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Post di aprile

23/04/2013

Back to the future.

E’ un ritorno al futuro il ritorno del Presidente della Repubblica al Quirinale dove, per fortuna degli Italiani, consumerà un altro mandato. Il compito del Presidente sarà di mettere ordine in una situazione così confusa che lo sfascio istituzionale sfiora il ridicolo degli atteggiamenti personali. L’attualità internazionale non aspetta i nostri tempi lunghi ed infatti dal Presidente americano alla Cancelliera al Presidente del Parlamento europeo, tutti si affrettano a complimentarsi col nostro vecchio – nuovo Presidente. Tutti si sentono rassicurati per lo scampato pericolo di un’Italia in balia delle sue oscillazioni fra il vecchio che non tramonta e il nuovo che non sorge. Il compito del Presidente – è il rispettoso auspicio del Cosmopolita – sarà di nominare un Governo e un Ministro degli Esteri che riprendano a fare politica estera dopo uno stallo di mesi. E’ una “vacatio” molto più lunga di quella seguita alle dimissioni di Terzi. Risale almeno alla formazione del Governo tecnico se non a prima. Di suo il Governo tecnico ha codificato la diarchia fra politica estera classica e politica europea. La prima restando affidata all’altrettanto classica, per non dire compassata, Farnesina; la seconda passando al giovane e “affidabile” Dipartimento Politiche Europee. Si dirà: la politica europea altro non è dalla politica interna, è dunque corretto che a guidarla sia il Capo del Governo tramite un suo fiduciario. Prendiamo pure per buona tale affermazione. Allora tanto vale dotare il Dipartimento dei mezzi che invece non ha e che ha sempre di meno. Liberiamo la Farnesina dal fardello di una Direzione Generale Europea e concentriamo la sua missione sul “core business”. Ed invece no. Il sistema binario Dipartimento – Farnesina perdura. La Farnesina reagisce alla sua maniera: con l’arrocco. Si caratterizza per Cerimoniale e Unità di crisi. Protocollo e emergenza. Ciò che importa non è fare politica, è comparire. La famosa visibilità che tutti i diplomatici di rango, o aspiranti al rango, anelano. Dovrebbe essere un compito residuale della diplomazia, diventa un incarico altamente qualificante. Non ci si rende conto che la visibilità senza strategia politica è come la diva di Viale del tramonto. Appena si spengono le luci della ribalta, non vi è più trucco a coprire le rughe e persino la celebrata Unità di crisi finisce nel frullatore delle soap opera televisive. Nell’agenda del Governo e del Ministro che verranno una certa attenzione dovrà essere posta nel rispondere ad alcune domande. All’epoca della globalizzazione, ad una media potenza spetta ancora una fetta di bilaterale o dovrebbe spingere sul multilaterale? L’Italia è fra i fondatori della CEE – Unione, è fra i vecchi stati membri di NATO, ONU, Consiglio d’Europa, OCSE. Il suo peso nelle varie organizzazioni è soddisfacente o può essere incrementato con opportune strategie di attacco? Si prenda l’UE. Conviene ancora tenere in piedi una costosa e sempre meno efficace rete diplomatica bilaterale o si valorizza il SEAE? Fatta eccezione per la specialità culturale, il tema caro ai francesi per non appiattire tutta l’Europa non anglofona sull’egemonia americana, quanto di controllo nazionale bisogna conservare e quanto conviene sacrificare al controllo europeo? La rete degli Istituti di Cultura e dei Consolati risponde alla logica prettamente nazionale di proiezione esterna. Ammettendo che gli Istituti rispondano all’eccezione culturale, è conveniente tenere una rete consolare così ampia e così largamente fatiscente? Non sarebbe meglio trasferire alcune funzioni consolari nei paesi terzi alle Delegazioni UE? Non sarebbe opportuno rivedere le leggi sulla cittadinanza e sul voto all’estero? Le risposte a queste domande – ma altre se ne potrebbero porre – non implicano necessariamente impegni aggiuntivi di spesa. Certo, se si vuole ripristinare una certa dignità di politica estera, il discorso finanziario va affrontato. E comunque da subito va invertita la tendenza all’impoverimento, per contrastare certi casi grotteschi come quello di bloccare le missioni all’estero dei dipendenti. Un diplomatico che non viaggia è come una Ferrari che resta ferma ai blocchi di partenza. Bentornato, Presidente.

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Di Il Cosmopolita il 23/04/2013 alle 00:00 | Non ci sono commenti

11/04/2013

Dopo le dimissioni del Ministro degli Esteri si aspettano le dimissioni del Ministero.

La profezia è grama e non tanto peregrina. Le dimissioni del Ministro “tecnico”, pronto a correre – è l’opinione del Presidente del Consiglio – per un incarico politico, gettano una luce opaca sulla Farnesina. I commentatori finalmente scoprono – alcuni sono quelli abituati a scrivere, o fingere di scrivere, di affari internazionali – che esiste un problema Ministero Esteri che fa il paio con un problema politica estera. Per semplificare: dopo il Ministro dimissionario sono pronte le dimissioni dell’intero Ministero e con esse la dismissione della politica estera pubblica. Alcuni aspetti rendono l’ipotesi disgraziatamente verosimile. Vediamoli. Dalla campagna elettorale fino all’attuale stallo istituzionale, e passando per il mandato alla Commissione dei Saggi, il tema della politica estera è espunto dal dibattito pubblico. Non parliamo del disciolto Parlamento né dell’attuale dalla vita apparentemente breve. Parliamo dei salotti televisivi che da anni hanno rimpiazzato cogli schiamazzi i veementi dibattiti parlamentari di una volta. Le relazioni internazionali e l’Italia sono due monadi reciprocamente indifferenti. Peccato che nelle relazioni internazionali, come in astronomia, i buchi neri inghiottano la materia. L’Italia rischia di essere inghiottita nel buco nero delle relazioni internazionali, in commovente inconsapevolezza. Della crisi nordcoreana e della crisi iraniana – due paesi che si sono dotati o si stanno dotando di arsenale nucleare con intenti non necessariamente benevoli nei confronti d’Occidente – non si parla affatto. Le missioni militari, o civili – militari, sono “dimenticate” (Corriere della sera). Nessun tema esterno è di pubblico interesse, figura nell’agenda dei Saggi, è inserito nel palinsesto dei talk show. Il dibattito politico – istituzionale si svolge nel laboratorio sigillato dei palazzi romani, malgrado le dirette streaming ed altri attrezzi di modernariato tecnologico. La scena internazionale continua a macinare decisioni e fatti. Le prime sono assunte altrove, tra Bruxelles e Washington e Mosca e Pechino. I secondi accadono accanto a noi. Dopo avere mosso l’attacco a Grecia e Cipro, responsabili entrambi di dissipare ricchezze mal accumulate e parlare greco, i famosi mercati possono colpire altri anelli deboli della catena Euro. I grandi stati membri e le istituzioni europee corrono ai ripari, ma il loro aiuto contiene un alto grado di condizionalità. Quella stessa condizionalità che l’Unione europea pensa di imporre a certi paesi terzi per spingerli sulla via delle riforme economiche e politiche. Almeno un risultato registriamo dall’attivismo dell’Unione: la coerenza fra come si comporta all’esterno ed all’interno. Aderire o perire. La politica estera, “missing in action” nel nostro universo culturale, comporta la demolizione dell’apparato pubblico ad essa teoricamente deputato. La Farnesina ne è l’esempio lampante. Se un Ministero “castale” riesce a produrre certi alti dirigenti, i dubbi sulla sua efficienza sono legittimi. Gli epigoni di certi dirigenti stanno alle porte. Alcuni sono già in azione per occupare quel tanto o quel poco di incarichi ancora a disposizione, tutti o quasi dimentichi che quegli incarichi stanno diventando scatole vuote: luoghi di appagamento personale o poco più. Guidare una grande Ambasciata o una Direzione Generale ha senso se l’attività è al servizio di una strategia che offra i mezzi corrispondenti e selezioni il personale adeguato. Se così non accade, “tutto il resto è noia”. La Farnesina del dopo Terzi, con a capo due Vice Ministri professionali, si avvia ad una raffica di promozioni e nomine di diplomatici che dovrebbe segnarne il prossimo futuro. Fra continuità e discontinuità si misura il discrimine fra chi si avvede che stiamo sull’orlo del baratro e chi ci spinge dentro.

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 11/04/2013 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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