Archivio

settembre 2017 luglio 2017 maggio 2017 marzo 2017 dicembre 2016 ottobre 2016 luglio 2016 maggio 2016 febbraio 2016 gennaio 2016 dicembre 2015 novembre 2015 ottobre 2015 settembre 2015 luglio 2015 aprile 2015 marzo 2015 febbraio 2015 gennaio 2015 dicembre 2014 novembre 2014 ottobre 2014 settembre 2014 agosto 2014 luglio 2014 giugno 2014 aprile 2014 marzo 2014 febbraio 2014 gennaio 2014 dicembre 2013 novembre 2013 ottobre 2013 settembre 2013 agosto 2013 luglio 2013 giugno 2013 maggio 2013 aprile 2013 marzo 2013 febbraio 2013 gennaio 2013 dicembre 2012 novembre 2012 ottobre 2012 settembre 2012 agosto 2012 luglio 2012 giugno 2012 maggio 2012 aprile 2012 marzo 2012 febbraio 2012 gennaio 2012 dicembre 2011 novembre 2011 ottobre 2011 settembre 2011 agosto 2011 giugno 2011 maggio 2011 aprile 2011 marzo 2011 febbraio 2011 gennaio 2011 dicembre 2010 novembre 2010 ottobre 2010 settembre 2010 luglio 2010 giugno 2010 maggio 2010 aprile 2010 marzo 2010 febbraio 2010 gennaio 2010 dicembre 2009 novembre 2009 settembre 2009 luglio 2009 aprile 2009 marzo 2009 febbraio 2009 gennaio 2009 dicembre 2008 novembre 2008 ottobre 2008 settembre 2008 agosto 2008 luglio 2008 giugno 2008 maggio 2008 aprile 2008 marzo 2008 febbraio 2008 gennaio 2008 dicembre 2007 novembre 2007 ottobre 2007 luglio 2007 giugno 2007 maggio 2007 marzo 2007 gennaio 2007 dicembre 2006 novembre 2006 ottobre 2006 settembre 2006 luglio 2006 giugno 2006 maggio 2006 aprile 2006 marzo 2006 febbraio 2006 gennaio 2006 dicembre 2005 novembre 2005 ottobre 2005 settembre 2005 agosto 2005 luglio 2005 giugno 2005 maggio 2005 aprile 2005 marzo 2005 febbraio 2005 gennaio 2005 dicembre 2004 novembre 2004 ottobre 2004 settembre 2004 agosto 2004 luglio 2004 giugno 2004 maggio 2004 aprile 2004 marzo 2004 febbraio 2004 gennaio 2004 dicembre 2003

Post di dicembre

14/12/2011

Nuovo Governo e Conferenza degli Ambasciatori

Mentre si apre alla Farnesina una nuova sessione della Conferenza degli Ambasciatori italiani nel mondo (presumibilmente convocata al duplice scopo di divulgare “orbi” la lieta novella di un Italia felicemente rientrata nel novero dei Paesi “normali” e – al tempo stesso – sancire il lavacro politico del’attuale gruppo dirigente dopo la entusiastica adesione al ventennio berlusconiano), il compimento del primo mese del Governo Monti (con il voto di fiducia sulla manovra “salva Italia”) ed una serie di sviluppi sul piano della politica internazionale ci consentono di portare avanti l’analisi sul “dentro” e il “fuori” della politica ivi compreso l’aggiustamento in corso nella “cerniera” costituita dalla Farnesina, ovvero l’organo statale per definizione (solo per questa?) preposto a larga parte dei processi integrativi del Paese nel contesto internazionale. Dell’effetto benefico (almeno sul piano dell’immagine e della dignità del discorso politico) del Governo presieduto dal Prof Monti, già verificato – come era largamente prevedibile – sulla scena europea, si è già parlato: meno invece dei connotati sostanziali di questa nuova Italia sia per quanto concerne lo scenario interno, che per la proiezione internazionale dopo la vuota (con preoccupanti “pieni” di ambigui “assolo” anche affaristici) sceneggiata berlusconiana. Sul primo punto va da subito ricordato come il nostro Paese si sia – ancora una volta – aggiudicato un altro poco invidiabile primato, ovvero la concretizzazione della “svolta” non gia’ attraverso una dialettica partecipata –magari - attraverso il voto popolare o, almeno, un trasparente dibattito politico, bensì con una trattativa “riservata” e vari “tradimenti” o “cambi di cavallo”: tra i pochi eventi semi-pubblici viene infatti citato il Convegno sui cattolici in politica tenutosi a Todi alcuni mesi or sono ed in continuità con il quale si è passati dalla tradizionale (e sufficientemente discreta) influenza della Comunità di Sant’Egidio nella politica internazionale italiana ad una diretta assunzione di dicastero ministeriale per il Prof Riccardi. Il che non ha mancato di comportare uno scorporo di fatto dal Ministero degli Esteri della Repubblica di una larga fetta delle sue competenze. Ma tant’è, questi presupposti da “dietro le quinte” della transizione italiana (con “consacrazioni” ministeriali ancora meno spiegabili di quella di Sant’Egidio) risultano comunque meno sinistre dell’ambulanza con annessi Reali Carabinieri che portò fuori da Villa Savoia e dal potere il Cav Benito Mussolini, quindi non vale lamentarsene… Viceversa è l’attuale orizzonte politico del Governo Monti (pardon: Badoglio) che preoccupa per l’unilateralità conservatrice che ne promana proprio quando perfino gli Stati Uniti si vedono costretti a misurarsi con irrisolti squilibri che vanno bene al di là della pur grave crisi finanziaria. Insomma l’affermazione “la guerra continua” del Governo Badoglio/Monti anche fuori di scherzo e di irriverenza (lasciate essere “IlCosmopolita” per una volta un po’ berlusconiano) rischia di essere magari all’altezza della presente emergenza ma neppure un po’ commisurato ai tanti guasti strutturali del Paese. I prossimi mesi lo diranno. Nel frattempo – e a titolo esemplare di un’impasse che precede la crisi presente – la Farnesina (e sopra di essa l’Italia nel mondo) continua a ripetere stancamente un copione che sembra non tenere conto alcuno dei mutamenti planetari e delle incognite che gravano e si intersecano: così mentre i peana europeistici si ripetono come salvifiche giaculatorie del “bel tempo che fu” (in perfetta simmetria con il 150simo anniversario dell’assai incompiuta Unità d’Italia) si perdono definitivamente d’occhio i nessi tra aree regionali (quelle del mondo… non quelle della “Padania”…) e perfino quelli tra riva Nord e riva Sud del Mediterraneo. Non solo, ma un assai infelice esordio pubblico del neo-Ministro degli Esteri Terzi (in via di rientro dall’Ambasciata a Washington nonché a suo tempo temprato da quella a Tel Aviv) liquida il nodo afgano (ed i suoi costi umani e finanziari) come un successo dovuto ed una tappa rilevante nella democratizzazione (sic) afgana. E, purtroppo, così come prescrive una formula consolidata e testé ribadita dal Segretario Generale Massolo con preoccupanti chiose su ulteriori interventi negli “snodi di gestione ed innovazione” è difficile aspettarsi suggestioni e spinte dall’attuale Conferenza degli Ambasciatori fin qui mai chiamati ad un apporto libero e costruttivo; d’altro canto (così come da tempo questa rivista ha sottolineato) da oltre un decennio l’Amministrazione degli Esteri è andata perdendo ruolo e funzione critica e di memoria storica di quella che si definiva una politica estera al servizio degli interessi nazionali (e di connessione globale), acconciandosi viceversa in uno stanco ruolo cerimoniale (chi può dimenticare gli squallidi “fasti” dell’Aquila?) diventando così complice – spesso colpevole – di una progressiva auto-emarginazione poi sanzionata dal crollo verticale delle risorse. Certo anche qui difficile sorprendersi quando si pongano a raffronto le nostre - soprattutto recenti - esperienze diplomatiche con una come quella su cui è uscita da poco una massiccia biografia (“George F. Kennan: An American Life” di Lewis Gaddis): un Kennan che già nel 1942 – ovvero nel pieno della guerra nel Pacifico - poteva patrocinare uno spazio economico per il dopoguerra nipponico come antidoto all’espansionismo militare e nel 1946 (come “numero 2” all’Ambasciata degli Stati Uniti a Mosca archiviava con il suo “Long Telegram” i residui della collaborazione anti-hitleriana ed infine negli anni ’60 prendeva apertamente le distanze dall’avventura vietnamita. Da noi, proprio quando qualunque futuro possibile per il Paese dipende dalla componente esterna (in senso lato), sono già da tempo oscurati gli occhi, le orecchie e soprattutto le voci che dovrebbero orientare ed attrezzare il Paese nelle tante faccie della globalizzazione.

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 14/12/2011 alle 00:00 | Non ci sono commenti

14/12/2011

Europa a Ventisei.

E’ il mito che torna, quello dell’Europa senza il Regno Unito. Londra ci ha abituati alle sue apparenti uscite di scena per ricomparire appena i “continentali” si dispongono a più miti consigli. Il paradosso di questo andirivieni dei britannici è che per mantenerli nella grande famiglia europea, gli altri stati membri sacrificano alcuni principi chiave che alla vigilia hanno dichiarato “not negotiable”. Il Consiglio europeo del 9 dicembre propone vecchi stilemi e uno scenario in parte nuovo. Cerchiamo anzitutto di comprendere la procedura cui ricorrono i Ventisei per prendere nota della riserva britannica senza qualificarla come tale. I capi di stato o di governo della zona euro adottano una dichiarazione per “progredire verso un’unione economica più forte” lungo due piste fondamentali: nuovo patto di bilancio e rafforzamento del coordinamento delle politiche economiche; sviluppo degli strumenti di stabilizzazione per fronteggiare le sfide a breve termine. La dichiarazione precisa la natura delle misure da prendere, così delineando il mandato che i riformatori saranno chiamati ad attuare per mutare le petizioni di principio in diritto derivato e diritto primario. E segnatamente, riguardo al diritto primario, ponendo mano alla riforma del Trattato di Lisbona. L’impianto è di per sé complesso perché vede un gruppo di stati membri progettare la riforma del Trattato, che si applica ai Ventisette, e delineare piste e procedure che analogamente dovrebbero valere per tutti. Questo in linea di principio. In linea di fatto la dichiarazione conclude che, mancando l’unanimità degli stati membri, le misure saranno adottate mediante accordo internazionale e che a tale processo si dichiarano disposti a partecipare alcuni stati membri estranei alla zona euro. E allora ventisei stati membri giocano il gioco, o perché stanno nella squadra euro o perché contano di entrarci e dunque desiderano contribuire a scriverne le regole che, a termine, potrebbero valere anche per loro. Il Regno Unito non è menzionato e si annota la sua riserva per omissione e non per specifica menzione. Si dirà: la classica accortezza diplomatica per presentare i risultati in positivo senza isolare alcuna delegazione in via pregiudiziale. In realtà dalle passate esperienze di riserve britanniche, vi è da pensare che solo ora comincerà la vera trattativa coi britannici: per averli a bordo comunque, pena la debolezza congenita dell’unione economica. La memoria va ad eventi degli anni ottanta del XX secolo: al Protocollo sociale di Maastricht, ai Consigli europei di Milano e Roma. Anche allora la delegazione britannica si isolò dal Continente. O meglio: il Continente restò isolato dal Regno Unito e non per la nebbia sulla Manica, e per ristabilire il ponte accettò di negoziare al ribasso. Non è un caso che nelle varie occasioni a Londra governasse il Partito Conservatore. Ma è segno di continuità che il lungo Governo laburista promise ripetutamente di indire un referendum per l’ingresso nell’euro: se i “continentali” si dispongono ad attendere e nel frattempo non introducono misure tali da non spaventare l’elettorato britannico, l’euro varcherà finalmente l’Eurotunnel verso la piazza finanziaria più importante d’Europa. Certi atteggiamenti non portarono bene alla Signora Thatcher che sulla moneta unica conobbe la crisi di governo e la sostituzione con Major. Non è detto che l’attuale riserva giovi al Governo Cameron, al cui interno la componente Lib – Dem si sente emarginata nel suo europeismo. Ma ciò che conta è l’opinione della City. E l’intenzione che si accredita al Primo Ministro di riservarsi a Bruxelles per scongiurare a Londra il referendum confermativo della presenza in Europa. E’ meno grave il malumore coi continentali che la sconfitta in patria. Lo stesso ragionamento, a ben vedere, del referendum sull’euro, sparito dal panorama politico assieme al Governo del New Labour.

ARCHIVIATO IN Europa

Di Il Cosmopolita il 14/12/2011 alle 00:00 | Non ci sono commenti

14/12/2011

Crisi economica, rete e democrazia.

In una vignetta apparsa qualche mese fa su un quotidiano tunisino in lingua francese, un anziano chiedeva a un giovane: “Ma insomma chi è il nuovo primo ministro?” e il giovane rispondeva: “Facebook”. Le rivolte che hanno caratterizzato la cosiddetta “primavera araba” e le manifestazioni che hanno scosso l’Occidente, dall’estate di Tottenham, (che ha visto in piazza persino bambini di sette anni) agli “indignados” spagnoli, da “Occupy Wall Street” ad altre aggregazioni eterogenee che hanno sfilato negli Stati Uniti, in Canada, in Australia, nel Regno Unito e anche in Italia, per denunciare gli abusi del capitalismo finanziario, hanno portato alla ribalta il ruolo politico dei cosiddetti “social media” come strumenti di critica dei regimi e di organizzazione del dissenso.   Si è trattato quasi ovunque di sollevazioni spontanee, “a mani nude”, innescate da episodi occasionali, la classica scintilla che in situazioni di crisi può improvvisamente incendiare tutto.  Rivolte eterogenee, nel contempo inevitabili ed impensabili, arcaiche e modernissime. Non sono stati, ovviamente, Facebook e Twitter a scatenare le sollevazioni popolari   ma i social network hanno sicuramente funzionato da catalizzatore nel far emergere un malcontento diffuso, che covava da tempo sotto la cenere. Se la crisi economica resterà la protagonista indiscussa del 2011 - con conseguenze in buona misura ancora incalcolabili – l’anno che sta per concludersi potrebbe passare alla storia anche per un altro motivo: la prepotente affermazione della forza rifrattiva ed amplificativa della Rete e del Web. Con l’avvento di Internet e dei social network, il controllo totale dell’informazione da parte dei regimi totalitari è diventato praticamente impossibile mentre, all’interno dei paesi democratici, sembra affievolirsi l’elemento principale del controllo sociale, quello che Noam Chomsky chiama “la strategia della distrazione” che usa il diluvio di informazioni insignificanti per stimolare il pubblico alla mediocrità ed alla moda dell’essere stupidi, volgari e ignoranti. E che dire delle specifiche vicende televisive nostrane? 'Questa volta non hanno potuto spegnerci', ripeteva Michele Santoro all’indomani dell’esperimento 'Raiperunanotte', mentre 'Libero' invitava la Rai a non rassegnarsi e a fare causa contro di lui per 'violazione dell’esclusiva'. A difendere un evento di aperta “ribellione tecnologica” si è velocemente costituita una forte e singolare coalizione patrocinata dalla Federazione della stampa, primo promotore di un’inedita 'syndacation': testate Web, quotidiani, editori, televisioni indipendenti (come Current – la tv di inchiesta di Al Gore), Fastweb e la stessa Cgil (che ha fornito uomini e mezzi per la logistica). E poi, un fattore decisivo: quella miriade di piccoli versamenti (non donazioni ma una sorta di azionariato popolare) formato da privati cittadini attraverso la Rete, per la prima volta anche in Italia, sul modello delle grandi campagne americane, come quella di Obama. Se gli appassionati di calcio possono pagare un canone di svariate decine di euro per le partite della loro squadra del cuore, del resto, perché gli appassionati della democrazia non potrebbero finanziare programmi di informazione alternativi e non censurabili? Quell’esperimento, come tutti sanno, ha dato un input decisivo alla nascita di un nuovo programma di informazione basato sull integrazione tra televisione e web, sull’interazione tra giornalisti, conduttori e social networks. L’informazione libera ed “autogestita” (come si diceva una volta) conquista, grazie alla tecnologia ed a nuovi strumenti di partecipazione, spazi impensabili solo pochi anni fa e potrebbe assumere un ruolo significativo anche nella conoscenza e nella gestione della crisi economica. Non c’è infatti bisogno di essere professori della Bocconi per capire che il fallimento dei mercati è andato di pari passo con la mistificazione mediatica. A parte le incommensurabili menzogne di casa nostra, in base alle quali saremmo usciti dalla crisi “prima e meglio degli altri”, l'idea che qualunque intralcio alla libertà di mercato ci renda tutti un po’ più poveri e prigionieri di uno Stato oppressivo, ha una forza irresistibile nella cultura di massa e domina incontrastata a partire dalla crisi petrolifera del '73, con la conquista dell’egemonia culturale mondiale da parte della destra neoliberista ed anti-Stato. Il “pensiero unico” secondo il quale la democrazia sociale, con i suoi ammortizzatori, i costi per l’istruzione di massa e la sanità gratuita per tutti, risulti insostenibile nei tempi bui che ci aspettano, è diventato un dogma, valido in tutte le situazioni. E’ storicamente dimostrato l’esatto contrario: l’economia keynesiana fu – come sa qualsiasi studente al primo anno di economia - la protagonista indiscussa della ripresa mondiale e dopo la “Grande Depressione” del 1929, in tutto l’Occidente diminuirono le differenze reddituali, nacque il welfare, fu rilanciata l’istruzione e aumentò la crescita. Come scrisse argutamente Galbraith:“per proteggerci dalle delusioni finanziarie e dalla follia, la memoria è molto meglio della legge”. Contrariamente a quanto ci si vorrebbe far credere, la globalizzazione non pone i lavoratori e le imprese italiane in diretta competizione con quelli cinesi o serbi, ma piuttosto il sistema Italia, nel suo insieme, in competizione con quello cinese o serbo. E tale competizione non si gioca su un solo elemento (i salari, ed i diritti dei lavoratori secondo lo schema Marchionne) ma su vari fattori inscindibili: la produttività dei lavoratori dipende infatti in larga misura dalla dotazione di capitale; l'efficiente uso dei macchinari è inscindibile dalla formazione, oltre che dalle doti manageriali. Ma senza uno Stato efficiente, senza infrastrutture moderne, senza un fisco equo e leggero, senza prestigio internazionale, non basteranno gli sforzi, l’abnegazione, l’arte di arrangiarsi e i sacrifici. Non è un caso che modelli sostanzialmente socialdemocratici, come quello costruito in Brasile da Lula o quello della Germania, austera custode dello Stato sociale perfino quando governano i democristiani, resistano meglio di altri alla crisi ed offrano l’unica alternativa ragionevole alla Cina, un gigante la cui crescita è stata ottenuta coniugando il peggio del capitalismo con il peggio del comunismo. Non si può fare a meno di notare come la Germania, ancorché duramente criticata per la propria “intransigenza contabile” sia riuscita ad inserirsi con successo - grazie alla proverbiale efficienza del proprio sistema paese e alla diplomazia economica dei suoi governi - nella supply chain della Cina e dei paesi emergenti, cogliendo il miglior risultato di crescita dai tempi dell’unificazione e mantenendo i salari più alti d’Europa. L’Italia invece arranca e perde terreno nei settori industriali di punta. L’inazione governativa, la mancanza di coraggio e di visione della nostra diplomazia (un esempio:l’assoluta mancanza di razionalità nella gestione della nostra rete all’estero) le battaglie di retroguardia o il dilettantismo nell’affrontare la crisi, sono ricadute pesantemente ed inevitabilmente sugli imprenditori (in termini di spese ed aggravi vari), costringendoli alla chiusura e/o alla delocalizzazione; e sui lavoratori (in termini di salari, di diritti e di ambiente), trascinandoli spesso verso la povertà. La globalizzazione può essere invece affrontata puntando a guadagni di efficienza, ottenuti grazie all’integrazione delle catene produttive e alla sempre maggiore sofisticazione della logistica. Ne è un esempio concreto il nuovo aereo “Dreamliner” della Boeing: le ali sono costruite in Giappone, i motori nel Regno Unito e negli Usa, i flap in Canada e Australia, la fusoliera in Giappone, Italia e USA, gli stabilizzatori orizzontali in Italia, il carrello in Francia, le porte in Svezia e Francia. In tutto collaborano 43 aziende sparse in 135 siti nel mondo. Ma tutto ciò bisogna forse cominciare a scriverlo su Facebook .

ARCHIVIATO IN Globalizzazione

Di Il Cosmopolita il 14/12/2011 alle 00:00 | Non ci sono commenti

02/12/2011

Aria quasi nuova nel Paese e alla Farnesina – parte seconda.

Come nei cicli cinematografici e nelle saghe letterarie l’editoriale del Cosmopolita sull’aria nuova, che qualche eco l’ha avuta dentro e fuori la Casa, non poteva non conoscere il “sequel”. Eccolo. L’organigramma interno si completa con la nomina dei Sottosegretari ai quali, conoscendoli come consolidati viaggiatori della scena internazionale, auguriamo di portare nella direzione politica della diplomazia quanto hanno appreso e praticato nei precedenti incarichi. Fa pendant la tempestiva pubblicazione delle linee programmatiche del Ministero Esteri. Queste meritano un commento. Le priorità che indicano sono di comune consapevolezza. Si pensi all’aggancio ai grandi quadri multilaterali di ONU, UE, NATO. Si pensi anche alla sottolineatura della centralità mediterranea dell’Italia e della solidarietà transatlantica, sempre avendo un occhio di riguardo alla vicina Russia ed alla lontana Cina. Il quadro d’insieme non si discosta sostanzialmente da quanto è nel codice della politica estera italiana del dopoguerra, con le debite eccezioni di certe curvature personali verso questo o quel paese. E fin qui non si può che apprezzare la coerenza di un’enunciazione, cui da subito il Presidente del Consiglio aggiunge l’esempio della prassi. La sua prima conferenza stampa a Bruxelles, accanto al Presidente della Commissione, pareva un manuale di diritto europeo, tanto era corretta sul piano dottrinale. Metodo comunitario, rilievo delle istituzioni sovranazionali come la Commissione, critica degli assi preferenziali e delle decisioni prese al di fuori del quadro istituzionale: una panoplia di dichiarazioni che sembrano ovvie ma che purtroppo non lo sono dopo anni spesi, e non solo in Italia, a criticare per demolire quanto restava in piedi del castello europeistico dei padri fondatori e dei loro epigoni. Fino alla sciagurata ipotesi di un generalizzato “opting out” dall’euro, che significherebbe la rinuncia alla moneta comune e la resa incondizionata alle forze oscure. Come se, in Guerre Stellari, i Jedi si arrendessero senza combattere al lato oscuro della Forza. Bene tutto ciò, e d’altronde è quanto ci si aspettava da un Governo a caratura tecnica e europea. Sussistono zone d’ombra che andrebbero almeno chiarite se non risolte. La zona d’ombra più vasta riguarda la vecchia, e purtroppo sempre giovane, questione delle risorse. Le politiche bilaterali e multilaterali delle linee programmatiche richiedono una struttura idonea a portarle avanti. Non bastano Ministro e Sottosegretari, per quanto massimamente esperti di affari internazionali, a “tenere botta” in un mondo non solo globalizzato ma anche gravido di rischi. Dove la fine della storia da anni ha aperto una nuova storia. E dove la presenza di una media potenza come l’Italia si misura in termini appunto di “presenza”, e cioè di capacità di affrontare tutte le sfide con intelligenza e con mezzi adeguati. La prima probabilmente ci viene riconosciuta, i secondi certamente ci mancano. Non si tratta di tornare al solito discorso a tinta corporativa: pagateci di più cosicché facciamo meglio. No, si tratta di affrontare con realismo il nodo di fondo delle risorse che fa il paio con l’esigenza di essere presenti sempre e ovunque. Se chiudiamo sedi, poi non le riapriamo più. Se lasciamo invecchiare il personale senza rimpiazzi, perdiamo professionalità per sempre. Se demotiviamo i giovani con esempi di carriere preconfezionate, avremo fedeli esecutori ma pochi diplomatici capaci di elaborare un pensiero originale. Il caso della Farnesina è tipico della quantità che si fa qualità. Se manca la prima, la seconda si disperde. Ed è un danno per l’intera collettività.

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 02/12/2011 alle 00:00 | Non ci sono commenti

02/12/2011

Quasi quasi mi compro una finca

di Francesca Morelli

In Argentina, i ricchi e i famosi, oltre a sfrecciare su potenti autovetture made in England o Germany, hanno scoperto la vigna. Negli ultimi dieci anni nella provincia di Mendoza gli investimenti nella vitivinicoltura dei vip si sono quintuplicati. Cantanti, attori, calciatori anchormen locali non vogliono ovviamente occuparsi personalmente della cura del prezioso nettare, ma desiderano che la cantina appaia un piccolo gioiello a loro intestato, con tanto di etichette personalizzate. Certamente si tratta di un investimento a medio o lungo termine quindi è da escludere che il boom degli acquisti di ettari e ettari di vigna sia dovuto alla voglia di un guadagno immediato, ma far sapere in giro che si possiede una propria finca con tanto di cantina nella provincia produttrice del miglior Malbec del Paese, fa chic. Il fenomeno per la verità è frutto della globalizzazione, nelle località più in del mondo, ultimamente, i vip si sono presi la briga di investire nel settore, non è ancora dato sapere se per moda o per snobismo, ma tant’è che Bono degli U2, all’indomani di un suo concerto al Luna Park di Buenos Aires, è atterrato sotto la pre Cordigliera per acquistare centinaia di ettari di buon vigneto. Non è solo il vino probabilmente ad attirare gli investimenti ma la voglia di prestigio sociale. In un interessante articolo del quotidiano Los Andes , oltre ad analizzare i motivi dell’acquisto dei vigneti, esperti del settore spiegano cosa ne pensino del boom delle fincas. Il gestore generale delle cantine mendozine sostiene che il processo di visibilità della vitivinicoltura iniziato negli anni ’90 ha continuato la sua ascesa in visibilità, grazie agli investimenti milionari di nordamericani, cileni europei e argentini, che hanno legato alla cultura del vino il turismo. Le marche dei famosi hanno una marcia in più rispetto alle altre, perchè fanno leva su una nicchia di mercato sicura, per il solo fatto di appartenere a una persona conosciuta. Per 30/80 ettari di vigna i costi si aggirano dai seicentomila al milione di dollari; se i vantaggi degli investimenti importanti sono ovviamente quelli di creare posti di lavoro anche per l’indotto, considerando che la mano d’opera è a basso costo perché stagionale e immigrata, l’altra faccia della medaglia è che Mendoza e la sua provincia sono luoghi estremamente cari rispetto alle altre province argentine, per via di un turismo internazionale, che oltre a percorrere il cammino del vino, alla scoperta delle cantine più conosciute che offrono pranzi, degustazioni e visite guidate, si dirige verso la meta più ambita dagli scalatori in America Latina, l’Aconcagua, incurante dell’avvertenza lanciata quest’anno dagli operatori del Parco Nazionale, sconsigliandone la scalata, per via della mancanza di fondi destinati al soccorso andino e alla sicurezza in generale.

ARCHIVIATO IN Succede a...

Di Il Cosmopolita il 02/12/2011 alle 00:00 | Non ci sono commenti

02/12/2011

Nuovi cittadini, vecchi pregiudizi

Dobbiamo ringraziare ancora una volta il Presidente Napolitano per aver riportato all'attenzione pubblica una questione fondamentale di giustizia e democrazia ancora irrisolta come è quella della concessione della cittadinanza ai minori d’età nati in Italia da genitori stranieri. Va detto che in Italia tutta la materia della cittadinanza è stata regolata durante il secolo scorso in modo episodico e fluttuante, con norme spesso di difficile interpretazione e di ancor più difficile applicazione. Il criterio ispiratore è stato sempre quello di un paese di emigrazione preoccupato unicamente di mantenere il legame 'di sangue' con i connazionali espatriati e i loro discendenti, ignorando o trattando tutt'al più come un fenomeno residuale - se non come un male da evitare - l'acquisizione della cittadinanza italiana da parte di stranieri. Una visione che poteva forse essere giustificata quarant'anni fa ma che oggi è evidentemente superata dagli eventi, e lo era già probabilmente nel 1992, anno in cui fu approvata la legge che tuttora regola la questione della cittadinanza. Quella legge, esempio da manuale di scarsa lungimiranza del legislatore, contiene norme estremamente restrittive (molto più di quella della precedente legge, che risaliva al 1912) per quanta riguarda le naturalizzazioni di stranieri, sia di quelli immigrati legalmente sia di quelli nati in Italia da genitori stranieri, e quindi stranieri sulla base dello jus sanguinis. In compenso, la stessa legge ha allargato a dismisura i criteri di concessione o 'riacquisto' della cittadinanza da parte di discendenti di cittadini italiani nati e residenti all'estero. Gli italiani nel mondo sono unanimemente riconosciuti come un patrimonio di valore inestimabile ma siamo proprio sicuri che, per favorire la diffusione della nostra cultura o le nostre esportazioni, sia necessario dotare milioni di “oriundi” di passaporto italiano? E che dire della ormai “schizofrenica” realtà del voto degli italiani all’estero, in base alla quale i discendenti di quarta e quinta generazione di un nostro connazionale emigrato in Australia o in Brasile più di cent’anni fa– senza aver mai messo piede nel nostro Paese e senza conoscere neanche la lingua – decidono, tra l'altro, da chi e come debbano essere amministrate milioni di persone che hanno un regolare permesso di soggiorno, partecipano attivamente alla produzione della ricchezza nazionale, vivono, lavorano e pagano le tasse in Italia? Ma torniamo alle naturalizzazioni. E’ una questione che riguarda oltre un milione e mezzo di persone presenti in Italia (stranieri residenti regolarmente da almeno cinque anni), a cui si aggiungono quasi 600 mila i giovani 'stranieri' perché nati in Italia da genitori stranieri (un minorenne su 5 è straniero e il 13,9% del totale dei nati in Italia non è italiano). Per questi ultimi le norme prevedono che possano richiedere la cittadinanza al compimento della maggiore età, dimostrando almeno tre anni di residenza continuativa legale, nonché soddisfare un'altra lunga serie di condizioni. Per gli stranieri che non sono nati in Italia, invece, il requisito di residenza legale sale a 10 anni. E' una normativa così restrittiva, anche nel confronto con le altre legislazioni europee fondate sullo jus sanguinis, da apparire vessatoria, oltre che superata ormai dalla realtà e, per fortuna, anche dalla sensibilità della maggioranza dell'opinione pubblica. Un normativa che, in sostanza, ha creato un'ampia categoria di bambini e adolescenti di lingua e cultura italiana, già appartenenti a tutti gli effetti alla 'comunità nazionale', costretti fino ai 18 anni e oltre in una situazione di limbo giuridico ed esclusi da un'ampia gamma di diritti e benefici legati alla condizione di cittadino. Una follia, l’ha definita giustamente il Presidente davanti ad un platea di 'nuovi cittadini' di seconda generazione. Anche perché il procedimento di naturalizzazione è tutt'altro che semplice e scontato ma è sottoposto alla più ampia discrezionalità degli uffici amministrativi (questure, prefetture) e dipende da parametri vari, e variamente applicati, quali la situazione economica della famiglia e il profitto scolastico. Se poi i genitori sono immigrati illegalmente e non possono accreditare il soggiorno legale per almeno tre anni consecutivi, la cosa diviene impossibile e la prospettiva è quella di essere espulsi a vent'anni verso un paese del quale questi giovani per lo più non sanno nulla e con il quale non hanno più alcun legame. Oltre ad essere essenzialmente iniquo, il procedimento amministrativo è anche lento e farraginoso, come dimostrano i dati statistici, che certificano, negli ultimi cinque anni, una media annuale di circa 40 mila concessioni di cittadinanza a fronte di circa 200 mila richieste, con arretrati crescenti e tempi di attesa di almeno due-tre anni. A titolo di raffronto, la Francia concede circa 200 mila cittadinanze all'anno mentre negli Stati Uniti la cifra annuale oscilla tra 600 mila e 1 milione nel corso dell'ultimo decennio. Qualcuno potrà obiettare che la questione non sia così urgente e che in questo momento vi siano altre priorità. Non è così: anche volendo lasciare da parte le ingiustizie e le discriminazioni prodotte dalla situazione attuale, che di per sé dovrebbero rappresentare un'emergenza per un paese democratico, la modifica di questa normativa rappresenta una priorità sociale ed economica che investe tutti, non solo perché riguarda centinaia di migliaia di giovani ma perché contribuisce in modo determinante a definire la società che vogliamo e il futuro che immaginiamo per l'Italia. Bisogna rimettere in moto le intelligenze e abbandonare definitivamente l'approccio sterilmente difensivo e identitario. E' una di quelle decisioni che possono fare da spartiacque tra una visione della società chiusa e destinata al declino, da una parte, e le istanze di un paese aperto che vuole ricominciare a crescere e a credere in se stesso.

ARCHIVIATO IN Sistema Italia

Di Il Cosmopolita il 02/12/2011 alle 00:00 | Non ci sono commenti

1 - 6 (6 record)