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Post di febbraio

28/02/2013

Se il morto afferra il vivo.

L’indomani delle elezioni che, verosimilmente, hanno inaugurato la Terza Repubblica rischiano di presentare alla Farnesina e più in generale all’evanescente politica estera dell’Italia, un conto così salato da poterne definitivamente determinare più, che una conferma dell’attuale irrilevanza, una vera e propria uscita di scena. Tramortita – come si è più volte spiegato - dal pluriennale passaggio di dirigenti quali Fini (“parce sepulto”…), Frattini (chi era costui?), Vattani (il tramonto del “rieccolo” salvo una reincarnazione nel figlio rockero e senatore della Repubblica dei “traditori”), Massolo (l’”astuto” non a caso ora parcheggiato ai Servizi “segreti”), la Farnesina esce da 15 mesi di stritolamento nella morsa economicista ed ultra-atlantica di Monti in condizioni come si erano conosciute, giustappunto, solo a Salò. Il fatto è che, quale che siano gli esiti (ovviamente “a tempo”) della nuova legislatura, non è neppure immaginabile che possa essere omertosamente mantenuto il garbato silenzio di coloro che ritenevano (a torto) di essere i soli protagonisti del dibattito pre-elettorale su temi dirompenti collocati sul crinale tra politica estera, politica di difesa, economia internazionale e gestione delle forniture economiche internazionali (in entrata ed in uscita). E la Farnesina difficilmente potrà continuare nella politica della “scimmietta” che non vede, non sente, non parla. Politica facilitata ovviamente alla scelta montiana di un Ministro degli Esteri palesemente più adatto al ruolo del “maggiordomo” di Vespa in “Porta a Porta” che in quella di responsabile di un servizio diplomatico che già fu all’altezza dei suoi omologhi. E (sia detto tra parentesi) non di solo Ministro si tratta considerato come molti “buchi” erano e sono stati riempiti (si pensi al “fantasma” di Firenze House o al suo collega a Tel Aviv…) e che tra breve non si potranno neppure più riempire. Ma questi sono dettagli a fronte sia del problema (non nuovo) dello “scollamento” totale tra politica estera e quella di difesa, tra queste e quella industriale (vedasi Finmeccanica, Eni e compagnia cantante per culminare coi 90 F35 Lockeed), sia della riduzione della politica di integrazione europea ai mercati finanziari, alla BCE e a farneticazioni reazionarie sulla “sovranità nazionale”: un guazzabuglio inestricabile (“pour cause”…) che troppo a lungo si è coperto con il “cache-sex” del “decreto missioni”. E ora che faranno? Già qui sta il punto perché, mentre gli orfani della “guerra-lampo” farfugliano di “ingovernabilità” (cioè della concreta impossibilità di continuare come prima, ovvero di ridurre anche la politica estera ad un problema di “caselle”, cancellando a piè pari ogni dibattito di fondo (risolti! Per sempre e tanto più risolti per chi riteneva di doversi dimostrare più “realista” del Re), ora emerge il rischio ben concreto che le discussioni si aprano, si allarghino individuando i nessi tra scenari e compatibilità esterne ed interne. Finita la soluzione “pret à porter” del Prof Monti e dei suoi collaboratori (bocciati dal voto e vezzeggiati alla vigilia come i partner perfetti nell’ipotetica modestia del 51% che si fa 49%) non sarà facile eludere il confronto interdetto o ridotto a pillole congiunturali per alcuni decenni. Non facendo ciò, s i rischia l’effetto - già verificato nelle urne lo scorso fine-settimana del “morto” (Berlusconi) che afferra il vivo. Entrambi “vincitori”.

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Di Il Cosmopolita il 28/02/2013 alle 00:00 | Non ci sono commenti

19/02/2013

La congiura del silenzio.

Il titolo dell’articolo di Stefano Silvestri per Affari Internazionali, che a sua volta prende a prestito alcuni spunti del Cosmopolita, è eloquente. La congiura esclude gli affari esteri dall’agenda politica nazionale. L’argomento semplicemente non ci riguarda. Si spendono poche parole sull’Europa per criticare il Capo del Governo, che ribatte che la posizione sul bilancio UE era condivisa coi tre partiti della maggioranza. Si è reticenti sui militari in Afghanistan e negli altri fronti tra cui quel Libano sempre sull’orlo della destabilizzazione. Si distribuiscono espressioni di circostanza per i marinai in India, con cui la situazione generale volge alla burrasca per il caso Finmeccanica. Si ostenta indifferenza a quanto accade in Israele dopo il voto, come se Gerusalemme stesse in uno di quei remoti paesi che solo Tiziano Terzani visitava. In controtendenza si pone la fervida attenzione agli Italiani all’estero e al loro voto. La coalizione di centrosinistra ricorda ancora lo striminzito successo del 2006 grazie ai maneggi dei nostri eletti esteri. I quali continuarono a maneggiare i loro voti in Parlamento facendoli venire meno quando maggiormente servivano. E perciò alcuni oggi sono premiati con la candidatura nel centrodestra. Il centrosinistra chiede di incrementare le provvidenze a favore del “Sistema Italiani all’estero”, perché di un sistema si tratta, nell’assunto che la legge sul loro voto merita di sopravvivere così com’è. Lo stesso dicasi della parallela legge sulla cittadinanza. Poiché ambedue furono adottate a larga maggioranza, non stupisce che oggi siano difese dallo stesso plebiscito. Eppure sono leggi che non funzionano e producono distorsioni sul piano interno e dei rapporti internazionali. Sono di così difficoltosa applicazione che la Conferenza Ambasciatori 2012, un’Assemblea certo non incline alla sedizione, chiese coralmente al Direttore Generale degli Italiani all’estero di preparare un dossier per il prossimo Ministro degli Esteri con l’elenco dei numerosi punti critici. Gli Ambasciatori, cui va dato atto che di queste cose s’intendono, auspicano che il legislatore metta mano a modifiche radicali. La normativa sul voto all’estero mette in tensione la rete diplomatica e consolare che, già falcidiata dai tagli, in epoca elettorale è costretta al surmenage e si espone a errori ed omissioni. L’Italia ribalta il principio dell’ordinamento moderno “no representation without taxation”. Neppure gli Italiani d’Italia pagano le imposte, ma almeno sono esposti alle ispezioni ed alle sanzioni. Gli Italiani dell’estero sono chiamati a contribuire alla politica di un Paese in cui non vivono ed i cui interessi possono essere in contrasto con quelli di residenza. Di più. E’ invalsa la prassi che gli eletti esteri divengano membri delle Commissioni Esteri di Camera e Senato. I partiti lasciano loro mano libera nel falso convincimento che nessuno meglio di un emigrato conosce le relazioni internazionali. In realtà essi stanno in potenziale conflitto di interessi e la loro condizione si riverbera sulle scelte generali. La privatizzazione della politica estera è coerente con la congiura del silenzio della premessa. Ciascun gruppo d’interesse gestisce la “propria” politica estera. Si dimentica il dettato costituzionale, spesso richiamato dal Presidente della Repubblica, che riserva questa politica allo Stato e non a regioni né a gruppi particolari. Il ritorno al dettato costituzionale sarebbe il benvenuto nella legislatura che si aprirà a marzo. A cominciare dalla composizione delle Commissioni Esteri, dove una volta stavano Andreotti e Colombo e Napolitano ed ora siedono rappresentanti poco noti pure a loro stessi, e alla formazione del Governo con l’assegnazione degli incarichi di Ministro degli Esteri e di Sottosegretario per l’emigrazione.

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Di Il Cosmopolita il 19/02/2013 alle 00:00 | Non ci sono commenti

04/02/2013

Di Israele e altre storie.

Un precedente editoriale de Il Cosmopolita esordiva con il richiamo alla campagna d’Africa intrapresa dalla Francia ed alla sua incommensurabilità con la campagna elettorale d’Italia. L’incipit di quell’articolo potrebbe essere riprodotto pari pari con riferimento alle elezioni israeliane ed altre “quisquilie” (Antonio de Curtis, in arte Totò) che continuano ad animare l’agenda internazionale senza peraltro scuotere il dibattito nazionale. Dibattito che ora si affanna sulla “bontà” di Mussolini, affettivamente richiamata dalla Nipote, e sulla “cattiveria” dei dirigenti MPS, giammai sui programmi, ovvero “questi fantasmi” (Eduardo De Filippo). Solo la drammaturgia napoletana, col suo misto di vis comica e vis tragica, può renderci il senso del confronto in atto. E dunque Israele, paese piccolo di dimensioni quanto politicamente gigantesco. Un paese che, a detta di molti suoi rappresentanti, porta a fatica il peso della enorme mediaticità, il meritare la prima pagina anche per eventi che altrove non farebbero notizia. Si prenda la polemica femminista che oppone il centro di Lapid alla destra di Netaniahu. Yair Lapid, col suo viso da George Clooney ringiovanito, non può che circondarsi di deputate che rifiutano di trattare la formazione del nuovo governo con l’emissario del Likud, implicato in una vecchia storia di molestie sessuali. In Israele la questione femminile è assai avvertita anche in chiave di resistenza alle spinte religiose, e dunque non stupisce che su un affare del genere la sensibilità sia elevata. Proprio come in Italia, dove la sola donna a tentare la scalata al cielo fu la candidata alle primarie del centrosinistra, subitaneamente dimenticata appena il gioco s’è fatto duro, e cioè per maschi veri. Le votazioni di gennaio non danno l’atteso vantaggio alla destra in seno alla Knesset e obbligano il Premier uscente a tentare la coalizione col centro, se vuole presentarsi al Capo dello Stato come successore di se stesso. Ammettendo che la coalizione si faccia, il nuovo governo dovrebbe avere tinte meno forti del precedente, ancorché guidato dalla stessa persona, il che induce il Segretario di Stato uscente a scorgere segnali di ripresa del processo di pace. Un wishful thinking? In effetti, dopo ogni elezione israeliana gli Stati Uniti scorgono segnali di pace, salvo non esercitare le pressioni del caso e adeguarsi allo statu quo della fermezza d’Israele. La situazione esterna d’altronde spinge in questa direzione, tant’è che il Primo Ministro invia emissari nelle capitali importanti (Washington e Mosca) a spiegare che la Siria si sta sgretolando e che le armi chimiche, forse già testate sul campo o forse no, potrebbero finire nel controllo di Hezbollah in Libano, complice il solito Iran. Israele schiera le batterie di Iron Dome nel nord del paese, ma questo non basta a salvaguardarlo dalle minacce e dalle pressioni se non dagli attacchi veri e propri. Tra le capitali che contano, almeno agli occhi degli Israeliani, non figura la Bruxelles dell’Unione europea. Che ora più che mai è in affanno sul fronte della politica estera. La prova in Mali non è ancora assorbita che scoppia la “grana” dell’annuncio britannico. Il Regno Unito intende rinegoziare il suo stare nell’Unione e comunque respinge l’idea stessa di Unione politica. C’è tattica di politica interna nella dichiarazione di Cameron, ma c’è anche la certificazione di quanto Londra compie sistematicamente da anni: rinegoziare l’assetto dell’Unione per portarlo al livello, accettabile per Londra, di grande mercato e poco più. Se il Regno Unito si sfila dall’Unione politica, tutta la costruzione della politica estera e di sicurezza e di difesa vacilla. Il Regno Unito, assieme alla Francia, è il solo stato membro ad avere il rango di global player. La sua rinuncia a giocare in Europa sarebbe come per una squadra di calcio perdere l’elemento migliore.

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Di Il Cosmopolita il 04/02/2013 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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