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Post di aprile

23/04/2012

Il 25 aprile e la Farnesina

Mentre evaporano gli echi dell’ultimo appello del Presidente Napolitano affinché i partiti ritrovino quello spessore culturale che solo può dare un senso alla sempre più evanescente rappresentanza del Paese, non si può che rimpiangere come l’appello non sia stato rivolto anche a quella che poteva – e doveva – costituire una “riserva della Repubblica”, così essenziale in una fase in cui ogni speranza di rinnovata crescita si lega alla proiezione internazionale dell’Italia all’interno dei processi di integrazione e di globalizzazione. Al contrario la Farnesina, in questa vigilia del 25 aprile, sprofonda in una sempre più grave crisi che – a questo punto – assume contorni non più solo funzionali, intellettuali e politici ma perfino morali: insomma un vero e proprio “test case” delle ragioni per le quali mentre la vecchia Francia affronta con le elezioni presidenziali il nodo dell’”austerità distruttiva” (definizione coniata negli Stati Uniti) e quello della natura strutturale e non congiunturale della crisi, in Italia ci si debba accontentare dei mantra rigoristi che dal Presidente Monti dilagano fino all’ottimismo di facciata dell’elegante Ministro Grilli e della Giovanna d’Arco subalpina Elsa Fornero. Sono infatti molti gli episodi che nel palazzone bianco sul Tevere (originariamente destinato ad ospitare il Partito nazionale fascista e mai così vicino come oggi a coprire quella funzione d’uso) confermano questa tesi: si va infatti dalla saga di “Katanga rock”, il rampollo Vattani pagato dallo Stato italiano per farsi tardivo “repubblichino” ed insultatore della Repubblica nata dalla Resistenza, fino allo scandalo delle promozioni a Ministro plenipotenziario ed a certe nomine a posti apicali: il tutto per demolire una struttura pubblica al servizio del Paese e trasformare quel che resta in un carrozzone privatistico aperto a tutti gli appetiti e a tutte le influenze. Il segno dominante è che più di destra non si può. Vediamone gli episodi più recenti e cosa questi (ampiamente riportati dalla stampa nazionale) rivelino. Dai giardini di Villa Madama (a fianco del premier Monti) il Segretario Generale della Farnesina ci fa sapere che (nonostante la sua pluriennale vocazione a tutti gli incarichi possibili, pubblici e privati: dalle “Authority” alla Confindustria) resterà al “servizio dello Stato”, ovvero che non ha trovato di meglio dopo lo smacco di vedersi superato nella corsa alla poltrona di Ministro degli Esteri “tecnico” dall’Ambasciatore a Washington Terzi di Sant’Agata. La notizia ha due conseguenze, una futile ed una seria: la prima è che riprenderà come nell’opera dei Pupi la guerra degli spadoni di latta tra i due “grands commis”, la seconda è che – dopo aver soppresso metà delle Direzioni generali del Ministero e affievolito la sua capacità di operare nelle relazioni internazionali - proseguirà la svendita della rete diplomatico-consolare che già oggi comporta che l’Italia dipenda per l’apertura quotidiana delle Ambasciate dalla pelosa carità di imprenditori e “contractors” internazionali. Si pensi alla esternalizzazione dei visti. Quanto a Terzi, attualmente impegnato in una tournèe nei “mari del Sud”, ovvero persa l’India si prova con l’Indonesia, ha fatto pure di peggio: ha scelto come segretario particolare l’ex Ambasciatore a Panama e, come ampiamente riportato dalla stampa nazionale, direttamente collegato a Walterino Lavitola (oggi nel carcere di Poggioreale) e nominato ai massimi gradi della Farnesina figli, nipoti e più o meno prudenti “camerati” ovviamente preferiti a funzionari competenti e leali alla Repubblica. Il caso del rampollo Fulci (l’Ambasciatore passato dai fasti della tenace ma ottusa campagna alle Nazioni Unite alla multinazionale del cioccolato Ferrero) è lì a testimoniare che non solo Vattani (oggi alla testa di “Sviluppo Sicilia”) continua a considerare la Farnesina come una “boite de famille”. Per dirla alla francese e altro che servizio pubblico… Sempre a Terzi (d’intesa con il Segretario Generale) si deve una serie di nomine con cui viene sancito il passaggio – da noi più volte segnalato - da Washington a Tel Aviv come palestra della carriera diplomatica di vertice, a riprova di un crescente allineamento dell’Italia sulle posizioni dell’attuale governo israeliano: l’Ambasciatore in Israele assume la responsabilità dell’Unione europea in attesa – si presume - di divenire Mega Direttore degli Affari Politici seguendo il percorso che fu dell’allora Direttore Generale Terzi, e di altri dopo di lui. Nel frattempo si invia a Tel Aviv un opaco funzionario che, a proprio merito professionale, ha pubblicamente ascritto le relazioni con la comunità ebraica di New York (ma non era pagato per occuparsi della comunità italiana?). D’altro canto è difficile aspettarsi altro da chi deve le proprie fortune al successo del viaggio in Israele di Gianfranco Fini (il cui regista fu peraltro una persona molto vicina allo stato ebraico attualmente membro della segreteria particolare del Ministro). Il tutto poi si situa in un deliberato rifiuto (rifiuto, non solo incapacità) di misurarsi con la complessità del quadro internazionale e della collocazione dell’Italia: come è stato giustamente sottolineato nell’incontro promosso dalla CGIL Esteri il 29 febbraio scorso da parte di Susanna Camusso, Stefano Silvestri ed altri risulta più che mai necessaria ed urgente una Conferenza programmatica sulle strutture pubbliche della politica estera dell’Italia. Possibilmente prima di doversi accorgere che non solo di marò in India e di ostaggi nel deserto si tratta, ma anche di soldati sacrificati in Afghanistan e (senza cinismo alcuno rispetto alle vite e ai destini personali delle persone coinvolte) ancor più dell’intero ruolo internazionale del nostro Paese. Nel frattempo – si parva licet – non resta che augurare un buon 25 aprile sia al Console ad Osaka (suggerendogli di convogliare i suoi empiti vitalistici nella sobrietà samurai…) sia alla Commissione chiamata a giudicarne il comportamento (consigliandole di dare quanto prima un segnale di vita, perché, nonostante tutto, questa è pur sempre la Repubblica nata dalla Resistenza).

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Di Il Cosmopolita il 23/04/2012 alle 00:00 | Non ci sono commenti

11/04/2012

Quanto poco ci rispettano questi BRICS

Nell’esercizio, tanto necessario quanto poco praticato alla Farnesina, di progettare una politica estera di medio-lungo periodo, un problema del quale dovremmo preoccuparci è quello dei rapporti tra l’Italia e alcune della potenze emergenti che vanno sotto la categoria dei BRICS, acronimo che come noto raggruppa i cinque maggiori aspiranti allo status di superpotenza globale (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica). Il caso Battisti in Brasile e quello dei due marò detenuti in India aiutano a mettere a fuoco i limiti di un approccio che, lungi dall’essere strategico, ha creato situazioni di forte imbarazzo, per usare un eufemismo, nelle quali, pur avendo buone ragioni dalla propria parte, l’Italia è uscita finora perdente. Coincidenze sfortunate o segnali di limiti strutturali della nostra azione diplomatica? Come sosteneva un editoriale del “Cosmopolita” di qualche settimana fa (“Il fardello dell'uomo bianco”, 11 marzo 2012), nel caso dei marò – ma non diversamente era accaduto mesi fa con la mancata estradizione di Battisti dal Brasile – tutto ciò che siamo riusciti a mettere in campo finora è stata una retorica sostanzialmente sterile, oscillante tra il vittimismo e l’indignazione, condizionata soprattutto da sensibilità domestiche e amplificata da un giornalismo decisamente al di sotto di ciò che si potrebbe legittimamente pretendere da un grande paese industrializzato. Il termine provincialismo, in questo senso, è forse abusato ma rende ancora bene l’idea. L’equivoco di fondo è che, in un sistema internazionale basato ancora sostanzialmente sulla logica dello scambio e dei rapporti di forza, le ragioni del “diritto internazionale” o una solidarietà europea più spesso declamata che praticata (anche da noi) debbano di per sé prevalere e giocare a nostro favore, a prescindere da altre considerazioni. Con questo, non intendiamo sostenere che il sistema internazionale sia una giungla anarchica dove gli Stati fanno ciò che vogliono, senza vincoli e senza norme. Ma se sarebbe sbagliato e pericoloso pensare che solo con la forza si risolvono i problemi, altrettanto infondato è ritenere che alcune nostre categorie politiche e giuridiche, interpretabili e di fatto interpretate in modi diversi nel resto del mondo, possano imporsi al di fuori di un meccanismo complesso di interessi, pressioni e convenienze reciproche. In altri termini, che il diritto, o ciò che noi riteniamo tale, possa imporsi senza la diplomazia. Cerchiamo allora di interpretare i casi da cui siamo partiti con categorie meno ingenue (l’infido indiano, il comunista Lula) e più politiche. La nostra chiave di lettura è questa: riceviamo questi sgarbi – e altri meno noti, che però fanno parte della nostra pratica di lavoro quotidiana – dalle potenze emergenti perché negli ultimi decenni abbiamo rivendicato uno status internazionale senza che a questo fossimo in grado di affiancare assunzioni di responsabilità e politiche adeguate alle nostre ambizioni. Da qui, la percezione dell’Italia come di un Paese abbastanza grande e occidentale da essere un bersaglio appetibile ma non abbastanza credibile da essere rispettata o temuta. Prendiamo, ad esempio, uno dei dogmi della nostra politica estera degli ultimi vent’anni, quello del Consiglio di Sicurezza. Dopo un quarto di secolo di glorioso ostruzionismo ad ogni riforma del CdS, sarebbe forse il momento di riflettere sui costi e sui benefici della nostra campagna (che poi è a ben vedere una delle tante forme che ha preso la vecchia politica del posto a tavola). Ci siamo battuti per anni, e con un certo successo, contro le aspirazioni al seggio permanente degli altri due sconfitti della II Guerra Mondiale, Germania e Giappone, ma, poiché nel frattempo il mondo cambiava, nel farlo ci siamo alienati anche i nuovi “Grandi”. Lasciamo da parte Cina e Russia, già membri del CdS, il cui status internazionale è blindato, che giocano, e sempre più si sentono, la prima soprattutto, in un campionato a parte. Ma intanto Brasile, India e Sudafrica (quest’ultimo con meno clamore ma non meno degli altri due) non perdono occasione di farci quelli che a noi sembrano dispetti o scortesie o ingiustizie ma che in realtà sono atti politici che rispondono ad una logica chiara: quella di marcare la differenza tra chi è grande (loro) e chi, come noi, se mai lo è stato, ora non lo è più. Ma noi, mentre il G20 guadagna terreno, rimaniamo pateticamente attaccati al formato G8 (ancora, il posto a tavola sopra ogni cosa) senza chiederci quale sia la sua reale rappresentatività e capacità di governance del mondo globalizato. E, al tempo stesso, invece di cercare di compensare questo nostro deficit oggettivo con gettoni di presenza più sostanziosi sul piatto della cooperazione allo sviluppo o dei contributi agli organismi internazionali, abbiamo fatto in questi ultimi anni esattamente il contrario, diminuendo drasticamente i primi e azzerando di fatto, con poche eccezioni, i secondi. Quanto al seggio unico europeo in Consiglio di Sicurezza, la sola proposta veramente innovativa che abbiamo articolato, ma senza argomenti forti al di là di una vaga aspirazione europeista, dobbiamo prendere atto che questo si è negli ultimi anni ulteriormente allontanato ed è ormai relegato nel limbo delle quasi-utopie. Tutto ciò crea un problema oggettivo di credibilità e non è allora un caso fortuito o una congiura internazionale se i BRICS non ci prendono sul serio e lo dimostrano ogni qualvolta ne hanno l'occasione. Insomma, ripensare oggettivamente e senza pregiudizi ai costi e ai benefici di certi dogmi della nostra politica è sempre più necessario. Così come è indispensabile definire il nostro ruolo nei fori internazionali non in termini negativi (impedire agli altri di decidere senza di noi) ma positivi (dare noi un valore aggiunto ai processi decisionali). Scopriremmo allora che, per fare un esempio, i paesi scandinavi, pur non avendo mai rivendicato un seggio permanente, all’ONU contano più di noi, non perchè sono biondi ma perchè esprimono una linea politica univoca, coerente e costante nel tempo. Non potremmo provarci anche noi? Non per diventare tutti svedesi, (il massimo che possiamo permetterci in questo senso è il sottosegretario de Mistura), ma per porci obiettivi di lungo periodo che abbiano un respiro più ampio e migliori risultati dell'eterogeneo coffee club con cui ci balocchiamo al Palazzo di vetro dai tempi dell’ambasciatore Fulci.

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Di Il Cosmopolita il 11/04/2012 alle 00:00 | Non ci sono commenti

02/04/2012

Pasqua alla Farnesina

Il nostro Paese si avvicina ad un periodo dell’anno in cui la “febbre di primavera” (e le celebrazioni religiose che la contraddistinguono) segna il suo atteso ritorno: più del solito tuttavia ciò avverrà all’insegna di una schizofrenia – vero e proprio tessuto dilacerato – all’interno della società e tra questa e la politica. Detto semplicemente assisteremo ad una crescente compresenza di esodi e anticipi di quelle che i francesi chiamano “les grandes vacances” (ormai per alcuni dilaganti su tutto l’anno) uniti ad un crescendo rossiniano (wagneriano?) del disagio sociale. Fino agli autodafè, tra suicidi e roghi auto-immolatori. Così, nella speranza che un vento benefico spazzi via le ceneri del “dibattito” sull’art. 18 come pietra tornante di una – oggi – sempre più difficile rinascita dell’Italia, l’orizzonte appare sempre più diviso tra una destra che rinvia di giorno in giorno, di mese in mese, di anno in anno la “luce in fondo al tunnel” e una sinistra che non potrà ignorare l’evidenza di quello che non è più “disagio” bensì, se non ancora tragedia, certo l’ennesima occasione persa più che per contare, almeno per esserci. E, dunque, almeno sopravvivere. In siffatto panorama un’oasi esiste ed è la Farnesina o almeno una parte di questa ove il “business” – ancorchè contratto fino all’inverosimile – prosegue “as usual” , ovvero come sempre è stato e sempre sarà. Vediamo alcuni tratti distintivi di questa immutabile noncuranza rispetto ai drammi in corso: non certo ricerca determinata di strategie nuove che supportino la svolta nel caso in cui questa si profili all’orizzonte o, almeno, che ne indichino le opzioni. In sostanza una solenne abulia che né lo stillicidio di militari morti in Afganistan, né l’arcaismo delle missioni governative (in sequenza Washington Pechino, Delhi, Seul, Tokyo più la frenetica “navetta” al capezzale bruxellese) possono scalfire. La Pasqua è altro e la si riconosce nelle spigolature che perfino la stampa nazionale ha riferito, non smentita. Ricordiamone alcune. Primo. “Katanga Rock”, alias erede Vattani, caso sopito con rientro dall’estero sospeso dal TAR e messo in sonno dalla “Commissione di disciplina” affidata alle mani sapienti dell’Ambasciatore alla Santa Sede: ovvero la certificazione che non esiste incompatibilità tra esibizioni fasciste e servizio di pubblica rapresentanza internazionale della Repubblica. Secondo. Dossier promozioni a Ministro plenipotenziario ormai in dirittura d’arrivo con, probabilmente, tutte le indifendibili scelte ed omissioni dovute all’uso combinato del “familismo amorale” e della meritocrazia rovesciata all’italiana: arriverà nei giorni del “pensiamo ad altro” pasquale. Terzo. Residui del “caso Lavitola” (il Walterino panamense di Berlusconi”) e dei legami con l’allora Ambasciatore a Panama, oggi capo della Segreteria del Ministro Terzi, con altri accoliti al seguito sempre nell’”entourage” stretto del Ministro “tecnico”. Eccetera, eccetera, eccetera. In buona sostanza, non solo un imperturbabile continuismo quanto piuttosto un “marchio di fabbrica” che riaffiora ogni qualvolta si tenti un improbabile candeggio: che qualcuno vi creda – magari all’insegna della supposta neutralità e competenza dei “tecnici” – pare a noi più colpevole complicità che ottimistica credulità. Anzi si pone qui – ancora una volta - un annoso problema che si era tentato di dare per risolto da almeno un trentennio, ovvero il ritenere nella pubblica Amministrazione italiana credenziali preferenziali la certificata militanza neo-fascista rispetto alla potenziale dislealtà dei funzionari democratici e rispettosi della Costituzione: il resto viene da sé…. Fino al punto da far dubitare che più che la Conferenza programmatica postulata nell’incontro CGIL del 29 febbraio con la Segretario Camusso – non occorra addirittura per la Farnesina una vera e propria Commissione d’inchiesta che ripristini diritti e doveri repubblicani. Un tema questo che ci sembra più centrale, certo più urgente di quello esplicitamente antistorico dei limiti geo-politici (sic) della democrazia…. sviluppato sull’unica rivista di politica internazionale di questo nostro povero, ormai inguaribilmente periferico, Paese. Naturalmente con buona pace delle vittime planetarie cadute negli ultimi mesi per affermare diritti e valori democratici in una prospettiva di globalizzazione dal “volto umano”. Ma interesserebbe forse questo i “mercati” del Prof. Monti? O forse lui medesimo? E perché poi quando si consideri che è soltanto da un paio di decenni che il legame sviluppo/democrazia è fondamento di ogni avvertito discorso internazionale nonché di ogni testo multilaterale? Ed infatti come perfino paragonarlo con la storica crociata dell’art. 18: questa sì pietra miliare del nuovo che avanza? D’altro canto il pur lucido recente intervento (“La Stampa del 12 marzo) della Sottosegretario Marta Dassù (che non a caso ha avuto riscontro significativo nella stampa, almeno in quella internazionale) in ordine all’insufficienza del riequilibrio di bilancio (ove raggiunto…) se non addirittura il suo muoversi in modo antitetico rispetto all’obiettivo di rialzare lo “standing” internazionale dell’Italia, ha aperto (con istantanea chiusura) il tema del “che fare?” nella nostra politica internazionale. Eppure anche Dassù ha ancora una volta omesso di affrontare il nodo di con quali gambe (braccia, cervelli, strutture) potrebbe, non si dica funzionare tale “che fare?”, ma perfino nascere. E così con molte miserie ed infinite pochezze si apre una Pasqua a cui succederà una primavera di cui ci si può soltanto augurare che non sia la “maledetta primavera” della canzone.

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 02/04/2012 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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