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Post di gennaio

26/01/2012

Ancora sulla vicenda Vattani

Una delle questioni – forse la principale – evocate dalla vicenda delle esibizioni canore di Vattani jr. è quella dei criteri con cui avvengono gli avanzamenti e le valutazioni della carriera diplomatica. Si è detto e scritto, più volte, e con ragione, che il problema non è soltanto quello di sanzionare esemplarmente il “riprovevole comportamento” che, come ha finalmente ammesso lo stesso Ministro, è 'incompatibile con il ruolo di servizio allo Stato', senza dire del danno di immagine e dei possibili profili penali di questa vicenda; occorre anche interrogarsi seriamente su quali meccanismi, disfunzioni e patologie di sistema abbiano portato Vattani non tanto alla sede di Osaka – che di per sé non sarebbe un fatto eccezionale – ma al grado di ministro plenipotenziario dopo meno di vent’anni nella carriera. Si tratta evidentemente di un esempio lampante di nepotismo, che tuttavia nasconde problemi più ampi. Certamente, sarebbe interessante indagare un po' più nei dettagli le tappe - dalla domanda di ammissione al concorso fino all'ultima promozione - attraverso le quali il nostro eroe ha superato di gran carriera tutti gli ostacoli sul suo cammino e scavalcato nelle graduatorie varie decine di altri funzionari, fino a conquistare appunto nel 2011, 19 anni dopo l’assunzione, il grado di ministro, caso unico o quasi negli annali ministeriali. E’ però possibile, anzi probabile, che tutte queste verifiche diano come risultato che formalmente le procedure sono state seguite e tutto è stato debitamente giustificato, timbrato e vidimato. Il che sarebbe più preoccupante, perché confermerebbe una diagnosi della malattia ancora più grave: che cioè il vero problema non è la mancanza di “criteri” o di parametri “oggettivi” (ce n’è persino troppi) ma di persone che li applichino onestamente e siano in grado di resistere alle pressioni del sistema, o abbiano un qualche interesse a farlo. L’errore, anche da parte di molti di noi, è stato pensare che la moltiplicazione dei giudizi, delle schede, delle firme sia in grado di garantire maggiore “oggettività” e che quest’ultima sia sinonimo di “giustizia”. E’ un po’ lo stesso problema delle procedure amministrative che regolano la contabilità dello Stato, dove la moltiplicazione di norme e controlli formali non solo non argina il fenomeno della corruzione e della mala amministrazione ma quasi sempre lo favorisce. Il problema, nel nostro caso, non è quello di eliminare completamente la discrezionalità: una certa quota di soggettività è inevitabile in tutti i sistemi di valutazione – dai voti scolastici in poi – e anche nell’attribuzione degli incarichi. Quello che fa difetto è, più che il meccanismo di selezione, la qualità dei selezionatori; cioè, in ultima analisi, la qualità della classe dirigente. Da questo punto di vista, Vattani – che ha passato quasi metà della sua carriera alla “diretta collaborazione” del ministro e poi sindaco Alemanno – non è che la variante 'impazzita' di un sistema profondamente radicato nel nostro establishment, fondato, dietro la facciata procedurale, sulle cordate, la contiguità politica e le solidarietà familiari. In fondo, dal momento che le promozioni avvengono su base di cooptazione, senza alcuna verifica esterna (cioè, con commissioni di avanzamento formate esclusivamente da diplomatici), perché i valutatori, che devono la loro carriera alle stesse logiche, dovrebbero smentire se stessi e applicare criteri diversi? Se non fosse stato per le sue intemperanze fascio-musicali, Vattani avrebbe proseguito nella sua 'brillante' traiettoria, tipica d'altra parte di un certo modo di fare carriera, che in questi anni si è rivelato vincente. (Sostiene ancora oggi un editoriale del 'Foglio', in un estremo tentativo di difesa dell'indifendibile, che si tratta di un 'ottimo console' vittima del 'circo giustizialista' che nel tempo libero ha il diritto di fare ciò che vuole: vogliamo davvero sperare che non siano questi i criteri con cui lavorerà la Commissione disciplinare chiamata a giudicare del caso!) Tornando alla questione più generale dei meccanismi di selezione: se la “soggettività” è inevitabile, anzi in una certa misura auspicabile, ma i “soggetti” inadeguati, che cosa si può fare per migliorare le situazione? Attendere un ravvedimento collettivo della classe dirigente? Più modestamente, ci accontenteremmo di qualche provvedimento che segnasse almeno un’inversione di tendenza, riconoscendo implicitamente che, se il prestigio e l’immagine del Ministero degli Esteri sono crollati verticalmente negli ultimi vent’anni, qualche colpa i suoi dirigenti, e quindi il suo sistema di selezione interna, dovranno pure avercela. Ad esempio, si dovrebbero pubblicare tutti i posti disponibili, all’interno e all’estero, compresi quelli di capo missione; si dovrebbe allargare la platea dei “soggetti” valutanti a figure esterne alla carriera diplomatica; andrebbero acquisite nelle valutazioni non solo i giudizi dei “superiori” ma anche quelli dei “subordinati”; soprattutto, si dovrebbe sganciare definitivamente il “grado” – che dovrebbe avere uno scorrimento semi-automatico per anzianità – dalla “funzione”. In questo modo, l’inutile e costosa liturgia delle promozioni perderebbe di significato e le occasioni di scelte arbitrarie sarebbero, se non eliminate, almeno limitate a quelle fasi della carriera (le nomine e le attribuzioni di funzioni), dove applicare una competizione più equa e trasparente, ispirandosi alle procedure europee o ad altri standards internazionali collaudati, sarebbe relativamente facile, se solo lo si volesse.

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Di Il Cosmopolita il 26/01/2012 alle 00:00 | Non ci sono commenti

18/01/2012

Caso Vattani, Caso Terzi, Caso Farnesina?

L”affaire” del console Katanga-Rocker pro-Salò, ovvero del maggiore dei due figli immessi in carriera diplomatica dall’ex Segretario generale della Farnesina (nonché “ultima raffica” del perento Istituto del Conmercio Estero, ICE ed in queste settimane riassorbito da altre Agenzie governative) continua a fare mostra di sé sui media nonostante molte delle più vergognose “uscite” sediziose siano scomparse dalla rete: quelle, come affermato dai media, non solo fatte di insulti alla Repubblica italiana ma di ripetute, ridicole violazioni al solenne giuramento prestato al momento dell’ingresso nel servizio diplomatico italiano. Tutto ciò costringe a ritornare su di un argomento che in un paese “normale” sarebbe da tempo chiuso e, forse, non si sarebbe neppure posto lasciando tornare il diretto interessato alle occupazioni – appunto sediziose – per le quali avrebbe, nell’arco di decenni e da ben prima dell’ingresso nel pubblico servizio, dimostrato in forme anche violente, una costante vocazione; viceversa, la questione in un’Amministrazione che anche in tempi recenti ha dimostrato particolare accanimento nella repressione delle opinioni e del confronto democratico rimane del tutto aperta nonostante la formale apertura di procedimenti disciplinari interni. E questo spiega come il caso Vattani abbia assunto i contorni di un “caso Terzi” ovvero della capacità di reazione dell’attuale Ministro degli Esteri, ovvero non solo di un collega dello stesso Vattani ma dell’ex principale collaboratore di Vattani senior quale capo dell’Ufficio del Segretario Generale al momento del suo rientro dall’Ambasciata in Israele. L’insieme – al di là dei patetici aspetti dinastici e familistici sui quali ci si è già espressi – richiede un’attenzione non tanto sull’evidente lotta di potere in corso alla Farnesina quanto sui risvolti politici e di sostanza che sottendono ad un degrado che ha investito la diplomazia italiana nll’ultimo ventennio senza ricevere un adeguato contrasto. Al contrario, nell’ambito di un generale disinteresse di fronte alla progressiva inconsistenza di una struttura pubblica indispensabile ad un Paese aperto e cooperativo quale l’Italia (ultimo esempio l’approvazione della “contro-riforma Frattini/Massolo) vi sono state prese di posizione quali quella di un cosiddetto esperto quale l’ex Ambasciatore Sergio Romano che ha ascritto l’innegabile decadenza della diplomazia italiana all’apertura democratica attuata nei primi anni ‘70 dall’allora Ministro degli Esteri (forse l’ultimo Ministro degno di questo nome) Aldo Moro, “reo” di avere introdotto alla Farnesina i meccanismi legali di reclutamento previsti dalla Costituzione italiana. Proprio il caso attuale smentisce tale ridicola “interpretazione” e conferma invece come il problema della Farnesina (come si potrebbe dire dell’intera struttura pubblica italiana e del Paese medesimo) sia un deficit, non un eccesso democratico. Sono temi noti, ma per leggerne una interpretazione occorre ricorrere a testi stranieri (uno per tutti Perry Anderson dell’University of California) sulle differenze tra Italia e Germania (questa sì capace di effettuare la denazificazione, contrapposta al continuismo italico): questo è il terreno di cultura dell’affaire con cui ora ci si confronta. Ma c’è di più, molto di più e proprio mentre la politica estera italiana è schiacciata su di un contesto economico-finanziario che non può che vederci perdenti il livello di cecità progettuale è ad un massimo storico: l’acritica uscita sull’Afganistan del neo-Ministro (ed il suo silenzio su tutti gli altri fronti) testimoniano del livello di caduta e dell’archiviazione definitiva del primo trentennio di Italia repubblicana. E la diplomazia – si sa – ha tempi lunghi. Non compensati da viaggi-lampo e “photo opportunities”sempre uguali a sé stesse. In buona sostanza e in sintesi estrema “la situazione è grave, ma non seria” e proprio qui sta il punto. Cioè poco male se nell’ambito del pluralismo culturale ci sia spazio per i rockeri nazi o repubblichini, molto male se essi vengono chiamati (e pagati) per rappresentare e difendere gli interessi dell’Italia repubblicana, niente di male se funzionari diplomatici diventino di quando in quando Ministri o Sottosegretari (succede in tutto il mondo), male se diventa Segretario Generale della Farnesina (ovvero Ministro-ombra secondo una secolare, universale tradizione) un diplomatico mai investito della funzione di Ambasciatore, male infine se la sede di Tel Aviv diventa la scuola-quadri per il vertice politico-amministrativo della diplomazia italiana. Sono temi e concetti che non richiederebbero argomenti a supporto. Lo diventano forse in un Paese che in una fase auto-definita “Salva-Italia” finirà per giustificare perfino il “Lord Jim de noantri” che ha in una sola notte planetariamente confermato il peggio dell’immagine nazionale lasciando affondare da sola la propria nave. E allora perché preoccuparsi per un fascistello (magari intonato) in feluca?

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Di Il Cosmopolita il 18/01/2012 alle 00:00 | Non ci sono commenti

18/01/2012

In salvo i tesori subacquei?

di Francesca Morelli

Sono migliaia le navi affondate lungo le coste argentine dell’oceano Atlantico e del Rio de la Plata; la ratifica del trattato sulla salvaguardia dei tesori subacquei, da parte del Paese, ha compiuto un anno. Durante molte decadi i cacciatori di tesori e i saccheggiatori hanno distrutto indiscriminatamente le vestigia culturali in fondo ai mari o ai fiumi. L’Unesco si era appellata alla cooperazione internazionale per arrivare ad un accordo legislativo univoco tra i Paesi firmatari, che oggi sono 35. L’America Latina conserva nelle sue acque reperti importanti, tra scheletri dei primi colonizzatori e animali estinti. Nelle acque argentine sembra siano state trovate circa 2.000 navi affondate, mercantili, navi da crociera e militari. Nel solo Rio de la Plata sembrano essere oltre 1200 i battelli censiti. All’altezza di Puerto Madryn, nella penisola di Valdez, antica rotta europea via Capo Horn, prima dell’apertura del canale di Panama, sembra ci siano navi dall’importante valore storico. Chi pensa però d’immergersi e scoprire forzieri pieni di monete d’oro e pietre preziose rimarrà deluso, avverte l’archeloga subacquea dott.ssa Dolores Elkin, perchè la rotta argentina non era quella utilizzata dai galeoni spagnoli. Le acque caraibiche e quelle del Messico possono invece svelare più piacevoli sorprese. Con la ratifica del trattato l’Argentina potrà esercitare la propria sovranità sul patrimonio culturale immerso nei suoi mari, laghi e fiumi e s’impegna a inventariarlo, a trarlo in salvo e a sottrarlo alla pirateria subacquea. Nuove professionalità saranno dunque necessarie per gestire quanto di “prezioso” le acque nascondano, perchè una cassa di legno o il vasellame di porcellana inglese hanno poca rilevanza fuori dal contesto in cui sono stati scoperti, ma se vengono ripescati da una nave del XVIII secolo, costituiscono una parte importante di un puzzle storico da ricostruire, che non potrà essere nè scambiato nè venduto. Dovrà essere tutelato quale patrimonio della collettività e non finire nelle collezioni private. Questi i principi salienti della convenzione. Si dovrà passare poi alla fase operativa dell’accordo, vale a dire alla preparazioni di archeologi e sommozzatori che contrappongano la propria expertize, al saccheggio selvaggio portato avanti anche con mezzi non consoni, che normalmente danneggiano l’area circostante il ritrovamento; gli esperti dovranno farsi carico del recupero del singolo reperto portato a galla, preservandolo anche dagli effetti nefasti del contatto con l’aria. Sarà un lungo percorso, non privo di difficoltà quello che attende paesi quali l’Argentina sulla via della tutela del proprio patrimonio, una sfida a quanti finora hanno dstrutto saccheggiato e profanato il bene comune.

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Di Il Cosmopolita il 18/01/2012 alle 00:00 | Non ci sono commenti

04/01/2012

Malcostume diplomatico.

Una vicenda attira l’attenzione sul mondo della diplomazia professionale. Il caso è decisamente eclatante riguardando il Console Generale a Osaka. Il Ministro Plenipotenziario Mario Vattani, carica di vertice della carriera diplomatica, è ripreso dalle telecamere mentre si esibisce nel fascio – rock, un neologismo musicale che neppure vorremmo pronunciare, e nella rievocazione della Repubblica. Non della Repubblica Italiana sulla cui Costituzione giurò all’ingresso in carriera, ma della Repubblica Sociale detta anche di Salò. Fatto salvo il diritto dell’interessato a fare valere i suoi argomenti in sede disciplinare, siamo di fronte ad un episodio che non è di semplice malcostume ma di estrema gravità, per quanto disgraziatamente in linea con una distorta lettura della storia nazionale. L’apologia del fascismo, da quando il fascismo è stato derubricato a incidente dell’Italietta del XX secolo, non è più quel reato penalmente perseguibile come all’epoca dell’arco costituzionale. I Ragazzi di Salò sono stati malaccortamente accostati ai Partigiani in quanto gli uni e gli altri combattenti per un ideale. E’ già grave che un alto funzionario dello stato repubblicano, e per di più impegnato all’estero, inneggi ad un regime sulla cui distruzione lo stato repubblicano si è edificato. E’ ancora più grave che quel funzionario si sia in passato distinto in manifestazioni analoghe e che, malgrado ciò, abbia conosciuto una rapidissima progressione in carriera ed un’impressionante sequenza di incarichi. Accanto alle responsabilità individuali qui emergono responsabilità di ordine collettivo, che chiamano in causa quanti hanno avuto ed hanno posizioni di direzione in seno al Ministero degli Esteri. Non soltanto i politici, che pure hanno vellicato della carriera diplomatica un malinteso spirito di corpo. Ma anche e soprattutto le alte sfere della diplomazia: quelle che decidono delle promozioni e delle assegnazioni dei funzionari all’interno e all’estero. Quanti curricoli esaminano per assegnare la persona giusta al posto giusto? Quali comparazioni professionali effettuano prima di promuovere i candidati al grado superiore? Quali criteri seguono per nominare il personale all’estero in posizione apicale, sia essa di Console Generale o di Ambasciatore? Il servizio diplomatico europeo ha quanto meno il pregio di procedure trasparenti. Tutti i posti SEAE sono aperti a quanti ritengano di avere i requisiti ed il candidato “saltato” ha facoltà di ricorrere avverso la decisione, secondo le modalità che lo stesso SEAE indica quando pubblicizza il posto. Alla Farnesina le procedure europee non hanno il diritto di accesso. Nessun posto apicale all’interno e all’estero è oggetto di pubblicità né di aperta concorrenza fra i candidati. Le assegnazioni sono rese note a cose fatte e la ricorribilità delle decisioni è difficile se non impossibile. Persino le promozioni che sono frutto di istruttorie collegiali, sono alla fine appannaggio di poche persone al comando. L’opacità delle procedure copre la ragione di stato o la solidarietà di cordata? Urge recuperare l’indipendenza del pubblico funzionario. Alla Conferenza Ambasciatori del dicembre 2011 il Capo dello Stato ha esortato i diplomatici a riferire con “schiettezza e indipendenza di giudizio”, quale che sia la maggioranza al governo. Il che presuppone che i diplomatici siano scelti per le doti di schiettezza e indipendenza e non di passività. Valutare attentamente i curricoli, selezionare in base alla comparazione aperta: ecco le elementari regole di sana amministrazione che la Farnesina è chiamata a introdurre nella carriera diplomatica, per liberare le energie nuove e recuperare le vecchie troppo presto accantonate. Un codice etico e comportamentale va introdotto, ora e subito. Capacità professionale e dirittura morale vanno di pari passo e allontanano i diplomatici dall’acquiescenza nei confronti sia dei politici di passaggio sia dei potenti superiori.

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Di Il Cosmopolita il 04/01/2012 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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