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Post di luglio

26/07/2013

Farnesina, Ministro Bonino e Kazaki

Con un’audizione in Senato presso la Commissione Esteri riunita con quella per i Diritti Umani, la Ministro Bonino ha tentato una duplice operazione: fornire il massimo possibile di precisazioni sull’”ante” e sul “post” dell’”affaire” della espulsione/deportazione della signora Shalabaheva e della figlioletta e - al tempo stesso – difendere la propria credibilità personale (soprattutto sulla scottante “materia”) ed il ruolo dell’Amministrazione alla quale è politicamente preposta. In verità i due obiettivi si sono rilevati largamente inconciliabili e, d’altro canto, anche la separazione tra l’”ante” e il “post” più che risolvere i problemi creati dalla “inaudita vicenda” (secondo le note parole del Presidente Napolitano), ne ha sollevati di nuovi e più strutturali. Infatti se l’”ante” mette in qualche modo al riparo dalle responsabilità gli Esteri: “le espulsioni non sono nostra competenza, questo e quello non ci riguardano….”. Quasi che la Farnesina potesse operare esclusivamente fuori dei confini nazionali e all’interno avesse un ruolo da scimmietta che non vede non sente non parla. Quanto al “post” si può sempre largheggiare in impegni e promesse. Anche se un po’ più verosimili del recente passato perché, al di là delle differenze di contesto e di responsabilità politica (grazie anche al non piccolo “atout” di disporre in Astana di uno staff ben diverso da quello che a Delhi incrementò le complicazioni “indiane”, invece di attenuarle), vedremo in futuro. Tutto ciò detto, suscita sorpresa il dovere constatare che la Ministro Bonino manca un punto che – questa volta – avrebbe potuto e dovuto essere sollevato e cioè la realtà di marginalizzazione in cui si trova la Farnesina: al punto di essere forse incolpevole soltanto perché messa da parte. Ma questo silenzio è evidentemente male, molto male. Infatti se questa è stata l’astuta condotta del coordinatore dei servizi di “intelligence”, l’ex Segretario Generale MAE Ambasciatore Massolo che si è tirato fuori al primo stormire di fronde, invece la nostra Ministro avrebbe dovuto cogliere la palla al balzo per spiegare come l’”asciugamento” operato negli ultimi tre decenni sull’Amministrazione degli Esteri sia drammaticamente controproducente se si vuole assicurare un minimo di coerenza tra blitz polizieschi, status di stranieri rifugiati e non, interessi economici e questioni di dignità nazionale ed immagine. Forse, se il ruolo di coordinamento del MAE fosse stato minimamente preservato – e non ridicolizzato dall’usura e da vassallaggi di vario genere – ci saremmo risparmiati le volgari incursioni dell’Ambasciatore Kazako. Certo, a questo punto è farisaico – ed infantile - parlare di carattere controproducente per un eventuale rinvio in patria (sua) del funzionario kazako “per il rischio ritorsioni” sui nostri. Il punto è che i nostri non entrano negli Uffici interni kazaki: lui lo ha fatto come gradito ospite e “consigliere” in quelli italiani. E qui sta il punto: nessuna Convenzione di Vienna può costringere un rappresentante diplomatico a “parlare con chi non conta niente” nel Paese in cui opera. Così di nuovo ritorna il tema di assicurare istituzionalmente e operativamente – nonché con procedure trasparenti– il coordinamento su temi che comunque coinvolgono punti strategici delle nostre relazioni internazionali e non con un “circuito” informale stile anglosassone. Ma da noi assimilabile ad un “aum, aum” tra funzionari e non tra branche dell’apparato pubblico. Infatti il Coordinatore AISI, come si è detto, è stato il primo a tirarsi fuori con dichiarazioni in Parlamento che in altri Paesi avrebbero preceduto le sue dimissioni. Soltanto il Ministro dell’Interno Alfano ha battuto tutti nel tentare di cancellare ogni traccia di ruolo nel gigantesco “impiccio”. Beato chi ci crede (“dei semplici è il Regno dei cieli”), ma intanto è pienamernte aperta la questione di indagare sui servizi pubblici delle relazioni esterne del Paese – nel pensarle, coordinarle, attuarle quando approvate da Governo e Parlamento – e per quanto ci riguarda la Farnesina in primo luogo. Questo Emma Bonino – quale che sia la sua storia politica e personale – non ha neppure cominciato a farlo. Eppure sospettiamo che diventerà sempre più necessario. Non crediamo infatti che la prossima volta potrà “difendersi” (ammesso che il caso lo giustifichi) con le sue idee ed il suo patrimonio di un passato glorioso e vieppiù remoto.

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Di Il Cosmopolita il 26/07/2013 alle 00:00 | Non ci sono commenti

22/07/2013

Il mio nome è Sharam

di Francesca Morelli

“Sono afgano e ho lasciato Kabul con mio padre e mia madre quando avevo due anni, ore ne ho sedici. In macchina, con un amico dei miei che ha guidato tutto il tempo, perché mio padre non può guidare avendo una sola gamba, abbiamo attraversato montagne, laghi, pianure e ho passato tante ore dormendo, un po’ scomodo e assetato. Finalmente arrivati in Iran ci siamo rimasti tre anni e il viaggio verso l’Europa non era che all’inizio. Non mi sarei mai immaginato che fosse così faticoso. Per spostarci in Turchia siamo stati in Grecia dove volevano arrestare mio padre perché non aveva i documenti previsti ma poi, rendendosi conto di quanti bambini eravamo, ci hanno lasciato andare. Nel frattempo infatti mi erano nati due fratelli. In Turchia siamo stati altri due anni in attesa di avere i soldi sufficienti per andarcene in Svezia, dove parte della famiglia di mia madre era stata accolta. Ma anche lì il nostro soggiorno non è durato a lungo. Un programma di assistenza ai profughi in Calabria aveva spinto mio padre a spostarci nuovamente e siamo ripartiti per l’Italia. Intanto la famiglia era cresciuta e eravamo cinque bambini. Purtroppo il programma di assistenza in breve tempo terminò e ci siamo ritrovati a Roma Termini, senza neanche rendercene conto e senza sapere dove andare. La polizia, cui mio padre si rivolse, ci aiutò a trovare un posto dove dormire per i primi giorni. Successivamente con l’aiuto dell’ufficio assistenza del Comune siamo arrivati qui.” Inizia così il racconto di Sharam, un ragazzo sulle cui giovani spalle grava tutta la famiglia per via della lingua italiana che parla abbastanza bene, per l’aiuto che dà a suo padre invalido, per seguire la madre nelle spese e nelle incombenze di tutti i giorni e per occuparsi dei suoi fratelli che nel frattempo sono diventati cinque. Ora alloggiano nel Centro Pedro Arrupe che provvede al sostegno alimentare, sanitario, scolastico, burocratico di tutta la famiglia in attesa del certificato di rifugiati politici. Il Centro dei gesuiti è però solamente di prima accoglienza, vale a dire che dopo due anni i rifugiati o coloro in attesa del certificato devono essere in grado di cavarsela da soli. Ed è proprio qui che inizia una fase altrettanto dura, perché trovare un lavoro e una casa in affitto in una grande città come Roma è quasi impossibile. Ma Sharam tutto questo ancora non lo sa. Ha finito quest’anno la terza media con molta comprensione da parte del corpo insegnante, studia l’inglese e si è iscritto per il prossimo anno a una scuola tecnica superiore, con indirizzo informatico. Prega da buon musulmano cinque volte al giorno, accompagna suo padre ogni venerdì alla moschea e osserva le regole imposte dal Ramadam. Come tanti ragazzi della sua età ha molti sogni nel cassetto, vorrebbe fare il calciatore, perché sostiene di essere molto bravo con il pallone o il medico. Il Centro Pedro Arrupe ha un piccolo campo di calcio dove Sharam ogni giorno organizza una piccola squadra di cui è l’attore principale. Gli operatori e i volontari si alternano nel seguire gli ospiti del Centro ma come sempre sono sotto organico e i finanziamenti ridotti non sono sufficienti ad assicurare a Sharam e ai suoi coetanei un futuro certo e dignitoso.

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Di Il Cosmopolita il 22/07/2013 alle 00:00 | Non ci sono commenti

22/07/2013

La mano ferma d’Europa e le proteste d’Israele.

“Vibrate e vibranti” – direbbe Maurizio Crozza – sono le proteste del Governo d’Israele avverso la decisione della Commissione europea sulla cooperazione con le aree dei Territori occupate dai coloni. Il Primo Ministro d’Israele dichiara inaccettabile il diktat europeo sui confini dello Stato e definisce foriera di tensioni la decisione della Commissione, che radicalizzerà le posizioni palestinesi al tavolo delle trattative. Verrebbe da chiedersi quali siano i confini di cui si parla e quale sia il tavolo delle trattative, sospese da tempo immemorabile e che solo ora il Segretario di Stato, nella riedizione della “shuttle diplomacy” di kissingeriana memoria, cerca di rianimare. Mentre l’Italia si dibatte nel caso kazako dopo essersi dibattuta, senza soluzione almeno per ora, nel caso indiano, è bene fare chiarezza sull’ennesimo mistero mediorientale che buca l’attenzione dell’opinione pubblica. Accade che il 16 luglio la Commissione anticipa le nuove linee guida per fare in modo che i fondi della cooperazione europea non siano investiti nei territori palestinesi occupati. Non una direttiva per proibire agli stati membri di cooperare con Israele nel suo insieme, ma una raccomandazione relativa ai “programmi UE che vengono finanziati con il bilancio comunitario” – così dichiara la portavoce dell’Alto Rappresentante. La raccomandazione non vincola gli stati membri, essendo interna alla programmazione finanziaria europea 2014 – 2020, né intacca il commercio dei beni. La base politica della raccomandazione risale al Consiglio Affari Esteri del dicembre 2012, nelle cui conclusioni i Ministri dei 27 + 1 (la Croazia aveva allora lo status di osservatore) si dichiarano “indignati” per l’intenzione d’Israele di espandere gli insediamenti in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, ed in particolare di sviluppare la Zona E1. L’Unione europea “ribadisce che gli insediamenti sono illegali ai sensi del diritto internazionale e costituiscono un ostacolo alla pace”. La dichiarazione di illegalità a carico degli insediamenti non è nuova nel linguaggio europeo, e dunque quella di dicembre è l’ultima di una serie. Il fatto nuovo è che, a distanza di alcuni mesi, la Commissione prende sul serio quella dichiarazione e pone in essere una decisione volta ad applicarla, sia pure nell’ambito dei programmi europei di cooperazione. Lo stupore della reazione israeliana non è tanto da ascrivere al tenore della decisione di luglio quanto alla sua sorprendente coerenza. Ed infatti una fonte ufficiale israeliana riconosce (Haaretz) che la regola europea “era comunque attiva ma non era stata mai formalizzata”. E ciò malgrado che l’Europa abbia dovuto assistere all’espansione degli insediamenti, oggi abitati da 500.000 coloni che controllano il 43% del territorio e larga parte delle risorse idriche e naturali. Una cifra di gran lunga superiore a quella degli insediamenti in Sinai e Gaza, che furono sgomberati con relativa facilità da Israele quando consegnò le due aree rispettivamente a Egitto e Autorità Palestinese. Un problema enorme per il processo di pace perché rende scarsamente viabile la formula due stati per due popoli, con il futuro stato palestinese maculato a pelle di leopardo. Ecco: l’Unione che non si ferma alla diplomazia della parola e pretende di passare alla diplomazia dei fatti, stupisce il Governo di Gerusalemme e stupisce invero lo stesso pubblico europeo, che come quello israeliano era assuefatto alla “declaratory diplomacy” di Bruxelles. A volere leggere dietro la decisione si intravede una qualche sintonia con il Dipartimento di Stato cui offre un argomento in più nella ripresa delle trattative. Il Segretario di Stato può annunciare alla fine della sua missione il loro rilancio. Su cui al solito si abbatte la critica di alcune fazioni palestinesi che giudicano inaccettabile la piattaforma. Un copione già visto. Si spera solo che ora ci si limiti a recitarlo senza passare alle vie di fatto degli attentati, come altre volte in passato, col risultato di risospingere i negoziatori israeliani nel dogma della sicurezza nazionale. Cosa accadrà nei prossimi giorni, è difficile dire. Lo scenario mediorientale è talmente volatile, e per certi versi sinistramente prevedibile, che tutto può accadere nel volgere di un attimo. Un certo grado di coordinamento dell’Europa cogli Stati Uniti, unito ad un certo grado di coerenza nell’azione esterna UE, non può che giovare all’amor proprio d’Europa e probabilmente alla pace nella regione.

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Di Il Cosmopolita il 22/07/2013 alle 00:00 | Non ci sono commenti

11/07/2013

Villa Epecuén

di Francesca Morelli

Una città sott’acqua, come la mitica Atlantide, è Villa Epecuén, in Argentina, 600 chilometri a sud-est di Buenos Aires. Fu sommersa nel 1985 dopo un’esondazione del vicino Lago Epecuén, che ha una particolarità, è il secondo lago salato al mondo dopo il Mar Morto, con una quantità di sale che è dieci volte quella presente nel mare. Le proprietà terapeutiche del lago Epecuén sono note da secoli. Si dice che l’acqua dell’Epecuén, il cui nome significa “eterna giovinezza”, possa curare i reumatismi, l’astenia, la depressione, il diabete. L’allagamento del 1985 non dette scampo agli oltre cinquemila abitanti del luogo che dovettero abbandonare definitivamente le loro case. Circa dieci metri d’acqua coprirono la zona rendendola una vera e propria città fantasma. Con gli anni il clima si è fatto più secco, l’acqua ha cominciato a scendere e la città è incredibilmente riapparsa dopo venticinque anni, nel 2009. Centinaia di edifici e tutto ciò che era rimasto sotto l’acqua sono così riapparsi, attirando fotografi di tutto il mondo che non hanno resistito alla tentazione d’ immortalare uno spettacolo impressionante e affascinante. Alberi morti, case in rovina, macchinari arrugginiti. Lo scenario spettrale conserva tutto il suo fascino. Dalle strade ancora quasi intatte, ai pali della luce, fino alle masserizie nelle case in rovina e agli scheletri delle automobili, rimaste dove erano parcheggiate quasi trent’anni fa. Tutto rimasto lì, a testimoniare in silenzio un evento incredibile; il sale del lago ha contribuito a creare una patina bianca e talvolta multicolore su tutto ciò su cui si è posato rendendo il paesaggio ancora più surreale. Numerose persone sono tornate nella città, una volta riemersa, per scoprire quale destino fosse toccato alle loro abitazioni, ma ben poco è stato recuperato. Solamente un uomo, l’ottantunenne, Pablo Novak ha avuto la forza di tornare a vivere nella sua abitazione di Villa Epecuén accontentandosi di alcuni semplici mobili ed una stufa a legna per cucinare. Nonostante il destino di questa Atlantide argentina, le proprietà curative delle acque del lago hanno ripreso ad attirare turisti e il Centro di Carhué ha raccolto l’eredità di Villa Epecuén anche perché Carhué confina con le sterminate praterie della Pampa. Oggi è una meta molto gettonata tra gli abitanti della zona, e attira turisti soprattutto nei periodi freddi, quando l’acqua salata del lago, negli impianti termali, viene tenuta costantemente a una temperatura superiore ai trenta gradi. Per un trattamento completo negli alberghi locali quali l’Hotel Epecuén o l’Hotel Avenida i prezzi sono molto contenuti.  Nelle steak house El Quincho si mangia il vero asado argentino, mentre per chi ha nostalgia di casa, si può optare per una buona pasta da Sciacca. Per raggiungere il lago si parte da Roma Fiumicino o da Milano Malpensa via Madrid e Buenos Aires e si atterra a Bahia Blanca dove, noleggiando una macchina, ci si può addentrare in luoghi e posti mozza fiato.

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Di Il Cosmopolita il 11/07/2013 alle 00:00 | Non ci sono commenti

11/07/2013

La Cina è vicina, all'Africa.

La presenza cinese nel continente africano è uno dei grandi fatti nuovi della politica internazionale dell'ultimo decennio. Dismesse da tempo, da entrambe le parti, le vecchie solidarietà ideologiche terzomondiste dei primi decenni successivi alla decolonizzazione, quella cinese in Africa è da tempo una strategia di espansione soprattutto economica, fondata su interessi reciproci, essenzialmente sullo scambio tra materie prime, da un lato, e manufatti e investimenti, dall'altro. I dati sono sufficientemente eloquenti: in poco più di dieci anni, l’interscambio commerciale tra Cina ed Africa si è decuplicato, passando dai circa 20 miliardi di dollari nel 2000 fino a 200 miliardi nel 2012. L’anno scorso il volume degli investimenti diretti cinesi in Africa ha raggiunto i 20 miliardi di dollari e si valuta che siano almeno duemila le società cinesi che operano nel continente. La chiave di volta di questa penetrazione è soprattutto finanziaria: Pechino concede crediti agevolati ai paesi africani e ottiene in cambio l’accesso alle risorse minerarie, agricole e forestali africane, mentre le società cinesi ricevono appalti per la realizzazione di grandi progetti infrastrutturali: strade, palazzi, dighe, porti, aeroporti...Simbolica e significativa la decisione cinese di costruire e finanziare interamente la nuova sede dell'Unione Africana ad Addis Abeba, completata nel 2012 e costata quasi 200 milioni di dollari. In Africa sub-sahariana l'espansione cinese investe tutti i settori e riguarda praticamente tutti paesi, con la sola eccezione dei (pochi) che hanno rapporti diplomatici con Taiwan. I principi a cui si ispira questa strategia, enunciati per la prima volta alla Conferenza Cina - Africa di Pechino del 2006 e ribaditi dal nuovo Presidente Xi Jinping nella riunione BRICS svoltasi a Durban nel marzo scorso, sono semplici: una “politica di non-ingerenza, di collaborazione strategica improntata sull’uguaglianza e la fiducia reciproca'. In altri termini, nessuna intromissione sulle questioni di politica interna, sostegno ai governi e alle élites che detengono il potere, nessun atteggiamento paternalistico di tutela proprio dei paesi ex colonizzatori. Naturalmente, la realtà è un po' più complessa e i rapporti tra Impero di Mezzo e Continente Nero non sono sempre così idilliaci. L'invasione di manufatti cinesi a basso costo, ad esempio nel settore tessile, ha avuto effetti esiziali sull'industria di alcuni paesi africani. La tendenza delle aziende cinesi ad utilizzare massicciamente personale cinese - almeno un milione, si calcola, impiegati spesso senza alcuna tutela né garanzie - si scontra con l'interesse dei governi africani a limitare l'afflusso di lavoratori espatriati. La manodopera locale, peraltro, si lamenta - non di rado con vere e proprie sommosse - delle condizioni di sfruttamento e di palese violazione dei diritti dei lavoratori praticate dalle imprese cinesi. La qualità delle opere civili 'low cost' (strade, ponti...) realizzate dai cinesi è spesso oggetto di dubbi e ironie da parte degli stessi africani. I danni ambientali provocati dallo sfruttamento massiccio delle risorse forestali ed agricole sono stati più di una volta denunciati dalle ONG internazionali e locali. Quanto alla concessione di crediti 'facili', il Fondo Monetario comincia a lanciare qualche segnale di allarme sul pericolo rappresentato per alcuni paesi beneficiari da un eccessivo indebitamento, basato su aspettative di sviluppo che potrebbero rivelarsi troppo ottimistiche, e sul rischio di cadere nel giro di qualche anno in una trappola del debito simile a quella che negli anni '70 mise in ginocchio molte economie dei Paesi in via di sviluppo. Tuttavia, in un bilancio complessivo, ciò che attrae i governi africani della politica di espansione cinese supera di gran lunga i problemi che questa può generare. E, d'altra parte, pur riconoscendo la fondatezza delle critiche verso quella che alcuni definiscono la 'nuova colonizzazione' africana, non si può ignorare il fatto che è anche, se non soprattutto, grazie all'attivismo cinese se l'Africa è uscita dal cono d'ombra delle relazioni internazionali nella quale era stata relegata negli ultimi decenni del secolo scorso. Semmai stupisce che questa grande espansione sia avvenuta senza grandi contrasti e, almeno all'inizio, nella generale disattenzione. L'Europa, pur essendo tuttora in termini assoluti il primo tra i 'donatori tradizionali' del Continente, non ha finora saputo o potuto giocare un ruolo politico pari al proprio potenziale economico né mettere in campo una strategia che risultasse competitiva con quella di Pechino: molte condizionalità sugli aiuti, percepite da parte africana come intrusioni indebite, ma poche idee innovative, ad esempio per quanto riguarda gli strumenti finanziari di sostegno agli investimenti e una politica di promozione comune degli investimenti privati: un'altra dimostrazione dei danni creati dall'assenza di una politica estera comune europea. Con l'aggravante che in Africa i vecchi nazionalismi e le antiche rivalità tra le ex potenze coloniali sono più forti e visibili che altrove. Gli Stati Uniti di Obama - che termina proprio in questi giorni il suo primo viaggio in Africa Australe - cercano di recuperare le posizioni perdute, ma il loro approccio è inevitabilmente più invasivo e assai meno accomodante di quello cinese. I giapponesi, dal canto loro, non intendono cedere tutto il terreno al loro grande rivale asiatico e perseguono, con meno mezzi ma una crescente determinazione, una politica africana ambiziosa e non molto dissimile, negli obiettivi e negli strumenti, da quella di Pechino. Gli altri BRICS guardano anch'essi con attenzione all'Africa, come ha dimostrato la recente conferenza di Durban, nella quale ha, tra l'altro, preso corpo l'idea - seppure ancora allo stadio embrionale - di creare una banca di sviluppo per finanziare lo sviluppo dell'Africa, con l'obiettivo implicito di fare concorrenza alla Banca Mondiale. Per ora, nel gruppo dei grandi paesi emergenti, prevalgono gli elementi di convergenza sulle potenziali rivalità e comunque nessuno sembra in grado di mettere in campo mezzi paragonabili a quelli cinesi, benché Brasile e, ovviamente, Sudafrica dedichino grande attenzione e risorse alla politica africana. Insomma, pur con i suoi tratti discutibili, l'attivismo cinese in Africa ha se non altro un merito: quello di spingere gli altri grandi attori internazionali a ripensare all'Africa abbandonando vecchi stereotipi e trovando al proprio interno nuove risorse e nuove idee per rilanciare i rapporti con un continente destinato a contare sempre di più sugli scenari globali. Speriamo che l'Italia e l'Europa abbiano la volontà e la capacità politica di raccogliere la sfida.

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Di Il Cosmopolita il 11/07/2013 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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