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Post di marzo

21/03/2012

Anatomia della Crisi. Visioni di un nuovo Paradigma Umanista

Viviamo tempi molto strani. Si è rotta la bussola, la nave affonda e, come giustamente sottolinea Franco Cassano, “ l’orchestra ha comunque l’ordine di continuare a suonare”. Quella attuale è una crisi sistemica che obbliga alla doppia necessità di pensare ad un radicale cambio di paradigma interpretativo ed allo stesso tempo avviare processi che portino all’adozione di strategie politiche conseguenziali. Appare chiaro che il “deficit spending”, funzionale a mantenere la pace sociale durante la guerra fredda, viene pagato dalle generazioni attuali, dopo una trentennale demolizione delle conquiste sociali presentata come “necessaria e benefica” dalla “egemonia” neoliberista (le famose riforme strutturali, che insieme alla “mistica della crescita” sono i cavalli di battaglia del Pensiero unico). Le crisi del sistema bancario del 2007-2008 e quella attuale del debito sovrano hanno pero’ cambiato tutto lo scenario, mostrando i limiti di un sistema di pensiero e istituzionale a cui la maggior parte degli economisti – e con loro l’intero establishment - avevano aderito acriticamente e che tuttora sembra permanere la mappa di riferimento intellettuale, nonostante il suo evidente tracollo. Tracollo peraltro ammesso persino da Alan Greenspan, ex Presidente de la FED e massimo “Guru” del neoliberismo applicato, in una intervista al Guardian dove ha candidamente confessato: “I got it wrong”. E’ come se il biologo responsabile del laboratorio piu’ avanzato del mondo dicesse:” Ho sbagliato”, dopo aver messo in circolazione un batterio killer. Ciò che appare paradossale è che, specialmente in Europa, si insista con la riproposizione miope e testarda di modello fallimentare e contemporanemente si assista passivi al tentativo di instaurare una “dittatura dei mercati” da parte della speculazione transnazionale approfittando della enorme liquidità a suo tempo messa a disposizione dai governi per salvare il sistema bancario. L’attuale attacco speculativo al debito sovrano è teso, fra le altre cose, anche ad imporre riforme strutturali che determinino una ulteriore redistribuzione di risorse ulteriore dal lavoro al capitale. L’ Italia sta attualmente vivendo una “rivoluzione conservatrice”, sempre promessa da Berlusconi e mai realizzata, per mano di una tecnocrazia che gestisce il potere nel collasso generale della politica. Questo è un dato di fatto, non un giudizio di valore sul governo Monti, che forse e’ in questo momento un male necessario per bonificare l’italietta delle raccomandazioni delle furberie e delle rendite di posizione più o meno casuali. Il fatto è che la crisi internazionale ha per il nostro Paese una doppia valenza ed un doppio effetto: riduce la sovranità nazionale ed esautora la politica. Non bisogna poi dimenticare che il combinato disposto dell’ introduzione dell’ euro e del lassismo fiscale hanno determinato in 10 anni la più massiccia (ed occulta) redistribuzione di reddito nella storia del Paese a svantaggio dei percettori di reddito fisso. Dunque la situazione è seria e richiede un percorso che integri la politica interna e le necessarie riforme con una coerente azione di politica estera all’interno di nuovo paradigma che sia allo stesso tempo intepretativo e normativo. E’ noto che un paradigma scientifico si costituisce per grandi linee intorno a un “nucleo duro” di credenze che ne definiscono i presupposti indiscutibili, gli assiomi di base. Intorno a queste credenze fondamentali (la terra è piatta, oppure è rotonda) si sviluppano un quantità di teorie che corroborano la visione del mondo fino ai più minuti dettagli (cintura protettiva). La potenza del paradigma liberista consiste nella eleganza autoreferenziale ed astorica del modello economico neo-classico, che si considera universalmente applicabile. Modello poi elaborato filosoficamente nel liberalismo politico e sociologicamente dalle teorie della globalizzazione. A ciò deve aggiungersi negli ultimi 30 anni il prevalere delle filosofie postmoderne del “pensiero debole” che giustificano in qualche modo sia il darwinismo sociale, sia l’assioma individualista ed economicistico. Però, dopo la crisi credere nel dogma neoliberista è un po’ come continuare a credere che la terra sia piatta dopo la rivoluzione copernicana ed il 1492. Giustamente sorge la questione: qual’è il paradigma alternativo? Se sparta piange, Atene non ride. Un possibile paradigma alternativo potrebbe essere la combinazione di una serie di principi e di valori attualmente slegati fra loro che andrebbero articolati filosoficamente, corroborati teoricamente e scientificamente ed infine trasformati in strategia ed azione politica. Chiamiamolo per comodità Paradigma Umanista. Il nucleo duro potrebbe essere composto epistemologicamente dalla Teoria della complessità (Morin, Panikar), dall’economia post keynesiana più avvertita (Stiglitz e Krugman tra gli altri), dalla teoria della giustizia (Rawls, Sen) e dall’analisi dei rapporti internazionali elaborata da Negri ed Hardt in “Impero”. Su questa base andrebbero innestati ed articolati una serie di valori: in primo luogo la solidarità sincronica tra individui e popoli e la solidarieta` diacronica con le generazioni future. A ciò dovrebbero affiancarsi il rispetto dei diritti di cittadinanza e le libertà classiche della democrazia politica liberale e più in generale il corpus giuridico elaborato in difesa dei diritti umani. Si tratta di “approfondire la Democrazia”, trasformarla da formale a sostanziale. Infine, dovrebbe essere rivalutato il valore d’uso, di marxiana memoria, affiancandolo al valore di scambio segnalto dai mercati (culture, arti, tradizioni comunitarie etc.) Di conseguenza necessita un sistema di regolazione della produzione e della distribuzione basato si sull’economia di mercato (è lo strumento più efficiente che conosciamo), ma che tenga pero’ in considerazione le cosidette “esternalita’” e risponda a criteri di “sostenibilità” ecologica e sociale. Il ruolo dello stato dovrebbe essere sia fissare le regole sia orientare il mercato verso la soddisfazione primaria dei bisogni essenziali. In altri termini il mercato cesserebbe di essere un fine in se’ per trasformarsi in semplice strumento. La parola chiave in questo contesto è gradualità, se il pensare deve essere rivoluzionario, l’agire deve essere realista. Quindi si tratta di delineare strategie d’azione politica che prevedano numerose tappe intermedie e tengano conto delle inevitabili resistenze degli interessi costituiti. Non dimentichiamo che il neoliberismo finanziario dispone di numerosi e feroci cani da guardia a difesa dei suoi interessi (Wall Street, il sistema banacario nel suo complesso, le agenzie di rating, gli economisti maistream, i giornalisti prezzolati o disinformati, il sistema mediatico e più in generale l’establishment). A livello internazionale è chiaro che il paradigma umanista implica ripensare la globalizzazione e le sue regole. Questo significa chiudere definitivamente la fase post-coloniale ed accettare il “declino relativo dell’occidente” e soprattutto un indebolimento marcato della “financial anglosaxon rule” che ha governato il mondo dalla fine seconda guerra mondiale. Si tratta quindi di riscrivere la “Costituzione di Impero”. Le linee di riforma a medio termine passano per la creazione di una vera moneta internazionale, il Bancor di keynesiana memoria, che renderebbe la liquidità mondiale non piu’ un fatto interno alla FED, bensì genuinamente multilaterale. Ovviamente dovrebbero essere riviste radicalmente le normative sulla Tre tipi si regolamentazione di globale con eventuale poteri d’imposizione fiscale andrebbero introdotti: 1 sui movimenti finanziari internazionali 2 sulle energie inquinanti o che depredano lo stock di risorse non rinnovabili 3 sull’“unethical businnes”. La prima e la seconda già hanno avute articolate proposte, la terza sarebbe conseguenza dell’adozione di un “codice etico universale del lavoro” dove si espliciterebbero le condizioni minime di tutela del lavoro. Le imprese (o gli stati) che non garantiscano dette condizioni minime potrebbero essere penalizzate fiscalmente, in modo proporzionale rispetto alle loro mancanze. E’ ovvio che questo tipo di misure implicano un cambio radicale di mandato di organizzazioni come il WTO, l’FMI e la Banca mondiale. Sul piano politico si tratta di rivitalizzare le N.U. e potenziarne il mandato per la ricerca attiva della pace. Però è oramai chiaro che non c’è possibilità di pace senza giustizia. A livello UE secondo il “paradigma umanista” si imporrebbe una radicale revisione dei Trattati affinché all’Unione venga restituito il senso del futuro e ed in particolare andrebbe ampliato il mandato della BCE, che dovrebbe diventare una vera Banca Centrale e avere come obbiettivo non solo il controllo dell’inflazione ma anche di raggiungere la piena occupazione. In realtà l’esperimento dell’Unione Europea ha nel suo codice genetico e nei valori di base moltissimo del paradigma umanista, e questo rende ancora più frustrante l’attuale incredibile fase di involuzione. E’ indubbio che ciò che fu chiamato terzo mondo, non intende giocare a lungo il ruolo di comparsa nei rapporti internazionali, il PIL del Brasile ha già superato quello della Gran Bretagna ed altri sorpassi seguiranno. La democratizzazione reale del sistema-mondo passa da una disarticolazione e riorganizzazione in senso democratico dell’attuale. Quale il ruolo dell’Italia? Davvero continueremo a seguire la politica dello strapuntino o vogliamo diventare un faro nella difesa di valori fondamentali e guadagnare la pace invece di perdere guerre sbagliate? La crisi italiana è una crisi di sistema, non solo economica o politica, ma anche morale e culturale. Necessita urgentemente un cambio di politiche e di persone. Siamo di fronte alla una crisi generalizzata delle elites, a tutti i livelli ed in tutti i settori. Ci sono ovviamente aree relativamente immuni da nepotismo, clientelismo, familismo amorale, però è innegabile che il livello raggiunto dal nostro Paese è molto preoccupante. Per questo la tecnocrazia impostaci da UE e mercati appare tutto sommato un male accettabile. Diciamo che rompendo gli equilibri dell’Italietta berlusconiana pone le premesse per la ricostruzione del Paese. Una ricostruzione etica e morale molto difficile e complessa che passa altresì per un ritorno al “pensiero lungo”, alla logica progettuale. Per questo debbono esserci molti “visionari del nuovo paradigma”, che può e deve essere definito collettivamente. Soprattutto, non deve essere un mero programma di legislatura, ma un vero e proprio modo di interpretare il mondo, strutturato ed allo stesso tempo flessibile. Bene ha fatto la CGIL, ad aprire seriamente la questione del ruolo del MAE e le priorità di Politica estera. In primo luogo perché i diplomatici possono svolgere meglio degli economisti il ruolo di “consiglieri del Principe”. Poi perché nonostante casi eclatanti di nepotismo sotto gli occhi di tutti in generale la struttura e’ abbastanza sana. Infine perché non c’e uscita dalla crisi interna senza un raccordo con la crisi internazionale. L’Italia ha una infinità di potenzialità inespresse o espresse in modo distorto, la sua proiezione nel mediterraneo ed in America latina è stata finora timida ed impacciata, la ricerca di uno strapuntino ai tavoli che contano pagata a caro prezzo e spesso non riconosciuta pienamente. Forse dovremmo cominciare a puntare sui nostri vantaggi comparativi, come la cultura., il paesaggio, la creatività, il “made in Italy” ma anche l’ “italian way of life”, e non ultimo l’ “italian thinking” (interessante il dibattito aperto da Roberto Esposito su la Repubblica del 24 febbraio “Il made in italy della filosofia”, cui ha replicato polemicamente Galli della Loggia, “l’anticapitalismo italiano” sul Corriere della Sera il 29 febbraio). Senza dimenticare il valore aggiunto rappresentato delle nostre comunità all’estero se si destinassero risorse a integrarle maggiormente nella vita del Paese invece che a creare cittadinanze fittizie. I cambi di paradigma non necessariamente sono sempre rivoluzioni copernicane, si determinano comunque delle permanenze. Nel nostro caso, il paradigma umanista si pone rispetto a quello neoliberista come la teoria della relatività rispetto al sistema newtoniano. Non lo nega completamente, lo riduce a caso speciale, per quanto importante. Dal suo superamento si possono produrre percorsi credibili di riformismo profondo. Percorsi che siano ad un tempo scientifici, accademici, filosofici, normativi, economici, giuridici e che sappiano far breccia non solo tra le elites informate e colte, ma nel cuore e nelle menti delle popolazioni. E’ necessaria una doppia azione, da un lato altamente filosofica sui massimi sistemi e dall’altro genuinamente e gramscianamente “nazionalpopolare” per creare progressivamente una nuova egemonia facendo prevalere il paradigma umanista. E’ necessario dunque uno sforzo collettivo, il fiorire di mille idee, una grande apertura ed allo stesso tempo una grande disciplina, per costruire popperianamente, per tentativo ed errori, un progetto di sistema-mondo e di società più giusto e più umano.

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Di Il Cosmopolita il 21/03/2012 alle 00:00 | Non ci sono commenti

21/03/2012

Crisi interna, crisi internazionale – parte III.

Non si finisce di festeggiare il meritato successo CGIL alle elezioni RSU, non si finisce di commentare il denso intervento di Susanna Camusso all’incontro di studio promosso dalla FP CGIL Esteri, non si finisce di pensare che questo paese, grazie all’avvento dei professori ed all’arretramento della “politique politicienne”, presenta segni di normalità europea, non si finisce di sperare che il Ministero degli Esteri trovi la sobrietà che il Governo vuole imporre al paese. Non si finisce insomma di tirare un sospiro di sollievo che Radio Farnesina ci riporta all’amarissima realtà di un Ministero che col bilancio sta perdendo pure il senso della misura e della decenza. Le notizie sono a dir poco inquietanti. E molto poco sorprendenti. La prima notizia riguarda la decisione del TAR Lazio di concedere la sospensiva al richiamo del diplomatico “fascio – rock”. In attesa del giudizio di merito, questi resta nella sede estera, donde peraltro mai s’era realmente mosso se non per un viaggio di servizio, con tutte le prebende della posizione. Di più: il ricorrente intenderebbe avviare, se non l’ha già avviata, azione giudiziaria avverso quei giornali che, riferendo della sua esibizione canora senza precisare che si trattava di libera espressione del pensiero in luogo non di culto, ne hanno leso dignità e prestigio. A breve sarà richiesta ai dipendenti MAE una sottoscrizione per ripagare il lucro cessante e il danno emergente (come si dice in buon “avvocatese”). L’altra notizia riguarda la tornata di promozioni al grado apicale di ministro plenipotenziario. E qui le anomalie sono almeno due. La prima riguarda la commissione di alti diplomatici che vaglia i curricoli dei candidati. La commissione ha terminato i lavori da giorni, ma diversamente da quanto accade per le normali commissioni dei normali concorsi, i risultati dei lavori non sono resi pubblici subito ma vengono conservati nel cassetto in attesa di opportuno vaglio. La seconda anomalia riguarda la possibilità che fra i selezionati vi sia qualche diplomatico dalla carriera pre-confezionata. Le carriere ipertrofiche non cominciano certo nel 2012, richiedono un’astuzia amministrativa dai tempi lunghi. Più che carriere sono destini. Prima si accorcia la permanenza nel grado inferiore, ma solo per un certo anno e per certi funzionari. Poi si assegnano incarichi apparentemente casuali ma finalizzati ad irrobustire un curriculum altrimenti poverello. Ed infine il candidato è pronto ad appuntarsi la medaglietta al petto essendo al riparo da ricorsi e rimostranze. I Sindacati hanno già scritto delle promozioni improvvide, e la CGIL con un comunicato di particolare vigore. Il Cosmopolita aggiunge che da settimane il MAE è al centro dell’attenzione e non sempre per episodi commendevoli. I marinai restano bloccati in India, nessuno ci restituirà l’ostaggio ucciso, speriamo di riavere gli altri ancora prigionieri, certi esperti della cooperazione truccavano i conti spesa. Siamo lieti che lo “spread” italiano rispetto al resto d’Europa si riduce riguardo ai buoni del tesoro, ma il divario resta tale e quale riguardo ai comportamenti amministrativi. C’è poco da fare: il rigore non abita più qui. Si narra di uno stato membro dell’Unione che ha avuto dimissionari due Capi di Stato ed un Ministro della Difesa per colpe che da noi neppure meriterebbero la multa dei vigili urbani. Da noi le dimissioni non sono considerate neppure come ipotesi di scuola. Nessuno si dimetta. Ma che “nessun dorma”. La Conferenza programmatica Farnesina, di cui diceva Susanna Camusso, dovrebbe muoversi da una banale affermazione: mostriamo tutti un sussulto di buona amministrazione. Gesti semplici come quello di tenere duro sulla lealtà democratica dei diplomatici e come quello di promuovere i funzionari secondo merito e decoro. Gesti semplici nel resto d’Europa che da noi suonano come rivoluzionari.

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Di Il Cosmopolita il 21/03/2012 alle 00:00 | Non ci sono commenti

15/03/2012

…ma noi l'avevamo detto!

E’ sempre antipatico fare la parte delle cassandre e dire “noi l’avevamo detto”, ma è quasi inevitabile di fronte agli avvenimenti di questi giorni. Qualcuno potrebbe obiettare che l’uno-due “India-Nigeria” – pur nella profonda diversità delle due vicende – rappresenta una sequenza di eventi particolarmente sfortunata in un lasso di tempo relativamente breve ma il fattore “iella”, anche quando come in questo caso gioca un ruolo innegabile, non può diventare un parametro di giudizio né giustificare a posteriori tutti i problemi politici e di gestione che queste vicende hanno fatto emergere. Scoprire che improvvisamente la politica estera è diventata il punto debole del governo guidato dal prof. Monti – del quale paradossalmente si celebrava pochi giorni fa la consacrazione a leader di riferimento europeo – può stupire solo quanti si erano colpevolmente adagiati nella retorica del “costo zero” e del “fare di più con meno” e avevano preferito chiudere gli occhi di fronte ai sempre più numerosi segnali di crisi del Ministero degli Esteri. Proprio da questa preoccupata constatazione era partita l’iniziativa della CGIL del 29 febbraio scorso “Crisi interna, crisi internazionale - obiettivi e strumenti pubblici per la politica estera dell'Italia': un richiamo alla responsabilità ispirato dai segnali sempre più gravi e numerosi di rispondere alla “domanda” di politica estera che emerge dal contesto internazionale e dalle dinamiche interne del Paese. Dicevamo, tra l'altro, in quell'occasione che, con la 'riforma' del 2010, per affrontare le grandi sfide del XXI secolo non abbiamo trovato di meglio che riprodurre l'organizzazione degli anni '60 del secolo scorso; che dopo essere passati al 'ministero leggero', vedevamo nel nostro prossimo futuro un ministero 'evanescente'; che pezzi importanti della politica estera, come gli affari europei e la cooperazione, stanno lasciando la Farnesina senza che a questo corrisponda un disegno di rilancio o di riorganizzazione. Non è un caso, quindi, che le analisi critiche lette in questi ultimi giorni riecheggino gli argomenti discussi nella Giornata di studio del 29 febbraio. Alcuni parlano della debolezza di un ministro “tecnico” (ma non era questo un governo fatto di tecnici?) e della necessità di una figura “politica” per far fronte alle polemiche seguite agli smacchi subiti, come se la crisi di queste settimane non avesse le proprie radici in un decennio di decadimento nel quale il ministero è stato guidato da politici a tutto tondo del calibro di D’Alema e Fini. Altri, come Lucio Caracciolo, sottolineano l’esistenza di un deficit culturale che porterebbe il nostro Paese a fuggire dalle responsabilità e a delegare le scelte difficili ad altri (l’Europa, l’America, le Nazioni Unite…), puntando tutto sulla mera presenza al tavolo dei “Grandi” ma essendo incapaci di rappresentarci come attore internazionale, con gli onori e gli oneri che ne conseguono. Qualcuno ricorda la delega totale dei temi europei alla Presidenza del Consiglio (noi l’avevamo fatto in tempi non sospetti) e la conseguente perdita di autorevolezza e rappresentatività del MAE. Pochi, invece, citano il progressivo azzeramento delle politiche di cooperazione allo sviluppo (iniziato non certo sotto il governo tecnico), che ha indebolito la credibilità dell’Italia e l’ha privata di una leva di influenza fondamentale nei rapporti con molti paesi in Africa, Asia e America Latina. A noi sembra che una lettura serena e non pregiudiziale degli avvenimenti di questi giorni, che cerchi di dare risposte credibili a chi giustamente le esige, pur tenendo conto di tutti questi fattori politici di sistema, non possa però prescindere dalla ricerca di alcune cause interne alla macchina ministeriale, che ne determinano così spesso l’incapacità di far fronte ai propri compiti. Paghiamo, per dirla brevemente, anni di non scelte sul calo costante delle risorse dedicate alla politica estera, di cattiva selezione dei quadri dirigenti, di scarsa motivazione e insufficiente formazione del personale, di una riforma fatta senza alcun confronto pubblico, nel vuoto delle idee e senza un disegno strategico. A questo – è innegabile – si è aggiunto negli ultimi tre mesi uno stile di guida del ministero accentrato e ansiogeno, che ha finito per deresponsabilizzare ulteriormente la struttura, allungando, a volte in modo grottesco, la già troppo lunga catena decisionale. Giunti a questo punto, la proposta di una conferenza programmatica con cui si è conclusa l’iniziativa del 29 febbraio scorso, che affronti in modo serio e aperto, senza demagogie e senza tabù, i nodi di un necessario ripensamento complessivo dello strumento “ministero degli esteri” si rafforza e non può più essere ignorata. Si tratta, per quanto ci consta, dell’unica idea nuova che sia stata fin qui messa sul tavolo per contrastare una deriva, fatta di rassegnazione e difesa di interessi particolari che, in assenza di iniziative forti, condurrà questa amministrazione ad ulteriori disastri annunciati.

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Di Il Cosmopolita il 15/03/2012 alle 00:00 | Non ci sono commenti

11/03/2012

Il fardello dell'uomo bianco e l'armata brancaleone

La vicenda dei due fucilieri della Marina italiana detenuti in India a seguito della ancora non chiarita uccisione di due pescatori a bordo di un peschereccio indiano contiene una serie di risvolti che illuminano il grave deficit strutturale in cui si muove la proiezione internazionale del nostro Paese ed è questa ragione che motiva gli spunti di riflessione che seguono. Lasciamo dunque da parte la disamina politico-giuridica sulle acque internazionali in cui il tragico “incidente” si sarebbe verificato e la conseguente questione del radicamento di competenza e vediamo piuttosto il contesto in cui l’incidente si è trasformato in crisi e la crisi stessa finisce per costituire la prova provata di quanto da tempo sosteniamo: che da tempo tutto l’apparato concettuale e funzionale della politica estera italiana vive in una sorta di stato confusionale per uscire dalla quale la “Conferenza programmatica” proposta concordemente nell’Incontro di Studio promosso dalla CGIL il 29 febbraio scorso costituirà soltanto il primo passo dovuto. Segnaliamo dunque alcuni punti. L’imbarco di militari su unità commerciali ovvero una contrattualizzazione a rovescio (il pubblico inserito nel privato), ancorché motivato con il contrasto alla pirateria marittima, instaura inevitabilmente una zona grigia di responsabilità, di incerta linea di comando, di confusione di obiettivi: peggio offre il fianco ad un coinvolgimento del Paese che non solo può vedere lesi altri - più complessivi - interessi nazionali ma si trova - come nel caso attuale - costretto ad attestarsi sulla “linea del Piave” della difesa dell’uniforme all’interno delle carceri indiane. D’altronde, tutti sanno, se non altro per aver letto i romanzi di Salgari, che controllare la pirateria con strumenti militari è impresa assai ardua e molti si chiedono se non sarebbe più efficiente e meno costoso impiegare quelle risorse per intervenire sulle radici socio-economiche della pirateria lungo le coste dell’India come della Somalia e per smantellare le reti finanziarie che lucrano sui riscatti pagati dagli armatori delle navi sequestrate. Ciononostante, la lotta alla pirateria viene oggi condotta esclusivamente attraverso lo strumento militare. Fin dallo scoppiare della crisi – evidentemente sottostimata e sfuggita al controllo sia dell’Ambasciata in loco (con buona pace della Direttiva del Presidente del Consiglio sulla centralità del Capo della Missione diplomatica del 12/9/2008, comunicazione a firma Segr. Gen. Massolo) che della Farnesina – il pensiero strategico è stato quello del “fardello dell’uomo bianco” (R. Kipling, seconda metà dell’800), ovvero presupporre una sorta di minorità dell’”infido indiano” che sarebbe ammutolito di fronte alla incontestabile superiorità occidentale: il che ovviamente non è avvenuto. Una impostazione ben chiara nelle dichiarazioni del Sottosegretario De Mistura (“l’India non è un Paese piccolino”… se no cosa? Forse gli avremmo “spezzato le reni”?). Subito dopo e in esito alla pressione mediatica si è poi messa in moto una sorta di “armata Brancaleone” che, esautorando di fatto l’Ambasciata, ha ingolfato la situazione con una controproducente moltiplicazione di iniziative: l’invio in India dell’ormai “residente” Sottosegretario per portare a casa i “ragazzi”, il passaggio protocollare (reminiscenza di “Passage to India”) del Ministro Terzi ed infine i giornalisti incaricati di immortalare il tutto: in particolare la presenza di De Mistura (un funzionario internazionale a riposo inserito nel Governo italiano come un oriundo in una squadra di calcio…) costituisce una assurda prima assoluta nella prassi della protezione consolare. Sbagliata l’analisi, sbagliato l’approccio (certo non migliorato dai commenti in Italia sulle elezioni in Kerala o sulle origini di Sonia Gandhi) di fronte alla chiusura indiana veniva attivato – nonostante le sprezzanti dichiarazioni della Ashton: “è una questione consolare bilaterale” – prima il canale europeo, poi forse quello Berlusconi-Putin (poiché a Roma si sa che la Russia è da sempre un buon amico dell’India) ed infine si è messo in campo il Primo Ministro Monti. Anche se non è proprio detto che il suo immancabile successo nei circoli finanziari possa riprodursi on l’Oriente misterioso. E non occorre commentare le insulse manifestazioni con l’ex Ministro della Difesa Larussa e la pasionaria nera Meloni, evidentemente nostalgici della X MAS. Morale. I marò sono stati prima incriminati poi detenuti e l’Italia sta pagando un prezzo molto alto, la cui responsabilità è soprattutto qui, non in India. Quanto ai pescatori indiani, si vedrà. POST SCRIPTUM Le modalità della tragica uccisione di un ostaggio italiano nel nord della Nigeria ed in particolare la circostanza della non avvenuta preventiva informazione/consultazione con il nostro Paese costituiscono – sfortunatamente – la prova provata che il “caso indiano” non è un incidente di percorso bensì il riflesso di una seria impasse (meglio: una troppo protratta noncuranza per i meccanismi e le strtture della politica internazione) nel ruolo internazionale dell’Italia. Poiché è noto che - come è del tutto logico - i servizi italiani intrattengono rapporti di cooperazione con quelli britannici, non resta altra spiegazione diversa da quella di un deficit cdi comunicazione politica. E qui – nonostante il Gabinetto conservatore di Cameron faccia rimpiangere perfino lo sbiadito Major – riesce difficile credere sia alle giustificazioni britanniche sia alle ipotesi di uno sgarbo non preventivamente soppesato: ancora una volta il problema non è nel Kerala, o a Londra, bensì anche a Roma. Messe tra parentesi le immotivate (o ideologicamente motivate) simpatie filo-britanniche dell’attuale Governo italiano, resta il fatto (peraltro già evidente fin dall’epoca della “filière” Berlusconi Letta Scelli) che tutto il sistema della proiezione internazionale del Paese non è né adeguato, né sottoposto al benchè minimo scrutinio. Un esempio: le rimostranze ex post del Presidente del Copasir D’Alema stridono con la completa noncuranza da lui dimostrata per gli aspetti funzionali delle strutture di politica internazionale allorchè tenne (peraltro decorosamente) il timone della Farnesina. Così ancora una volta tutto si tiene, ridimensionando (ahinoi) l’affrettato compiacimento per la “recuperata credibilità internazionale dell’Italia” quasi tutto si riducesse alla sostituzione di un – falso – “uomo della Provvidenza” ad uno “vero”. Più o meno.

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Di Il Cosmopolita il 11/03/2012 alle 00:00 | Non ci sono commenti

05/03/2012

Crisi interna, crisi internazionale – il “secolo breve” alla Farnesina non finisce mai.

Il Cosmopolita del 2 febbraio dava notizia dell’Incontro di studio su crisi interna e crisi internazionale, che la FP CGIL Esteri avrebbe organizzato alla Farnesina il 29 febbraio affidandone le conclusioni a Susanna Camusso. E’ una tradizione, questa del Segretario Generale della Confederazione, di partecipare a eventi della CGIL Esteri che risale a Bruno Trentin, Sergio Cofferati, Guglielmo Epifani. A riprova che i temi sollevati dalla CGIL Esteri vanno al di là della “cucina interna”, anche se incombono le elezioni alle RSU, per toccare interessi del movimento sindacale nel suo complesso. La CGIL ha a cuore l’interesse generale e perciò le risulta congeniale il tema della politica estera. La politica estera è la grande “desaparecida” del corrente linguaggio politico che, proteso com’è allo scadenziario interno, richiama il feticcio “Europa” soltanto per imputare le scelte impopolari al Grande Occhio esterno e imperscrutabile. Siamo arrivati al punto che, per finanziare qualche briciolo di cooperazione allo sviluppo, dobbiamo nascondere le poste di bilancio nelle pieghe dei decreti missione per i militari. Lo spettro della Grecia – lo ha notato Susanna Camusso nelle conclusioni dell’Incontro – è evocato in misura ossessiva: d’accordo che serve come deterrente rispetto a pratiche poco virtuose, ma stride la malizia con cui lo si agita per svuotare la sovranità democratica dei popoli europei. Tutti commissariati o da commissariare da un potere alieno e insindacabile. Dove stanno allora i principi democratici che l’Unione – vedi il Trattato di Lisbona – pone a presidio della propria costituzione interna e dell’azione esterna? Un paradosso che Camusso, citando Helmut Kohl, coglie nell’attualità europea. Da una parte abbiamo la moneta unica e dall’altra abbiamo una moneta senza stato, caso unico di anomalia della storia. La democrazia può e deve permeare la politica economica e monetaria, altrimenti ci avviamo verso un regime di autoritarismo soft come quello perpetrato in fabbrica dal “cattivo ambasciatore FIAT” (per citare il Segretario Generale) che porta lavoro all’estero anziché richiamare investimenti in Italia. E dunque la politica economica e monetaria è una politica. E lo è la politica estera. Come tali, entrambe vanno sottoposte al controllo politico in seno agli organi rappresentativi della volontà popolare. Non l’Interesse Nazionale, che pure si vorrebbe a fondamento della politica estera, ma gli interessi nazionali numerosi e articolati quanto sono numerosi e articolati i corpi sociali che trovano espressione nei Parlamenti nazionali e nel Parlamento europeo. Europeismo, multilateralismo regionale e globale, apertura alle istanze popolari: sono i principi cui informare la riflessione di quanti sono interessati alla politica estera. La CGIL indica le piste di riflessione, alcune attinenti alla “cucina interna” (l’equilibrio fra pensionamenti e assunzioni, la riforma della sede centrale e della rete estera) e altre di portata generale. Ad esempio, e in primo luogo, come ci collochiamo nelle relazioni internazionali? Come soggetto pubblico, e dunque con un Ministero degli Esteri in senso proprio con tutti gli onori e gli oneri del rango? Oppure come soggetto in bilico fra pubblico e privato, come il personaggio pirandelliano in cerca d’autore? Nel nostro destino è il Ministero leggero se non leggerissimo che privatizza persino il rilascio dei visti? L’interrogativo non è di poco conto. La risposta passa attraverso la rivalutazione del servizio pubblico, inteso anzitutto come prestazione di lavoro da parte delle donne e degli uomini che stanno nell’Amministrazione centrale. Una riforma del comparto pubblico non può che essere avviata e attuata dal centro e con il più alto consenso possibile dei lavoratori. Senza falsi pudori riguardo a temi come le retribuzioni, con la coscienza in ordine riguardo alla probità ed alla produttività del pubblico dipendente. La Farnesina è un soggetto decisivo nell’erogare il pubblico servizio “politica estera”. Qualsiasi azione si tenti per la sua riforma – o controriforma, come quella approvata in fretta e furia nel 2010 – deve passare attraverso il vaglio dei suoi dipendenti e delle forze politiche e sociali. Una procedura di buona amministrazione che la CGIL propone di affidare ad una “Conferenza programmatica Farnesina” aperta a tutte le parti interessate. Ecco il messaggio forte, a caratura generale e per nulla corporativo, che emerge dall’Incontro del 29 febbraio.

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Di Il Cosmopolita il 05/03/2012 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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