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Post di giugno

21/06/2012

Riflessioni sul Grande Disordine Mondiale. Conversazione con un Marziano amante di Pirandello (parte seconda).

Lo stato confusionale dell’establishment perdura ed i mercati si mantengono molto nervosi. Mi ritrovo con il mio amico marziano che continua a leggere avidamente la stampa mondiale al fine di capirci qualcosa. Io: Bene caro amico, questa settimana è toccato ballare alla Spagna. Adesso Rehn ha indicato l’Italia e la Francia. Prepariamoci. Lo spread oltre 450, anche se per periodi limitati, con la recessione diventa insostenibile e vanifica tutti i sacrifici e si rincomincia da zero; la tecnica del salasso sistematico. Già si prepara la grande svendita dei beni pubblici. Marziano: Ti ho già detto che sulla terra è in corso una furiosa lotta di interessi e valori che è allo stesso tempo filosofica, accademica, ideologica, geopolitica, economica, religiosa e, infine, di classe. Sta esplodendo un conflitto nella paralisi mentale e nella atrofia politica e morale dell’establishment globale. Sembrano tutti persi. Comunque a parte i 100 miliardi messi in campo di nuovo per salvare le banche (soldi tossici, dice Halevi) ci sono varie altre cose da segnalare. La prima è che l’FMI dice le stesse cose che ha detto Soros: la crisi come fatto politico e 3 mesi massimo per salvare l’euro. La seconda è l’apertura della Merkel alla Tobin tax. La terza che dovrebbero vietare di parlare al Commissario Rehn, sarebbe meglio mettessero direttamente l’Ispettore Derrick, farebbe meno danni. Comunque la strada verso il Vertice Europeo di fine mese è ancora lunga ed accidentata. Io: La confusione continua quindi a regnare. Poi con Rehn che indica Italia, Spagna e Francia alternativamente, si scatena la speculazione e si riduce la capitalizzazione delle imprese quotate, mentre aumenta lo spread ed il reale costo del credito. Vogliono dissanguare e spartirsi la periferia? Tu l’hai definita la migliore truffa dalle “enclosures of commons”. Marziano: Non so se davvero sia così diabolico, sicuramente ha ragione Krugman, nel post sul NYT ‘’Wolkenkuckucksheim’’: finchè la nomenklatura tedesca non esce dal dogma dell’austerità ci sono poche speranze di risolvere la crisi. Siamo ormai alle aspettative di brevissimo periodo, dove agisce indisturbata la speculazione e proseguono le ricoperture da titoli e Paesi a rischio verso titoli e Paesi considerati rifugio. Aumenta così la rendita di posizione di Germania ed alleati, mentre la BCE salva banche con soldi pubblici ricavati dai ticket che pagano le vecchiette. Comunque anche la borsa di Francoforte sta cominciando a pagare dazio. La dittatura dei mercati sta diventando una roulette russa. Il Nikkei è alla sesta settimana di ribasso ed il debito giapponese è al 200%. Obama è sull’orlo di una crisi di nervi; i cinesi che iniziano a preccuparsi anche loro. State sopra una montagna finanziaria di 14 volte il PIL mondiale, siete in recessione, con alta disoccupazione, tutto è sottocapitalizzato e manca il credito. Un assurdo matematico. Io: Quindi il videogioco della finanza continua a imperversare e vuole nuovi Capitali Pubblici per le banche. Ancora una volta sono i sacrifici dei cittadini a salvare il ‘’Financial Casino’’. Il Marziano risponde: Ripeto, sarebbe il caso di organizzare urgentemente una Conferenza internazionale per ripensare la globalizzazione e le sue regole. Un dibattito serio sui problemi della Governance Globale. Comincia a farsi strada la sensazione che non si possa continuare a navigare a vista guidati da Schettino e dai sei personaggi in cerca d’autore. Bisogna agire. I diplomatici a Bruxelles devono davvero essere in assetto di guerra. Il momento è drammatico e c’è il collasso della politica. Si tratterà di difendere l’interesse nazionale con le unghie e con i denti ed allo stesso tempo mantenere viva la speranza di una Europa unita. Difficile equilibrismo. Necessita un uso sapiente dei valori per limitare la forza bruta degli interessi dei creditori. Io: Hai letto l’articolo di Marco Panara su Affari e Finanza? E’ un pò apodittico ma fondamentalmente corretto: sei mesi di tempo e tre scenari (ideale, letale, turbolento) per raggiungere due obiettivi: 1. Salvare l’Euro e la UE 2. Ridefinire un mercato finanziario regolato. Marziano: Si, usa anche lui la metafora della guerra. Sono d’accordo. Siamo di fronte alla scelta fondamentale tra un New Deal Planetario e il colpo di stato nella UE. Sono collassati sia il Washington consensus che quello di Bruxelles. Salvare l’ Euro non sarà facile. Non finché i tedeschi rinunceranno al “Sacro Romano Impero Germanico’’. Siamo oramai ai puri rapporti di forza. Io: Continua la crisi di identità dell’establishmente globale. Le Monde Diplomatique, dal titolo splengleriano della settimana scorsa (La fine del Primo mondo? ) e’ passato a “L’Europa ed il suo labirinto”. Marziano: Si, ormai siamo alla psicoanalisi. Adesso si tratta di capire se la conclusione dello scontro in orso ci riporterù all’egemonia dell’occidente, una volta ricreato un consenso. Questa volta sarà difficile, con tanti capitali che sono in mano a padroni oramai cosmopoliti. Poi la credibilità dell’ occidente è evaporata. Perfetto in tal senso l’articolo di André Glucksman sulla necessità di tornare alle radici illuministe dell’ Europa; anche se Glucksman si è dimenticato di segnalare che voi umani dovreste forse desiderare una libertà accompagnata dall’uguaglianza e dalla fraternità e non dal desiderio egoistico di prevalere sui simili. Comunque la moltitudine preme di nuovo chiedendo pace, pane, lavoro e sicurezza, insieme alla libertà. La crisi del neoliberismo non si risolverà facilmente. Io: Continui dunque a pensare che la crisi sia di sistema e non solo congiunturale? Marziano: Assolutamente si. Si tratta di una crisi di civiltà, per questo tutti si stanno muovendo su tutti gli scenari. Vedremo chi avrà la meglio alla fine. Il problema non è mai stato così chiaro: burro o cannoni? Bisogna ripartire dalle domande fondamentali: cosa, come e quanto produrre e come distribuirlo secondo equità e merito. Io: Ti rispondo con le tue parole dell’altra settimana: guarda che sul mercato globale delle idee non vincono necessariamente i più saggi, chi ha ragione, o i migliori sentimenti. Vince l’articolazione di idee (il “gioco linguistico” di Wittgenstein) che meglio si adatta agli interessi delle élites al potere al fine di preservare l’appropriazione di quelli che Hirsch chiama i “beni posizionali”, ovvero i privilegi della casta intesa in senso largo. La Retorica e la Propaganda hanno un ruolo fondamentale. Marziano: é chiaro non tutti possono viaggiare in Businnes Class e che è in corso un regolamento di conti fra élites per sapere chi potrà continuare a farlo. Però stavolta sono divisi e litigiosi. E’ la grande occasione: la sinistra crei un nuovo gioco linguistico valido e competitivo, poi sia creativa nel marketing e potrebbe addirittura farcela! Continua...

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Di Il Cosmopolita il 21/06/2012 alle 00:00 | Non ci sono commenti

14/06/2012

RIO+20 …anni sprecati?

La conferenza delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile (UNCSD), denominata anche “Rio+20” in quanto cade a 20 anni esatti dal Vertice della Terra di Rio de Janeiro, si propone di rinnovare l’impegno politico in favore dello sviluppo sostenibile, dando attuazione alle misure già adottate nei passati summit attraverso due tematiche principali : la green economy ed il sistema di governance globale per lo sviluppo sostenibile. Nel vertice del 1992, vennero adottate varie convenzioni: la CDB sulla Diversità Biologica, la UNFCC sul Cambiamento Climatico e quella per Combattere la Desertificazione e venne istituita una Commissione sullo Sviluppo Sostenibile (CSD) per assicurare follow-up all'UNCED “Summit della Terra” ma, a distanza di vent’anni, il panorama appare quanto meno contraddittorio: se da un lato, infatti, non si possono negare i grandi passi avanti realizzati nei processi di produzione industriale (le automobili, per esempio, inquinano infinitamente di meno ed il trend “ecologico” appare ormai irreversibile) dall’altro risulta evidente che l'ambiente continua inesorabilmente a degradarsi, le biodiversità vengono distrutte, le risorse idriche stanno diventando scarse e contaminate e il clima è in crisi. Il punto veramente cruciale è tuttavia un altro: qualunque sia il risultato dell’articolato dibattito sulle cause della crisi ambientale e sulle strategie più efficaci per combatterla, la principale minaccia da scongiurare dovrebbe essere innanzitutto quella della fame che continua invece ad aumentare, colpendo quasi un miliardo di persone (cioè un essere umano su sette, soprattutto donne e i piccoli agricoltori); L'idea di 'Sviluppo Sostenibile', proposta nel 1992, pur avendo il merito non trascurabile di aver omologato la coscienza ambientale come “mediatrice” nelle decisioni governative, impresarie ed individuali, non ha contribuito in modo sostanziale alla soluzione dei problemi che voleva affrontare. Ciò è avvenuto, in buona sostanza, per il prevalere nel contesto politico internazionale di una logica economica strettamente neoliberista, nella quale nessuno è riuscito a fermare la forsennata corsa verso il profitto a scapito di tutte le altre risorse umane e naturali. Il sistema alimentare è sempre più nella morsa delle grandi imprese e la 'green economy' è stata spesso concepita come un accattivante strumento di marketing per “accelerare lo sviluppo” di quei paesi che continuano a subire pesanti e sproporzionati livelli di povertà, piuttosto che come un paradigma da rispettare per combattere in modo sostenibile la fame e la miseria. Le nuove proposte di “agricoltura intelligente climatica', che prevedono 'l'intensificazione sostenibile' dell'agricoltura, hanno spesso incarnato l'obiettivo primario di varie corporazioni dell’agro-business di sfruttare la terra, con l'etichetta 'verde', rendendo i contadini inesorabilmente dipendenti dagli alti costi di semi e tecnologie. É appena il caso di chiarire che anche un certo “catastrofismo eco-teologico” e le varie utopie basate sul ritorno dell’umanità ad una specie di ascetismo religioso-agricolo-pastorale, hanno contribuito non poco a distorcere le problematiche più serie. Gli antropologi americani Michael Shellenberger e Ted Nordhaus hanno giustamente rilevato in proposito che il famoso “Millennium bug” del 2000 fu risolto con il ricorso ad una tecnologia più moderna e non con il ritorno alle macchine da scrivere. Sarebbe dunque auspicabile che il nuovo Vertice di Rio non sfugga ipocritamente alla realtà: la promozione della green economy, nell’ includere pressanti richiami alla piena attuazione del Doha Round dell'OMC, con l'eliminazione di tutte le barriere commerciali per le 'soluzioni verdi', offre spesso la sponda ed il sostegno di istituzioni finanziarie come la Banca Mondiale a progetti che perseguono in modo più o meno aperto la legittimazione di un sempre più rapace capitalismo globale. Dal 1972 a oggi i governi di tutto il mondo hanno sottoscritto importanti dichiarazioni sullo sviluppo sostenibile: la Dichiarazione di Stoccolma (1972), la Dichiarazione di Rio sull’ambiente e lo sviluppo (1992), la Dichiarazione di Johannesburg (2002), e hanno adottato alcuni importanti documenti programmatici: l’Agenda 21 di Rio de Janeiro (1992) e Il Piano d’azione di Johannesburg (2002). Queste dichiarazioni e questi documenti hanno consentito di tracciare un percorso importante per indirizzare i Governi a scelte programmatiche di sostenibilità dello sviluppo ma, fin dal 1992, era stata evidenziata la necessità - mai veramente rispettata - di coinvolgere nelle scelte tutti i settori della società: business e industria, giovani, agricoltori, popolazioni indigene, amministrazioni locali, organizzazioni non-governative, comunità scientifica e tecnologica, donne, lavoratori e sindacati. È tuttavia molto più comodo (e redditizio) proporre la creazione di un “Fondo Verde”, di un “Fondo Forestale” o di un “mercato del carbonio”, introducendo il ricorso a misure di carattere eminentemente finanziario (con budget di oltre cento miliardi di dollari all’anno che moltiplicano gli appetiti commerciali e le trovate di marketing), che dare spazio ad interventi concreti e strutturali. Non é un caso che del famoso Protocollo di Kyoto rimanga in piedi soprattutto il lucrativo mercato della compravendita di certificati di emissione di carbonio, che ha di fatto sostituito all’approccio ambientale quello squisitamente economico. È invece evidente che la più grave crisi economica della storia del capitalismo si combatte anche con proposte di sostegno alla Green Economy che non distorcano profondamente ogni tentativo di preservazione dell’ambiente svuotando di contenuto misure sane, serie ed oneste. Ci piacerebbe che la delegazione italiana presente a Rio potesse tenere conto di queste semplici riflessioni, suggerendo altresì ai numerosi partecipanti al vertice un’attenta rilettura dell’ormai lontano Rapporto Brundtland che, già nel 1987, aveva per la prima volta evocato uno sviluppo sostenibile basato su un fondamentale principio etico: la responsabilità da parte delle generazioni d'oggi nei confronti delle generazioni future. Non ha molto senso parlare dell'ambiente in quanto tale, se non ci si riferisce concretamente al benessere delle persone.

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 14/06/2012 alle 00:00 | Non ci sono commenti

14/06/2012

Sono finite le stagioni mediorientali?

Dopo lo scoppio della primavera araba nel gennaio 2011, una lunga stagione di transizione si è aperta ed è lungi dal concludersi con risultati univoci. Vale quanto si dice nelle conversazioni in ascensore: le stagioni non esistono più. Nel soleggiato mondo arabo vi è la sola stagione della continuità nella discontinuità. Questo slogan a suo modo geniale fu coniato in Italia per evitare i cambiamenti radicali pur evocando la rivoluzione. Ora si adatta alla situazione mediterranea. Reminiscenze gattopardesche convivono con impulsi di rottura nel Mediterraneo meridionale. Ex Ministri dei passati regimi si presentano con proposte apparentemente nuove pur conservando le vecchie facce. Importa prendere le distanze dai vecchi regimi scaricando sui vecchi leader tutte le responsabilità. Un lavacro politico e morale: questo è il significato che si vuole dare alla morte di Qaddafi, all’esilio di Ben Ali, alla condanna di Mubarak. I leader pagano per tutti, come se i passati regimi avessero resistito a lungo senza una qualche forma di popolare consenso. Neanche i nuovi regimi godono di ampio consenso. E dunque cosa vogliono le popolazioni arabe dopo l’epopea di manifestazioni di piazza e di rivoluzione, come in Egitto chiamano i moti del gennaio 2011? L’Egitto è il paese chiave di qualsiasi svolta. La transizione egiziana prende tempi lunghi. E d’altronde, nel paese dalla civiltà ultramillenaria, non ci si può aspettare che la calma della riflessione lunga. Il dato comune all’Egitto ed altri paesi è la rivalsa dei partiti che si richiamano all’Islàm politico. I soli partiti che si siano potuti presentare agli appuntamenti elettorali con una certa struttura organizzativa ed un certo radicamento popolare. I cosiddetti liberali, che molto piacciono agli occidentali, hanno appunto prestigio e seguito più all’estero che all’interno. Peccato che i sostenitori dell’estero non votino. L’interesse occidentale alle vicende arabe s’intreccia ad altri interessi. Anzitutto riguardo all’Iran. Teheran ha la capacità di sviluppare armi nucleari? Ovvero: ha l’intenzione di sviluppare tale capacità? Questioni importanti e pertinenti che riguardano non solo quel paese ma l’intera comunità internazionale. Dalla risposta dipende anche lo scioglimento del dilemma fra diplomazia e opzione militare. In definitiva: fra pace e guerra. A Vienna si discute del caso Iran: nell’ambito della conferenza sul Trattato di non proliferazione nucleare; in seno all’AIEA. Finché il dibattito si svolge in Austria, vuol dire che l’opzione diplomatica funziona ancora. E’ evidente tuttavia che un’eventuale opzione militare non verrebbe certo annunciata per via diplomatica. Verrebbe e basta. E’ campagna elettorale a Washington. E si sa che il dibattito americano coinvolge tutto il mondo, anche se soltanto la metà circa dell’elettorato americano vota alle elezioni presidenziali. Il dibattito americano pare poco incline alle opzioni militari, quali che siano e comunque vengano presentate. Verte piuttosto sulla situazione economica che non è florida quanto un Presidente in cerca di conferma vorrebbe che fosse. Al punto che il Presidente in questione invita gli europei a comportarsi da europei. A salvarsi a vicenda perché se non si salvano da soli, non possono aspettarsi l’aiuto americano. Uscire dall’Iraq, uscire a termine dall’Afghanistan, non entrare in altre avventure che rompano ulteriormente il bilancio federale. Questi sembrano gli obiettivi chiave dell’Amministrazione in carica per rimanere in carica dopo il voto di novembre. Sempre che nel frattempo il fronte mediterraneo e mediorientale e del Golfo non s’infiammi. L’interesse alla continuità nella discontinuità è comprensibile. I segnali che vengono da Israele si prestano a molteplici letture, per quanto si arrocchino attorno all’essenziale quesito: se credere all’efficacia delle pressioni internazionali sull’Iran. Le elezioni politiche si terranno alla scadenza naturale, grazie all’accordo fra Likud e Kadima. L’ingresso dell’ex Generale Shaùl Mofaz nel Governo rafforza le competenze militari della coalizione ma non è detto che ne accentui lo spirito bellico. Da Gerusalemme si guarda a Teheran e soprattutto a Washington. L’Unione europea cerca di darsi un colpo d’ala salvando la Spagna dopo la magra figura rimediata con la Grecia. Azzerare d’un colpo il principio della solidarietà comunitaria, principio senza il quale non avremmo l’asse franco – tedesco e neppure i sessanta anni di integrazione comunitaria, deve essere parso troppo perfino ai rigoristi di Berlino ed ai loro seguaci. Ma di qui a parlare di rinascita europea, ce ne passa. L’Europa ripiegata sui propri guai finanziari rinuncia a darsi una politica estera adeguata. Il suo ruolo nel Mediterraneo meridionale, dopo i sussulti della primavera 2011, è modesto rispetto alla serietà degli avvenimenti. Allora c’era l’attenuante della sorpresa, ora neppure quella. Vi è da sperare in una ripresa d’interesse europeo per il Mediterraneo: per non sperare, in politica estera come in economia, nell’improbabile aiuto dell’amico americano.

ARCHIVIATO IN Internazionale

Di Il Cosmopolita il 14/06/2012 alle 00:00 | Non ci sono commenti

07/06/2012

Conversazione con un Marziano amante di Pirandello sul Grande Disordine Mondiale.

La crisi mondiale in corso si caratterizza per lo stato confusionale cui sembra caduto tutto l’establishment; per non parlare del povero cittadino comune che stenta a comprendere perché il suo livello e le sue prospettive di vita vadano deteriorandosi così rapidamente. I diversi attori, siano essi decisori pubblici (politici, tecnici e diplomatici) o commentatori e giornalisti, appaiono incerti ed in disaccordo su come uscire dalla crisi. Anche i mercati sono molto nervosi e regna una confusione assoluta a livello accademico. Anche l’osservatore più informato rimane interdetto dalla panoplia di ricette, analisi e diagnosi: Crisi di civiltà o semplice aggiustamento del capitalismo: austerity o crescita; più Europa Politica per salvare l’Euro o dissoluzione dell’Euro con relative strategie di uscita; crisi di bilancia dei pagamenti o del debito sovrano; salta prima la Grecia, no salta anche la Spagna; dittatura dei mercati o loro moderazione; New Deal planetario o superamento del liberismo totalitario; la colpa è delle banche, no è dei governi e via discorrendo fino alle teorie del complotto che accusano un gruppo ristretto di personaggi di essere i pupari occulti di questa situazione (Group of 30, Bilderberg, Trilaterale, fino a Massoneria, illuminati, templari e Cabalisti). Il mio interlocutore di oggi è un marziano poliglotta e colto che leggendo la stampa mondiale, ha tentato di farsi una idea dello stato del pianeta terra in questo momento. Proviamo quindi ad ascoltare il nostro amico extraterrestre per orientarci in questo labirinto ed a fare un po’ di chiarezza. Gli chiedo a quali conclusioni è giunto. Marziano: per interpretare questa crisi ho dovuto rifarmi all’opera pirandelliana. La verità, o anche solo un consenso adeguato su di essa, è sfuggente come l’identità del protagonista di “Uno nessuno centomila”, il banchiere Vitangelo Moscarda (ed infatti i banchieri in questa crisi hanno scoperto di avere il naso storto; oltre che lungo, ma quella del banchiere Pinocchio è un altra storia e la racconta bene il documentario The Inside Job). Sulla terra è in corso una furiosa lotta di interessi e valori che è allo stesso tempo filosofica, accademica, ideologica, geopolitica, economica, religiosa e di classe. Tutti i portatori di valori e/o interessi stanno cercando di riposizionarsi in un quadro in cui è saltato il modello di riferimento e si naviga a vista. E da cosa nasce questa lotta? Domando. Marziano: L’origine della lotta nasce dal fallimento del Paradigma liberista che ha assicurato per un trentennio il (relativo) benessere del primo mondo e delle élites del terzo mondo sulla base della convivenza apparentemente pacifica tra democrazia e capitalismo finanziario. Diciamo in una formula globalizzazione, più Washington Consensus più Impero. Si sapeva che alcuni si arricchivano più di altri, ma si pensava che ciò fosse un naturale e giusto effetto dello sforzo individuale e del merito. Avevate ancora un concetto di Progresso. L’intero establishment mondiale, salvo poche cassandre guardate male e trattate peggio, ha aderito al paradigma liberista, considerato come il Pensiero Unico e garanzia reciproca nel gioco degli interessi delle élite internazionali. Il cerchio tra ricerca accademica, potere economico, potere politico ed egemonia sembrava chiuso. Io: quindi il videogioco della finanza poteva funzionare serenamente, benedetto e protetto sia dalla ricerca accademica che dal potere politico e mediatico. Le spinte eterodirette venivano riassorbite, penso per esempio al concetto di ”sviluppo sostenibile” potenzialmente radicalmente antisistema ed invece inglobato nella retorica del Pensiero Unico Nel 2007 è invece accaduto qualcosa che ha colto di sorpresa l’intero establishment, il meccanismo si è inceppato e si è aperto il vaso di Pandora. La finanza mondiale è di fatto fallita. Solo una incredibile iniezione di capitali pubblici ha potuto salvarla. Capitali pubblici andati a salvare il ‘’Financial Casino’’ e che adesso attaccano il debito sovrano. Il Marziano mi ferma e risponde: E dov’è la sorpresa? Il capitalismo è intrinsecamente instabile. Mi sembra che Marx, Keyenes, Schumpeter e quasi tutti i veri grandi economisti, filosofi e sociologi lo avessero previsto. Il problema è la gestione intelligente delle distruzioni creative. Esiste una mole ragionevole di pensiero critico che solo attende una sintesi. E’ necessario un nuovo paradigma. E le Cassandre ci sono state anche in ambito liberista, penso a Roubini che lavora con il “modello vero” di aspettative dei mercati; od a Soros che di quei mercati è stato un principe. Il modello è saltato perché non era sostenibile. E’ perlomeno curioso che si voglia riproporlo tale e quale. Sarebbe il caso di organizzare urgentemente una conferenza internazionale per ripensare la globalizzazione e le sue regole. Un dibattito serio sui problemi della Governance Globale. lo dice anche Giddens che bisogna Governare il futuro e che i mercati hanno imposto la loro dittatura nel vuoto di Governance. Ad ogni modo, smontare il Casinó e rimontare al suo posto un mercato ed un sistema finanziario eticamente responsabile non è un’ impresa facile. Necessita in questa fase eccezionale la capacita di agire, per gli Stati, come “Principal Agents”, che regolano i mercati nell’interesse generale e non di quelli di Wall Street e del mondo della finanza, che ha dimostrato di essere tanto sofisticato quando senza scrupoli o vergogna. Questa fase di dittatura dei mercati mi fa dire che sto assistendo alla più incredibile truffa planetaria dai tempi dell’appropriazione privata dei “commons”. E’ entrato in crisi il rapporto tra capitalismo e democrazia. E questo è perfettamente chiaro a tutti, come in Pirandello il tradimento della moglie lo è al marito, ma questa è un altra commedia. Per fortuna io sono marziano. Altrimenti sarei un umano molto irritato. Penso: sveglio il marziano! Gli dico: il momento è difficile. La lotta è cruenta. Poi è a vari livelli. Pensa a quello geopolitico: sistemi che si intersecano in ambito globale l’occidente perde posizioni ed aumenta il peso del capitalismo di stato cinese, c’è lo spostamento generale degli equilibri. Ho letto un numero di le Monde Diplomatique dal un titolo molto splengleriano:’’La fine del Primo mondo? ‘’ La crisi lo farebbe pensare. O forse sarà l’ennesimo scontrarsi di capitalismi nazionali, nell’era della Globalizzazione; la cui conclusione ci riportera all’egemonia dell’occidente una volta ricreato un consenso? Questa volta sarà difficile. La credibilità dell occidente è evaporata. Il Marziano mi interrompe: Siete strani voi umani. Parlate di democrazia e vivete in un sistema di caste sia a livello di Paesi che all’interno degli stessi. Ci si aspetterebbe un progetto per la riforma istituzionale della Governance globale ed invece l’unica cosa buona uscita dal G8 è stata la foto della Merkel al fischio finale di Bayern – Chelsea. Guarda che sul mercato globale delle idee non vincono necessariamente i più saggi. Vince l’articolazione di idee (il “gioco linguistico”, avrebbe detto Wittgenstein) che meglio si adatta agli interessi delle élite al potere. La Retorica e la Propaganda hanno un ruolo fondamentale. Devi immaginare che Il Wall Street Journal è come l’Osservatore Romano, L’ Economist come Famiglia Cristiana ed il Financial Times come l’Avvenire. Il pubblico è diverso, però comunque composto da “fedeli”. Parlano della stessa Verità Rivelata, seppure con accenti differenti.“Sia fatta la volontà di Dio” è il loro motto comune. Ed è implicito che siano loro a parlare in nome di Dio. Un Dio “umano troppo umano” in entrambi i contesti: Sessualmente represso a Roma ed invece impudicamente egoista nel calvinismo elitista. Mi chiedo riuscirete voi umani a secolarizzare il mercato e a rendere Dio un poco meno pruriginoso? Tutti i Sacerdoti del Tempio (di tutti i Templi, di tutti i tempi) considerano ogni attacco al loro potere come eretico. I dogmi in discussione sono molti. Puoi fare una tassonomia degli eretici a seconda di quali e quanti ne negano. Il Primo è il ruolo della finanza e del diritto per finanzieri e banchieri di affermare la superioritá ontologica dei loro interessi. Il secondo è quello dell’Austerità. Qui gli eretici sono parecchi: Krugman spara articoli a raffica, in un’ alleanza tattica con Martin Wolf; Stiglitz anche, cosi come Fitoussi. Anche Sen è sceso in campo con la consueta autorevolezza. Persino dal lato liberista si inizia a incrinare il fronte degli austerians. Il Problema è che la Germania non vuole capire che non possiamo saltare tutti solo perché loro hanno una rendita di posizione da difendere e che la elite finanziaria non è disposta a farsi controllare e la accademia non rinuncia a difendere i criteri guida su cui si è formata. Lo spiega bene Krugman nel suo articolo The Austerity Agenda. “l’essenziale è diminuire radicalmente la dimensione statale in economia”. Questo è il gioco della destra. Io: Poi c’è la partita dell’Euro ed a livello politico della sopravvivenza della Unione Europea. Marziano: Si, ho letto le cose di Guido Rossi sulla regolamentazione dei mercati finanziari e sull’austerità; e gli articoli di Barbara Spinelli, una vera pasionaria, sulla necessità di approfondimento dell’Europa politica. Secondo Soros avete 3 mesi per salvare la moneta ed il progetto di unione politica. Poi c’è la questione di non avere Banca Centrale. Andrebbe studiata meglio la Modern Monetary Theory, è molto sottovalutata, ma contiene alcune lampanti verità, anche se l’ impianto teorico è incompleto. Per l’Euro, ci vorrebbe davvero una strategia coraggiosa per comunitarizzare il debito della eurozona salvando la Grecia e gli altri PIIGS senza andare a pesare sugli altri partners. Il debito nominale sarebbe nei confronti dell’ UE e non dei privati e di altri stati. Pagabile, una volta ripresasi l’economia e stabilizzate le aspettative, a lungo termine ed a tassi di interesse ragionevolmente bassi. E dell’idea di un New deal globale cosa pensi? Azzardo io ne parlano sia Krugman che altri, in Italia c’è stato il bell’articolo di Nadia Urbinati. Marziano: la ripresa mondiale sarebbe molto più forte con una moneta di riferimento internazionale. Keynes aveva pensato al Bancor, ma White l’ha fregato, ho meglio si è imposta la legge del più forte. Anche Roubini pensa che si debba andare verso la parità euro dollaro in modo da stabilizzare le aspettative sui mercati dei cambi. Torniamo a quanto ti ho detto prima. E’ necessaria una conferenza internazionale sulla Governance globale. Annuisco e riprendo: Poi c’è il mito - dogma della crescita. Marziano: qui c’è una divaricazione nel fronte degli eretici. Quasi tutti non lo pongono in discussione. Invece è importante sfatarlo. Magari per poi decidere che effettivamente vogliamo crescere fino al punto in cui la crescita è anche sviluppo e quindi crescita della qualità della vita. Crescita sostenibile sia ecologicamente che socialmente che implica anche politiche di ridistribuzione del reddito e della ricchezza. Di fatto il capitalismo non può fare a meno di crescere bisogna farlo crescere meglio. Io: insomma vorresti un capitalismo dal volto umano? Marziano: Si, ragionevolmente si. C’è anche il sogno alteromondista. E’ ben articolato. La dimensione del Comune, la difesa degli interessi della moltitudine. La costituzionalizzazione di Impero. E poi l’analisi neomarxista con profumo neokeynesiano (Minski) di Bellofiore e Halevi sulla crisi era molto interessante. Io: Si, per te che sei Marziano. Cerchiamo di essere realisti. Quali sono i soggetti politici che possono farsi portatori di un progetto del genere? In Italia ci sarebbe Rifondazione Comunista, che si scinderebbe in 14 partitini diversi al momento di decidere la linea. Il PD invece non sembra avere nessuna intenzione di uscire dal social-liberismo ancora vagheggia un patto con Casini. Grillo non sembra avere una piattaforma complessiva. SEL è ugualmente troppo piccola e l’IDV era un sintomo del berlusconismo ed è destinata a scomparire con esso. L’ Italia è davvero un mistero, mi dice il Marziano. E’ davvero la prova di una crisi generale dell’élite, rispondo. E lui enumera: nessuna vera lotta alla criminalità organizzata, sostanziale mantenimento del consociativismo affaristico, a fronte di una conflittualità politica che impediva qualunque riforma istituzionale. Gerontocrazia, caste in ogni settore e familismo amorale. L’ unico merito riconosciuto in Italia finora era essere buoni ‘’clientes’’ tanto pagava Pantalone con il debito pubblico. Trovami qualcuno che non sia ‘’uomo di qualcun altro’’. Una nomenklatura di tipo sovietico in salsa bunga bunga. Io: beh, mi sembra che Monti abbia ridato un minimo di credibilità al Paese. Marziano: certo Monti rappresenta un volto serio dell’ establishment e rassicura i creditori. Ma il deficit democratico creato dal Governo tecnico è da stato d’eccezione. Monti è un dittatore locale, momentaneo rappresentante della dittatura globale dei mercati, utile fino a quando qualcuno non decida di staccare la spina. La coalizione ABC è quanto di più contronatura si possa immaginare, non credo possa durare a lungo. Il problema è il dopo. I partiti sembrano liquefatti. In tutta Europa sta montando il populismo. Io: In conclusione tu come la vedi l’uscita dalla crisi? Marziano: Tutto dipende dal timing, perchè si creano poi delle irreversibilità. Per esempio se salta l’euro gli scenari diventano imprevedibili. Diciamo che se prevale il buon senso, vedo un movimento in tre tempi. La prima data è il Consiglio Europeo a fine giugno. Se i diversi Paesi riuscissero a convincere i tedeschi ad affrontare meno dogmaticamente la gestione del debito sovrano con la messa in sicurezza del debito attuale ed un fiscal compact rivisto e corretto in modo tale da interpretarlo non come un cappio soffocante ma come regola di buona amministrazione per classi politiche allegre nella spesa pubblica sarebbe un grosso passo in avanti. Ovvio che necessiterebbe anche una riforma istituzionale dell’ UE in senso democratico, ma per quella c’è più tempo. Una volta calmatasi la tempesta si potrebbe iniziare a pensare alla Governance Globale ed a smontare il Casinò finanziario facendo cessare la dittatura dei mercati. La seconda data è rappresentata dalle elezioni americane. Diciamo che ci sono due scenari radicalmente diversi. Se vincerà Obama potrebbe effettivamente partire o mantenersi un new deal globale e consolidarsi un cambio di egemonia. Se invece dovesse vincere Romney è ovvio che Wall Street ed il liberismo non sarebbero fermabili, almeno a livello globale, anche se ci sarebbe comunque un alto tasso di conflittualità. La terza fase è ipotizzabile solo in caso di vittoria di Obama ed implica la definizione democratica e partecipata di un nuovo consensus e l’affermarsi a livello teorico di un Nuovo Paradigma Umanista (di cui ho letto qualcosa su il Cosmopolita), capace di articolare un “economia democratica di mercato”, democrazia politica e diritti umani, le dimensioni del Pubblico, del Comune e del Privato sia a livello globale che a livello di Stati nazionali. Una visione Utopica, faccio io Una down to earth Utopia mi risponde il Marziano. E sorridendo se ne va.

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Di Il Cosmopolita il 07/06/2012 alle 00:00 | Non ci sono commenti

07/06/2012

Spending review e nuvole.

Soltanto ricorrendo alla parafrasi di Paolo Conte si può comprendere cosa sta accadendo alla Farnesina in materia di spending review. Accade che – lo riportano i giornali – turme di sindacalisti, ovviamente infuriati come capita sempre e forse soltanto ai sindacalisti, assediano la zona antistante l’ufficio del Ministro per invocare a gran voce che il suddetto Ministro li riceva prima di dare seguito a tutte le efferatezze della spending review. Fra cui – e qui la protesta tocca le vertigini stilistiche di Paolo Conte – quella di liquidare buona parte del personale delle vecchie qualifiche funzionali e alcuni contrattisti da scegliere – si presume – fra i più riottosi ad accettare qualsiasi incarico venga assegnato dal Capo Missione, fosse anche quello d’improvvisarsi autista senza patente di automobili di servizio dalle gomme lisce. Ci si chiede il perché di tanta agitazione, che costringe la normale attività diplomatica del Ministero a trasferirsi extra moenia, nella cornice verdeggiante e appartata di Villa Madama, una volta riservata agli incontri di stato ed ai vertici dei partiti. Il perché non lo si capisce bene. E d’altronde i sindacalisti, col loro vociare, oltre a coprire lo sferragliare delle tazzine al bar di lusso del primo piano, non sanno argomentare le loro ragioni. Che poi si riducono alla frusta protesta contro la logica dei mercati. I quali mercati impongono il ribasso se non la dissoluzione dell’Euro e la privatizzazione delle politiche estere europee. Di questo in effetti si tratta. A misura della dissoluzione dell’Euro si dissolve quell’embrione di politica estera comune codificato faticosamente nel Trattato di Lisbona. E se non c’è neppure la speranza di una politica estera comune da affidare alle istituzioni comuni, a poco servono le politiche estere nazionali affidate alle istituzioni nazionali. E se queste ultime risultano superate dagli eventi – leggi: i mercati – tanto vale risparmiare i costi di un impianto ancora elefantiaco come la Farnesina. In Italia stiamo raggiungendo il duplice obiettivo di: a) non contribuire a costruire la politica estera comune, essendo l’oggetto “desaparecido” grazie alla cura Ashton; b) demolire quel che resta della politica estera nazionale in quanto praticata da un soggetto istituzionale, e cioè dal MAE. “Quel che resta del giorno” era il titolo italiano del film crepuscolare di James Ivory interpretato da un Anthony Hopkins ancora in forma. Quel che resta della Farnesina è il titolo che presto scorrerà sullo schermo del cinema all’aperto sul Lungotevere antistante il bianco palazzone. La colpa non è dei mercati e di quanti li assecondano senza neppure fermarsi a discutere della portata delle loro decisioni. No, la colpa è dei sindacalisti, e dei dipendenti sindacalizzati, che pretendono di salvare il loro lavoro e con esso il residuo di funzionalità della struttura ministeriale. Se si va in giro per il mondo, ed ai diplomatici ancora capita per quanto a volte debbano pagare le missioni di tasca propria, ci si rende conto che l’immagine del paese è sbiadita e che a rimpiazzarla non c’è quella, ormai improbabile, d’Europa. La nostra immagine è un lenzuolo passato molte volte in lavatrice. Esce candido e trasparente dai lavaggi. Ci si guarda attraverso e dietro si fatica a scorgere una sagoma. Si dirà: questo vale per tutti i paesi d’Europa, chi più e chi meno orfani d’Europa e indeboliti sul piano nazionale. E’ vero: il rigore di bilancio colpisce tutti e ovunque. Solo che altri paesi europei – i soliti Grandi – hanno le grandi imprese a rappresentarli nel mondo. Air France e Lufthansa volano ovunque. Audi, BMW, Mercedes macinano fatturati da paura. Per non parlare di aziende poco note al grande pubblico e notissime al Financial Times: aziende che operano in settori di punta come chimica, meccanica, energia, banche, assicurazioni. E allora: ovunque le relazioni internazionali si privatizzano alla stregua della privatizzazione e “finanziarizzazione” dell’economia. Ma le bandiere nazionali non si afflosciano per la bonaccia, passano di mano. Qualcuno continua a sventolarle, ad onta dei tagli alla finanza pubblica.

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Di Il Cosmopolita il 07/06/2012 alle 00:00 | Non ci sono commenti

07/06/2012

Niente corvi alla Farnesina: non c'è bisogno

Se quella contenuta nel titolo potrebbe sembrare una buona notizia, e cioè lo scarso circolare di notizie afferenti a cordate in competizione, va da subito detto che essa affonda soprattutto le proprie ragioni nell’attuale (e verosimilmente tale anche nel prossimo futuro) encefalogramma piatto della politica estera dell’Italia. Vediamone le ragioni di fondo integrandole con alcune note sul tragico declino di quella che – ancora un trentennio fa – costituiva una “riserva” della Repubblica: e d’altro canto considerato lo stato della Repubblica medesima sarebbe difficile ipotizzare qualcosa di diverso dal grigio e fangoso panorama all’interno della Farnesina e nelle sue asfittiche propaggini sparse nel vasto mondo. Circa un mese fa il Primo Ministro Monti proclamava - con poco risalto stampa e senza nessun preventivo avallo e/o discussione parlamentare e d’opinione – che la presenza italiana in Afganistan – sia pure in forme diverse – si sarebbe protratta “oltre il 2014”: cioè bene al di là del suo presumibile mandato… Veniva così archiviato un nodo centrale di politica internazionale che altri Paesi (es.: la Francia di Hollande) hanno risolto nel modo esattamente opposto, ovvero con l’annuncio del proprio ritiro, con conseguente risparmio di risorse nonché di vite umane. In verità quel che evidentemente premeva a Monti (non diversamente dal suo predecessore) era rassicurare Washington sull’indefettibilità di una condizione di vassallaggio che – tutto sommato – non dovrebbe rallegrare forse neppure gli Stati Uniti ai quali gioverebbe un alleato dotato di qualche autonomia. Se non altro di pensiero. Sempre al vertice della polica estera italiana (non potendosi ovviamente considerare tale la Farnesina) cioè a Palazzo Chigi ci si è cullati con un’illusione da neo-primi della classe. Infatti il Premier, mentre appariva ovviamente incurante dell’impatto di una scelta così acritica, riteneva di poter assicurarsi sufficiente credibilità incuneando (verbalmente) l’Italia nel fronte del neo-verbo dell’Amministrazione Obama in favore della crescita: un’operazione non tanto affidata ad iniziative politiche quanto al lavoro “di squadra” con il Presidente della BCE Draghi. E, ancora, tutto ciò si situa in un agnosticismo del Governo che ha lascato svaporare la politica internazionale seguendo l’onda (al Premier strutturalmente congeniale) del primato dell’economia (liberista e per di più in primo luogo finanziaria) rispetto allapolitica. Dunque, ecco realizzato il profetico sogno e concreto impegno dell’ex Segretario Generale della Farnesina nella liquidazione normativa e funzionale della medesima. Il letargo appare destinato a durare e ad esso è evidentemente congeniale la “nuova” dirigenza interna anche se questa appare indebolita dalla fragilità del Ministro tecnico che ancorchè affiancato (come riportato da notizie stampa) da un triumvirato politico composto dall’ex Ministro Frattini per il PDL, da Lapo Pistelli per il PD e da Pierferdinando Casini per l’inesistente “Terzo Polo” stenta ad affermare il proprio ruolo e nulla fa se non ulteriormente incrinarlo: dopo la vicenda del fascio-canterino Vattani, la scelta dell’ex Ambasciatore a Panama Placido Vigo (difeso da interrogazioni dall’ex pensionato ONU ed ora Sottosegretario De Mistura con argomentazioni forse inconsapevoli ma al limite del ridicolo e della provocazione) come più stretto collaboratore (mentre il “caro Walter”, Lavitola, langue nel carcere di Poggioreale costituisce un’episodio esemplare. Anche qui, rivendicare come merito professionale del Vigo la stipula di un Accordo sulla doppia imposizione tra l’Italia e Panama (così come sta avvenendo in altri finanziariamente ambigui Paesi) è del tutto assurdo quando (come il Professor Monti dovrebbe ben sapere) l’unico immaginabile risultato di intese con quel tipo di partner è quello di sottrarre risorse al fisco italiano….

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Di Il Cosmopolita il 07/06/2012 alle 00:00 | Non ci sono commenti

01/06/2012

La firma del Ministro 1

E' passato un altro giorno e ancora non si hanno notizie sulla firma del Ministro Terzi al decreto predisposto dalla Commissione di disciplina sul caso Vattani, né sui contenuti dello stesso.

ARCHIVIATO IN Farnesina

Di Il Cosmopolita il 01/06/2012 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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