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Post di maggio

30/05/2012

De minimis, continua la saga Vattani. Il nuovo alla Farnesina

Benchè trattasi di questione tutto sommato minore (ancorchè evochi questioni etiche, principi di fondo) l’uscita di un manifesto di solidarietà di parlamentari ex MSI, ex Alleanza nazionale ed ora forse ex PdL…) nei confronti di un supposto “perseguitato politico” alla Farnesina, ovvero il giovane Vattani, richiede alcuni commenti addizionali a quelli apparsi sulla stampa nazionale ai quali non può non far seguito una prima valutazione delle nomine al vertice del Ministero degli Esteri: come si vedrà i due temi – di diverso rilievo – si situano sotto un univoco, ed assai preoccupante segno. Tanto più preoccupante in quanto confermano come il Governo Monti appare di fatto “costretto” ad assumere decisioni che in linea di principio esulerebbero dal proprio mandato d’emergenza ed appaiono destinarti a durare ben oltre il previsto termine delle elezioni politiche della òprossima primavera. Caso Vattani. Il goffo tentativo di far passare il “caso Vattani” (il decreto predisposto dalla Commissione di disciplina è alla firma del Ministro già da due settimane) come una sorta di caso di coscienza, di repressione di idee, è - e rimane - tutt’altro. Anche a prescindere dalla sopravvivenza di norme repressive dell’apologia del fascismo, neppure il più liberale approccio al pluralismo interno (peraltro normalmente sconosciuto alla Farnesina non meno che nei Sacri Palazzi) potrebbe indurre a sorvolare sul fatto che il detto Vattani ha compiuto una brillante e fulminea carriera al “soldo” della Istituzione che più disprezza ovvero la Repubblica italiana, nata dalla Resistenza al nazifascismo. Né – a fronte del solenne giuramento prestato pur in presenza di a tutti noti atti di militanza perfino violenta – può costituire scusante la revisione storica ahinoi compiuta in anni recenti e neppure lo scusa il fatto di essere cresciuto in una Repubblica che – a differenza della Germania – non ha saputo o fin qui voluto “defastiscizzarsi”. Ed infine il rottante Vattani (a spese come sempre della Repubblica e del MAE) tra Osaka e Roma per “riparare” al malfatto non può invocare la evidente circostanza di essere stato allevato nella convinzione che la Farnesina fosse né più né meno che una “boite de famille” (azienda familiare): così era per l’augusto genitore che pubblicamente definiva perfino il Circolo (Dopolavoro, ndr) del Ministero come “il mio circolo”, facendo così lievitare in maniera abnorme le spese di “straordinaria e ordinaria” manutenzione. Così non può essere per il suo rampollo. Il resto sono chiacchere e chi le fa proprie ne porta la responsabilità. Nuovi vertici. La nomina di un altro “giovane” l’Ambasciatore Valensise al posto che fu del “grand Commis” (già berlusconiano) Massolo suscita altri tipi di valutazioni (consistenza professionale a parte rispetto al Console ad Osaka): con la nomina infatti si completa un assetto basato su valori solidamente di destra come quelli che hanno presieduto alla sceltadel Ministro “tecnico” Terzi di Sant’Agata. Anche qui non si tratta da parte nostra di anatema programmaticamente ideologico bensì della constatazione come alla Farnesina sia in atto una sorta di liquidazione di fine regime e di raccolta dei frutti di decenni di dequalificazione non solo professionale ma anche democratica (due concetti che per l’Italia dovrebbero andare di pari passo: uno stato di cose del tutto fuori sintonia con quanto oggi il Paese si aspetta e con quanto abbisogna. Non ci si può che augurare che la prevista (e necessaria) Conferenza programmatica sugli strumenti pubblici (oggi solo formalmente esistenti) della politica internazionale dell’Italia affronti decisamente questo nodo che diviene di giorno in giorno più purulento: si pensi soltanto alle nomine nello stretto entourage del Ministro o si pensi alle inverecondo soppressioni dell’Istituto Agronomico dell’Oltremare e – peggio – dell’ISIAO (con incorporato il già glorioso ISMEO): davvero – e ci si passi l’ironia – del fascismo si preserva soltanto il peggio e si cancellano gli ultimi residui “nazionali”.

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Di Il Cosmopolita il 30/05/2012 alle 00:00 | Non ci sono commenti

23/05/2012

Visioni di Un Nuovo Paradigma Umanista (NPU parte seconda).

Ringrazio il Presidente Obama per avermi concesso l’onore di aprire questa Sessione dedicata ai temi economici e globali. Signore e Signori, quella che abbiamo di fronte è molto più di una crisi episodica, è una crisi strutturale del Sistema-mondo in cui viviamo. Le decisioni prese in questo consesso possono aiutare a risolverla, mentre la inazione la peggiorerà sicuramente. Abbiamo una grande responsabilità di fronte a noi. Dobbiamo stabilizzare le aspettative a medio termine dell’economia e restaurare un clima di fiducia sui mercati ed all’interno delle nostre società. Necessitano perciò misure strutturali e molto coraggio per andare verso un percorso d’innovazione istituzionale e superare la crisi con i minori danni possibile. Cercheró di delineare i problemi e poi di analizzarli ed eventualmente accennare proposte non da un punto di vista strettamente italiano o europeo, ma da un punto di osservazione genuinamente globale. Cercherò quindi di presentarli ragionando per punti sintetici. E’ ovvio che ciascuno di voi potrà essere in disaccordo su vari dei punti da me sollevati, per comprensibili ragioni di interesse contingente o di retaggi ideologici, ma credo che in un momento drammatico come quello che stiamo vivendo valga la pena di essere franchi. La mia esposizione pertanto sarà una collezione di “doveri “ da adempiere. Parlerò quindi di scelte ineludibili che dovranno assunte per poi essere comunicate, dettagliate e spiegate all’opinione pubblica mondiale e discusse con essa. Parlerò della necessità di elaborare un nuovo consensus fra i governi e da parte dei governi con le loro opinioni pubbliche. Dobbiamo essere coscienti che se non mettiamo in piedi un nuovo sistema globale credibile in tempi rapidi le conseguenze potrebbero essere molto pesanti. Dobbiamo essere coscienti anche del fatto che esiste una urgenza di riportare sotto controllo il ruolo della finanza ed armonizzarne il funzionamento con i diritti di cittadinanza democratica. Questa mi sembra la buona occasione perchè si crei tra noi Responsabili Politici un accordo che acceleri la introduzione di un pacchetto di misure coordinate che renda eticamente corretto il ruolo della finanza e garantisca la funzione economica e sociale del credito. Non si tratta di “punire” la finanza, ma di riportarla alle sue responsabilità sociali. Dobbiamo in altri termini prefigurare un nuovo modello di Globalizzazione. Dobbiamo rivalutare le ONU e riformarle profondamente, attraverso un diverso sistema di formazione del CDS e delle sue funzioni e poteri. L’obbiettivo deve essere di infondere maggiore democrazia all’ONU e di rafforzare la capacitá multilaterale di gestire le crisi e la sicurezza globali. E’ chiaro che qui i nodi maggiori sono sullo status di membro permanente e sul diritto di veto. Quest’ultimo è chiaramente una vestigia del passato, fondamentale nella guerra fredda, un privilegio forse superfluo attualmente. Nel disegnare la riforma dello strumento globale di sicurezza, la democrazia deve farci da guida ed una qualche forma di “bene comune” deve orientare i nostri atti anche nelle difficili relazioni che si instaurano nell’interagire globale fra culture, religioni, sistemi economici e geostrategici dando un diverso ruolo alla Assemblea Generale e rafforzando l’azione delle Agenzie specializzate. Cosi come dovrebbero essere rivisti i ruoli giocati da FMI e Banca Mondiale nella promozione dello sviluppo e della stabilità dell economia mondiale. Come G8 dobbiamo prendere atto dell’emergere sull’arena geopolitica ed economica di nuove importanti realtà. E questo ci obbliga ad esercitare una eventuale leadership articolando interessi molto più diffusi e sfaccettati. La nostra relazione sia multilaterale che bilaterale con ciascuno dei cosidetti BRICS andrà approfondita e rinegoziata con relativa ridefinizione di onori ed oneri nello scenario globale. Cosi come dobbiamo pensare ad un rapporto diverso con i Paesi in via di sviluppo promuovendo una sostenuta crescita mondiale. Dovremmo inoltre rafforzare la capacita’ di gestire la disponibilità delle risorse naturali e mirare ad un mercato dell’energia sostenibile e cooperativo. Come Nato, dobbiamo presto ridefinire la funzione dell’alleanza ponendola come garanzia di sicurezza globale, al servizio delle Nazioni Unite in collaborazione con gli apparati di difesa degli altri partners globali. Come UE, dobbiamo trovare il modo di recuperare la solidarietà e rilanciare il Processo di costruzione dell’Europa Unita. Gli interessi nazionali stanno in questo momento paralizzando l’azione comune mentre sarebbe necessaria una forte accelerazione per la soluzione del problema del debito sovrano nella eurozona e la stabilizzazione dei mercati. L’attuale turbolenza sta costando carissima sia dal punto di vista finanziario che industriale. Cosi come è l’Euro è una moneta senza prestatore di ultima istanza. L’euro ha urgente bisogno di una vera Banca Centrale. Il mandato della BCE non dovrebbe essere diverso da quello della FED o di qualsiasi altra banca centrale. Dobbiamo quindi restituire fiducia e prospettive di medio termine ai mercati scoraggiando con ogni mezzo la speculazione attraverso un piano d’azione coordinata delle Banche Centrali. Salvare la Grecia e il resto dei Paesi in difficoltà non è un cedimento alle cicale e alla finanza allegra, ma un interesse vitale dell’europa e del mondo.La situazione sociale di vari Paesi è oramai al limite dell’esplosivo e la sola austerità non ha alcuna speranza di riavviare la crescita senza un progetto serio di investimenti pubblici. Io proporrei di passare dal concetto di austerità a quello di Responsabilitò e Compatibilità Fiscale, attualizzando se non gli obbiettivi di fondo, le tempistiche del fiscal compact. Dovremmo comunque creare un meccanismo ponte per rendere comune e pubblico il debito sovrano dell’area euro con la creazione di una stanza di compensazione dei crediti e dei debiti intraUE sul modello dell’Unione Europea dei Pagamenti. C’è già in tal senso una proposta di un economista della Università Bocconi Luca Fantacci. L’ attuale enorme flusso di denaro speculativo dovrebbe invece essere posto in condizione di finanziare la crescita mondiale, Dovremmo progettare una agenzia di rating pubblica che moderi l’enorme potere oligopolistico di quelle private. Dobbiamo in ultima analisi rilanciare ciò che caratterizza il meglio dell’occidente. Penso alla fiducia nel futuro, ai diritti di cittadinanza, alla libertà spirituale, mentale, economica e personale che caratterizza la nostra civiltà e che ne rappresenta il vero patrimonio. Dobbiamo quindi realmente porci il problema di elaborare una Nuova Alleanza per il Progresso, un’ alleanza allo stesso tempo fatta di consenso politico e strategie economiche, orientata alla sicurezza collettiva sui temi globali. Credo che solo coniugando responsabilità e compatibilità fiscale e crescita ciò potrá essere ottenuto. Abbiamo bisogno di un piano globale per la crescita. Ciascuno di noi seduto a questa tavola dovrà essere pronto a sacrificare qualcuno dei suoi interessi particolari per permettere a un nuovo ordine mondiale di nascere, ciascuna delle mie proposte potrà essere evidentemente criticata ed approfondita e necessiterà di un duro lavoro tecnico e negoziale prima di essere eventualmente adottata. Signore e Signori abbiamo il compito storico di trovare il modo per trasmettere alle nuove generazioni dei nostri Paesi, in questo momento fortemente penalizzate, il messaggio che possono continuare a sognare il proprio futuro con fiducia e coraggio. Quella che precede avrebbe potuto essere l’articolazione sintetica dell’intervento del nostro Primo Ministro qualora egli avesse abbracciato il Nuovo Paradigma Umanista (NPU). Un articolo precedente “Anatomia della crisi. Visioni di un Nuovo Paradigma Umanista” illustra le linee guida del NPU. www.ilcosmopolita.it La interessante proposta di Fantacci si può leggere su www.keynesblog.com

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Di Il Cosmopolita il 23/05/2012 alle 00:00 | Non ci sono commenti

23/05/2012

Spending review o closure review?

Ora che l’inglese domina tutte le umane pratiche (dall’happy hour al light lunch, al briefing e al meeting e al fine tuning), la pubblica amministrazione in cerca di look internazionale non può che scegliere questa lingua per provvedere alla più burocratica delle incombenze: tagliare. The final cut o director’s cut, tanto per ricorrere al linguaggio del cinema con l’ultimo montaggio, appena presentato a Cannes, di Once upon in America. La spending review alla Farnesina è un esercizio già scritto che lo priva pure dell’elemento sorpresa: del ripristino dei famosi quindici minuti in più di pellicola che il regista tagliò per ordine del produttore. La spending review alla Farnesina significa assecondare la tendenza (trend) lanciata in chiave tecnocratica con la “riforma Massolo” del 2010 e perseverata dai vari Ministri degli Esteri. La tendenza, irresistibile quanto Penelope Cruz ripresa da Woody Allen, è di portarci al Ministero leggero, ma così leggero da risultare evanescente. Leggero nelle strutture, grazie ai tagli a Ambasciate Consolati Istituti di Cultura. Leggero nel personale (human resources), che perde progressivamente le qualifiche funzionali senza il rimpiazzo (turn over) ed ora anche i contrattisti ai quali si chiede maggiore flessibilità, ovvero la consensuale uscita dalla comune (phasing out). Il Ministero leggero come l’acqua che provoca il benefico “plìn – plìn”, rischia di fare acqua da tutte le parti. Se ne accorgono gli indiani d’India che restringono nelle prigioni federali i nostri marinai e ci spingono al gesto inusitato di richiamare l’Ambasciatore per consultazioni. Consultarlo sugli effetti del Ministero leggero? E sì, il nostro Ambasciatore a New Delhi qualcosa sa dell’argomento avendo prima prestato servizio da Direttore Generale del Personale. Il Ministero leggero, unito alla politica leggera in quanto affidata in supplenza ai Tecnici nonché all’economia leggera ben rappresentata da imprenditori che stanno sempre sul punto di buttarsi in politica, dipingono un Paese che fa della leggerezza la sua bandiera. Ma leggerezza non nel senso delle Lezioni americane di Italo Calvino, dove faceva rima con purezza. Leggerezza nel senso della progressiva inconsistenza. Nessuno apparentemente se ne duole anche se alcuni, specie fra gli irriducibili sindacalisti, se ne accorgono. Il problema è sempre un altro. Il problema è posizionarsi nella lunga rincorsa elettorale che nel 2013 porterà ad un nuovo Parlamento e ad un nuovo Presidente della Repubblica. Il piatto è troppo ghiotto perché il dibattito pubblico si occupi di facezie come il ruolo internazionale dell’Italia. E allora incoraggiamo la quasi impossibile riflessione su temi seri. Ci vorrebbe quel pensiero lungo che qualcuno evoca a fini di posizionamento interno al PD. Il pensiero lungo dovrebbe partire da un’osservazione di breve periodo e da una di medio periodo. Due membri del G 8 hanno cambiato il Capo dello Stato. Hollande è uomo nuovo a tutti gli effetti, Putin è un ritorno annunciato. Il partito di Angela Merkel perde le elezioni regionali a favore della SPD, che rischia di vincere le elezioni federali, a meno che – com’è costume nella Sinistra di tutta Europa – non consumi ulteriori fratture interne o sbaglia alleanze. Se a novembre Obama ottiene il secondo mandato. Se Israele desiste dall’attacco preventivo all’Iran o perché manca il via libero americano o perché il regime di Teheran gioca il gioco della mediazione internazionale. Se l’economia reale riguadagna parte dello spazio che ha lasciato all’economia virtuale e si torna a parlare di lavoro, prodotti, servizi. Se il 2013 si presenta meno infausto degli anni precedenti. Se… se… se…, si apre nel mondo un circuito di stabilità politica che dovrebbe favorire la ripresa economica. Ma se nel frattempo nella nostra Italia conduciamo la spending review all’insegna del taglio generalizzato delle spese per la cultura e la politica estera, se non siamo in grado di rilanciare la cooperazione allo sviluppo e di sostenere efficacemente le imprese italiane all’estero allora la piccola Italia si troverà ancora più piccola al momento della ripresa e la nostra ripresa, se ci sarà, sarà modesta in proporzione. Non solo non stiamo investendo sul futuro, stiamo pregiudicando le possibilità di avere un futuro. O, per restare ad un linguaggio che di solito fa presa sulla nostra classse dirigente, stiamo compromettendo irrimediabilmente la nostra ambizione di restare fra i Grandi della Terra. Una nota a margine. Quando, in febbraio, Susanna Camusso venne al Ministero degli Esteri, lanciò l’idea di una conferenza programmatica Farnesina. Ecco venuto il momento per un sano confronto fra tutti i portatori di una sana visione dell’Italia nelle relazioni internazionali. Procediamo subito con la conferenza programmatica. Altrimenti: game over!

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Di Il Cosmopolita il 23/05/2012 alle 00:00 | Non ci sono commenti

15/05/2012

La fine del lavoro.

Non c’è bisogno di evocare i calendari Maya ed i tormentoni sulla fine del mondo per rendersi conto che siamo di fronte ad eventi di proporzioni planetarie, capaci di produrre significative discontinuità storiche e radicali trasformazioni. Prima ancora della nascita del movimento dei contestatori di Seattle, la scrittrice francese Viviane Forrester nel saggio L'Horreur économique (1996) lanciava un’apocalittica requisitoria contro l’organizzazione capitalistica mondiale, opponendo ai trionfalismi degli economisti la desolazione del lavoratore, gravato dalla disoccupazione, umiliato, sottopagato, disprezzato, costretto a cambiare continuamente lavoro per sopravvivere. Quasi contemporaneamente il libro di Jeremy Rifkin: The End Of Work: The Decline Of The Global Labor Force And The Dawn Of The Post-Market Era, diventava un assoluto best-seller. Secondo le tesi della “jobless growth”, l'intenso ritmo dello sviluppo tecnico e il massiccio processo di sostituzione di uomini con macchine avrebbe inevitabilmente determinato, nei paesi industrializzati, una forma di disoccupazione tecnologica su vasta scala. La crisi del modello occupazionale fordista, insieme alla disoccupazione di massa e alla diffusione della precarietà occupazionale, ha dato origine alla teoria della “fine del lavoro”. Un capitolo importante del best seller di Rifkin si intitola proprio “Un mondo senza lavoratori”: “Quando la prima ondata di automazione colpì il settore industriale, a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, i leaders sindacali, gli attivisti dei diritti civili e molti sociologi furono rapidi nel suonare l’allarme. Le loro preoccupazioni, comunque, non erano molto condivise dagli uomini d’impresa dell’epoca, che continuavano a credere che l’aumento della produttività generato dalle nuove tecnologie di automazione avrebbe stimolato la crescita economica e favorito l’occupazione e la crescita del potere d’acquisto. Nello spazio di una notte, la cultura della produzione è stata invece sostituita dalla cultura del consumatore”. Rifkin descrive la nostra entrata in un mondo immateriale, dominato da pochi colossi economici, in cui il lavoro diventa merce sempre più rara, spazzato via dal dilagante e-commerce. Percy Barnevik, il “Chief executive officer” della Asea Brown Boveri, un colosso svizzero-svedese da 40.000 miliardi che produce generatori elettrici e sistemi di trasporto (e che ha recentemente ristrutturato le proprie attività, tagliando 50.000 posti di lavoro, pur riuscendo ad aumentare il fatturato del 60% nello stesso periodo di tempo) prevede che la quota di forza lavoro impegnata nell’industria in Europa sia destinata a diminuire dall’attuale 35% al 25% entro i prossimi dieci anni, con un’ulteriore discesa al 15% nei vent’anni successivi. Barnevik è profondamente pessimista sul futuro dell’Europa che, negli ultimi decenni, ha visto emergere e consolidarsi fenomeni di disoccupazione di massa con tassi superiori al 10%, raramente raggiunti nel corso del secolo scorso e che si erano conosciuti solo negli anni Trenta, all’epoca della Grande Depressione. La crisi finanziaria mondiale scoppiata nel 2008 ha impresso una formidabile accelerazione ad una degenerazione progressiva dei livelli occupazionali, che assume una dimensione sempre più drammatica, anche dal punto di vista sociale.   Nel complesso, il tasso di disoccupazione nella zona dell'euro a novembre 2011 era del 10,3%. mentre nell’Europa a 27 è stata pari a 9,8%. I record dei disoccupati spettano a Spagna (22,9% a novembre 2011) e Grecia (18,8% a settembre 2011). Il dato italiano si piazza invece al di sotto della media Ue, all'8,6%. Continua a crescere la disoccupazione dei giovani al di sotto dei 25 anni che, nei 27 Stati membri è arrivata a quota 22,3% contro il 21% di novembre del 2010. Il record negativo Ue è la Spagna con un drammatico 49,6%, ma a registrare l'aumento maggiore del dato da un anno all'altro è, com’è facile immaginare, la Grecia. Il paese, colpito da una crisi drammatica, vede oggi il 46,6% di giovani senza lavoro, contro il 36,3% di novembre del 2010.  Oltre la media Ue sono anche anche i giovani disoccupati portoghesi (30,7%), italiani (30,1%) e francesi (23,8%).  Il principale costo economico della disoccupazione è dato – come tutti sanno - dalla la perdita di produzione. E la perdita di produzione ha un costo notevole: una recessione può far perdere quote percentuali importanti del PIL (in base alla legge di Okun, elaborata negli anni sessanta si calcola che per ogni punto di aumento della disoccupazione, il PIL diminuisca del 2%.) Già nel periodo della prima rivoluzione industriale, usare vapore e carbone era più economico che avvalersi delle braccia degli schiavi e le nuove tecnologie, l’Information Technology, le Biotecnologie, le Nanotecnologie decreteranno la fine del lavoro di massa e della schiavitù di massa durati diecimila anni. Privatizzazioni, flessibilità, lavoro interinale, lavoro in affitto, telelavoro. Il concetto di lavoro è cambiato, anzi il termine “lavoro”, così come per anni è stato da tutti usato e conosciuto, non esiste più, così come sono cambiati i significati di “occupazione”, disoccupazione” e “sottoccupazione”. Ulrich Beck, sociologo tedesco e docente della London School of Economics, in “Il lavoro nell'epoca della fine del lavoro. Tramonto delle sicurezze e nuovo impegno civile”(2000), apre qualche interessante scenario su quello che è “IL” problema del nostro tempo: il lavoro; o meglio, la mancanza di lavoro.“Ad una modernità costruita sull’idea di sicurezza, certezza, spazi definiti per la persona e la comunità, sta subentrando una seconda modernità caratterizzata da insicurezza, incertezza e caduta di ogni confine. Senza che molte società abbiano conosciuto nemmeno la prima”. Questo perché sembra che la società del lavoro delle società industriali si sia trasformata in una società dei lavori, o, come dice Beck, “delle attività plurali”. “Si sta abbandonando un po’dovunque la “società del lavoro” senza averne disponibile una “nuova”. E ci si rende sempre più conto che anche una vorticosa crescita dell’economia non sarebbe in grado di “riportare in vita” la vecchia meta della piena occupazione. Se la produzione cala, è vero che cala l’occupazione, ma non è più vero l’inverso: se la produzione riprende anche l’occupazione riprende. La disoccupazione viene cristallizzata mediante ristrutturazioni tecnologiche e organizzative e diventa tendenzialmente irreversibile. Quando la produzione riprende (ma non ci si aspettano nuove onde lunghe e favorevoli) tutti i singoli produttori troveranno conveniente sfruttare i cambiamenti tecnici e organizzativi che hanno consentito di risparmiare lavoratori, per non assumerne di nuovi. La “fine del lavoro” non è vista come frutto di una crisi, né di un susseguirsi di crisi, ma come l’effetto di una vera e propria mutazione. Non si viene messi in disparte provvisoriamente o occasionalmente: la “messa in disparte” di grandi masse umane è strutturale ai nuovi mercati, ad un’economia senza frontiere e senza regole se non quelle del profitto. Molti dei posti di lavoro che abbiamo conosciuto finora, sono letteralmente scomparsi dalla faccia della terra, grazie all’automazione e anche il più malpagato lavoratore cinese è più costoso dell’ultima innovativa tecnologia automatica. L'apparizione di forme di lavoro atipico diversificate ha reso meno chiare le frontiere tra il diritto del lavoro e il diritto commerciale. La tradizionale distinzione binaria tra 'lavoratore dipendente' e 'lavoratore autonomo' non riflette più fedelmente la realtà economica e sociale del lavoro. Ciò che è sempre più evidente è la nuova analogia, nelle tendenze di sviluppo del lavoro salariato, tra il cosiddetto Primo e il cosiddetto Terzo Mondo. Ciò a cui assistiamo è l’irruzione della precarietà, della discontinuità, della flessibilità, dell’informalità, all’interno dei bastioni occidentali della piena occupazione: la varietà, la confusione e l’insicurezza delle forme lavorative, biografiche ed esistenziali del Sud, si espande nel cuore dell’Occidente. La nostra antica concezione del lavoro, attorno alla quale si agitava un tempo una parte importante del confronto politico, è diventata oggi del tutto illusoria, e se non si capisce questo, le lotte, in favore dei lavoratori, in nome di diritti e giustizia, rischiano di assomigliare sempre di più ad un rituale senza senso e di favorire, accanto all’antipolitica, la crescita dell’antisindacalismo.

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Di Il Cosmopolita il 15/05/2012 alle 00:00 | Non ci sono commenti

15/05/2012

Il mondo all’incontrario. Ovvero breve historia di come con le risorse di bilancio si possa perdere anche il senso dell’istituzione.

Le agenzie di stampa battono la notizia che il Segretario Generale della Farnesina lascia il prestigioso incarico al vertice della diplomazia per andare alla guida del DIS, ovvero a coordinare l’intelligence della Repubblica. Auguri di buon lavoro all'Ambasciatore Massolo che peraltro, e non è un un caso, ricopre il posto che fu già di un diplomatico come l’Ambasciatore Fulci. Forse è presto per tracciare un bilancio di tanti anni di attività al vertice del potere ministeriale. Non possiamo però non ricordare che la sua gestione della massima responsabilità amministrativa è coincisa con un quinquennio in cui il processo di decadimento del Ministero - nella triplice accezione di perdita di risorse, di competenze e di autorevolezza - ha segnato un punto di non ritorno. Quanto questo sia responsabilità di un singolo, di un gruppo dirigente o il risultato inevitabile di un processo storico è materia su cui si possono avere opinioni diverse. Ma poniamoci qualche domanda che, a questo stadio degli affari interni della Farnesina, suona più retorica che altro. La domanda è se sia motivo di soddisfazione per la carriera tutta, e riconoscimento dei meriti della stessa, che il capo della diplomazia divenga capo dell’intelligence. Che vi sia connessione fra le due funzioni, è indubbio. Ma che un diplomatico di vertice concluda la carriera non, come sarebbe naturale, alla guida di una grande sede diplomatica ma altrove, è segno che la diplomazia non mette a segno un punto bensì subisce un disconoscimento. E’ come se un ammiraglio, anziché ambire a divenire capo di stato maggiore della marina, andasse a lavorare nella sala comando della Costa Crociere (quella delle telefonate frenetiche con il famigerato Schettino). Vi è coerenza peraltro in questo singolare percorso del nostro ormai ex Comandante. Egli non è mai salito a bordo di una nave, se non forse per una crociera nei mari del sud, e dunque trova naturale non cimentarsi con le funzioni del diplomatico all’estero. Perché in effetti fare oggi il diplomatico in terra straniera è un lavoro ancora ben retribuito ma sempre più faticoso e ingrato, dovendo, il diplomatico, far sventolare la bandiera nazionale senza che soffi un alito di vento. Una bandiera floscia che non è ancora ammainata, ma attenzione ché poco ci manca: strategie incerte, zero risorse finanziarie e umane, scarsa attenzione dal centro se non per operazioni di piccolo cabotaggio legate a questo o quel potente di turno… questa è la lista delle doglianze che la grande maggioranza dei funzionari all'estero sarebbe pronta a sottoscrivere (beninteso, con la garanzia dell'anonimato…) Ora la partita si sposta sulla nomina del successore. Vari nomi circolano per l’incarico di Segretario Generale. Inutile pronunciarsi sulle voci, ma quello che Il Cosmopolita può e in questa fase deve fare è di delineare un profilo per lanciare un appello al Consiglio dei Ministri. La Farnesina ha bisogno di cure, sballottata com’è fra interessi diversi e tutti convergenti a ridurla a scatola vuota o a cassa di risonanza di proprie ambizioni personali: qualche pompa residua, luci accese la sera a coltivare un immagine di abnegazione ai limiti dell'autolesionismo ma sostanza pochissima, altri essendo i soggetti chiamati ad agire sulla scena internazionale per conto dell’Italia. Il Segretario Generale ha da essere “un sincero democratico”, come si sarebbe detto una volta, ed un difensore rigoroso dei valori istituzionali quali l’efficienza, la sobrietà, la responsabilità. Dovrà cercare di ridare linfa ad una struttura anchilosata da mancanza di risorse e da processi decisionali arcaici, di restituirle credibilità sul piano interno e internazionale, di dare nuove motivazioni ad un personale troppo spesso nel recente passato ignorato, bistrattato o visto come un peso di cui liberarsi. A proposito di valori istituzionali neppure varrebbe la pena tornare sul caso del diplomatico “fascio – rock” se non per notare che il suo incarico a Osaka terminerà alla scadenza naturale, che la Commissione disciplinare non ha ancora comunicato la sua decisione, che dietro una possibile e diffusa difesa della libertà di pensiero si accetti anche l’apologia di fascismo, la rivendicazione della violenza anche per chi esercita pubbliche funzioni. Ecco un tema che il Segretario Generale in pectore, chiunque esso/essa sia, dovrebbe affrontare in via prioritaria. E non per vendicare lo spirito di corpo offeso, quanto per ripristinare l’elementare principio che chi serve la Repubblica deve credere nella Repubblica. Si tratta di fare chiarezza di sentimenti in un mondo, quello della Farnesina, che rischia di trovarsi a luci spente. E non solo perché mancano i soldi per pagare la bolletta elettrica.

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Di Il Cosmopolita il 15/05/2012 alle 00:00 | Non ci sono commenti

10/05/2012

Le elezioni in europa e la cena del 23 maggio

E’ errato ritenere che l’Unione europea nel suo insieme ed i singoli Governi nazionali non rispondano ai segnali provenienti dalle urne (Francia, Grecia, amministrative italiane): infatti con ammirevole tempismo il duo Barroso (il Presidente della Commissione selezionato in ragione della sua moderata ragionevolezza di consumato democristiano portoghese) e Van Rompuy (un belga di cui venne segnalata la versatilità nella composizione di “haiku” ovvero i brevi estenuati sonetti giapponesi) hanno convocato per il 23 maggio un Vertice-cena che affronti il tema della “crescita” in Europa. Ugualmente non è vero che in Italia il Governo Monti (a “sigillo” ma non a designazione parlamentare) sia insensibile ai costi di lacrime e di sangue delle ultime manovre: infatti si è affrettato a precisare che l’incendio (o “disagio” sociale come lo si definisce pudicamente) è responsabilità di chi ne creò le condizioni (forse il ventennio berlusconiano) e non certo nei valorosi pompieri che da oltre sei mesi si battono (a spese delle vittime…) per spegnerlo. Insomma – ironia a parte – mentre non si vede uscita alcuna dal tunnel, l’ultimo week end ha rappresentato una tappa da non sottovalutare almeno per aver messo sul tavolo questioni aperte e possibili opzioni per individuare una direzione di marcia diversa da quella del granchio. Vediamone alcuni dati e qualche sommaria indicazione soprattutto per quanto attiene la politica internazionale e il nostro Paese. Intanto, l’affermazione di Hollande - su di una piattaforma moderatamente keneisiana(lui sì che è un “moderato” e non i desaparecidos cosiddetti moderati italiani, inverosimilmente contrapposti ai fin qui inesistenti radicali o estremisti che dir si voglia) e non solo ottusamente monetarista - introduce (sia pure in termini del tutto tradizionali nonché legati alla specificità nazionale francese) uno spazio di dibattito rispetto alla arrogante monotematicità tedesca. Il crollo della destra italiana segna a sua volta un ridimensionamento del “non ci sono altre vie che il rigore” che il Governo “dei pompieri tecnici” proclama quotidianamente come propria indefettibile “lettera di ingaggio”. Proprio la lezione francese contiene un punto essenziale ed è quello di aver ristabilito una qualche centralità della rappresentanza e della sovranità popolare intorno alle scelte di fondo del proprio Paese: insomma se Stati nazionali hanno da essere, pur nella fase storica della globalizzazione, almeno che siano degni di questo nome e rispettino l’acquis costituzionale degli ultimi due secoli. E’ peraltro dubbio che tutto ciò possa essere trasferito - e adeguato all’oggi - sulla scala europea ormai da troppo tempo bloccata in un’impasse che sembra senza via d’uscita tra opzione federalista “fuori tempo massimo” (soprattutto dopo l’abbuffata dell’inclusione Est-europea) ed affidamento ad una intesa franco-tedesca. Quest'ultima, forse buona ai tempi del duo Kohl Mitterrand di un quarto di secolo addietro, risulta ai giorni nostri mortificatoria sia delle responsabilità degli altri 25 Paesi membri che dello sviluppo di meccanismi efficaci di regolazione e partecipazione globali. Il caso Grecia offre squarci impressionanti sui peggiori sviluppi possibili, inclusi tutti i più sinistri scenari sul destino dell’Euro: fuoriuscita ellenica (con rotta verso un'indefinita regressione economico-sociale), doppio Euro, eccetera. Anche qui, dunque, la conferma che la preminenza totale assegnata all’economia, peggio alla finanza, peggio ancora alla moneta, in assenza del controllo e financo della partecipazione della politica non conduce da nessuna parte. La ormai trentennale tragedia giapponese (colpevole in ultima istanza solo di aver creduto all’economicismo assegnatogli come terapia post-bellica) è lì a dimostrare come (anche in assenza delle complicazioni che a noi Europei derivano dall’integrazione e dalle sovrapposizioni conflittuali tra la “riserva” nazionale ed il quadro regionale) l’economia senza una politica partecipata costituisce - più che una via di progresso - una forma di masochismo sociale (coatto per la gran maggioranza della popolazione) adottato come misura permanente del vivere insieme. Buono forse per i “mercati” o per professori reazionari, molto meno per società ancora vitali che crescono e vogliono rinnovarsi. In un quadro di siffatta complessità (“arricchito” dal declino oggettivo del ruolo e dello spazio dell’Europa rispetto alle altre macro-aree di consolidato o nuovo sviluppo) l’Italia tenta di muoversi – come da tradizione – con un pretenzioso quanto futile cabotaggio nel quale,i difficilmente nell’era della comunicazione globale, è sempre più difficile risultare credibili. Esempio. L’attuale Governo (immediatamente distintosi per l’ortodossia dei “Due Marii”, Monti e Draghi) tenta ora di accreditarsi (verbalmente) come un anticipatore dell’”opzione crescita” stile Hollande ed infine di inserirsi a cuneo (ago della bilancia….) tra Francesi e Tedeschi. Facile capire sia il carattere velleitario della linea che la inadeguatezza della medesima. Nel frattempo la nostra diplomazia – stremata da un trentennio fatto di clientelismo, di mortificazione intellettuale e democratica e di aziendalismo pseudo-rigorista – viene tessendo una rete di micro photo opportunities (es.: l’incontro con la Lady birmana) e soprattutto di sostanziale allineamento a tutte le destre internazionali anche in scacchieri sensibili e a noi prossimi. Per essere “compiti a casa” davvero non c’è male.

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Di Il Cosmopolita il 10/05/2012 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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