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Post di febbraio

02/02/2012

Il futuro energetico.

Annunciata fin dal 1880 e ribadita come imminente subito dopo la seconda guerra mondiale e poi negli anni settanta e ottanta, la fine del petrolio appare in realtà piuttosto lontana, mentre la produzione, cresciuta di ben cinque volte dalla fine degli anni ’50 ad oggi, continua ad aumentare. Si calcola che le riserve attuali di petrolio siano dell’ordine dei cinque “trilioni” di barili. Tanto per avere un idea di cosa significhi, basti pensare che in tutta l’era del petrolio, è stato finora estratto circa un trilione di barili e l’evoluzione della tecnologia non solo permetterà lo sfruttamento di giacimenti già dati per esauriti, ma renderà sempre più remunerativo lo sfruttamento di riserve che avevano fino ad ora dei costi di estrazione troppo elevati. Un chiaro esempio di questa tendenza è quello dell’aumento dell’estrazione dalle profondità marine: a partire dal 2000 la produzione di petrolio proveniente dagli oceani si è più che triplicata e neanche dopo il devastante incidente dell’anno scorso nella piattaforma Deepwater Horizon, nel golfo del Messico, si è registrato alcun rallentamento. Grazie alle nuove tecnologie, si prevede addirittura che nel corso di questo secolo l’efficienza complessiva sarà quanto meno raddoppiata. I problemi relativi alle riserve di petrolio non suscitano dunque particolari preoccupazioni, ma il velocissimo incremento della domanda di approvvigionamento determinerà comunque l’impossibilità di basare il futuro energetico unicamente sul prezioso oro nero. Abbiamo assistito quasi “in diretta” al terribile disastro nucleare di Fukushima (il peggiore della storia insieme a quello di Chernobyl) ed è prevedibile che l’importanza dell’energia prodotta dalla fusione dell’atomo (cresciuta dall’1 al 5,8 % in un quarto di secolo) subirà un notevole rallentamento. Anche se non appare probabile, perlomeno a breve termine, un significativo ridimensionamento della produzione di energia atomica (va ricordato che la vicina Francia ha ben 58 reattori in funzionamento, che coprono circa l’80% del fabbisogno energetico del paese) un “ripensamento” generale sulla costruzione di nuovi reattori è già in atto: le troppo ottimistiche previsioni relative alle probabilità di incidenti (uno ogni 20.000 anni) risultano sconfessate dai fatti e, in ogni caso, incompatibili con un’eccessiva proliferazione degli impianti (con 5000 centrali il rischio diventa di un incidente ogni 4 anni !) . L'Agenzia Internazionale dell'Energia stimava originalmente che, entro il 2035, la produzione elettrica da energia nucleare sarebbe aumentata del 70 per cento. Oggi ammette che il corso potrebbe deviare e che il rallentamento, anche se darebbe un nuovo impulso alle rinnovabili, potrebbe aumentare le bollette dell'energia d'importazione, alzare i rischi relativi alla sicurezza e rendere ancora più difficile e dispendiosa la battaglia contro i cambiamenti climatici. Per quanto riguarda l’energia nucleare esiste poi, come sappiamo, la non secondaria questione dell’accesso indiscriminato al materiale ed alle tecnologie nucleari da parte di alcuni paesi. Sul fronte delle energie rinnovabili, presenti in natura in quantità molto abbondanti, ma estremamente diluite sulla superficie del pianeta e non disponibili con costanza nel tempo, si registra un grande dispendio di materiali e di energia per la raccolta e la trasformazione. Per questi motivi sono rimaste scarsamente competitive e probabilmente destinate, anche in questo secolo, a mantenere un ruolo “filosoficamente” importante ma quantitativamente marginale nel contesto globale. Oggi, circa il 76% del fabbisogno energetico mondiale é coperto dai combustibili fossili (34% petrolio, 21% gas naturale, 22% carbone), il 6% dai combustibili nucleari, il 18% dalle fonti rinnovabili (la principale é l’idroelettrica) molto eterogenee: biomasse non commerciali, cioé, legno, fieno e altri foraggi che nei paesi ad economia rurale costituiscono ancora la fonte principale di energia. Queste biomasse “rurali” (si pensi al fieno per l’alimentazione degli animali) non vengono considerate nelle statistiche energetiche delle compagnie petrolifere, ma in un quadro globale corretto vanno considerate, in quanto oltre la metà dell’intera umanità vive ancora in economie rurali-artigianali non molto diverse da quelle del nostro medio evo. Il futuro dell’energia é quindi quanto mai incerto poiché dipende dallo scenario geopolitico che le nazioni sapranno darsi e, di conseguenza, dallo sviluppo economico e demografico che si delineerà, soprattutto per i paesi in via di sviluppo o di transizione. Dipenderà, in sostanza, dalla capacità della comunità internazionale di progettare il proprio futuro. L’incertezza non sta – come si è detto - nella scarsità delle riserve ma nel mix di risorse che verranno utilizzate per far fronte ai fabbisogni. Non c’è dubbio che, pur con proporzioni diverse dalle attuali, saranno ancora petrolio, gas naturale, carbone e nucleare a soddisfare la quota preponderante dei fabbisogni di energia del prossimo secolo. Appare importante non farsi troppe illusioni in merito alle concrete possibilità di arrivare in tempi brevi ad alternative reali e non assecondare la disinformazione e/o le false promesse di facili soluzioni del complesso problema energetico. Sarebbe un grave errore focalizzare la ricerca solo sulle nuove tecnologie, sulle fonti non convenzionali, sulle fonti rinnovabili o sulla produzione e gli usi di nuovi ipotetici vettori energetici come l’idrogeno. Occorre investire largamente anche nella ricerca sia sulle tecnologie mature di estrazione, sfruttamento, trasporto e conversione delle fonti fossili, per migliorarne l’efficienza e la sostenibilità ambientale, sia sulle tecnologie nucleari, sia sulle tecnologie mature di distribuzione con il vettore elettrico, alimentando la ricerca scientifica di base e applicata a tutto spettro. Nell'edizione 2011 del World Energy Outlook, presentato a Londra dall'Agenzia Internazionale dell’Energia si legge che, in base alle previsioni degli esperti, la quota di combustibili fossili nel mix energetico mondiale, passerà dall'attuale 81% al 75% nel 2035, denotando uno sviluppo futuro assolutamente insufficiente delle fonti rinnovabili. Le fonti non rinnovabili sono un vero e proprio “capitale” di energia che la natura ha messo da parte per milioni di anni e che solo dalla fine del secolo XVIII l’uomo sta ampiamente e rapidamente “investendo” per avviare e sostenere la propria industrializzazione ed il rapido e continuo sviluppo di nuove tecnologie in tutti i campi. Se questo capitale di risorse naturali non sarà utilizzato sapientemente, anche per sviluppare in tempo le tecnologie energetiche necessarie a sostituire le fonti in esaurimento con altre, l’era industriale sarà stata solo una fugace fiammata nella storia dell’uomo. “La crescita, la prosperità e la popolazione spingeranno il fabbisogno di energia nei prossimi decenni”, sintetizza Maria var der Hoeven, la direttrice esecutiva dell'Aie. “Ma non possiamo continuare ad affidarci ad un uso dell'energia insicuro e ambientamente insostenibile”. “I Governi devono varare misure per spingere gli investimenti in tecnologie a basso contenuto di carbonio”, prosegue la signora van der Hoeven. “L'incidente di Fukushima, i disordini in Medioriente e in Africa, nonché il sensibile rimbalzo nella domanda di energia che ha portato le emissioni di CO2 a nuovi record, ci dà un'idea della portata di questa sfida”. In sostanza, conclude il rapporto, “se non cambiamo direzione alla svelta, finiremo là dove ci stiamo dirigendo”. Ovvero, verso l'insostenibilità energetica. Tutto questo, mentre 1,3 miliardi di persone non hanno accesso all'energia elettrica. Le Nazioni Unite hanno battezzato il 2012 come “l'Anno internazionale dell'energia sostenibile per tutti”. Un legittimo, grandioso auspicio, ma che si scontra con un iceberg di contraddizioni.

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Di Il Cosmopolita il 02/02/2012 alle 00:00 | Non ci sono commenti

02/02/2012

La prima guerra digitale

Già nel 2005, J.D Lasica, giornalista e blogger statunitense esperto in social networks, profetizzava, nel suo libro ' Hollywood's war against digital generation', i tentativi dell’industria mediatica per bloccare i contenuti di internet generati e condivisi gratuitamente dagli internauti. La tecnologia partecipativa online e 'many to many' avrebbe infatti spostato inevitabilmente il nucleo dell’informazione e dell’intrattenimento da un ristretto numero di potentissimi proprietari di media all’intera popolazione di un paese, di un continente o dell’intero pianeta. In base alle recenti stime della Motion Pictures Association of America (MPAA) l’industria mediatica starebbe perdendo circa 6000 milioni di dollari all’anno a causa delle copie pirata e tale cifra non potrà che aumentare nei prossimi anni. Non solo: nella misura in cui internet si converte nel mezzo preferito per la fruizione di contenuti informativi e di intrattenimento (a discapito della televisione e del cinema) l’ industria mediatica assiste ad un’inesorabile riduzione dei propri guadagni pubblicitari. Non c’é quindi da stupirsi che cerchi di usare ogni mezzo per recuperare il terreno perduto. La World War Web, come già la chiamano in molti nelle reti sociali, é ormai una dura battaglia tra due contendenti ben precisi: coloro che difendono la cosiddetta “neutralità di internet” e quelli che la negano, in sostanza tra chi difende l’attuale libertà della rete e chi la vuole regolamentare a tutti i costi. Un conflitto che si sviluppa tanto a livello politico-legislativo quanto a livello economico e le cui vittime sono, come in qualunque guerra, i cittadini comuni, la società civile. Basti pensare al caso del recente oscuramento del sito di “share” Megaupload, i cui utenti si staranno ora domandando come fare per recuperare i soldi spesi in abbonamenti ed il materiale che hanno inserito nella pagina. Le discusse proposte di legge presentate al Congresso degli Stati Uniti per tutelare i diritti d’autore e limitare la pirateria in rete, SOPA (Stop Online Piracy Act) e PIPA (Protect Intellectual Property Act), sono un chiaro esempio di offensiva legislativa che maschera non solo rilevantissimi interessi economici ma anche (e forse soprattutto) il ricorrente tentativo di controllare la rete da parte del potere politico che, dopo le rivelazioni di 'Wikileaks” e le rivolte del nordafrica, ha chiaramente stretto un’alleanza con i “censori”. I due acronimi hanno acquisito fama negli ultimi tempi anche in Europa, da quando alcuni importanti siti internet (ad esempio Wikipedia) hanno chiuso battenti in segno di protesta. Uno sciopero da 21° secolo. Il SOPA è stato per il momento ritirato dal suo stesso promotore, il repubblicano Lamar S. Smith, mentre la discussione del PIPA) viene procrastinata a data futura. Facile ipotizzare che dietro ai promotori di Sopa e Pipa ci siano gli interessi di varie lobbies e majors, che rivendicano la tutela dei loro prodotti. Il problema è che la tutela della proprietà intellettuale si scontra ormai con altri interessi di fronte ai quali, a quanto pare, il Congresso americano ha ceduto: Silicon Valley, innanzitutto, ormai vero grande (e unico?) traino dell’economia americana. Resta da capire perché Facebook o Google siano contrari a delle leggi più incisive sulla pirateria. Il motivo è semplice: cosa sarebbe Youtube se il copyright fosse rispettato? Quanti video in meno, quanti contenuti audio e quanti spezzoni di film verrebbero rimossi? Molti siti perderebbero contenuti, sarebbero meno appetibili e dunque meno profittevoli. E non solo. Il web 2.0 presuppone che gli utenti interagiscano, “postino”, condividano. Ormai il potere dei colossi della rete è equivalente a quello delle major e delle industrie televisive. Sono loro le grandi compagnie che dettano il gioco. Impensabile che proprio da loro arrivi il via libera per un’azione massiccia contro la pirateria. Nel frattempo l’Unione Europea ha iniziato a lavorare sulla regolamentazione di internet a livello globale con il trattato ACTA (Anti-Counterfeiting Trade Agreement) che, nonostante il nome, si propone di combattere non solo la contraffazione ma ogni aspetto della cosiddetta proprietà intellettuale come definita dagli accordi Trips, e quindi: brevetti, copyright, marchi, segreto industriale, indicazioni geografiche, circuiti integrati, disegno industriale e pratiche competitive. Ventidue dei ventisette paesi membri dell'Unione hanno firmato il Trattato suscitando una vasta opposizione fra i cittadini e la chiamata in causa dell'Europarlamento che dovrà ratificare l'accordo o rigettarlo, entro giugno. Nel frattempo il relatore Ue del trattato per il commercio internazionale, Kader Arif, si è dimesso denunciando l'accordo come una pagliacciata, in Polonia sono scesi in piazza per contestarlo, Anonymous ha attaccato siti e agenzie europei in risposta, e un vasto movimento d'opinione scuote la rete per chiederne l'abrogazione. Pur con il legittimo obiettivo di favorire la lotta alla pirateria alimentare, dei farmaci, di film e musica, infatti, si cerca di obbligare chiunque possa conoscere o fornire informazioni sui sospetti responsabili di tali reati, ad esempio gli Internet service providers e gli intermediari di servizi Internet (come Google, Yahoo! o Wikipedia) a denunciare i “malfattori”. I siti che condividono materiale online dovrebbero infatti controllare che questi contenuti non siano protetti da copyright, diventando così responsabili di ogni illecito. C’è poi anche una Sopa all’italiana. La Commissione politiche comunitarie ha approvato un emendamento proposto dal leghista Giovanni Fava alla legge comunitaria in approvazione alla Camera. La norma introduce la possibilità che a richiedere l’eliminazione di un contenuto web possa essere non solo un giudice, ma anche un privato che si ritenga vittima di una violazione del copyright Sulla rete viene già chiamato in tono canzonatorio “emendamento Fava o legge bavaglio”. Le multinazionali che spingono ACTA e gli altri tentativi di regolamentazione della rete hanno in realtà un interesse specifico (e tutt’altro che nobile) nel campo dei biocarburanti e dei farmaci, quindi degli alimenti geneticamente modificati, delle sementi, delle molecole, dei metodi e processi di trasformazione della materia o dell'energia. In un'economia fatta di idee, informazioni, conoscenze e scambio linguistico dove il capitale fluisce nei circuiti finanziari e l'impresa è deterritorializzata, la proprietà intellettuale non è solo un fatto di film e musica. Non potendo competere con i Brics sulla produzione manifatturiera la competizione dei grandi gruppi economici dei paesi occidentali si è spostata dalla qualità delle merci alle aule di tribunale, dalla disponibilità di materie prime alla tutela degli asset immateriali delle aziende e quindi all'adozione di meccanismi legislativi in grado di applicare norme vantaggiose per i titolari di diritti intellettuali, spesso a discapito degli interessi stessi dei singoli paesi aderenti. Tutto ciò evoca sorprendentemente Sun Tzu e i suoi famosi aforismi sull’arte della guerra: “Sconfiggere il nemico senza combattere è la massima abilità”.

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Di Il Cosmopolita il 02/02/2012 alle 00:00 | Non ci sono commenti

02/02/2012

Crisi interna, crisi internazionale.

Il fiscal compact approvato dal vertice di Bruxelles dovrebbe chiudere la diatriba fra gli stati membri su rigore e crescita. Questo sul piano delle enunciazioni di principio, perché resta da verificare che il nuovo Trattato produca gli effetti miracolosi che la Germania ed i suoi sodali gli assegnano. Se bastasse un Trattato a promuovere la crescita, avremmo la piena occupazione da anni, ed invece le miserrime cifre degli occupati, in Italia e non solo, stanno davanti ai nostri occhi. La verità è che l’espediente istituzionale non basta a garantire alcunché, occorrono nuove politiche che vedano impegnati i governi e le parti sociali senza ricorrere alla scorciatoia della penalizzazione dei lavoratori (e dei “non” lavoratori). Come la politica estera può favorire la crescita, quantitativa e qualitativa, del nostro Paese, anche in termini di equità? Sembra una domanda assurda se al concetto di politica estera diamo il significato di tradizionale “diplomazia delle cancellerie” che riguarda soltanto i rapporti tra gli stati. Se invece parliamo, più correttamente, di proiezione internazionale dell’Italia nel nuovo contesto, facciamo un notevole passo in avanti. Ma siamo consapevoli della necessità di procedere in questa direzione? Proviamo soltanto ad elencare i punti di attacco di una politica estera al servizio della crescita. La globalizzazione, la questione del lavoro e la tutela dei diritti, la sfida dell’integrazione europea e la dimensione mediterranea, l’internazionalizzazione delle aziende, la cooperazione internazionale, la gestione dei flussi migratori, il primato del multilateralismo e del diritto internazionale. Si tratta di una lista così ampia e ambiziosa – si potrà ribattere – che non basta un anno e poco più di governo “tecnico-politico”, ci vuole un’intera legislatura. Bisogna mettere mano non tanto ad aggiustamenti amministrativi quanto ad una rivoluzione concettuale. Ma ogni storia ha il suo inizio, ed il governo “tecnico-politico”, di cui si dice un gran bene in giro per l’Europa, ha i talenti per cominciare a porsi quanto meno le domande. Le risposte, se le domande sono corrette, cominceranno a venire: certo con tutta la gradualità del caso, ma nella chiarezza del percorso e degli obiettivi. Implicito in tutta la riflessione è il concetto di centralità della Farnesina. Una centralità spesso invocata e altrettanto spesso trascurata dagli stessi suoi responsabili, tecnici o politici che siano. In una situazione di crisi come la nostra ci si aspetterebbe un sussulto delle coscienze, una metaforica chiamata alle armi di tutte le intelligenze perché contribuiscano a delineare il percorso di uscita dalla crisi. Non è questa la nostra impressione, almeno finora. L’impressione è piuttosto di una sotterranea campagna di resa dei conti (ma poi: di chi contro chi?), del ricorso a pratiche clientelari e di cordata, di comportamenti poco chiari. Si rischia di perdere un’occasione, pur nel clima nuovo che dovrebbe caratterizzare l’azione di governo. Si rischia che, mentre qui domina la cucina interna, le grandi scelte siano prese altrove. E non casuali sono gli esempi della politica europea e della politica di cooperazione. La Farnesina viene alla ribalta piuttosto per il diplomatico “fascio rock” che per l’eccellenza dei suoi messaggi politici. Certo che, se non si fa chiarezza sul caso del funzionario estremista cantante, rispondendo ai dubbi circa il trattamento assai blando cui sarebbe sottoposto, è difficile fare chiarezza sul resto. Né aiutano l’altra polemica giornalistica sugli incarichi post pensione ad alcuni diplomatici illustri e l’improvvida risposta del Servizio Stampa. Aiuterebbe, e molto, la riflessione finalmente aperta e collettiva sulle risposte che il Ministero degli Esteri può e deve dare nell’attuale situazione. La CGIL si pone il tema ai suoi massimi livelli di responsabilità. Il Cosmopolita dirà la sua nella campagna di febbraio.

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Di Il Cosmopolita il 02/02/2012 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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