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Post di ottobre

30/10/2012

C'è del marcio alla Farnesina

Parafrasando Shakespeare ed il suo Amleto, soltanto così si può sintetizzare la gestione dell’ex diplomatico Giulio Terzi di Sant’Agata nell’inopinato ruolo di Ministro degli Esteri del Governo “tecnico” (in che senso?) del Prof. Monti. Una gestione che, superata la prima fase che ogni pur non prevenuto osservatore non può che definire scialba e priva di qualsivoglia contenuto in presenza di una drammatica crisi internazionale, viene ora muovendosi con qualche baldanza sui terreni del malaffare, dell’intreccio perverso tra ciò che resta del servizio pubblico del Ministero degli Esteri ed interessi privati variamente all’attenzione della magistratura, nonché delle patrie galere. La Farnesina dell’era Vattani ci aveva già abituati alla diffusione tra molti diplomatici di ambigue pratiche che prevedevano all’atto del pensionamento fantastici esodi nel settore privato: qualcuno si era perfino distinto nel tentativo di cumulare la remunerazione pubblica con l’impiego al soldo del vero “padrone” e mantenendo la propria “copertura” diplomatica: tentativi sventati dai Governi ospiti in nome, se non della decenza, almeno della buona creanza. Ciò che si profila ora è il consolidamento di questa vera e propria bulimia di malaffare, di svendita di ogni dignità nazionale (altro che risatine – peraltro del tutto giustificate - del duo Sarkozy-Merkel): ci riferiamo alla più che ventilata promozione dell’ex Ambasciatore a Panama, tal Vigo, a rappresentante della “nuova” Italia in Argentina. Così, mentre il Signor Walter Lavitola (il “Walterino” delle lettere indirizzategli dal Vigo medesimo) prosegue il suo soggiorno nel carcere di Poggioreale, a quest’ultimo verrebbe concesso un ulteriore spazio d’azione: in altre parole realizzare il non dimenticato motto Frattini/Massolo “fare di più con meno”. Ci si domanda in primo luogo come ciò corrisponda agli alti principi – anche morali – ai quali dichiaratamente si ispira il Gabinetto Monti. Infatti un minimo di prudenza diplomatica, se non di pubblica moralità, avrebbe dovuto suggerire al Ministro Terzi di non collocare il Vigo da Acireale (e con lui il fidato Soliman) al posto prestigioso e strategico di Capo della Segreteria Particolare. Ciò non è avvenuto nonostante la questione panamense ed i suoi ampi addentellati italiani (che si arricchiscono di nuovi elementi anche connessi al caso Finmeccanica) come riportano cronache ormai quotidiane, suggerisse ben altro. Di tutto ciò si è anche occupato il Parlamento ottenendo soltanto una burocratica risposta (basata su atti formali ministeriali e nessun elemento fattuale o di merito) del Sottosegretario De Mistura già ben noto per l’infelice gestione del caso indiano dei fucilieri di Marina. Manco a dirlo, fra le frequentazioni del Vigo c’è oltre al Lavitola tutto il Gotha delle Società Finmeccanica, investito dagli scandali, più i peggiori faccendieri italiani in America Latina nonché esponenti non propriamente raccomandabili di certe aree siciliane. E allora chi meglio di Vigo, noto anche per il dispregio del pubblico servizio ai connazionali e ai panamensi, potrà proseguire da Buenos Aires questa sottospecie di politica estera che questa Italia dedica al sub-continente? D’altro canto cosa aspettarsi da un Ministro – e lo chiediamo formalmente al Presidente Monti – che ha gestito il caso Vattani junior in un modo tale da incoraggiare gli assalti di questi giorni ai Licei di Roma da parte dei mazzieri di Casa Pound, ovvero un covo di estremismo eversivo e neo-fascista di cui l’ex Console generale ad Osaka era l’aedo. Le decisioni del Governo sul caso Vigo e diversi altri chiariranno se al binomio austerità e crescita si può ancora sottintendere la nozione di Repubblica democratica oppure questa è stata cancellata perché insufficientemente “tecnica”. Certo c’è del marcio alla Farnesina.

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Di Il Cosmopolita il 30/10/2012 alle 00:00 | Non ci sono commenti

30/10/2012

A caccia fuori porta

di Francesca Morelli

Da noi la caccia dà sempre bottini più magri, le stagioni di apertura e chiusurasono rigorosamente regolamentate e la voglia di fare belle battute, come quelle di una volta, rimane nell’immaginario dei cacciatori più incalliti. Secondo gli ultimi dati disponibili, in Italia il numero dei cacciatori registra un andamento decrescente essendo passati da 1.701.853 nel 1980 (3% dell'allora popolazione italiana) a 751.876, nel 2007, (1,2% dell'attuale popolazione italiana) con una drastica riduzione del 55,8%, (57,9% in rapporto alla popolazione italiana). Attualmente, la maggior parte dei cacciatori ha un'età compresa tra i 65 e i 78 anni. Grazie però a internet si può tranquillamente pianificare una bella vacanza con fucili e doppiette, abbigliamento adeguato e famiglia al seguito, per soli mille euro la settimana anche fuori dei periodi regolamentari. E allora perché non sognare di andarsene nella Pampa argentina a caccia di anatre, piccioni, cinghiali, cervi “cauquen” rossi, (pennuti locali) “taruca” (antilopi) e altre specie protette? La stampa argentina ha evidenziato come nel Paese ci siano pochi controlli soprattutto non si conosca il numero legale dei cacciatori argentini e tantomeno i dati sulla caccia di frodo effettuata da individui in cerca di facili guadagni. In particolare con gli stranieri; sottolineando come questi soggetti ovviamente siano insensibili ai problemi dell’ambiente e alla protezione delle specie a rischio di estinzione. Non è trascorso molto tempo da quando, a seguito di una mattanza di un yaguarete, (piccolo giaguaro locale), nella zona di Misiones, nel nord ovest dell’Argentina, che portava un collare radiotrasmettitore, in grado di comunicare i suoi spostamentiai biologi che lo seguivano e le 14.000 firme raccolte di cittadini che hanno chiesto fra l’altro la fine della caccia di frodo e maggiori fondi destinati all’assunzione di guardiacaccia, è stata effettuata una campagna porta a porta in tredici città intorno a Misiones con un yaguarete di cartapesta gigante per entrare in contatto con la gente locale e le associazioni di categoria. Una campagna da condividere contro la frode, in cui si invogliano gli stranieri a battute illegali. Oltre a privare il territorio dei suoi animali più rari; è stata chiesta la restrizione delle licenze di caccia e il rispetto della legge locale per salvare la selvaggina. E’ un progetto ambizioso anche perché non si conosce il numero effettivo di cacciatori locali, ma sembrerebbe l’unico modo per proteggere la popolazione indigena che ancora vive di caccia. Contenendo un fenomeno oramai dilagante, che si centra sulla grave corruzione di funzionari pubblici locali che, in cambio di pochi centinaia di dollari, non esitano a chiudere un occhio sulle frodi.

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Di Il Cosmopolita il 30/10/2012 alle 00:00 | Non ci sono commenti

30/10/2012

E la giostra gira.

Hai voglia a riprometterti che non ci caschi più. Che non leggerai gli articoli riguardanti Lui, che non guarderai i Suoi monologhi televisivi, che resterai sordo alle Sue dichiarazioni prima moderate e poi estremiste. Che insomma ti sei emancipato dal mondo delle chiacchiere vuote, mentre i fatti sono pesanti, ed affronterai il dibattito elettorale come in un qualsiasi paese europeo, in cui la dimensione europea – lo spettro che si aggira per l’Europa ma con effetti diversi dal Manifesto di Karl Marx e Friedrich Engels - ha un peso e uno spessore che vanno aldilà dei sorrisi sardonici della Cancelliera e dell’ex Presidente francese. In giro per l’Europa c’è l’attesa per chi amministrerà gli Stati Uniti negli anni a venire, per come volge l’autunno già primaverile del mondo arabo, per la Cina che scopre del mercatismo anche l’arricchimento indebito, per le guerre che si continuano a combattere qua e là, compresa quella che infesta l’Afghanistan e che ha mietuto la nostra cinquantaduesima vittima. Un risultato, per dirla con Woody Allen, disgraziatamente fatto per essere superato. Ebbene, hai voglia a nutrire i migliori propositi, eppure ci ricaschi. Proprio non ce la fai ad ignorare i proclami di Lui e le ciarle degli altri ed il dibattito tutto interno alla sinistra, come se davvero i suoi (della sinistra) destini dipendano dal tasso di rottamazione e non anche dal tasso di credito internazionale che essa riceve come forza di (potenziale) governo. Una domanda semplice semplice nessuno la pone, almeno apertamente, a sinistra. E se vince il candidato repubblicano e se in Medio Oriente e nel Golfo la crisi si avvita, siamo certi che bastino i sondaggi favorevoli da soli a garantire la vittoria della sinistra o del centrosinistra? Che prima o poi – ma i dirigenti sperano sempre poi se non mai – ci si dovrà misurare con quel macigno che è lo scenario internazionale, che è anche più testardo della Cancelliera quando si oppone alle euro-obbligazioni. E’ francamente stupefacente che un paese incassi la cinquantaduesima vittima e che, pur onorandone la memoria, non onori con la stessa compunzione gli uomini e le donne che restano sul campo. Onorarli in che modo? Dibattendo, ad esempio in Parlamento ma basterebbe anche in una trasmissione televisiva ben organizzata e facendo a meno dei comici di giro, del significato strategico della nostra presenza a Kabul. Dal dibattito si potrebbe anche concludere che sì, la nostra presenza è necessaria, non foss'altro che per mostrare solidarietà atlantica, e che le forze sul campo abbiano chiaro il messaggio del restare e perché. Scriveva Hegel che al buio tutte le vacche paiono bigie. La filosofia classica tedesca, compreso il vecchio Karl, sarà tosta da leggere ma merita di essere riletta anche da chi è rimasto colpito dal pensiero debole. Vale per la filosofia classica tedesca quanto si dice dell’automobile tedesca: che è pesante e affidabile. Ed infatti l’una e l’altra sono sempre di moda e vendono anche in un mercato in difetto di idee e di potere d’acquisto. La lettura di Hegel andrebbe consigliata all’AD FIAT, assieme ai bilanci del Gruppo Volkswagen, e chissà che non trovi ispirazione per modelli made in Italy competitivi. Il mercato della politica rispecchia il mercato dell’auto. I modelli nuovi sono al massimo la Nuova Panda che rottama la vecchia ma non pare fatta per imporsi sul mercato mondiale. Che continua a preferire il prodotto made in Germany. Come dargli torto?

ARCHIVIATO IN Pace e guerra

Di Il Cosmopolita il 30/10/2012 alle 00:00 | Non ci sono commenti

15/10/2012

Europa, Europa.

Immanuel Kant aveva ragione. O meglio gli danno oggi ragione i membri del Comitato norvegese per il Premio Nobel per la pace. I commenti si intrecciano sul Premio, che per taluni è di consolazione e per altri è il riconoscimento (fuori tempo massimo?) ad un ruolo pacificatore e stabilizzatore. Vale seguire un criterio filologico e trarre dal comunicato stampa del Comitato gli elementi che l’hanno indotto alla decisione. Ha poco conto se essa sia stata presa all’unanimità e se sia mancata al plenum la sola persona dichiaratamente euroscettica. Non v’è premio – si pensi al Festival del cinema di Venezia – che non faccia gridare all’errore e non spinga a recriminare chi a ragione, e spesso a torto, riteneva di avere i titoli per prevalere sull’effettivo vincitore. I premi, come si dice delle sentenze, vanno accolti e non commentati. Il Comitato evidenzia alcuni elementi alla base della decisione. Il primo, che è il più diffusamente ripreso dalla stampa, riguarda il ruolo di pacificazione del continente: “L’Unione ed i suoi stati membri [forerunners] hanno contribuito per oltre sei decenni all’avanzamento della pace e della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in Europa”. Dunque non solo la pace ma un tema caro alle democrazie nordiche (la Norvegia per due volte firmò l’adesione e per due volte la respinse con referendum), e cioè quello della democrazia e dei diritti umani, e non nella sola Unione ma nell’Europa nel suo insieme. Il secondo elemento riguarda la storia. Per settanta anni Germania e Francia si combatterono nel corso di tre guerre, ora la guerra fra loro “è impensabile”. Si dirà: bello sforzo. Ma se si pensa alla catasta di vittime e macerie delle tre guerre ed all’uscita dell’Europa dalla storia del mondo, allora il giudizio può essere più generoso. La pace è un valore in sé, al pari del diritto umanitario. Come commentano i federalisti italiani, il pregio dell’Unione è di rinnegare il principio di Filippo il Bello “rex est imperator in regno suo”. Tutti sono aperti a tutti, nel prodromo di quel diritto d’ingerenza umanitaria che poi sarà codificato in sede ONU. Il terzo elemento attiene all’attualità del XX secolo, il secolo breve del compianto Eric Hobsbawn. Ovest e Est non sono più le entità separate del secondo dopoguerra, perché “la democrazia è stata rafforzata e molti conflitti nazionali a base etnica sono stati regolati”. Ci volle la crisi nella ex Jugoslavia per fare capire agli europei che la pace è continentale o non è. Alla fine la lezione è appresa e alcuni paesi balcanici si affacciano all’adesione. La stessa Turchia, collocandosi nella prospettiva europea, vede “avanzare democrazia e diritti umani”. Il quarto elemento riguarda la crisi finanziaria che si riverbera sui sistemi economici e sociali. La difficile congiuntura – conclude il Comitato – non deve fare perdere di vista la massima acquisizione dell’Unione: “la battaglia di successo per la pace, la riconciliazione, la democrazia, i diritti umani”. La battaglia “ha trasformato gran parte d’Europa da continente di guerra a continente di pace”. Quando Alfred Nobel istituì il Premio nel 1895 contemplò “la fraternità fra nazioni” fra i criteri di assegnazione. Quei criteri sono soddisfatti nel Premio 2012. Ci sarebbe poco da aggiungere alla lettura del testo del Comitato Nobel, se non per trovare conferma di alcuni stilemi. Il sarcasmo di parte della stampa britannica ed il silenzio ufficiale di Londra. La vanità dei vertici delle istituzioni europee che si contendono il merito del Premio, mentre qualcuno auspica che vadano a ritirarlo Delors e Kohl. Il fastidio dei localisti di casa nostra. Il disincanto degli europeisti d’annata. Il Nobel è come l’Oscar alla carriera: ambito da molti, ottenuto da uno solo all’anno, vituperato da chi ci sperava. Godiamocelo senza porre troppi perché.

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 15/10/2012 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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