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Post di dicembre

27/12/2012

Please, have a cup of tea.

La forza dei luoghi comuni. Le signore inglesi sorbiscono il tè con biscotti al burro alle cinque del pomeriggio. I napoletani sorseggiano na tazzulella ‘e café a tutte le ore del giorno. Gli irlandesi si inciuchiscono di birra il venerdì sera. Alla vigilia di Natale, quando siamo tutti più buoni, la Farnesina celebra la Conferenza degli Ambasciatori, giunta nel 2012 alla nona edizione, stavolta all’insegna della sobrietà voluta dagli organizzatori per gli effetti della spending review. Lo stringato programma annuncia che la colazione è libera e la mensa è a disposizione dei conferenzieri. Ecco che un Ambasciatore aduso a Buckingham Palace mangia l’amatriciana accanto all’autista della periferia capitolina. Segno dei tempi e contrappasso. La buonista Conferenza 2012, che abbiamo potuto seguire in streaming, è crepuscolare assai. Il Governo dimissionario, il Parlamento in scioglimento, il Presidente della Repubblica a fine mandato. Gli unici a resistere sulla tolda sono i protagonisti della kermesse: i Capi Missione. Nei conciliaboli privati e nelle lettere al loro Sindacato - una volta si sarebbe detto giallo, il SNDMAE, ora appare semplicemente pallido - i diplomatici apicali lamentano la magrezza del bilancio MAE, appena lo 0,2% del bilancio pubblico, un primato che è destinato ad essere superato. Essi criticano il silenzio del centro a fronte delle questioni che trattano sul campo, le scelte antimeritocratiche alle nomine ed alle promozioni, e via lamentando. Ma quando siedono davanti alle stesse autorità che accusano di affamare la Casa, perdono qualsiasi baldanza critica e danno vita ad uno spettacolo che è pure simpatico nel suo essere surreale. Quasi un quadro di Magritte. A Bruxelles siamo determinanti nel promuovere la nuova Europa. Alla NATO siamo la chiave della sicurezza internazionale. Siamo i migliori amici degli Americani. Siamo ovviamente i migliori amici dei Russi. Se i Cinesi pensano ai diritti umani, è per merito di Ricci che li ha scoperti al mondo civilizzato. L’Africa non aspetta che noi per emanciparsi. Pure gli Indiani, con la licenza ai Marò, onorano il Natale, poco importa che da loro il Natale non c’è. Il Mediterraneo meridionale parla italiano, anche se apprezza i fondi del Qatar. A chi l’America Latina? A noi. La diplomazia italiana trionfa nel mondo con tale larghezza che neppure le vessazioni di bilancio ne scalfiscono la centralità. Lo streaming ci consegna in dissolvenza l’ultima foto dei Capi Missione stretti attorno al Presidente del Consiglio, in un’immagine di unità e concordia che fa ben sperare per le sorti d’Italia nel mondo. Thanks, Madam, your tea is pretty good. In un panorama così piatto che neppure “le plat pays” di Jacques Brel, un belga trasferito in Francia per inseguire l’arte prima che Gérard Depardieu facesse il percorso inverso per sfuggire al fisco, spiccano due interventi estranei al contesto. Quello del Presidente della Repubblica italiana e quello del Ministro degli Esteri di Francia. I due raccontano di un mondo con qualche asperità, su cui i diplomatici italiani, così leggiadri nell’autocelebrarsi, dovranno arrampicarsi. La crisi non è finita – annuncia Napolitano – e molta strada dobbiamo percorrere perché l’Europa sia quella che immaginiamo: perché superi “la sindrome dello inside looking”, il guardarsi dentro ignorando quanto si agita fuori. La difesa comune e la condivisione di responsabilità e impegni. Il rischio dello “scivolare divisa verso l’irrilevanza” e, per converso, l’affermarsi di un interlocutore europeo e non dei singoli stati membri. Fabius non ha dubbi nel definire “movimentati” i precedenti rapporti fra i due paesi, che ora volgono al bello perché ambedue concorrono alla nuova Europa del rigore e della crescita. E giù una lista di problemi che fa guardare con minore ottimismo alle relazioni internazionali: situazione siriana e focolai terroristici, l’instabilità del Mediterraneo, i rischi della proliferazione nucleare, la crisi mediorientale. Ovunque l’Europa deve affermarsi e perciò “va rimessa sui binari” e volta alla “integrazione solidale”. Fra la simpatica cadenza del Presidente e lo scintillante francese del Ministro lo streaming ci regala i momenti della vivacità e del pensiero forte. Caffè e champagne. Pas mal.

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Di Il Cosmopolita il 27/12/2012 alle 00:00 | Non ci sono commenti

27/12/2012

Abbassano i decibel

di Francesca Morelli

Una nuova legge sul trasporto, approvata pochi giorni orsono e che entrerà in vigore i primi giorni di gennaio, stabilisce che sui mezzi di trasporto pubblici argentini non si potrà ascoltare musica senza indossare i regolamentari auricolari. Il testo comporta una modifica del codice del Trasporto e del Trasporto della città “porteña”. Senza voler imporre la proibizione dell’utilizzo di dispositivi portatili per l’ascolto della musica o dei video, il legislatore ha voluto sottolineare la necessità di una migliore convivenza civile che cessa laddove i propri diritti infastidiscono quelli degli altri; rumore, schiamazzi, musica a tutto volume aggravano una situazione di stress sugli affollatissimi mezzi di trasporto di Buenos Aires. Lo spazio pubblico viene così reinterpretato come luogo dove convergono gusti modi e abitudini dei più diversi che possono convivere grazie ad un accordo trovato in un quadro legale. I cartelli con la nuova normativa verranno affissi il giorno dell’entrata in vigore della legge e i detrattori delle norme potranno essere invitati ad allontanarsi o a scendere dal mezzo pubblico su invito del conducente del mezzo. La nuova legge presentata in base ai progetti dei diputati della città di Buenos Aires, Daniel Lipovetzky, del PRO e Maximiliano Ferraro, della Coalición Cívica ha coinciso con il giorno del silenzio, celebrato qualche giorno prima in molte città argentine. Buenos Aires si è svegliata con un auricolare gigante sulla cupola del Planetario. San Juan, San Luis e Mendoza avevano già approvato le stesse “restrizioni” la scorsa estate. Da uno studio realizzato nel 2011 dall’ Istituto GAES Centros Auditivos, risulta che un 97% degli intervistati crede che la popolazione in generale, non abbia preso coscienza dell’importanza di evitare di fare rumore. L’inchiesta ha rilevato anche che gli argentini sopportano livelli di rumore che superano il limite accettabile stabilito che equivale a 65 decibel (OMS) e il 94% ha ammesso di vivere in un Paese rumoroso, forse la nuova legge sull’inquinamento auditivo potrà contribuire a ridimensionare questi dati.

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Di Il Cosmopolita il 27/12/2012 alle 00:00 | Non ci sono commenti

17/12/2012

La “risposta” del Ministro Terzi

Il rinvio a “tempi migliori” della sentenza sui fucilieri di marina da parte della magistratura indiana segna la pietra tombale sull’infelice scelta dell’ambasciatore Giulio Terzi come Ministro degli Esteri del Governo “tecnico” guidato dal Prof Monti: quello che avrebbe dovuto essere il suo unico successo si è infatti trasformato in un emblematico “fiasco”. Non poteva che andare così per la semplice e buona ragione che il trascorso ventennio ha allevato alla Farnesina (sotto Fini, Vattani, Frattini, Massolo) diplomatici avvezzi alla vita di corte, ma del tutto ignari del che fare “sul campo”: fantastiche carriere ed inossidabili permanenze al vertice. Cambiavano i Ministri (sempre di centro-destra e qualcuno di centro-sinistra che poco o nulla faceva di “sinistra”) restavano i gabinettisti passandosi l’un l’altro la fiaccola del potere. I risultati si sono visti fino all’attuale totale irrilevanza dell’Amministrazione degli Esteri. Sulla vicenda marò c’è da dire che questa costituisce una brutta pagina (a parte i pescatori indiani ammazzati mentre pescavano, anche se forse in acque internazionali e senza contare il carattere non universalmente condiviso dei “confini” in mare) e la prova dell’incapacità nazionale di capire e di interagire col vasto mondo. L’enfatizzazione a partire dai vociferanti cialtroni neofascisti non ha giovato: la trappola (con il concorso “perinde accadaver” della Farnesina) è stata autocostruita con i risultati visti. Ora il tutto sta degenerando in farsa con la visita pastorale e natalizia dell’Ammiraglio-Ministro e l’idea di portare i “ragazzi” a casa in licenza per mangiare il panettone e, magari chissà, non tornare più al confortevole albergo a 5 stelle in cui soffrono le pene della lontananza dall’amata Patria. Intanto, per non sbagliare, il Ministro Terzi, una volta espletata l’ultima querula e vana rodomontata con le Autorità ed i rappresentanti indiani si è affrettato a chiudere (prima di Natale: stagione dei regali) il proprio soggiorno alla Farnesina sistemando colleghi, sodali e collaboratori. Tutto scritto, tutto previsto, tutto conforme alla tradizione (ovviamente cara ad un Ministro conservatore) accelerata peraltro dai rituali “saldi di fine stagione”. Così c’è chi va a Londra, chi si accontenta di Ottawa e chi senza averne il grado/funzione né i requisiti di permanenza alla Farnesina se ne parte per Belgrado. C’è chi, poverino, ha dovuto saltare il turno per i trascorsi con Walterino. Possiamo solo sperare che la lunga “partisanship” (ovviamente di destra) agli Esteri sia prossima alla fine: certamente sarà impossibile restituire ad un minimo di “bipartisanship”, di interessi nazionali e di piena funzione istituzionale una Amministrazione che ha toccato negli ultimi anni il proprio minimo storico, normativo, di risorse, di utilizzo del personale diplomatico e non. La silente e apparentemente (auto) “dignified” presenza sui banchi del Governo del Nobile Bergamasco (politicamente qualificatosi come “indipendente” e democraticamente coniatore della locuzione “Signor Ministro” invece del tradizionale “On Ministro”) volge al termine ed in attesa della possibile conquista di quell’”On” che mancava al suo curriculum, ha infine deciso di realizzare un ultimo giro di vacuità. E nella confusione che regna nel Paese nessuno ha pensato di fermarlo da quest’ultima – ben poco meritata – “fiera delle vanità”: ci riferiamo all’inusitata convocazione – alla vigilia di elezioni e del ricambio di tutte le cariche istituzionali della Repubblica - della già inutile Conferenza degli Ambasciatori, inutile non tanto come metodologia, bensì per le seguenti ragioni: asfissia delle rete e sua sistematica dequalificazione, scadimento nella selezione, motivazione e – ove possibile – valorizzazione delle esperienze sul campo, ritualizzazione e autopromozione dei Vertici interni di fronte alle alte cariche dello Stato. In una parola la tronfia formula “Vattani”, ereditata dai suoi successori sia politici (Ministri) che “amministrativi”. C’è da aspettarsi che quest’anno, a giorni, il vuoto pneumatico di “intelligenza” e di “proposta” tecnica risulterà evidente, come pure la polverizzazione (se mai ha avuto per l’Italia senso alcuno l’espressione fantasiosa di “Sistema Paese” a cui la Farnesina ha perfino dedicato una Direzione Generale sopprimendo giuridicamente e di fatto le Direzioni operative (contro-riforma Frattini, Massolo). Giustamente a questo “teatro dell’assurdo”corrisponde perfettamente la pressochè totale assenza delle tematiche internazionali dal dibattito pre-elettorale: concentrato – come si conviene ad un Paese che ha deciso per sempre la propria irrilevanza (o il ritenere che rilevanza e visibilità di vertice coincidano)ovvero – nella migliore delle ipotesi il circoscrivere la partecipazione italiana al solo volet monetario finanziario. Che certamente non è il nostro punto di forza. Né più, né meno di quello “bellico”.

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Di Il Cosmopolita il 17/12/2012 alle 00:00 | Non ci sono commenti

12/12/2012

Un anno con il Ministro Terzi

La Farnesina è tornata alle cronache, dopo essere riuscita a scivolare nell’oblio sull’irrisolto caso dei marò (di cui rimangono ormai soltanto i manifesti neo-fascisti appesi per le strade romane con lo slogan “andiamoceli a prendere”): anche questa volta però l’annunciato trionfo targato Terzi si è trasformato in un fiasco. La domanda iniziale sulle ragioni che avevano determinato una scelta solo apparentemente tecnica, si pone oggi in termini diversi, ovvero perché mantenere un diplomatico nell’importante ruolo di Ministro degli Esteri in una fase internazionale in cui l’Italia non può non giocare un ruolo e non può neppure limitarsi a giocarlo sul solo terreno economico: il caso palestinese all’ONU docet. Se d’altro canto un errore tecnico di valutazione diplomatica può essere comprensibile soprattutto provenendo da un ex funzionario notoriamente nervosamente perfezionista, molto meno compatibile con un’ulteriore permanenza al vertice della Farnesina sono le prove di non “bipartisanship” fornite dal Terzi nell’anno trascorso al timone della Farnesina. Infatti, mentre cumulava errori su errori fino a rendere necessario per il voto all’ONU l’intervento riequilibratore del Capo dello Stato e (così risulterebbe) del leader della maggiore forza politica nazionale, il Ministro Terzi non si peritava di compiere una serie di scelte tutte marcate politicamente, e tutte a destra. Si va dall’ospitalità alle iniziative della Fondazione Fare Futuro (Gianfranco Fini) e a quelle della Famiglia Alfano con il fratello del Segretario del PdL impegnato a presentare il suo portale. Ciò non bastasse, Terzi allargava alla Farnesina la panoplia di consulenti e di protegées del regime berlusconiano fino ad includervi una propria stagista dell’Ambasciata a Washington e personaggi di assai opinabili qualificazioni. Al suo fianco come più diretto collaboratore l’ex Ambasciatore a Panama Vigo, già noto per il simpatico “carteggio” con il Walter Lavitola attualmente nel carcere di Poggioreale, in attesa del processo fissato per il 21dicembre. Nella stessa data, il Ministro Terzi intenderebbe tenere quella che – nelle attuali condizioni finanziarie della Farnesina e nella concomitante fase preelettorale in cui il Paese si trova – già si presenta come una kermesse di totale inutilità. Anzi controproducente. Ed infatti andrebbe tenuta all’indomani delle elezioni per fornire supporto tecnico al nuovo Governo e strumenti valutativi al nuovo Ministro nonché a far ricevere alla rete diplomatica gli orientamenti e le istruzioni ricevute dal corpo elettorale. D’altro canto non stupisce che ad un Ministro uscito dal cilindro come nei giochi di prestigio sfuggano simili “dettagli”. Se egli credeva qualificazioni sufficienti un curriculum tanto di pregio, quanto esplicitamente “targato” (ancorchè esteriormente “ecumenico”) qualcuno dovrà assumersi la responsabilità di sanzionare scelte e comportamenti difformi dalla percezione maggioritaria degli interessi nazionali. Del resto, in altri tempi ambasciatori coinvolti in casi come quello del voto all’Assemblea ONU - ovvero personalmente attestati su linee radicalmente difformi da quelle Governative su punti discriminanti - avevano scelto la via delle dimissioni. Ci pensi il Ministro Terzi, potrebbe facilitargli una “pensione” politica.

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Di Il Cosmopolita il 12/12/2012 alle 00:00 | Non ci sono commenti

12/12/2012

Riflessioni sul Grande Disordine Mondiale

Incontro il mio amico marziano all’indomani delle dimissioni del Presidente del Consiglio Monti ed il ritorno in campo di Berlusconi. Gli chiedo cosa pensa succederà adesso. Marziano: In realtà quasi niente. Si alzerà un pò lo spread ed aumenterà la competizione sia nel campo antieuro (Berlusconi, Lega, Grillo eventuale coalizione arancione) che in quello europeista (UDC - Italia Futura e finiani al centro e Centrosinistra allargato). Questi ultimi due schieramenti dovrebbero alla fine trovare un accordo con Bersani premier e Monti in un qualche ruolo di garanzia per i mercati. Io: Quindi tu vedi una sostanziale continuità con la “Agenda Monti”? Marziano: Mi sembra si stia delineando, anche se molto faticosamente e con grande e colpevole ritardo, piuttosto una Agenda Bersani - Fassina che tenterà di usare Monti come assicurazione. E questo dispiace assai a vari attori protagonisti di questa crisi; in particolare alla Merkel, che rischia di vedere messa in crisi l’austerità da parte di un asse Bersani – Hollande, ed alla grande finanza che contava di fare shopping a prezzi stracciati in Italia. Comunque scordatevi politiche espansive unilaterali perchè sareste puniti severamente. Diciamo che potrete addolcire un poco il rigore e ridefinire il vostro interesse nazionale con un governo democraticamente eletto. Poi dipenderà tutto da chi prevarrà nella resa dei conti della crisi globale. Gli scenari sono in rapido cambiamento. Io: La quantità e qualità di interventi è davvero impressionante ed in alcuni casi sorprendente. Mi ha intrigato l’idea di elaborare una tassonomia delle posizioni in campo nell’interpretazione della crisi e della sua eventuale soluzione. In effetti ce n’è per tutti i gusti. Vuoi provare a delinearla? Marziano: Partiamo da destra: alla estrema destra ci sono movimenti come Alba Dorata, il FN, la Lega (ed adesso sembrerebbe anche il PDL) che sono antiglobalisti identitari e spesso esplicitamente razzisti. Lasciamoli per il momento da parte. Per i liberisti ortodossi la crisi è niente più che un incidente di percorso dello sviluppo capitalista e di un processo irreversibile di globalizzazione. Si tratta quindi di ristabilire le condizioni normali di funzionamento dei mercati finanziari, lasciarli comunque liberi ed affrontare attraverso l’austerità la crisi del debito sovrano causato dal salvataggio pubblico del sistema finanziario e bancario. Via via che ci si sposta da questa posizione estrema verso il centro, vengono fatte alcune concessioni: una moderata regolazione della finanza viene ritenuta auspicabile; così come la necessità di coniugare austerità e politiche attive di crescita. Alcuni arrivano a considerare la possibilità di rivedere il sistema della governance globale o perlomeno quello della UE. Andando verso sinistra le cose si complicano. Mentre negli Stati Uniti sembra esserci un relativo consenso sulla necessità di politiche espansive, in Europa i diversi partiti di centro-sinistra appaiono marciare in ordine sparso seguendo gli interessi nazionali del momento o dimostrandosi subalterni alla retorica del rigore con crescita che si sta rivelando un ossimoro. Io: Poi c’è una sinistra francamente critica dell’austerità che arriva a porre in questione anche l’Euro, penso alle posizioni di Bagnai, Piga, Brancaccio, Cesaratto, Biancofiore e Halevi e vari altri. Marziano: aspetta, fermiamoci un attimo, prima di analizzare le posizioni più a sinistra che sono molto complicate. Chiariamo subito quindi che quelle da me finora enunciate sono posizioni intrasistemiche, ovvero si riferiscono ad aggiustamenti più o meno radicali rispetto al modello di globalizzazione fin qui adottato, mantengono la fiducia nel processo di costruzione europea e considerano l’euro salvabile attraverso un’unione fiscale e politica ed un growth compact che potrebbe e dovrebbe essere lanciato. Io: Poi c’è chi oramai invece non ci crede più e prospetta scenari alternativi. Marziano: è vero cambia molto a seconda del Paese d’appartenenza. I commentatori statunitensi sono molto più pessimisti sull’euro, di quanto lo siano gli europei, almeno sulle testate che fanno capo all’establishment. Certo la Eurozona (EZ) è un bel rebus, ma anche la globalizzazione così come è adessodifficilmente potrà preservarsi uguale a se stessa. Io: ma anche in Europa le voci contro l’Euro ed implicitamente contro la costruzione europea così come la stanno gestendo le élites si stanno moltiplicando. Marziano: e qui completiamo il quadro con gli autori che tu citavi prima. Devi però considerare che sono quasi tutti economisti eterodossi, generalmente molto brillanti, ma che si scontrano contro la impermeabilità dell’establishment accademico e mediatico. Sono i pionieri del possibile cambio di paradigma (meglio sarebbe dire i continuatori di una lunga tradizione di pensiero marginalizzata che torna a far sentire la sua voce). Comunque è in corso un fecondo dibattito tra neokeynesiani (fondamentalmente ispirati da Minsky), neo marxisti e la Modern Monetary Theory. Per adesso marciano separati per colpire uniti il mainstream fatto di globalizzazione più austerità ed i fatti sembrano dargli ragione. Basta leggere gli ultimi documenti del FMI per rendersene conto. Io: Il “Chicago Plan revisited” è una vera bomba bisogna dirlo. Marziano: Senz’altro, ma di fatto anche in vari altri documenti e prese di posizione ufficiali hanno decretato la fine della adesione acritica al liberismo ed alla austerità. Da questa partita accademica si capirà come andrà il mondo nel futuro prossimo. Sicuramente avremo delle sorprese...

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Di Il Cosmopolita il 12/12/2012 alle 00:00 | Non ci sono commenti

03/12/2012

Riflessioni sul Grande Disordine Mondiale

Io: Durante l’ultima conversazione mi ha colpito molto il tuo richiamo ad evitare di considerare la spesa pubblica come una panacea. In ultima analisi sia l’austerità che le politiche proposte dai keyneisiani ingenui sono poco convincenti? Marziano: In questo assordante silenzio di idee nuove e di cacofonico sovrapporsi di quelle vecchie, la tecnocrazia prosegue nel suo mantra: “non c’è alternativa”. Io: Non mi sembri entusiasta delle politiche due “Super Marios” Marziano: Siamo al sublime ed alla miseria della tecnocrazia. Draghi ha compiuto appena possibile un colpo di mano all’interno della BCE, dove il potere decisionale era stato fino ad allora saldamente in mano alla Bundesbank, che invece è adesso si ritrova isolata; persino la Merkel ha dovuto abbandonarla al suo destino oltranzistamente monetarista. Questo ha ridotto sicuramente il margine di manovra e la baldanza della speculazione e prodotto aspettative più stabili, ma tutti sanno che alla fine si tratta di guadagnare tempo con palliativi. L’Euro rimane una moneta senza stato e gestita per il 60% a Londra negli scambi extra-eurozona. Draghi ha rotto il tacito patto che legava la BCE agli interessi della finanza anglosassone e del mercantilismo tedesco. Ha mostrato qualità tecniche e diplomatiche nel comprare tempo e assicurare alla banca ingenti profitti che andrebbero subito reinvestiti in un fondo di assistemza alle famiglie europee in difficoltà economiche. Manca ancora il ritorno alla normale somministrazione del credito sia interbancario che alle imprese e alle famiglie. Alcune banche nazionalizzate, Paese per Paese, dovrebbero occuparsi di questo. Monti invece? Chiedo. Marziano: Anche Monti si barcamena in una situazione di emergenza, ma ha perlomeno riportato l’Italia a sedersi nei consessi internazionali con un minimo di dignità e sta difendendo, per quello che gli è concesso dalla sua eterogenea maggioranza parlamentare e dalla sua propria cultura economico-politica, gli interessi nazionali in un contesto difficilissimo. Il vero discrimine in Italia è tra l’Agenda Monti ed un’eventuale alternativa a sinistra, ma la politica italiana è troppo complicata per un marziano. In definitiva Monti e Draghi stanno comportandosi da onesti tecnocrati a difesa dagli interessi che rappresentano, cercando di adattarsi come possono ad un ruolo politico cui non sono avvezzi. In entrambi i casi sono situazioni tattiche, non essendoci alternative strategiche allo stato attuale. Io: quindi tu vedi un superamento a sinistra dell’Agenda Monti? Marziano: sai, destra o sinistra, si tratta di ritrovare un modello funzionante. Quella di Monti è una Agenda eterodiretta dai creditori. Per essere rovesciata andrebbero rinegoziati gli accordi con questi ultimi. Ció sarebbe possibile una volta ridefinito l’interesse nazionale, che deve certamente inquadrato in ambito europeo, ma senza farvi gabbare. Ti ribadisco, date le attuali condizioni la permanenza dell’Italia e degli altri PIGS nell’eurozona assomiglia sempre più ad una morte per asfissia. Se non cambiano le regole del gioco, diventerá un gioco al massacro. La retorica de ‘’l’austerità rende liberi’’ sta seriamente ponendo in pericolo il futuro della UE. Io: Il fatto è che anche per chi invece inonda di liquidità il sistema il futuro non appare roseo; la massa monetaria degli Stati Uniti rischia di trasformarsi in fortemente inflazionistica nel medio termine e poi c’è il “Fiscal cliff”. Marziano: Questa è l’argomentazione usata fondamentalmente dagli economisti di scuola austriaca e della destra mainstream. Fino a che la disoccupazione è superiore al 6% la cosa è un nonsenso logico-matematico. Krugman e Stiglitz hanno ragione a dire invece che non è stato fatto abbastanza. Obama èstato troppo morbido con la finanza. Ha spento il sogno americano. E’ vero anche che la sua “mission” era molto difficile. Vedremo adesso se sarà in grado di riaccenderlo nel secondo mandato. Il problema del Fiscal cliff invece dovrà essere affrontato. Ma il dubbio resta: si preleverà davvero ai ricchi, si colpiranno le rendite di posizione di Wall Street ? Io: Dell’emergere di un paradigma alternativo per ora non si parla. Marziano: Epistemologicamente (e forse nei fatti) il liberismo è finito. Ma non sono sicuro si abbia una vera idea di ció che dovrebbe sostituirlo. E’ andata in pezzi l’idea stessa di progresso che aveva contrassegnato la modernità. Non si ha una vera idea dei futuri possibili ed auspicabili. La paralisi mentale indotta dall’austerità implica sofferenza. Non basterà rilanciare la crescita (aumento delle quantità) che dovrebbe invece essere affiancata dallo sviluppo (aumento della qualità) al fine di ritrovare un senso alla vostra civiltà . Io: Questo già sarebbe un cambio paradigmatico. Marziano: Si, peró gli automatismi mentali sono difficili da smontare e cambiare. E poi ci sono gli interessi delle élites. Lo spiega molto bene Stiglitz in una recente intervista al Nouvel Observateur come pure la lunga serie di articoli di Guido Rossi sul Sole 24 ore. Comunque l’austerità ha i mesi contati. L’intera Europa è in recessione. Il modello è fallito. Io: Insomma ci aspetta un 2013 interessante. Marziano: Credo proprio di si. Sarebbe importante a questo punto fare la tassonomia intellettuale delle ipotesi sul tappeto. Diciamo tutto l’arco teorico che va dalla “decrescita felice” di Latouche e la denuncia di Paolo Barnard fino al liberismo più spinto alla Zingales. Credo che vi aiuterebbe a scegliere. Io: Un lavoro immane, vista la cacofonia di proposte che vige adesso. Marziano: Hai ragione, il dibattito assomiglia un poco a “Prova d’Orchestra” di Fellini. Però alcune idee dovrebbero essere già chiare. Meno Stato, meno Mercato e molto più Comune. Sarebbe necessario un diritto internazionale cosmopolita. Su questo piano leggiti la bellissima intervista a Padre Dall’Oglio su Limes online, molto lungimirante. Io: Si l’ ho letta. Davvero mozzafiato. Un’analisi raffinatissima. Marziano: La soluzione della crisi finanziaria, con una nuova governance globale, così come quella del conflitto Occidente-Islam non può che essere anche, forse principalmente, una soluzione spirituale.

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Di Il Cosmopolita il 03/12/2012 alle 00:00 | Non ci sono commenti

03/12/2012

Voto ONU sulla Palestina

Con 138 voti a favore, 41 astensioni e 9 contrari, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite decide di riconoscere alla Palestina lo status di paese non membro, lo stesso della Santa Sede, che infatti plaude alla decisione. L’Unione europea giunge divisa al voto, come a volte le accade in decisivi frangenti dell’agenda internazionale. L’Italia si impegna a favorire una posizione comune attorno all’astensione. La scelta peggiore – commenta Bernardo Valli su La Repubblica – perché testimonia codardia più che equidistanza. E in Medio Oriente la codardia significa irrilevanza. Il commento alla decisione ONU più singolare e sincero è di Haaretz: Israele ha perso l’Europa. Poco conta che alcuni stati d’Europa abbiano votato contro o si siano astenuti. Per non dire di Abraham Yehoshua (La Stampa) che, prima del voto e riferendosi a Hamas, invita Israele a trattare quelli di Hamas come “nemici” e non come “terroristi”, perché è coi nemici – per parafrasare Rabin – che si conclude la pace. Commenti risentiti vengono dagli americani che, pur sostenendo l’idea di due stati – due popoli, affermano stranamente che la decisione ONU non aiuta il processo di pace e dunque la stessa soluzione due stati – due popoli. Reazione aspra del Primo Ministro d’Israele, che probabilmente non aspettava altro per annunciare la costruzione di altri 3000 alloggi per i coloni nei territori occupati di Cisgiordania. Tanto per martoriare ulteriormente la già maculata area sotto controllo palestinese e dimostrare, prima ancora che l’evento si verifichi, che uno stato palestinese non è viabile. Anch’egli ovviamente sostiene la soluzione due stati – due popoli. La decisione ONU di certo ha conseguenze sul processo di pace, anche se coi tempi lunghi e col procedere a zigzag tipici di quel processo. La prima conseguenza è di ridare dignità alla via diplomatica, che l’Autorità Palestinese persegue da tempo col suo Presidente, sovente criticato dai suoi per eccesso di moderatismo. Mentre Hamas riceve una sorta di riconoscimento da Israele che, complice l’Egitto della Fratellanza Musulmana, accetta di negoziare la tregua per Gaza, l’autorità dell’Autorità Palestinese scema sull’onda dei vari estremismi e finisce per dare involontariamente ragione a quanti adoperano tutti i tipi di arma per offendere il nemico. Se la pace la si fa col nemico, è preferibile trattare con un nemico che abbia il controllo delle proprie “truppe”: così autorevole da condurre con pari efficacia sia la guerra che la pace. Un nemico poco credibile rimane tale anche nella conclusione degli accordi di pace. E poi l’Autorità Palestinese è impegnata col Primo Ministro in un’opera di crescita economica che serve anche a diminuire la pressione su Israele e sull’aiuto occidentale. Certo, ora la Palestina potrebbe ricorrere alla Corte di Giustizia Internazionale, sebbene l’AP dichiari che si asterrebbe dal farlo nell’immediato. Certo, ora la Palestina potrebbe avviare una campagna per isolare diplomaticamente Israele. Certo, la Palestina – come accaduto altre volte in passato – potrebbe divenire il sostenitore occulto della Destra israeliana alle elezioni politiche di gennaio. I sondaggi già le sono favorevoli, specie dopo l’alleanza fra il partito del Primo Ministro e quello del Ministro degli Esteri. Intemperanze, per non dire di peggio, da parte palestinese non farebbero che compattare l’elettorato israeliano attorno al dogma della sicurezza ed a chi dichiara di meglio perseguirla, la Destra appunto. A fronte di uno scenario così fluido vi sono alcuni punti fermi, quale la riconferma di Obama. E se è vero che il Presidente al secondo mandato pensa ai libri di storia e che questi libri attendono di riportare la pagina finale sulla pace in Medio Oriente, ebbene qualche spiraglio si apre. La vicenda italiana risulta confusa. Schierata inizialmente per l’astensione, con la Farnesina che apparentemente la sostiene come possibile posizione europea “ultra petita”, l’Italia vira verso il voto favorevole grazie all’intervento del Presidente della Repubblica e del Presidente del Consiglio. I giornali ricostruiscono la vicenda in termini di presa di distanza rispetto al Ministero degli Esteri, che accoglie la decisione definendola “ponderata”, come se si potesse non ponderare una scelta di questa portata. Non interessa al Cosmopolita indagare sull’iter della presa di decisione, ma cercare di capire perché certi atteggiamenti siano ormai “consustanziali” al modo di procedere della Farnesina. Ai cui vertici stanno persone appartenenti allo stesso circuito NATO, Israele, Stati Uniti e imbevuti della stessa cultura di europeismo pallido. Peccato che, per dirla con Valli, il pallore non giovi all’Europa.

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Di Il Cosmopolita il 03/12/2012 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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