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Post di ottobre

31/10/2013

Il bullismo va a scuola

di Francesca Morelli

Il bullismo viene dalla parola bullying che significa intimidazione, un’aggressione purtroppo di moda nelle scuole, ripetute verso un compagno o un altro giovane senza una ragione logica. Chi esercita il bullismo lo fa per imporre il suo potere su di un altro attraverso minacce costanti, insulti, aggressioni vessazioni. Da pochi giorni due alunne argentine iscritte in una scuola di La Plata sono state oggetto di vari maltrattamenti da parte dei compagni e sono state trasferite dalla scuola. La decisione è stata presa, a seguito della denuncia di una delle due madri, dalle autorità scolastiche e il fatto rileva il quotidiano Clarin non nè isolato nè circoscritto alla capitale. Le varie inchieste effettuate mostrano che il bullismo è un problema grave e diffuso in molti istituti, indipendemente dal Paese in cui si manifesta, dalla diversità culturale, dal livello socio economico degli studenti, dalla didattica utilizzata dalle distinte scuole, è un fenomeno trasversale molto complesso dei nostri tempi. Rispetto al genere non sono state trovate differenze sostanziali. Un’inchiesta mondiale realizzata dalla Oms sulla violenza e sulla salute degli studenti argentini fra i 13 e i 15 anni ha indicato che un 42% di ragazze e un 50% di ragazzi sono stati oggetto di bullismo negli ultimi 30 giorni, in un contesto in cui i dati della maggior parte dei Paesi fluttuava fra il 20 e il 65%. Le cause delle persecuzioni sono diverse nella forma e nei pregiudizi che le occasionano. In genere le cause o i fattori che le provocano sono personali, familiari e/o scolastiche. E’ stata avanzata la proposta che l’unica maniera per combattere il bullismo potrebbe essere una sorta di cooperazione fra gli involucrati, i professori, i genitori, gli alunni. Il fenomeno è una sfida anche per quelle Ong che cercano di far prendere coscienza del fenomeno e svolgono un’attività specifica nelle scuole. La psicologa e pediatra Flavia Sinigagliesi di Bullying Cero Argentina sottolinea che la maggior parte degli istituti argentini non lavorerebbero per la soluzione del problema. Da una recente inchiesta realizzata con l’università di Flores è emerso che delle quaranta scuole “porteñe” invitate a partecipare al lavoro, solamente nove hanno aderito all’iniziativa. La ricercatrice ha messo in evidenza la paura da parte delle scuole di mettersi allo scoperto. Parlare del fenomento potrebbe essere interpretato, da parte dei genitori, come affermare che il fenomento esista nell’istituto scolastico e che nulla possa stradicarlo. Il Clarin riporta tra i tanti casi un terribile episodio subito da Alondra una ragazza di 14 anni che frequentava la scuola media numero 6 a Quilmes che è stata assalita all’uscita, ferita al volto e presa a sassate. L’aggressione è stata ripresa dal cellulare di uno dei compagni e pubblicata su Internet. La madre di Alondra ha dichiarato che sua figlia da tempo era stata presa di mira e il colmo è che il direttore del collegio ha espulso sua figlia dalla scuola. Le conseguenze fisiche e psichiche delle vittime del bullismo in alcuni casi sono permanenti. Lividi, depressione, ansia, stress post traumatico richiedono a volte lunghe terapie per essere cancellati. . L’aggressione psicologica fra i minori si presenta proprio nel periodo più delicato, quello di transizione dall’infanzia alla pubertà. Una delle possibilità per combattere il bullismo potrebbe essere la condanna della violenza, intesa come offesa e insulto alla persona, sia per chi la realizza che per chi la subisce attraverso conferenze e dibattiti, per iniziare ad agire a livello locale, ma anche attraverso conferenze e briefing internazionali.

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Di Il Cosmopolita il 31/10/2013 alle 00:00 | Non ci sono commenti

31/10/2013

Farnesina. Davvero riorientamento equivale a potenziamento?

E’ trascorso ormai un semestre dalla preposizione di Emma Bonino al vertice della Farnesina e questo consente – anche a noi – un primo bilancio e, se del caso, qualche suggerimento. Del resto questa disponibilità positiva è già dimostrata dalle assai responsabili risposte fornite dai Sindacati Confederali nell’operazione “riorientamento” della rete diplomatico-consolare: la CGIL – ad esempio – si è ben guardata (del resto conformemente a pluridecennali riflessioni e proposte bene al di là di un ristretto orizzonte “sindacale”) dall’assumere una posizione di difesa ad oltranza dei “posti di lavoro dove erano e come erano” ed anzi è positivamente intervenuta affinchè ogni chiusura di sedi (spesso non conforme alle istanze immediate del personale interessato e – otre tutto – ostacolata da miopi lobby locali) corrispondesse al giusto principio di tradurre il “riorientamento” in rafforzamento complessivo della presenza pubblica italiana, anche se la proliferazione di nuove iniziative a supporto pubblico e nei processi di internazionalizzazione dovrebbe essere posposta e non anteposta ad una piena valorizzazione dei competenti servizi già offerti dall'amministrazione degli esteri. E' infatti evidente che la dispersione non favorisce l'auspicata incisività. Quanto alle risorse e ai metodi che verranno utilizzati nella definizione della legge di stabilità è altrettanto evidente la necessità di una valutazione aperta all'apporto delle componenti sindacali. Un obiettivo tanto più necessario dopo uno “smagrimento” di risorse umane e finanziarie protrattosi per lunghi anni e – troppo spesso – per nulla o debolmente contrastato da un’Amministrazione eccessivamente “euro-atlantica” e – in ogni caso – vittima della “fascinazione” delle grandi sedi bilaterali e multilaterali. Oggi che la Ministro Bonino invita (in primo luogo il Parlamento) a riflettere sulla mutata geopolitica e sulla necessità di adeguarvisi mantenendo al tempo stesso i parametri costanti di una diplomazia degna di questo nome e soprattutto all’altezza delle permanenti esigenze del Paese possiamo vedere quanto le scelte politiche ed amministrative precedenti fossero inadeguate. Inadeguate nonostante la “grancassa” messa in atto da Ministri (e Segretari generali) più preoccupati della propria personale immagine che delle obbiettive necessità della rete (e dell’Amministrazione Centrale “terremotata” dalla controriforma Frattini). Dunque le prospettive sono positive ma possiamo spingerci ad un affrettato “tutto bene, madama la marchesa”? Non esattamente, nonostante l’evidente e prudente equilibrio che ha fin qui ispirato l’azione e le scelte della Ministro Bonino: infatti il “neglect” (nient’affatto “benigno”) delle precedenti gestioni ha lasciato un pesante lascito negativo. Ci spieghiamo meglio: quando Bonino “sbaglia” (spesso non proprio per sua colpa come nel “caso Kazako”…) avvia una riflessione politica e – sia pure con “prudenza” – avvia una riflessione. E, soprattutto, evita le “rodomontate” che – in diplomazia – si pagano “al quadrato” (si pensi soltanto al caos autoprodotto nell’affaire dei marò) e, al tempo stesso, evita le autocelebrazioni (che, ancora, hanno un effetto controproducente “al quadrato”). Tuttavia il poco felice passato non è propriamente archiviato (affidato agli “storici” e non ai responsabili politici del presente) e qualche conto è necessario “pagarlo” o – almeno – fare in modo che non impedisca di proseguire in direzione più giusta e più consona agli interessi del Paese: tanto per essere chiari intendiamo riferirci alla pesante restaurazione di “destra” portata avanti per almeno un ventennio e che fa assomigliare la Farnesina di oggi a quella pre-anni ’70. Per intenderci quella pre-Ministro Moro in cui gli organi di “informazione” erano lo “Specchio” dell’iperfascista Giorgio Nelson Page (“Il Borghese” era per gli audaci) e naturalmente “Il Tempo” di Angiolillo e Letta (zio…). Ne sarà contento l’ex Ambasciatore Sergio Romano che aveva sfrontatamente ascritto la “decadenza” della Farnesina alla “democratizzazione” morotea e non già alla strisciante rifasticizzazione dei Vattani e co. Noi invece ce ne preoccupiamo perché constatiamo (non da oggi) che il trentennio seguito alla storica mutazione dell’89 (crollo del Muro, ridisegno di ogni possibile geo-politica inclusa l’emergenza Asiatica prima e poi Latino americana ed africana) è stato semplicemente ignorato dalla diplomazia italiana. In tutt’altre faccende affacendata. E dunque per decenni: “chiusa per restauri”…. Si pensi soltanto al farneticante intervento del Ministro Terzi in Parlamento sui “marò” per avere la misura del salto indietro effettuato in perfetta controtendenza sia con altri Paesi intenti a capire i nuovi scenari internazionali e ad attrezzarvisi che con la pressione della società italiana. Passato? Non proprio perché è di ieri – o dell’altro ieri – la necessità di intervenire ai massimi livelli istituzionali per stoppare la nomina all’importante sede di Buenos Aires del sodale (di Terzi, ma soprattutto del celebrato Walter Lavitola) Ministro Vigo. E non vorremmo né fare l’elenco di tutti i casi simili e neppure quello (che ha fatto sghignazzare l’universo mondo) del canterino fascio-rock già legato da giuramento alla “schifata” Repubblica Italiana. Casi limite, si dirà. Ed infatti il peggio è sottopelle, sottotraccia: un’atmosfera restaurata, “legittimista”, priva di idee e di capacità innovative: in una parola inadeguata a recuperare il tempo perduto. E, affinchè anche dall’operazione “riorientamento” scaturisca l’auspicato potenziamento, occorre che il vento della “modernità” ricominci a spirare alla Farnesina. E’ sperare troppo che la Ministro Bonino trasferisca qui – oltre alla sua lodata prudenza – un po’ dell’antico spirito degli “zoccoli” in Parlamento di tanto tempo fa? Ce ne è bisogno, molto bisogno.

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Di Il Cosmopolita il 31/10/2013 alle 00:00 | Non ci sono commenti

17/10/2013

Disoccupazione giovanile

di Francesca Morelli

La preoccupazione per i giovani argentini senza un futuro certo è in costante aumento, così come è in costante aumento il numero di ragazzi che non studiano né lavorano. Sono i figli della povertà che non riescono a buttarsi alle spalle il proprio vissuto; vanno dai quindici ai ventiquattro anni e sono denominati “né né”. A loro volta saranno genitori di figli poveri che, in Argentina, sono stati tenuti negli ultimi dieci anni al margine di qualsiasi tipo di crescita economica. Il direttore di Poliarquia Consultores, Ernesto Kritz , economista, uno dei professionisti più rispettati nel Paese nell’analisi e nello studio di temi socio lavorativi, afferma che nel 2003 il gruppo dei “né né” rappresentava il 7,9% di una popolazione giovanile che oggi ha raggiunto il 9,6%, per un totale che oscilla tra le seicentocinquantamila e le ottocentocinquantamila persone. Il secondo semestre del 2007 ha visto aumentare di 130.000 unità i giovani esclusi. Nei settori più marginali la percentuale di coloro che non fanno nulla è del 15%, vale a dire che si registra un incremento di quasi quattro punti rispetto al 2003. I “né né” rappresentano un caso estremo di emarginazione; con un basso livello scolastico, la maggior parte ha terminato solamente le elementari, che sommato alla mancanza di esperienza lavorativa, determina una possibilità assolutamente scarsa d’inserimento nel mercato formale del futuro. La disparità salariale inoltre tra lavoro di buona qualità e quello di questo gruppo è tale, che l’inserimento fuori dal mercato legale si accentua e i giovani “né né” sono sempre più scettici rispetto ai trend occupazionali; la loro autostima è in costante contrazione, così come i valori etici. Le ragazze fra di loro rappresentano il 10/15%. Gli organismi privati che studiano il problema sostengono che nell’immediato nulla indica che la situazione possa migliorare. I programmi ufficiali per aiutare la popolazione indigente quali ad esempio La “Asignación Universal por Hijo” o “Jefa de Hogar” non modificano una situazione di povertà strutturale. I giovani che non hanno visto lavorare né i loro nonni né i loro genitori difficilmente potranno inserirsi nella società. Per molti l’istruzione non è uno strumento di progresso, non hanno metodi di contenzione della famiglia e quando si affacciano al mondo del lavoro, in particolar modo nel settore privato, non hanno i requisiti necessari, quali l’età e l’esperienza, per essere presi in considerazione. Secondo Kritz il 70% dei giovani “né né” non ha completato il livello medio della scuola superiore. Anche nella classe media e alta esistono giovani confusi, senza lavoro ma corrono meno pericoli di coloro che hanno alle spalle un vissuto di povertà, dove neanche i piani sociali garantiscono la loro presenza nella scuola. Sono alla mercé della malavita organizzata che ha necessità di mano d’opera a basso costo e pusher della droga per ottenere una penetrazione capillare nei settori più vulnerabili. L’economia informale in Argentina è molto estesa, con il lavoro nero a livelli altissimi e entrate basse e irregolari determina che molti giovani prolunghino la loro esistenza fra il legale e l’illegale e che non percepiscano le opportunità che si profilano all’orizzonte. La droga e la malavita stanno dietro l’angolo di ognuno dei “né né”, invitando i ragazzi a uscire con mezzi illegali dalla situazione che attualmente opprime molti di loro.

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17/10/2013

Di Lampedusa e altre storie di mare.

La missione militare italiana, ovviamente umanitaria, non può che chiamarsi “mare nostrum”, in un esercizio d’involontaria ironia. Perché se una cosa è certa nell’universo mediterraneo è che questo mare è sempre meno nostro e sempre più di altri. Non solo delle grandi potenze, che anzi ridimensionano la presenza preferendo altri lidi, ma di soggetti non statuali, come li definisce la dottrina internazionalistica, che altri non sono che i vecchi predoni dei mari riciclati con satellitare e tablet e GPS. Le vittime sono le stesse di tutte le corse marittime. I poveracci che fuggono dalle ristrettezze di guerre spesso civili e di miseria per affidare ai predoni quel che resta delle loro speranze. I predoni li tassano, peggio di qualsiasi autorità delle entrate – il pagamento è anticipato e in contanti e non prevede restituzione in caso di cattivo fine - e quando le cose vanno male, abbandonano i passeggeri al loro destino. Se questi hanno fortuna s’imbattono in un’imbarcazione italiana, se hanno meno fortuna in una maltese, se hanno decisamente sfortuna non approdano da alcuna parte. Il mare è pieno di queste storie di tragedie e noi ne sappiamo qualcosa avendo il ricordo di Salgari e dei suoi pirati che però operavano in una Malesia di fantasia. Il mare è anche la letteratura solenne del Lord Jim di Conrad che trova il riscatto nel martirio. Comune agli scrittori di mare è la coscienza che il mare è benevolo quand’è buono, è malevolo fino ad essere micidiale quand’è cattivo. E nella stagione che corre il Mediterraneo può essere cattivo assai. Per tornare alla politica, o meglio alla politica del mare, è bene costatare che la nostra reazione è tempestiva. Qualcosa bisogna fare per arginare almeno gli effetti deleteri delle migrazioni di massa. Operare sul fronte esterno coi pattugliamenti, operare sul fronte interno cercando di modificare la normativa, spingere sul tasto europeo perché il facile argomento che il Mediterraneo è la frontiera meridionale dell’Unione si riscatti dalla retorica e divenga decisione e impegno europei. Tutto questo va bene nell’immediato e al massimo nel breve termine. Sfugge all’argomentare televisivo, il solo luogo del pubblico dibattito in Italia, la prospettiva del medio termine. Della strategia di politica estera che, in questo come in altri casi, non può che partire dalla triste considerazione che la nostra politica estera è stata quanto meno distratta negli ultimi tempi. Volta anzitutto a tagliare i costi (inutili le spese per la cooperazione, futili quelle per il servizio diplomatico) cosicché oggi ci troviamo con gli apparati statali esterni indeboliti fino allo sfinimento. E questo mentre sulle rive del “mare nostrum” si consumano la primavera araba e le sue speranze di rinnovamento, scompaiono le vecchie dirigenze autarchiche per le nuove e anarchiche, i predoni del mare agiscono indisturbati se non con la complicità delle piccole autorità locali in cerca di facili prebende a danno dei poveracci e degli Europei. La diplomazia come servizio esterno – e qui non importa se nazionale o europeo, tanto i compiti dovrebbero essere gli stessi – è il primo baluardo avverso le crisi. La sentinella che ti avverte, assieme all’intelligence, su quanto sta per accadere. E se diplomazia e intelligence sono ben strutturate, ti avvertono anche delle tendenze di fondo. La politica, se fosse anch’essa ben strutturata, risponderebbe con coerenza alle sollecitazioni. Ma tutto ciò, malgrado gli sforzi di breve termine che vanno riconosciuti, appartiene ancora ad un universo che non è il nostro. Non un dibattito parlamentare che sfugga alla polemica sulla giustizia, non una discussione precongressuale che cerchi di capire dove va la nave su cui siamo tutti imbarcati. Meglio una reprimenda qui e una battuta là. In attesa del prossimo evento che ci faccia spendere parole di tardiva contrizione.

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Di Il Cosmopolita il 17/10/2013 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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