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Post di luglio

25/07/2012

'De te fabula narratur'

Così Orazio in un passo delle Satire, così Marx ammonendo sulla diffusione del capitalismo industriale già affermatosi in Inghilterra e destinato a diventare un “modello” per una sequenza di Paesi. Il punto è il medesimo a distanza di poco meno di un paio di millenni, ovvero che a poco vale il ritenersi estranei ad un fatto o ad un processo gravido di conseguenze negative perché questi e quelle comunque ti investiranno. Ci riferiamo qui alla sostanziale dismissione in corso alla Farnesina e nella rete diplomatico consolare. Le tappe precedenti hanno conosciuto un crescendo wagneriano (che “IlCosmopolita” aveva analizzato passo per passo con l’opzione del Ministero “leggero” definita con la decisione - tanto zelante quanto suicida - dell’ineffabile duo Frattini Massolo di cancellare metà delle Direzioni Generali del Ministero condannandolo così all’attuale dilemma tra irrilevanza ed impotenza. Il processo è lineare e l’attuale esercizio della “Spending Review” de Noantri rischia di apporvi il sigillo tombale: prima (dopo ventanni di riflessione e di dibattito) si è varata – sulla carta – la Riforma del 2000 con l’adeguamento agli standard internazionali, poi la si è affidata al vitalismo corsaro, accentratore e sostanzialmente incolto dell’Ambasciatore Vattani, infine si è liquefatto il tutto prefigurando ciò che è oggi all’ordine del giorno, ovvero la cancellazione degli strumenti pubblici in politica internazionale e la sottrazione al cd “Sistema Paese” (oggi paradossalmente richiamato come indispensabile da Mario Draghi…) della struttura esterna a ciò deputata (nel resto del mondo). Se ciò non può stupire da parte di un Governo che crede di poter assorbire la politica dentro la propria concezione dell’economia e degli equilibri finanziari, suscita stupore il fatto che la dirigenza ministeriale aderisca a tale visione e – lungi dal difendere l’insieme della struttura e le sue professionalità –si limiti ad una – vana – tutela della carriera diplomatica, individuando nelle altre carriere le vittime predestinate di una insulsa politica di risparmio in un bilancio che già costituiva un primato negativo internazionale. Costoro non sanno (“De te fabula narratur”…) che dietro l’angolo ci sarà la loro decapitazione e la definitiva liquidazione di un patrimonio professionale e perfino della “terzietà” (e “Bipartisanship”) della diplomazia nazionale. Non deve però stupire un tale livello di insipienza se si ricorda l’aneddotica reazione isterica del vertice diplomatico quando anni addietro il Ministro pro-tempore Berlusconi con l’estemporanea saggezza del folle (in senso “erasmiano”…) indicò nella promozione all’estero del prosciutto uno dei compiti primari del diplomatico. Apriti cielo: “noi ci occupiamo di politica estera”: risate e cala il sipario. Oggi, con la sola eccezione della mobilitazione sindacale, si prepara una exit strategy che i diplomatici pagheranno cara, ovvero – una volta ultimata la privatizzazione della struttura tornerà all’ordine del giorno la questione delle nomine politiche (collocando i residui espulsi dalla casta come trofei di “moralizzazione”) ovvero gli appartenenti alle professionalità “vincenti”: manager Merryl Linch, pensionandi e/o pensionati Banca d’Italia, professori di Università padronali e/o cattoliche. Meglio: poiché le relazioni internazionali vengono assimilate alla speculazione finanziaria si potrebbe (esempio) mandare direttamente da Poggioreale come Ambasciatore a Panama Walterino Lavitola, retrocedendone a consulente il predecessore Vigo (oggi assurto a fianco del Ministro tecnico Terzi di Sant’Agata, a sua volta già capo della segreteria del noto Vattani). Un quadro purtroppo assai realistico e difficilmente modificabile che, preservando (sic) la carriera diplomatica, potrebbe assicurare un ruolo, magari marginale ma emblematico, al giovane fascio-rock Vattani di cui a tutt’oggi non si conosce il destino amministrativo dopo il – meritato – successo di pubblico. D’altro canto, mentre non si può che rendere omaggio ai mille palloncini viola che per un paio di giorni hanno donato un’impressione di vita all’uggioso palazzone bianco (già definito la “tomba del faraone”), appare urgente riproporre la Conferenza programmatica sugli strumenti pubblici di politica internazionale suggerita a febbraio con Susanna Camusso: chissà se una simile occasione non potrebbe proporre una politica estera diversa dalle missioni del Primo Ministro in Idaho (ad incontrare i “Paperoni” tecnologici) o a Mosca (con il Patriarca ortodosso Cirillo e il sempreverde Vladimir Putin”). Perché è del tutto ovvio che – con un’impostazione siffatta – la Repubblica non abbisogna di un servizio diplomatico pubblico. E, anche qui, il proliferare di iniziative folcloriste e/o superflue (concerti, fantomatici convegni quale quello “canino” di Brambilla/Frattini ed il più recente sulle “donne diplomatiche” beneficato dalla spiritosa e motteggiante presenza del Premier) sembra confermare che l’istruzione data alla Farnesina dal Governo si riassuma in un semplice “ragazzino, lasciami lavorare”: dunque, il far rilevare che il Ministero degli Esteri ha meno staff di una media città italiana assume un carattere un po’ paradossale. Certo esiste l’ampio settore dei servizi erogati agli italiani e ai cittadini stranieri, ma qui va ricordato quanto il Ministro Fornero (vedasi riprese televisive) ha dichiarato ad un “postulante”, ovvero un cittadino disabile in carrozzella e completamente “intubato”: “non si preoccupi, presto ci occuperemo a fondo della questione sociale”... Ecco qui: anche la fine del Ministero degli Esteri e di chi ci lavora e di chi se ne serve è – in fondo – niente più che una “questione sociale”. Per l’oggi c’è la carità cristiana, per il domani (posto che venga) ci sarà l’impegno.

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 25/07/2012 alle 00:00 | Non ci sono commenti

25/07/2012

Controcorrente.

Per non stare sempre controcorrente, stavolta Il Cosmopolita si pone in direzione del vento e si compiace della novità. E’ da tempo che la Farnesina finisce sui giornali per i tagli e le mobilitazioni e le nostalgie fascio – rock. Stavolta merita la prima pagina del Corrierone grazie al contributo del Ministro degli Esteri su “L’interesse nazionale europeo” (24 luglio 2012). L’ossimoro “interesse nazionale europeo”, in realtà non lo è affatto. Soltanto quando interesse nazionale (interessi nazionali) e interesse europeo saranno declinati nella stessa lingua, quella dell’Unione e non in tedesco né in inglese né in francese e neppure in italiano, soltanto allora potremo dire di avere dato vita al sogno dei padri fondatori. Potremo così consegnare alle future generazioni non l’incubo paventato da Terzi (terrorismo, minacce militari, migrazioni incontrollate) ma un mondo almeno tendenzialmente armonioso. Più nella scia dell’universalismo kantiano che del nazionalismo hobbesiano. Non “un continente di scorta”, ma un continente che sappia vivere la modernità. E d’altronde chi pratichi studi sull’Islàm ricorda che il cruccio principale dell’Islàm politico è quello di coniugare tradizione e modernità. Ora l’Islàm politico si sta cimentando con le fatiche del buon governo (Egitto, Tunisia), mentre l’Europa della rivoluzione francese, per non dire del retaggio giudaico – cristiano, regredisce verso forme di nazionalismo che neppure hanno la tragica dignità della Prussia e del Reich. Queste forme si riducono al superficiale richiamo alla pancia degli elettori. Come quella canzone di Edoardo Bennato che racconta di due amici che, al ristorante, ordinano uno l’aragosta e l’altro il baccalà e che il conto “lo pagano a metà”. La crisi finanziaria scoppia negli Stati Uniti e per gli effetti tipici del secolo americano si trasferisce in Europa, che paga il prezzo più alto: quello proprio e quello d’importazione. E così gli americani possono esortare gli europei a comportarsi da “veri uomini”: schiena dritta e sguardo fiero a fronteggiare le durezze della crisi. Nel contempo essi, gli americani, non possono contemplare alcuna forma di austerità in pieno anno elettorale. Insomma, qualcuno continua a mangiare l’aragosta e qualcuno s’accontenta del baccalà, ma il conto va diviso per due. Lo scatto che l’Europa deve compiere riguarda il profilo politico. Nella nozione di “Europa politica” si sottintendono molti contenuti che andrebbero esplicitati. Terzi ne indica alcuni: la sicurezza, la dimensione sociale, la politica di vicinato, la sicurezza energetica. Altri elementi possono aggiungersi. Resta il fatto che senza Unione politica non vi è neppure Unione economica e monetaria. Il paradosso di una moneta unica senza stato è un paradosso che si sta consumando nella maniera peggiore: nel ritorno a tante monete nazionali quanti sono gli stati nazionali. Ecco allora realizzarsi la triste profezia di un continente di scorta. Peggio: di un continente di scarto. Non lo vogliamo per le future generazioni, non lo vogliamo neppure per noi. La svolta politica s’impone ora e subito.

ARCHIVIATO IN Unione Europea

Di Il Cosmopolita il 25/07/2012 alle 00:00 | Non ci sono commenti

04/07/2012

Italia/Europa: lieto fine?

Mentre svapora l’auspicio circolato a Palazzo Chigi che – a quanto riporta la stampa quotidiana – una vittoria dei calciatori italiani avrebbe permesso al Governo Monti di “far passare qualunque cosa per un’intera settimana”, grazie appunto all’euforia popolare, si può avviare una prima verifica sulla consistenza del “lieto fine” che sarebbe maturato con l’”ammorbidimento” teutonico situato nel “decisivo” Vertice europeo dello scorso week end. Una verifica che, per quanto riguarda la Farnesina e l’insieme della politica estera nazionale (posto che questa esista nonostante l’assenza pluriannuale di un dibattito parlamentare e la riduzione della medesima al solo dossier finanziario/europeo) non può non includere la ricadute sugli Esteri dell’esercizio della “spending review (leggasi ulteriori tagli) ed ovviamente del tema tabù del rifinanziamento delle missioni internazionali, ovvero quelle che con un pudore virginale e a dispetto di ogni evidenza ci si ostina a definire come “di pace” (sic). Certo è che anche la Farnesina dovrà, nonostante i tagli già subiti, portare un contributo ai 9 miliardi (al minimo) individuati da quello che - con un qualche brivido di compiacimento (non certo dei lavoratori né dei ceti subalterni) - viene definito Mr Forbici: il punto ovviamente è sul come verranno ripartiti questi fondi che dovrebbero servire a diminuire di un punto il previsto incremento dell’IVA (cioè l’aumento a livelli tali da “garantire” simultaneamente vari punti in più di inflazione ed un rinvio sine die della “ripresa”. Ed in questo senso l’Amministrazione degli Esteri costituisce un test case del carattere non economico ma politico dell’esercizio: viene infatti escluso un taglio per la carriera diplomatica (ma dove sta il rispetto del conclamato meno 20/10% sui dirigenti?) e si taglierà ancora una volta servizi al pubblico e diritti dei lavoratori. Ovviamente non è previsto in un’Amministrazione all’avanguardia nella conservazione dei privilegi e nella zelante autodistruttività di sé medesima (es.: “riforma” Frattini/Massolo) neppure il rispetto dei termini generali di pensionamento per gli alti diplomatici. Del resto perchè stupirsi quando centinaia di migliaia di euro sono stati dissipati per finanziare i viaggi da e per il Giappone di un rokkero repubblichino di nome Vattani o ancora di più quando l’attuale (fino a quando?) Ambasciatore a Pechino cumulava le due cariche di Direttore Asia nonché inviato speciale in Afganistan assorbendo tutti i fondi necessari alle missioni di lavoro di funzionari forse più utili ma certamente privi del favore clericale (a proposito ma davvero la diplomazia pontificia è così in crisi da doversi avvalere di quella dell’Italia repubblicana….). Va anche preliminarmente detto che l’opera di Mr Forbici e dei suoi committenti è segnata da inspiegabili omissioni. Citiamone una: la Banca d’Italia non figura nell’esercizio mentre come ovvia ricaduta dell’intesa di Bruxelles e dei nuovi dispositivi comuni di protezione finanziaria cala ulteriormente il ruolo di quelle nazionali e cresce quello della BCE; ed allora considerato anche il record non glorioso della Banca d’Italia (chi si ricorda del carcere e delle umiliazioni dei “buoni” Baffi e Sarcinelli e del “perdono” al pio ma compromesso Fazio?). D’altro canto perché stupirsi - nel gaudio generale per il rientro dell’Italia nelle regole della buona società globale finanziaria – di una siffatta esenzione dal regime dei sacrifici “duri, ma equi”? Il punto è tutto qui – ed è lo stesso punto che la palese impoliticità della Ministro Fornero rivela ad ogni piè sospinto – e consiste in una fuoriuscita da una serie di principi costitutivi del nostro Paese (si pensi al ruolo del lavoro tra diritto fondante e congruità precaria nelle scelte capitaliste). Altro che art. 18! Nel frattempo e con buona pace di coloro che sembrano non accorgersi che intorno a temi di questo tipo nel Paese leader del capitalismo, gli Stati Uniti, ferve un’intensa lotta politica (mentre in Italia li si considerano “tecnici”) l’asse della nostra collocazione prima che politica, etico culturale, si sposta verso direzioni certamente non sottoposte ad alcun scrutinio popolare. Un esempio le affermazioni – non smentite - del premier Monti sul carattere non realistico dei fin qui possibili “Stati Uniti d’Europa”. Fine della tacita promessa, fine dell’illusione. Invece sì al Senato “federale” italiano…, e no all’integrazione politica regionale europea come premessa ad una tensione aggregativa ancora più ampia dell’Europa stessa che è anche nel codice genetico della Costituzione del 1948. In buona sostanza mentre perfino l’intesa testè raggiunta rimane da essere definita nell’Eurogruppo del prossimo week end, e poi chissà, vi è chi non si trattiene dal manifestare entusiasmo per il sempre più accentuato “rientro nei ranghi” di un’Italia così pilotata: è quel manager occidentale globale Marchionne che in Italia si è sempre così sentito straniero da rifiutarne le leggi, soprattutto quelle che ne limitano un arbitrio che ha da essere incondizionato affinchè – come si dice – non si spaventino i mercati. Insomma lieto fine? Non proprio anche se siamo ancora nella fase in cui c’è da scegliere tra Biancaneve e la matrigna Grinilde, quella appunto dello “specchio magico”… in cui molti ancora si specchiano dopo il ventennio berlusconiano.

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 04/07/2012 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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