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Post di novembre

21/11/2011

La questione dell’adesione della Palestina all’Unesco

Da qualche settimana stampa e televisione commentano la notizia del riconoscimento della Palestina come Stato membro dell’Unesco. Tra questi commenti va segnalato quello a firma di Fiamma Nirenstein su Il Giornale del 1 novembre, dal titolo: “L’Unesco come Arafat: vuole cancellare Israele”. Anche solo il titolo dell’articolo è “traviante”. All’autrice infatti sfugge un principio basilare del diritto internazionale. Ovvero che le organizzazioni internazionali, soprattutto quando prendono decisioni rilevanti come quelle riguardanti l'adesione di un nuovo membro, non agiscono come entità indipendenti. Anche nel caso in questione, l'Unesco, in quanto organizzazione internazionale, può solo rappresentare la volontà degli Stati che ne fanno parte. Di questi, 107 si sono dichiarati favorevoli all'adesione (tra cui i “giganti” Cina, India, Russia, Brasile, ma anche democrazie importanti come Francia e Spagna), 14 si sono dichiarati contrari (tra cui USA, Canada e Germania) ed i restanti si sono astenuti (tra cui Giappone, Gran Bretagna e Italia) o non si sono presentati proprio alla votazione. Per cui se crede in quello che dice l’On. Nirenstein dovrebbe trarre la conclusione che la stragrande maggioranza della comunità internazionale vuole cancellare Israele. Il che è un'evidente assurdità. Lascia piuttosto sconcertati rilevare che la Vice-Presidente della Commissione Affari Esteri della Camera faccia dichiarazioni di tale tenore senza apparentemente conoscere i fondamenti della vita delle relazioni internazionali e delle istituzioni dove la volontà della comunità internazionale viene espressa. Ma tant'è. Il sottotitolo dell’articolo è altrettanto eloquente: “scelta negazionista per spezzare i legami storici fra gli ebrei e la loro terra: un gesto simbolico gravissimo”. Anche in questo caso l’On. Nirenstein dovrebbe giungere alla conclusione che non è l’agenzia dell’ONU per l’educazione, la scienza e la cultura ad essere “negazionista”, ma la maggior parte degli Stati della terra, un’altra parte consistente, tra cui il nostro Paese, sarebbe solo 'parzialmente negazionista', mentre solo una manciata di Stati perlopiù insignificanti a livello demografico (con la rilevante eccezione degli Stati Uniti e della Germania) non lo è. Il che è un'altra evidente assurdità. In realtà l’On. Nirenstein dovrebbe essere molto meno preoccupata. La maggior parte degli Stati continua ad avere a cuore eccome il destino di Israele, non nega affatto il diritto del popolo ebraico ad avere un proprio Stato dove vivere in sicurezza né intende negare l’esistenza stessa di tale popolo (come sembra suggerire la Nirenstein). La stessa maggioranza tuttavia riconosce anche il diritto del popolo palestinese ad un proprio Stato che, tra le altre cose, possa rappresentarne gli interessi nei consessi internazionali dove vengono discusse le questioni che riguardano la convivenza internazionale. Non esiste nessuna contraddizione in queste due manifestazioni della volontà della comunità internazionale; al contrario vi risiedono i presupposti per una reale prospettiva di pace in Medio Oriente. A condizione naturalmente che le parti in causa riescano ad uscire da quella logica dello scontro frontale che ha prevalso finora. Alcune precisazioni sembrano opportune anche in merito alla questione del patrimonio storico e culturale tutelato dall’Unesco. Anche la città storica di Istanbul e le Mura Teodosiane che ne fanno parte, costruite dagli Imperatori Romani d'Oriente, oggi fanno parte del Patrimonio universale riconosciuto dall'UNESCO, ma questo non significa che la Turchia si sia 'impadronita' di nostri siti storici (nè tantomeno che l’Italia dovrebbe chiedere l'espulsione della Turchia dall'Unesco). Si tratta semplicemente di siti a cui, per la loro importanza, viene simbolicamente riconosciuta l'appartenenza a tutta l'Umanità. L'identità del popolo ebraico è forte più che mai, ha superato le sfide di millenni di storia, e non sarà certo l'inclusione di alcuni siti ebraici situati nei Territori Palestinesi nella World Heritage List dell’Unesco a minarne la solidità. Se anche la Cava dei Patriarchi o la Tomba di Rachele ad Hebron venissero inseriti nella World Heritage List dell'Unesco come siti 'palestinesi' non ci sarebbe quindi nulla di sconvolgente, e non si potrebbe certo giungere ad affermare che ciò sia mirato a 'cancellare l'eredità culturale di Israele'. Nella stessa Israele, ad esempio, la città vecchia di San Giovanni d'Acri - che comprende importantissimi resti della città crociata, già capitale del Regno cristiano di Gerusalemme, nonché le più recenti strutture ottomane ricche di elementi architettonici tipicamente musulmani - è già inserita nella World Heritage List come sito 'israeliano', ma nessuno ne ha tratto la conclusione che Israele voglia cancellare l'eredita' culturale cristiana o musulmana. La verità è che, ancora una volta, a quanto pare alcuni si fanno prendere dalla tentazione - consapevolmente o meno - di giocare la carta della minaccia identitaria per perseguire propri fini politici. Che la Cava dei Patriarchi ad Hebron o la Chiesa della Natività a Betlemme vengano riconosciuti un giorno come patrimonio mondiale dell'umanità in territorio palestinese è un bene, non un male. E' un possibile inizio per ricucire dei legami, un senso di condivisione dei propri destini su quella (su questa) terra.

ARCHIVIATO IN Governo mondiale

Di Il Cosmopolita il 21/11/2011 alle 00:00 | Non ci sono commenti

21/11/2011

Riconquistare la credibilità

L’obiettivo è al tempo stesso ambizioso e obbligato: la riconquista della credibilità del nostro Paese sul piano internazionale. Questa però passa necessariamente per una riforma seria di alcuni vizi di fondo della nostra politica estera, che sono culturali prima ancora che politici. Si tratta, alla fine dei conti, di tornare a fare tutti il proprio dovere: niente di più e niente di meno. Senza idee insolite, furberie o trovate geniali. Senza dichiarazioni magniloquenti, quasi sempre fuori tono nella forma e nella sostanza, il cui unico scopo è conquistare 15 secondi al telegiornale. E, naturalmente, senza barzellette, pacche sulla spalla e corna nelle foto di famiglia. Si tratta cioè di ricostruire pazientemente, giorno dopo giorno – con la presenza alle riunioni, le visite ben preparate, il rispetto degli impegni e delle scadenze, la conoscenza dei dossier – la credibilità perduta – la poca o molta che avevamo prima dell’avvento di Berlusconi – che abbiamo gioiosamente dilapidato, ben prima che salissero gli spread. Di diventare prevedibili, un poco noiosi anche, di smentire con i comportamenti il cliché dell’italiano furbo, simpatico, sostanzialmente inaffidabile. Una forte discontinuità di stile, come pre-condizione necessaria alla necessaria discontinuità politica. E basta con il mito della natura bi-partisan politica estera, che tutto copre e tutto giustifica. Troppo facile? Banale? Scontato? Non proprio, anzi forse siamo ai confini dell’utopia. Parliamo di comportamenti opposti a certe caratteristiche storiche degli italiani, che il berlusconismo non ha inventato, semmai grottescamente accentuato, magnificate dai modelli politico-mediatici dominanti degli ultimi anni. Si tratta anche di riconoscere alcune verità sgradevoli, che toccano direttamente la nostra amministrazione. Ad esempio, che esiste, e non da ieri, un serio problema di selezione della classe dirigente del MAE, grazie alla quale si è affermato in questi anni un establishment nel quale primeggiano i furbi, più o meno abili, più o meno intelligenti, accomunati dalla volontà pervicace di appiattirsi sempre e comunque sul volere del capo di turno, senza mai rivendicare alcuna reale indipendenza né coltivare quel rigore e quella rettitudine dei comportamenti che avrebbero potuto almeno arginare il declino. Il problema è che, al generale crollo di legittimità che ha investito le istituzioni, l’amministrazione degli Esteri ne aggiunge di propri che l’hanno fatta precipitare nella considerazione dei cittadini e delle altre istituzioni: il prevalere di una cultura aziendalistica contrassegnata da cinismo e mancanza di ideali; una realpolitik de noantri che tutto accetta e tutto digerisce, pur di difendere il proprio piccolo tornaconto; la continua diminuzione di risorse finanziarie e umane, anch’essa frutto di remissività e insipienza; l’assenza di una seria politica di formazione, i cui risultati, anche in termini di preparazione tecnica, sono sotto gli occhi di tutti (come dimostra il modesto numero di funzionari italiani ammessi al SEAE). Proviamo a mettere a confronto due istituzioni che, fino a qualche anno fa, passavano per essere le due “eccellenze” della Pubblica Amministrazione, la Banca d’Italia e il MAE. La prima, nonostante l’oggettiva perdita di funzioni dopo l’ingresso nell’Euro e l’affaire Fazio, ha continuato a costituire negli anni un punto di riferimento indiscusso, fino ad essere vista come la “riserva della Repubblica”. Grazie, certo, alla competenza dei suoi tecnici ma anche alla capacità di rivendicare un margine ampio di autonomia rispetto alle politiche governative. Un’autonomia non fine a se stessa ma vitale per mantenere alla Banca le funzioni e il prestigio necessari a svolgere i suoi compiti. Come con i bambini, anche con i politici la credibilità si acquista imparando a dire qualche no. Al Ministero degli Esteri della parola “no” si sono perse le tracce. E sì che le occasioni non sarebbero mancate. Sappiamo che il Ministero degli Esteri è parte del Governo e non può rivendicare un ruolo “terzo”, come altre istituzioni. Ma sappiamo altrettanto bene nella pratica quotidiana sono centinaia le decisioni che si potrebbero prendere su basi di buona amministrazione e di buon senso e che invece sono costantemente inquinate dalla politica, non quella “alta” delle grandi scelte, quella sì necessaria, ma quella “politicienne” dei favori, del piccolo cabotaggio, delle clientele, degli interessi interni di breve periodo. Insomma, anche al Ministero degli Esteri, la scelta sarà tra perpetuare il trasformismo dei furbi o fare un tentativo forte di cambiare sul serio stile e persone.

ARCHIVIATO IN Sistema Italia

Di Il Cosmopolita il 21/11/2011 alle 00:00 | Non ci sono commenti

21/11/2011

Aria quasi nuova nel Paese

L’insediamento del Gabinetto Monti ha confermato che effettivamente le novità esistono e legittimano perfino le immediate analisi sulla fine poco gloriosa della Seconda Repubblica. Tutto ciò è evidentemente non solo nuovo ma anche buono, sia pure con l’inevitabile “caveat” del ripetersi di transizioni cucinate in un indefinito “altrove” rispetto al quadro costituzionale della democrazia rappresentativa e partecipativa. La Procura di Milano (per la Prima Repubblica) ed oggi uno schieramento laterale rispetto ad un fisiologico dibattito politico in qualche modo aperto ai cittadini (“la sovranità appartiene al popolo”, e non certamente al Convegno cattolico di Todi né tanto meno ai circoli finanziari lombardi) hanno prodotto il cambiamento che introduce il Paese in una Terza Repubblica peraltro tutta da costruire. Oggi come ieri questo tipo di transizione lascia l’amaro in bocca. Analogamente la natura di emergenza del programma di Governo e la piattaforma tardo-liberista proposta dal Professor Monti che impernia la fuoriuscita dalla crisi su ICI, pensioni e quant’altro saltando sia i nodi strutturali dell’economia e della società italiane, sia ogni visione del futuro possibile per l’Italia, ebbene tutto ciò induce a ritenere che stiamo assistendo all’apertura di un’opportunità che sembrava irrimediabilmente persa. D’altro canto l’aria quasi nuova che circola è testimoniata da un salto di qualità nell’approccio e perfino nella terminologia. Un esempio: l’affermazione di Monti che non esiste un “noi e l’Europa” perché “l’Europa siamo noi”, costituisce una rivoluzione copernicana rispetto al compiaciuto analfabetismo internazionale dell’ex Presidente del Consiglio e perfino della supponenza del suo Ministro dell’Economia Tremonti. Non solo, ma è ben lecito supporre che i nessi tra politica interna e politica internazionale siano intesi dal nuovo Presidente del Consiglio per quelli che sono e non si limitino a “lettoni ed affaroni”. Dunque anche qui bene, anzi quasi bene: comprendere che l’opzione europea è oggi soltanto la tappa di un percorso che si completa con il processo d’integrazione non più soltanto regionale quanto globale. Ed è su questo terreno che l’Italia dovrebbe assumere una qualche leadership propositiva rivolgendo a proprio favore le carenze di “statualità”. Certo non la strada fin qui intrapresa di tolleranza rispetto ai “federalismi” leghisti e di tardiva riproposizione dei miti dell’Unità risorgimentale. Cartelli indicatori con i nomi di Cavour, Cattaneo, Spinelli non additano precisamente il futuro. In questo panorama la nomina di un Ministro degli Esteri tratto dalla diplomazia segnala un mutamento ed il riposizionamento del Dicastero degli Esteri da Ministero di rango, ma di scarso peso politico a struttura specifica nel settore delle relazioni internazionali. Anche qui il “nuovo” contiene ambiguità. Ne segnaliamo almeno una: la preoccupante separazione della cooperazione internazionale anche se viene assunta nella prospettiva più ampia dell’immigrazione affidandola al leader storico della Comunità di Sant’Egidio. L’arrivo del nuovo Ministro merita gli auguri di rito di buon lavoro e l’ottimismo dell’attesa di come assolverà al mandato. Dal messaggio che ha rivolto al personale, sembra emergere la volontà di valorizzare l’immenso giacimento di risorse inespresse all’interno della Farnesina, donne e uomini tenuti lontano sia dai centri decisionali sia dal corretto procedere del lavoro: per incuria del gruppo dirigente, per i continui tagli di bilancio, per il trasferimento delle decisioni verso altri centri di potere, istituzionali e non. Non è compito da poco, perché si tratta di recuperare un ritardo di anni di giocosa direzione del Ministero e della politica estera in senso lato. Potrà aiutarsi mettendo a vantaggio di tutti la competenza tecnica e mantenendosi “terzo” rispetto alle cordate di Palazzo: lontano per quanto possibile dalle manovre che accompagnano i giochi di corridoio a cominciare dalle nomine degli stretti collaboratori e dell’Ambasciatore a Washington e lontano da un continuismo pseudo riformatore e che ha utilizzato come pretesto i tagli di bilancio e che sembrerebbe essere confermato nel testo del messaggio. Le premesse per fare bene ci sarebbero: a cominciare dall’ampio consenso parlamentare che, più per necessità che per convinzione, saluta la nascita del Governo. La scommessa che si gioca alla Farnesina e nell’insieme della compagine governativa è che il ceto dei funzionari pubblici è in grado di reggere le sorti del paese, pur senza investitura popolare. Se si pensa che soltanto poco tempo fa il Ministro della Funzione Pubblica bollava come “fannulloni” i suoi amministrati, ebbene un governo affidato ai funzionari applica la legge del contrappasso. Se un altro Ministro riteneva che con la cultura non si mangiasse, ebbene la presenza di docenti universitari dimostra che con la cultura probabilmente “non si mangia” (nell’accezione romanesca del termine) ma qualcosa di buono si combina nell’interesse generale. In definitiva, auspichiamo che alla Farnesina non si pratichi più il gioco delle “sedie musicali”: quello in cui, al ritmo di una melodia, uno dei giocatori resta senza sedia. Che, al di là di vincitori e vinti, si avvii il risanamento indispensabile per dotarci nuovamente di una struttura pubblica di proiezione e coordinamento in campo internazionale.

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Di Il Cosmopolita il 21/11/2011 alle 00:00 | Non ci sono commenti

14/11/2011

Piccole note per un piccolo programma di politica estera.

Il Governo Monti comincia il lavoro nella speranza di molti che faccia bene per ripristinare l’onore italiano in Europa e nel mondo. La speranza dei molti comporta lo sconforto dei pochi che quell’onore hanno dissipato. Sono i pochi che resisteranno al cambiamento di passo se non altro per dimostrare quanto il loro operato sia stato malinteso dalla comunità internazionale. Al Governo Monti il sommesso augurio di buon lavoro e l’altrettanto sommesso consiglio di innovare, della politica estera, il metodo prima ancora che il merito. Anzitutto l’approccio al multilateralismo. Non che la diplomazia multilaterale sia una novità, essa esiste dalla nascita dell’ONU e si sviluppa prepotentemente con la NATO e con la CEE. Oggi essa prende una direzione originale: tanto sfuggente sul piano dottrinale quanto invadente riguardo alle conseguenze sulla vita degli stati, sulla loro stessa sovranità. E d’altronde il Governo Monti nasce sull’onda di una forte pressione internazionale che si è saldata con un fronte interno, incapace da solo di ribaltare le sorti del precedente esecutivo. Si prenda il caso del G 8 che si trasforma in G 20 per governare l’economia del mondo e raccomanda agli stati come comportarsi, ad esempio in materia di bilanci pubblici e di sostegno alle banche. Si prenda il caso dell’Unione che tra Consiglio europeo e BCE trancia giudizi, assortiti da minacce di sanzioni se non da sanzioni, sui paesi “viziosi” che coi loro vizi minano le virtù della zona euro e precipitano l’Europa in balia dei mercati. Ebbene, in questi fori sempre più articolati l’Italia ha il dovere non solo di esserci ma anche di contare fino al limite delle sue potenzialità. Che non saranno eccelse, come amava ritenere il nostro recente “conducatòr”, ma hanno un certo rilievo grazie al peso della nostra economia ed alla tradizione della nostra diplomazia. La diplomazia, come corpo professionale, ha sempre vantato una propensione al multilaterale: basti rammentare il ruolo dei nostri funzionari nella costruzione europea. Negli ultimi anni la nostra attività è apparsa guardinga nel multilaterale: disinformata, indifferente, assente. Un atteggiamento con varie motivazioni, alcuni delle quali afferenti non solo all’Italia ma all’intero Occidente: ad esempio lo spostamento dell’asse della politica estera dalla diplomazia classica al militare, al finanziario. E’ chiaro che in un quadro così complesso un governo non può che misurarsi con le priorità dell’agenda internazionale. Può comunque tornare in tutti i fori multilaterali con una visione strategica dei punti in agenda: visione che deve valersi del contributo della diplomazia professionale. Il Ministero degli Esteri ha quadri e capacità da offrire, senza farsi nuovamente respingere nel proscenio dal protagonismo della Presidenza del Consiglio e dal Tesoro. Una visione d’insieme s’impone e la diplomazia questa visione ce l’ha se non altro per formazione professionale. E poi restituire dignità alla cooperazione internazionale. Il “favor” nei confronti della pista militare, certo non dipendente dall’Italia ma dall’Italia a volte acriticamente importato, non produce sicurezza neppure nelle aree dove interviene con maggiore decisione, finisce per esasperare i contrasti, vanifica gli sforzi di dialogo che erano stati intrapresi grazie alla pista del civile. L’opzione militare non garantisce le transizioni democratiche e pacifiche che pure sono assunte a obiettivo del suo dispiegarsi. I casi del Mediterraneo meridionale e del cosiddetto Grande Medio Oriente sono significativi. L’accento sulla pista del “civile”, anche nella formula del “civile – militare”, andrebbe considerata fra le priorità dell’agenda di politica estera. Che misurandosi con le esigenze della politica generale, deve considerare le ristrettezze di bilancio e dunque la relativa economicità del civile rispetto al militare. Ed infine la riscoperta d’Europa. Non che l’Europa abbia bisogno di essere riscoperta. C’è bisogno di una nuova visione d’ Europa che ci liberi dall’ossessione di essere perseguitati da occhiuti tecnocrati pronti a spingerci verso la povertà dopo anni di spensierato benessere. Si tratta nient’altro che di ripristinare la visione d’Europa che era dei padri fondatori e di alcuni loro illustri discendenti. L’Europa dell’economia sociale di mercato, della coesione economica, sociale, territoriale, dell’inclusione e della solidarietà, del primato dell’etica nelle relazioni internazionali sempre e ovunque. “Vaste programme” - commenterebbe il Generale De Gaulle – e perciò di difficile applicazione nel breve termine d’un governo a termine. Un programma però che ha la sana ambizione di affrontare l’agenda internazionale con il senso delle nostre enormi possibilità.

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Di Il Cosmopolita il 14/11/2011 alle 00:00 | Non ci sono commenti

09/11/2011

Voltare pagina. In Italia e alla Farnesina.

Nei giorni e nelle ore in cui appare concludersi il “quasi ventennio” berlusconiano con il suo lascito di regressione, divisione, impoverimento economico (del Paese e dei lavoratori, non certo il suo personale) la parola d’ordine – di buon senso prima che politica – è quella del “voltare pagina”, detto in altri termini non solo e non tanto sanare le piaghe dell’attuale emergenza quanto ricostruire quanto è stato distrutto e riprendere il processo di modernizzazione e di crescita in quelle condizioni di normalità costituzionale e civile così a lungo e duramente attaccate e svilite. La Farnesina e la rete diplomatico-consolare non fanno eccezione ed anzi l’attuale Caporetto (di risorse, di progetto, di diritti, di funzionalità) si situa nel contesto di una evidente (ancorchè negata) centralità del rapporto tra politica interna e politica estera: “l’Europa ci dice, il FMI ci controlla” quasi non facessimo parte di questi organismi e quasi qualcuno ritenesse davvero che la soluzione ai nostri problemi risiedesse nelle farneticazioni “padane” o si risolvesse in una riproposizione fuori tempo massimo delle tematiche della sovranità nazionale proprio quando questa svapora tra realtà globalizzata e opzioni cosmopolite (unico vero antidoto al ricorrente provincialismo italiano enfatizzato fino al ridicolo planetario dalla parentesi “brianzola”). Dunque voltare pagina analizzando fino a che punto la diarchia che ha retto negli ultimi anni la diplomazia italiana ha trasformato una risorsa preziosa (diremmo storica, né più né meno della Banca d’Italia) per l’Italia in un’Agenzia di servizi a disposizione (più che altro mediatica) del “padrone del vapore” (che si è anche tolto il provinciale sfizio di dirigerla “ad interim” dopo averne estromesso il “tecnico” Renato Ruggiero). La tappa finale di questo processo è stata l’attuale “riforma” dell’Amministrazione centrale, un vero e proprio (fallito) doppio salto mortale con cui i “Diarchi” hanno tentato di camuffare la cancellazione della riforma avviata nel 2000 dopo un quarto di secolo di elaborazione e confronto (incluso il progetto presentato negli anni ’70 del secolo scorso dall’allora deputato Giorgio Napolitano) e il dimezzamento della struttura centrale come una “modernizzazione”. Così come lo zelo del Ministro degli Esteri non ha ridotto di un millimetro l’eclisse internazionale del nostro Paese (aggravata fino ai limiti del ridicolo dal patetico presenzialismo “fuori registro” del Presidente del Consiglio), allo stesso modo le aspirazioni “tecnocratiche” del Segretario Generale hanno soltanto accelerato l’asfissia che la Farnesina (come tutti i servizi pubblici nazionali aggrediti dalla rozzezza privatistica di leghisti e padroncini) ha dovuto subire nell’ultima decade. Ed oggi mentre il Ministro uscente (?) lavora di bulino per ricostruirsi un’immagine “terza” (per i vari “fiaschi” quali quelli nord-africani si era già auto-assolto…), il Segretario Generale lo anticipa con preveggenza indirizzando a tutto il personale una “irrituale” (parole sue) missiva in cui traccia la via maestra del “buonsenso gradualità visione” (sic) e difende lo smantellamento da lui operato come l’unica risposta possibile alla imperatività dei tagli di bilancio. Enumera anche – con una qualche impudenza – logiche aziendali (privato è bello), “core business”, la necessità di evitare conflitti categoriali e generazionali: insomma nell’intento di uscire mondo dalla catastrofe declina egli stesso la propria incompatibilità con una struttura che già fu orgogliosamente al servizio del Paese. Infine – manco a dirlo – né l’uno né l’altro spendono una parola sul fondo del problema ovvero lo squilibrio tra gli oneri dello strumento militare rispetto a quello diplomatico nell’azione (o inazione) internazionale dell’Italia. Questo squilibrio specchio vero di un arretramento (prima di tutto culturale) subito dall’Italia con un’accelerazione che “fasti” come quello del Vertice dell’Aquila hanno in ultima analisi enfatizzato e non certo compensato. Dunque, voltare pagina. Ovvero dopo il bipolarismo mutuare dall’”amico americano” un sano e liberatorio “spoil system”, l’unico antidoto immaginabile allo stagnante continuismo italiano.

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Di Il Cosmopolita il 09/11/2011 alle 00:00 | Non ci sono commenti

04/11/2011

L’Europa sociale che non c’è quasi più.

Pietro Gargiulo (“Politica e diritti sociali nell’Unione europea”, Napoli, 2011) pone nel sottotitolo il quesito fondamentale: “Quale modello sociale europeo?”. Si tratta in realtà di una domanda retorica. La risposta che traspare dal volume è negativa o quanto meno amara. Il modello sociale europeo cede i pezzi sotto i colpi della crisi finanziaria e dell’incuria politica. Eppure credevamo di avere superato l’eredità degli anni ottanta e della “reaganomics”, la dottrina iperliberista teorizzata da Ronald Reagan negli Stati Uniti e interpretata in Europa da Margaret Thatcher. Allora andava di moda presso gli economisti parlare di pensiero unico. L’idea di libero mercato trionfava in America, si espandeva nell’Europa occidentale, conquistava l’Europa orientale e post-comunista. La Presidenza Clinton, e l’utopia dell’Ulivo mondiale, avevano mitigato l’iperliberismo con la considerazione ai fattori di crescita (la nuova economia) che recava benefici sociali specie in termini di occupazione. Pure George Bush J. aveva tenuto conto della nuova situazione e, per non tornare al pensiero di Reagan, aveva propugnato il conservatorismo compassionevole. Si pensava che, se le differenze di classe sono naturali in una società capitalistica, bisogna attenuare gli effetti delle discriminazioni redistribuendo (con moderazione) la ricchezza mediante interventi su scala sociale. Che essi siano improntati a spirito solidaristico o compassionevole, poco importa. Conta mantenere un clima di convivenza civile. L’aggettivo compassionevole non piaceva all’Unione europea, che aveva approvato la Carta di Strasburgo dei diritti sociali negli anni ottanta per inserirla nei novanta nel Trattato di Maastricht. Ma in maniera così faticosa che il Regno Unito ricorse alla clausola di “opting out” per sterilizzare quella parte del diritto europeo sul proprio territorio. Nell’Unione vigeva il modello sociale europeo – quello che Jeremy Rifkin pone alla base del “sogno europeo” - imperniato sull’economia sociale di mercato e sui principi d’inclusione e coesione. Il modello sociale europeo si declinava grazie alle proposte della Commissione che, specie in questo campo, si mostrava particolarmente attiva. Questo finché essa ha operato da Esecutivo comunitario e da titolare del potere d’iniziativa legislativa. Il Trattato di Lisbona, e ancora più la prassi, mettono in discussione il modello sociale europeo e lo stesso equilibrio istituzionale quale noi siamo abituati a conoscere. Le conseguenze sono nefaste sul piano della coesione interna e della tenuta della nostra civiltà. Il modello sociale europeo è a rischio di consunzione. Il fatale intreccio della crisi finanziaria e del ritorno al pensiero unico porta la responsabilità del declino. Il pensiero unico oggi consiste nel ritenere che il sistema debba ritrovare flessibilità e competitività sostanzialmente a scapito del lavoratore e di chi vorrebbe diventare lavoratore: interventi per flessibilizzare il mercato del lavoro, ridurre l’assistenza e la sicurezza sociale, lesinare gli investimenti pubblici a istruzione e ricerca, affidare l’ingresso al lavoro di giovani e donne al capriccio del mercato, ridimensionare la sanità pubblica. Si è flessibili e competitivi nella misura in cui si “tagliano le teste”, si riducono i posti di lavoro, si qualificano di “fannulloni” i lavoratori dipendenti e di malati immaginari quanti si presentano all’esausta sanità pubblica. Il rischio è che a opporsi al pensiero unico si passi per conservatori, per nostalgici di un ordine sociale al tramonto: ignari che le facili prebende pubbliche ci espongono alle durezze dell’economia globale. La Cina cresce al punto tale che l’Europa vorrebbe cederle parte del debito sovrano. La Cina è un modello di riferimento, poco importa se scarsamente commendevole sul piano dei diritti umani. Certo, emularla proprio non si può, ma almeno si cominci la marcia d’avvicinamento. L’aggressività cinese non la si combatte sul piano commerciale, la si blandisce sul piano ideale. Sono significative le conclusioni dei Consigli europei, una ventina di sessioni nel giro di qualche anno rispetto alla naturale media di quattro all’anno. Nei documenti dei vertici il pensiero unico si appoggia ad un elemento istituzionale: lo spostamento dell’asse del potere dalla Commissione al Consiglio nella sua formazione suprema, quella dei Capi di Stato o di Governo. La catabasi, il viaggio di ritorno, dal comunitario all’intergovernativo è malamente contrastata da chi potrebbe invece contrastarla. La creazione in seno al Consiglio europeo di assi e direttori è la conseguenza, da una parte, di una lettura tendenziosa del Trattato e, dall’altra, della perdita di peso di quanti (stati membri, istituzioni, famiglie politiche) dovrebbero avanzare una diversa lettura del Trattato e con essa un diverso comportamento. Il fattore umano, anche là dove si scrive di crescita e occupazione, è tristemente assente dai testi. L’economia finanziaria rimpiazza l’economia reale, i numeri delle banche sussumono le esigenze delle persone. L’economia sociale di mercato, che si valeva del sostrato ideale della dottrina sociale cristiana e del welfare socialdemocratico, perderà presto l’aggettivo “sociale” e poi anche il riferimento al mercato: per consegnare l’Europa alla placida egemonia della finanza.

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Di Il Cosmopolita il 04/11/2011 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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