estero, che vede decurtati l’assegno di servizio, l’assegno di rappresentanza, l’indennità di prima sistemazione e l’indennità di rientro. In un clima destinato a confondere la giusta retribuzione con privilegi di una casta (se lo fossero probabilmente sarebbero stati tutelati come lo sono state le altre caste e le altre posizioni di privilegio). Al netto della demagogia verso la casta dei pubblici dipendenti vi è un dato di fondo su cui riflettere: ed è la crisi strutturale del servizio diplomatico in Europa. L’Italia, nella congerie generale, tocca le punte estreme. La crisi finanziaria non ha risparmiato alcun Ministero Esteri, ma il nostro è l'unico che è stato posto nella condizione di non poter più svolgere adeguatamente le proprie funzioni. La diffusione della funzione diplomatica presso diplomatici non professionali è generalizzata. Altre pubbliche funzioni – la polizia, le forze armate – sono riuscite a ritagliarsi uno spazio di credibilità sociale che, se non le ha salvate totalmente dai tagli, ne ha almeno alimentato il prestigio e lo spirito di servizio. Massimamente negli Stati Uniti dove il Pentagono è andato qualificandosi come soggetto pieno della politica estera assieme, ma non sempre, al Dipartimento di Stato. In Europa la piega militaristica della politica estera e di sicurezza, con l’accento posto sugli aspetti di sicurezza, ha portato ad affiancare la cooperazione militare alla cooperazione civile, grazie all’ambigua formula del civile – militare. Dunque non tutti sono eguali nel panorama della pubblica funzione. C’è chi, pur in tempi grigi, si pennella una macchia di colore. La situazione alla Farnesina è esemplare di un attacco sistematico alla funzione pubblica nel suo insieme. Chi rammenta le parole del Capo dello Stato all’ultima Conferenza degli Ambasciatori circa l’irrinunciabilità di certi compiti statuali, oggi non può che misurare la distanza da quell’appello. Si agita un cocktail di aneliti liberistico (privatizziamo tutto) e federalista (facciamo al livello più basso tutto quanto sia possibile). Non importa che le privatizzazioni da noi abbiano poco significato in presenza di corporazioni dagli intoccabili statuti medievali. Né importa che il federalismo porta a rafforzare, e non a svilire, certe funzioni centrali come la politica estera e la sicurezza interna e esterna. La povertà dell’analisi teorica non fa velo alla volontà di tagliare là dove si può e anche là dove non si può. Certi compiti – si pensi ad alcune sedi estere della nostra rete – si svolgono in un certo modo o, al di sotto del livello di guardia, tanto vale non svolgerli affatto. L’ipotesi di congelamento di posti porterà prevedibilmente alla rinuncia definitiva a quei posti e, a termine, alla chiusura di quegli uffici e alla conseguente perdita dei servizi erogati (ai connazionali, alle imprese, alla promozione della lingua italiana, alla cooperzaione allo sviluppo, ecc.). E questo non sull’onda di una visione riformatrice ma della bruta necessità. L’Europa lancia ai paesi mediterranei lo slogan “more for more”. Che significa: voi v’impegnate di più sulla via delle riforme e noi vi aiutiamo di più. Alla Farnesina ci avevano detto che bisognava ispirarsi allo slogan “less for more”, ma a noi sembra più corretto “less for less”.

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Di Il Cosmopolita il 25/10/2011 alle 00:00 | Non ci sono commenti

13/10/2011

Cronaca d’una fine non annunciata.

E si spera che non si realizzi. E’ la cronaca della fine dell’Unione europea quale oggi la conosciamo e quale probabilmente non l’avrebbero riconosciuta i padri fondatori. I fatti si susseguono a ritmo incalzante, tant’è che pure una rivista attenta come Il Cosmopolita fatica a stare sul pezzo. Il solito duo franco – tedesco si riunisce da qualche parte – stavolta a Berlino ma potrebbe accadere ovunque al di qua e al di là della linea Maginot – per decidere che la Grecia va salvata (come se l’annuncio non fosse stato diramato chissà quante volte), che la decisione deve essere fatta propria dal Consiglio europeo nel suo insieme, che il Trattato va riformato secondo i dettami del duo (in realtà più della Germania e di altri virtuosi che della Francia), che… Il duo sembra rispondere così alle dichiarazioni “coraggiose” che il Presidente della Commissione, poco aduso al coraggio politico e perciò confermato nel secondo mandato con un onore riconosciuto prima di lui a Jacques Delors, aveva reso davanti al Parlamento europeo e soprattutto alla rivendicazione alla Commissione del ruolo di governo dell’economia. Tale ruolo in effetti le viene riconosciuto dal Trattato, che per questo il duo intende riformare. Il Ministro degli Esteri d’Italia interpreta un sentimento comune in Europa: che le decisioni precofenzionate in vertici ristretti non valgono ai fini delle decisioni collegiali; che bisogna ricorrere al metodo comunitario, e cioè alla corretta procedura che prevede la proposta della Commissione ed il dibattito fra i Ventisette in seno al Consiglio. Alcuni economisti riuniti a Milano dal Corriere auspicano che l’arrivo del nuovo Presidente a Francoforte induca la BCE “a fare la BCE”. Sottinteso: a occuparsi di moneta e non a dettare linee di condotta a questo o a quel governo e alle istituzioni europee. Insomma, a ciascuno il suo mestiere per cercare di porre la sordina alla cacofonia di dichiarazioni che si susseguono in Europa da quando la crisi è stata riconosciuta come “sistemica” (Trichet). Il rischio è che la crisi finanziaria, sistemica o effimera che sia, produca effetti, questi certamente sistemici, sull’apparato istituzionale dell’Unione: per ora travalicando le procedure e poi trasferendo i centri del potere dal triangolo Bruxelles – Francoforte – Strasburgo verso altri luoghi dove funzionano trattati di fatto che nessun parlamento ha mai ratificato. Che la cronaca della morte non annunciata prosegua, è un dato che emerge anche altrove. La solita Londra lavora per allargare il quadro europeo: per spezzare quel binomio virtuoso allargamento – approfondimento che molto si auspica e a fatica si attua. Il partenariato orientale, e cioè l’approccio ai paesi dell’est europeo non ancora candidati all’adesione, è visto dal Regno Unito, e non solo, come la pista di lancio verso l’integrazione di una pletora di altri stati membri. Un’ulteriore apertura d’Europa cui corrisponderebbe una fase di confusione (v. sopra) nelle regole del gioco. Peccato che l’Ucraina meriti il rimbrotto dell’Unione per avere condannato la Timoshenko e che la Bielorussia guadagni una nuova raffica di sanzioni. La morte dell’Unione quale noi la conosciamo è per fortuna solo annunciata. L’annuncio vale a metterci sull’avviso: dobbiamo stare molto vigili che, nella panic room della crisi, finiamo per vedere tutte le vacche bigie e non distinguiamo più le idee oneste da quelle che oneste non sono.

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Di Il Cosmopolita il 13/10/2011 alle 00:00 | Non ci sono commenti

07/10/2011

Il governo d’Europa.

La crisi finanziaria ha riaperto il dibattito sul governo d’Europa. Che non è la governance di cui molto si scrive, ma l’assetto dei poteri in seno all’Unione europea per definire chi fa che cosa e in quale modo. Questione non da poco, che i padri fondatori credevano di avere risolto con l’invenzione della Commissione, l’organo più originale dell’architettura comunitaria e il modello di riferimento per altre organizzazioni regionali. In questi giorni, la tardiva pubblicazione della lettera Trichet – Draghi al governo italiano getta nuova luce sul “reale” governo d’Europa per l’economia e la finanza. Un monito ad intervenire ad ampio raggio, anche nel campo socialmente sensibile delle pensioni e delle retribuzioni nel pubblico impiego, che segna una sorta di messa in guardia: o Roma agisce come noi suggeriamo da Francoforte, o le conseguenze sono gravi anzitutto per la credibilità della “firma sovrana”. La credibilità non scaturisce dal governo nazionale in quanto tale, ma dall’accettazione delle sue politiche da parte della BCE. L’asse franco – tedesco si è esercitato, sempre in un agosto mai così fervido di attività, nel disegnare nuove architetture, tutte versate sul fronte intergovernativo. Sostengono Presidente e Cancelliere che l’Europa ha bisogno di un governo economico e dunque di un “capo” che altri non può essere che il Presidente del Consiglio europeo, al quale dovrebbe rispondere un Ministro europeo dell’economia. Francesi e tedeschi non chiariscono in quale modo le nuove figure interagiscano con la Commissione, che ha “di suo” il Presidente ed il Commissario per economia e finanze. Una duplicazione di compiti e forse anche di personale? Cosa ne è allora della lotta all’elefantiasi di Bruxelles? Il Parlamento europeo incita la Commissione a battere un colpo: non solo per orgoglio istituzionale ma anche e soprattutto per fedeltà a quel modello di pallida e tendenziale sovranazionalità che è scritto nel codice genetico dell’Unione. Barroso risponde con una determinazione che non gli si conosceva. Non c’è bisogno di governi europei dell’economia né di nuove figure: “La Commissione è il governo economico dell’Unione”. Di più: essa ambisce a presiedere l’Eurogruppo in modo da saldare la dicotomia fra governo dei Ventisette e governo dell’Eurozona. Oggi va di moda – aggiunge Barroso – parlare di G 2. Ma il mondo non vuole il G 2 e “l’Europa è indispensabile perché questo mondo sia giusto e aperto”. L’orgoglio istituzionale c’è tutto, come c’è la rivendicazione della politica mediterranea a favore della primavera araba: anche in quel caso per promuovere apertura e giustizia. Il Parlamento – popolari e socialisti e liberali – riconosce a Barroso la prova di “combattività” (Martin Schultz, Presidente del Parlamento in pectore). Ribadisce che l’approccio intergovernativo mina alla base la costruzione europea. Rilancia il triangolo istituzionale Consiglio – Commissione – Parlamento come la giusta formula per fare procedere l’Unione anche nei momenti di tempesta. Un’eco favorevole giunge da Berlino, il cui Ministro dell’Economia pure sostiene lo schema “più Europa” per uscire dalla crisi in maniera positiva. Addirittura propone che il “presidente europeo” sia eletto a suffragio universale e senza curarsi della lingua che parla perché questa ha da essere la lingua comune. No ai ripiegamenti nazionali e senza smarrire per strada i soci più lenti come la Grecia. E difatti il Bundestag autorizza il fondo salva stati. Sono segnali, questi, che non vanno probabilmente sopravvalutati. Il desiderio di chiudersi nelle angustie domestiche, specie nei paesi più prosperi o decisamente euroscettici, è sempre vivo e tocca trasversalmente le forze politiche e sociali, ciascuna convinta che con la lingua di casa si parla meglio. Parlare europeo costa fatica: l’apprendimento della lingua comune non è di tutti né di tutte le stagioni. Ma bisogna insistere.

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Di Il Cosmopolita il 07/10/2011 alle 00:00 | Non ci sono commenti

07/10/2011

Forte con i deboli - Parte II

Dopo i recenti pasticciati provvedimenti nei confronti degli immigrati in materia di espulsioni, su cui avevamo scritto qualche settimana fa, l'Italia segna una tappa ulteriore nel suo brillante record di provvedimenti vessatori contro i lavoratori stranieri. Come la precedente, anche questa norma si caratterizza per essere inspiegabile da tutti i punti di vista tranne uno: l'obiettivo - che per un governo così debole diventa evidentemente un imperativo - di dare una piccola, anzi meschina, soddisfazione alla parte più oltranzista dell'elettorato leghista. Si tratta, nella fattispecie, di una norma inserita nella ben nota manovra di settembre, che introduce una nuova tassa del 2% sulle rimesse all'estero degli immigrati 'salvo quelli muniti di matricola INPS e codice fiscale'. Norma che è sopravvissuta a tutte le revisioni e riscritture della manovra che in queste settimane abbiamo seguito come un brutto serial televisivo, della quale in effetti poco si è parlato ma che sta cambiando la vita quotidiana di milioni di lavoratori immigrati, e non solo irregolari, nel nostro Paese. Diciamo subito che questo provvedimento contraddice clamorosamente gli impegni internazionali assunti in anni recenti dall'Italia. In particolare, un'iniziativa che fu proprio il governo italiano a prendere durante la sua presidenza del G8 nel 2009 e che fu a suo tempo presentata - in mancanza di meglio - come il nostro grande contributo originale alle politiche internazionali di lotta alla povertà (a dire la verità, veniva da precedenti iniziative della Banca Mondiale, ma poco importa): ossia, un impegno a ridurre nell'arco di 5 anni i costi medi di trasferimento delle rimesse dei lavoratori migranti dall'attuale 10 al 5%. E infatti noi, due anni dopo, passiamo dal 10 al 12%! Se poi l'argomento 'impegni internazionali' non fosse sufficiente - ma dovrebbe ben esserlo, politicamente e giuridicamente - si potrebbero far notare alcune assurde conseguenze di questo provvedimento. In primo luogo, il modestissimo gettito fiscale che esso genererà (del tutto irrilevante, tanto che non è stato neppure quantificato dalla Ragioneria nella annessa relazione tecnica): in altri termini, una cattiveria gratuita. In secondo luogo, il fatto che non c'è coincidenza tra l'essere 'regolari' ed essere titolari di codice fiscale e matricola INPS: i lavoratori autonomi (non solo marocchini, anche statunitensi, svizzeri, australiani…) non hanno matricola INPS. Infine, ed è forse il dato più importante, le gravi conseguenze che la norma, divenuta immediatamente operativa all'inizio di settembre, ha già prodotto nella vita quotidiana di migliaia di lavoratori. Costretti, anche con il permesso di soggiorno in regola, a nuove estenuanti trafile per procurarsi l'ennesimo documento che manca; obbligati, per mandare i soldi a casa, a pagare di più o a chiedere ad altri 'regolari' il favore, di solito retribuito, di effettuare l'operazione al loro posto, con l'immaginabile strascico di insicurezza e tensioni. C'è da dire che l'illogicità e l'iniquità dell'operazione sono apparse subito così evidenti che c'è stato, a quanto risulta, un tentativo a livello amministrativo per eliminare questo articolo dal testo finale del decreto sulla manovra. Senza successo. Forse ci riproveranno al momento della conversione in legge (ma c'è già chi nella Lega propone al contrario di estendere il balzello a tutti i trasferimenti!). In ogni caso, intanto, il danno è fatto. Un altro bell'esempio di come il bullismo giovanile (prendersela solo con chi non può reagire) abbia ormai attecchito anche nei palazzi del potere. E una conferma che gli ultimi giorni (settimane? mesi?) di vita di un governo debole e screditato sono spesso i più bui.

ARCHIVIATO IN Globalizzazione

Di Il Cosmopolita il 07/10/2011 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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