Archivio

settembre 2017 luglio 2017 maggio 2017 marzo 2017 dicembre 2016 ottobre 2016 luglio 2016 maggio 2016 febbraio 2016 gennaio 2016 dicembre 2015 novembre 2015 ottobre 2015 settembre 2015 luglio 2015 aprile 2015 marzo 2015 febbraio 2015 gennaio 2015 dicembre 2014 novembre 2014 ottobre 2014 settembre 2014 agosto 2014 luglio 2014 giugno 2014 aprile 2014 marzo 2014 febbraio 2014 gennaio 2014 dicembre 2013 novembre 2013 ottobre 2013 settembre 2013 agosto 2013 luglio 2013 giugno 2013 maggio 2013 aprile 2013 marzo 2013 febbraio 2013 gennaio 2013 dicembre 2012 novembre 2012 ottobre 2012 settembre 2012 agosto 2012 luglio 2012 giugno 2012 maggio 2012 aprile 2012 marzo 2012 febbraio 2012 gennaio 2012 dicembre 2011 novembre 2011 ottobre 2011 settembre 2011 agosto 2011 giugno 2011 maggio 2011 aprile 2011 marzo 2011 febbraio 2011 gennaio 2011 dicembre 2010 novembre 2010 ottobre 2010 settembre 2010 luglio 2010 giugno 2010 maggio 2010 aprile 2010 marzo 2010 febbraio 2010 gennaio 2010 dicembre 2009 novembre 2009 settembre 2009 luglio 2009 aprile 2009 marzo 2009 febbraio 2009 gennaio 2009 dicembre 2008 novembre 2008 ottobre 2008 settembre 2008 agosto 2008 luglio 2008 giugno 2008 maggio 2008 aprile 2008 marzo 2008 febbraio 2008 gennaio 2008 dicembre 2007 novembre 2007 ottobre 2007 luglio 2007 giugno 2007 maggio 2007 marzo 2007 gennaio 2007 dicembre 2006 novembre 2006 ottobre 2006 settembre 2006 luglio 2006 giugno 2006 maggio 2006 aprile 2006 marzo 2006 febbraio 2006 gennaio 2006 dicembre 2005 novembre 2005 ottobre 2005 settembre 2005 agosto 2005 luglio 2005 giugno 2005 maggio 2005 aprile 2005 marzo 2005 febbraio 2005 gennaio 2005 dicembre 2004 novembre 2004 ottobre 2004 settembre 2004 agosto 2004 luglio 2004 giugno 2004 maggio 2004 aprile 2004 marzo 2004 febbraio 2004 gennaio 2004 dicembre 2003

Post di dicembre

21/12/2013

Dalla parte delle donne

di Francesca Morelli

Le strade di Buenos Aires sono letteralmente invase da migliaia di manifesti, volantini, locandine, affissi sui muri delle case, sui pali dei semafori e sui cestini che pubblicizzano offerte sessuali. In Argentina non esistono dati ufficiali sulle persone scomparse ma le varie associazioni che si occupano di donne sostengono che attualmente sono 86 le persone che mancano all’appello. Due giovani artisti colombiani, Chaves e Sanchez hanno pensato di rimboccarsi le maniche e dare il loro contributo contro i sequestri, le sparizioni e lo sfruttamento sessuale che così tanti affari miliardari concorrono a creare a livello mondiale. Hanno cominciato a togliere uno ad uno i manifesti che potevano, ma si sono resi conto immediatamente dell’effetto limitato e hanno deciso di comporre murali artigianali con la stessa carta utilizzata dalle varie forme di pubblicità sessuale. C’è da dire che nel Paese esistono iniziative in favore delle donne maltrattate, sfruttate, vittime della violenza di genere. Il ministero dello Sviluppo Sociale, attraverso la Direzione Generale della Donna nel 2013 ha assistito circa quattromila persone nei sei Centri Integrali della Donna (CIM) dove si offrono servizi psicologici e di assistenza legale. Le autorità inoltre informano che molti uomini, con un incremento dell’80%, frequentano corsi di autoaiuto contro la violenza sulle donne; questo dato secondo le istituzioni indica una maggiore visibilità del problema, un maggior compromesso sociale e una maggiore collaborazione tra il sistema giudiziario e le aree dello Sviluppo Sociale. Chaves e Sanchez hanno però voluto dare maggiore visibilità al problema, parlarne per le strade, nei vari quartieri e ai loro “ murales” artigianali ha fatto seguito la digitalizzazione, usando la tecnica del collage. Il progetto, prima di venire alla luce, ha avuto un anno di progettazione e di osservazione della grande quantità di volantini a sfondo sessuale che circolano nella città, dietro i quali quasi certamente si nasconde la tratta di persone. Hanno ritratto le donne scomparse con lo stesso materiale usato dagli sfruttatori. L’interessante dicono gli artisti colombiani è osservare le reazioni della gente che non sempre si ferma a guardare i “murales”, spesso tira avanti nella più totale indifferenza per il tema trattato e questo è una parte del problema, ma se solamente una persona si ferma a guardare “il nostro lavoro ha un senso” dicono Juan Pablo e Ruben . Tre di dieci persone sfruttate in Argentina sono minori di età. Chi organizza e recluta i minori è proprietario di prostiboli che operano con la complicità e la protezione di pubblici funzionari e membri delle forze di sicurezza. Da un anno sono nati i “martes rojos”, un movimento di autoconvocazione cittadina che partecipa al progetto dei due artisti colombiani di togliere dalle strade del proprio quartiere qualsiasi pubblicità sullo sfruttamento femminile. Gli attivisti sono circa mille; il progetto si sta sviluppando a Buenos Aires e nelle varie province del Paese. Le autoconvocazioni si effettuano attraverso le reti sociali e tutti coloro i quali aderiscono al movimento discutono, propongono e ampliano il progetto per debellare la piaga dello sfruttamento e per adottare una linea comune idonea a fronteggiare le provocazioni e le minacce di chi, dietro lo sfruttamento delle donne, vede minata la possibilità di fare soldi a palate.

ARCHIVIATO IN Succede a...

Di Il Cosmopolita il 21/12/2013 alle 00:00 | Non ci sono commenti

21/12/2013

Conferenza Ambasciatori e chiusura sedi.

A vederla in streaming, seduta così, la nomenklatura della Farnesina ricorda alla lontana quelle del secolo passato. Più vicino stai all’ospite d’onore e più conti nella gerarchia. Chi sta dietro o al lato estremo del grande tavolo può al massimo contare su una ripresa casuale. Guai a farsi beccare con l’occhio vacuo e lo sbadiglio a mezz’asta. Pure il rituale rimanda ad altri tempi. Hai voglia a sollecitare il dibattito, gli interventi sono tutti tesi a rassicurarsi ed a rassicurare che la diplomazia tiene la botta malgrado le botte che riceve da varie parti. A smentire che stiano a Roma in viaggio di servizio, il Ministro degli Esteri premette che gli Ambasciatori sono convenuti a loro spese e gli assenti, giustificati, presidiano i posti a rischio. Hai voglia ad intitolare la riunione all’internazionalizzazione ed all’attrazione degli investimenti. Tutti là a smentire lo stereotipo dell’Italia come paese poco affidabile. E qualora lo sia ma in modica misura, la diplomazia raddrizza l’immagine offrendo metaforicamente il petto della disciplina e della lealtà. Lo straniero verrà ad investire qui il suo capitale, il capitale italiano a riparo in qualche paradiso fiscale rientrerà, le nostre imprese s’internazionalizzeranno accrescendo le forniture di merci e servizi. Il nuovo credo è pensare positivo, la crescita è dietro l’angolo e trascina con sé l’occupazione. Tutto giusto. Peccato che il dibattito tralasci alcuni aspetti. La diplomazia non attraversa un buon periodo, e questo solo in parte per sua responsabilità. I tagli lineari, contro cui si scagliano le Autorità presenti, chiedono sangue come i vampiri di una volta e non quelli effeminati delle odierne saghe. Il sangue l’hanno preteso e continuano a pretenderlo. A margine della Conferenza, l’Amministrazione distribuisce un’altra lista di chiusure di posti all’estero, che come le precedenti non significano ripiegamento ma investimento altrove. La Farnesina delocalizza, né più né meno dei nostri imprenditori. Sposta risorse umane e finanziarie verso Vietnam e Cina. E perciò smantella consolati e istituti di cultura, persino due ambasciate. Eppure gli istituti di cultura stanno dentro la direzione generale sistema paese. Si ritiene evidentemente che servano poco al sistema paese: per gli IIC non si parla di nuove aperture. E però vogliamo che la cultura e la lingua italiane fioriscano ovunque come i mille fiori del vecchio Mao. Il DDL Micheloni e altri, di cui già s’è occupato Il Cosmopolita, probabilmente avrà percorso impervio. Ad ogni modo i suoi promotori sono riusciti a dirottare un gruzzolo di Euro dal bilancio MAE a favore dei connazionali all’estero, che per definizione sono sempre bisognosi. Non paghi di ciò, hanno ottenuto che i connazionali sono esonerati dal pagamento dell’IMU sulla casa che hanno in Italia perché la casa è “piezz’e core” (pezzo di cuore), come i figli nella banale Filomena Marturano di Eduardo. Mentre un emigrato a Mirafiori paga a Trevico (come nel film di Scola “Trevico – Torino, viaggio nel Fiatnam”) l’IMU sulla seconda casa, un emigrato a Chambéry non paga l’imposta sulla seconda casa ad Aosta. Il secondo, e solo lui, ha diritto al rapporto affettivo col suolo natio tramite la proprietà immobiliare. Ecco un modo per incoraggiare il rientro dei capitali, altro che stare dietro alle Isole Cayman. Internazionalizzazione e promozione degli investimenti sono temi terribilmente seri e ben meritano l’attenzione dei diplomatici di alto grado. Ce ne occupiamo da anni e dunque abbiamo qualche motivo di soddisfazione per avere tardivamente ragione. Nell’ansia di rassicurare, la Conferenza omette che l’internazionalizzazione trova un ostacolo nella fiscalità oppressiva ed erratica che grava sulle imprese. Gli investimenti diretti esteri trovano il moloch della burocrazia e soprattutto della giustizia civile che a definirla lenta le si fa un complimento. Nodi cruciali che certo la diplomazia non può risolvere ma che può indicare a quanti abbiano voglia di ascoltare. La Conferenza è nobilitata dal discorso del Presidente della Repubblica che, presenti le alte cariche dello stato, richiama tutti all’europeismo. Da declinare nella scia di Luigi Einaudi e con spirito moderno. L’Europa deve ritrovare il consenso dei cittadini. I diplomatici, cittadini al pari degli altri, sono chiamati a propagandare il messaggio all’estero.

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 21/12/2013 alle 00:00 | Non ci sono commenti

09/12/2013

Nel territorio dei Qom

di Francesca Morelli

Miraflores è una città del nordest della regione del Chaco argentino, dove il sole con 47 C° squarta letteralmente la terra. La pioggia non cade frequentemente e tutto intorno si vedono sentieri che si perdono in una vegetazione fitta nonostante la siccità, in cui non circola nessuno per le strade, neanche gli animali. Girare a sinistra o a destra non cambia, il pericolo del disorientamento è molto elevato. Il territorio è così inospitale che pare impossibile che alcuna forma di vita possa esistere. Ed è proprio in questa regione che la comunità Qom ogni giorno battaglia per adattarsi a sopravvivere. E’ una delle etnie aborigene che conserva la propria lingua, la maggioranza è protestante e ha perso l’ancestrale modo di vita nomade. Sono rimasti in 60.000 e vivono oltre che nel Chaco, a Formosa, nelle periferie della città di Rosario e Buenos Aires. Alla fine del XIX secolo gli europei fondarono colonie al nord di Santa Fe e a Resistencia l’odierna capitale del Chaco. Con i coloni iniziò un periodo in cui i Qom insieme ai creoli raccoglievano il cotone, allontanandosi sempre più dai boschi, dall’ habitat naturale, centro della loro vita attiva. Ma le coltivazioni di cotone furono mano a mano soppiantate da quelle della soia e la vita dei Qom precipitò nell’alcol e nel disinteresse generale della nazione. La situazione abitativa dei Qom nel nord dell’Argentina è attualmente molto precaria. Vivono in capanne senza acqua corrente, senza luce e con molte difficoltà per accedere ad un’alimentazione basica. Il governo garantisce l’approvvigionamento di acqua alla popolazione di Miraflores con camion che depositano circa 300.000 litri di acqua quotidianamente, le zone rurali sono raggiunte invece da camion cisterna. Il serbatoio esistente è quasi sempre a secco, si riempie solamente con la pioggia. La soluzione per Miraflores e i suoi dintorni sarà la costruzione dell’acquedotto che porterà l’acqua dalla vicina Castelli, opera annunciata e promessa dall’attuale governatore Jorge Capitanich, ambita dalla maggior parte della popolazione. Sono circa quindicimila i Qom che vivono nel territorio “chaqueño”, si sono avvicinati alle zone urbanizzate in cerca di lavoro e di acqua, un bene prezioso nella zona. La migrazione verso condizioni di vita degna ha comportato un accentuazione dei contrasti con la popolazione creola, come i Qom definiscono coloro che non appartengono a nessuna delle altre due etnie dominanti, la Wichi, la Mocoyi. Il turismo è un fenomeno vissuto come una minaccia, non solamente perché tutta la massa di persone che arriva nella buona stagione consuma l’acqua ma anche perché coincide con lutti molto sentiti dalla comunità. Le vittime della violenza appartengono alla loro comunità e nonostante le manifestazioni per denunciare gli ultimi sette omicidi e ferimenti avvenuti in pochi mesi, le indagini non hanno ancora dato nessun risultato. La difficoltà maggiore nella comunicazione è la lingua, e i Qom che non parlano lo spagnolo hanno difficoltà nel rapportarsi con gli altri componenti della regione, con le forze dell’ordine, con la giustizia, con gli operatori sanitari. In molti sostengono che l’indio sia pigro e che non ami il lavoro. Naturalmente è un luogo comune che la dice lunga su un’etnia piagata dall’analfabetismo, dall’invisibilità di fronte alle istituzioni e al resto del Paese, dalla barriera della lingua, dalla malattia del “Chagas”, dall’alcolismo e dalla droga.

ARCHIVIATO IN Succede a...

Di Il Cosmopolita il 09/12/2013 alle 00:00 | Non ci sono commenti

09/12/2013

La Farnesina fra Tifosi della Lazio e Unità di crisi.

Il funzionalismo di Jean Monnet prevedeva che l’organo (l’istituzione nel linguaggio comunitario) trova la sua funzione nel concreto operare. In altre parole: Monnet crea l’Alta Autorità CECA, poi Commissione europea, e questa andrà a caccia della sua funzione come un cane d’Alba annusa i tartufi nel terreno. Cosi per l’Unità di Crisi della Farnesina. La si crea e poi essa stessa andrà in cerca di casi pietosi da risolvere. Partita con il nobile intento di darci uno strumento operativo per intervenire nelle crisi internazionali, l’Unità di Crisi si è trasformata in Pronto Soccorso dell’Italiano all’estero, quali che siano le condizioni della vittima e le circostanze dell’incidente. Si prenda la storia dei Tifosi della Lazio prigionieri in Polonia. In carceri ovviamente disumane (cosi il TG 7 delle 20), come se le carceri italiane fossero umane. Sottoposti a procedure lente e degradanti, come se quelle in vigore da noi fossero rapide ed eleganti come le cene di Arcore. “Ristretti”, come si dice in gergo carcerario, per un tempo imprecisato, come se da noi la carcerazione preventiva non sostituisse spesso e volentieri la carcerazione vera e propria che non verrà mai. I Tifosi della Lazio sono accusati – non colpevoli perché questo eventualmente lo stabilirà il Tribunale d’una nazione straniera – di “aver armato un casino” in quel di Polonia del tutto simile a quello che sono abituati ad armare a Roma, specie quando si gioca il derby. Solo che qui si permettono di mettere la Città a ferro e fuoco pressoché impunemente, a scapito del normale cittadino italiano e del cittadino polacco in visita, mentre in Polonia la Polizia ha osato fermarli, accompagnarli con qualche strattone nelle carceri e là tenerli in attesa di giudizio. Ciò che in Italia dovrebbe essere la prassi, ma non lo è per la diffusa acquiescenza verso i soliti bravi ragazzi, in Polonia diventa affronto ai malcapitati e “brutta figura diplomatica per l’Italia” (cosi di nuovo il Tg 7). E quando il Presidente Letta incontra il Presidente Tusk, la prima domanda che gli viene rivolta non riguarda il semestre di presidenza italiana né i rapporti con la Polonia, uno stato membro importante dell’Unione, ma quando cesserà l’afflizione dei Tifosi della Lazio. Sottinteso che, se questa non finirà presto e bene e cioè col riconoscimento che sono bravi ragazzi in trasferta scolastica, l’Italia avrà rimediato l’ennesima brutta figura. Il servizio è suggellato da immagini del Piazzale Farnesina con la palla di Pomodoro in bella vista e dal rassicurante messaggio che l’Unità di Crisi vede e provvede. Le telecamere sono pronte a catturare il momento in cui qualcuno del MAE annuncerà la lieta novella della liberazione. Siamo vicini a Natale e con un paese cattolico come la Polonia… La Farnesina come superfetazione dell’Unità di Crisi: ecco il nostro destino. Che poi la Farnesina per mancanza di fondi non riesca ad attendere ai normali compiti istituzionali, questo non conta per l’opinione pubblica. Conta che i bravi ragazzi riabbraccino presto le famiglie, scrivano memoriali sulle “mie prigioni” nei blog, tornino a scorazzare al prossimo derby. Tanto fra Coppa Italia e campionato ce n’è sempre uno in programma. Con buona pace della Polizia nostrana, che forse in cuor suo si augura che i bravi ragazzi restino in Polonia il tempo necessario a “scavallare” la prossima partita. Va da sé che quanto vale per i Tifosi della Lazio varrebbe egualmente per i Tifosi della Roma e di qualsiasi squadra di calcio. Che la nazionale italiana non vinca una competizione internazionale dai Mondiali del 2006, che le squadre di club non giungano da anni alla finale della Champions’ League, che Galliani lasci il Milan con 40 milioni di buonuscita mentre una moltitudine di pensionati riceve mille Euro al mese e gli statali hanno il TFR a puntate, questa è demagogia del solito sindacalismo piagnone e nemico dello sport.

ARCHIVIATO IN Farnesina

Di Il Cosmopolita il 09/12/2013 alle 00:00 | Non ci sono commenti

09/12/2013

Generali senza truppe

Il Cielo ci è testimone del riguardo – o meglio della rispettosa attenzione - con la quale abbiamo seguito la nomina e le prime attività della Ministro Emma Bonino al vertice della Farnesina. Eppure – trascorsi ormai tre trimestri dall’insediamento e alla vigilia del rituale incontro pre-natalizio (sempre meglio che l’alternativa solleone/vacanze…) degli Ambasciatori italiani nel mondo (ahimè quanto è piccolo/quanto è grande…) i pare giunto il momento di fornire qualche elemento di informazione e di valutazione. Utili o superflui che tali elementi risultino faremmo torto alla Ministro stessa se li confinassimo allo stato di riflessione, magari un po’ amareggiata. Senza contare che a nessuno dei suoi predecessori si è omesso di farli conoscere, anche quando era facile intuire che non avrebbero avuto riscontro alcuno. Non bastassero queste ragioni e non fosse sufficiente quanto dettagliatamente spiegato nell’editoriale del 28 ottobre de “IlCosmopolita.it” , viene ribadita in questi giorni la volontà di emanare un “Decreto Cooperazione”: una iniziativa sbagliata nella sostanza e nel metodo su cui sia le forze sindacali che l’opinione pubblica attraverso i madia avevano messo in guardia il Ministro e l’Amministrazione. E’ dunque anche questo “fatto nuovo” a determinare una rinnovata attenzione. Dapprincipio avevamo attribuito il contenuto profilo della Ministro Bonino ad una serietà di approccio, ad una metodica di concretezza e non di enunciazioni (che in politica estera non solo sono controproducenti ma assai spesso provocano una ulteriore caduta di credibilità), ma ora il decreto che istituisce una pletorica “Agenzia” per la Cooperazione priva di mezzi e di obiettivi e viceversa carica di “generali” e di “colonnelli” (talchè i costi di “esercizio” rappresentano una quota esorbitante sulle risorse disponibili…) costituisce un passo indietro – peggio un ritorno al passato, un non glorioso passato – che – a nostro avviso – pone una grave ipoteca sulla direzione politica di Emma Bonino. Il ben noto fatto che l’iniziativa risponda alla volontà del ViceMinistro responsabile del settore non può costituire una esimente di responsabilità, bensì un’aggravante. Quanto meno un’aggravante in “vigilando” in una fase in cui la cosiddetta “revisione della spesa” rischia di assestare un colpo irreparabile ad strutture da molti anni sottoposte a contrazione di risorse, stress operativo e verbalismo normativo. Una Farnesina ormai ridotta ai minimi termini, confrontata con crescenti sfide e con “incidenti” internazionali di ogni genere non può e non deve subire l’applicazione di una “protesi” che non controlla e non è controllata. Questo è infatti quanto risulta dal testo legislativo proposto: una vera e propria “partecipata” il cui carattere parassitario è in “re ipsa”. Non si sbagli il Ministro Bonino e non commetta ancora una volta – in nome di una pur condivisibile “visione del Mondo”, cioè solidaristica e riequilibratrice – il tragico errore che seguì alla campagna radicale sulla “Fame nel mondo, anzi lo “sterminio per fame” denunciato da Marco Pannella: infatti ciò che ne conseguì fu uno degli scandali (e dei saccheggi) peggiori che abbia conosciuto il nostro Paese senza peraltro alcun impatto sugli squilibri (e tragedie) sottostanti. Non ci fosse bisogno di altra prova si guardi - piuttosto che alle cronache giudiziarie dell’epoca – all’impatto del mancato sviluppo sulle tragedie dei migranti di cui pullula il “Mare nostrum”. In ogni caso i tempi e l’attenzione pubblica – se non altro – non consentono più queste “diversioni”. Per quanto ci riguarda – e una volta che il decreto sia stato archiviato nel capace archivio delle iniziative personalistiche – non chiederemo di meglio che contribuire ad individuare strutture che massimizzino e razionalizzino risorse inadeguate e che comunque andranno di volta in volta indirizzate e monitorate alla luce di impegni e valutazioni che discendono sia dai parametri di cooperazione che da quelli della politica estera del Paese.

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 09/12/2013 alle 00:00 | Non ci sono commenti

06/12/2013

Nelson Mandela e la buona retorica.

Tutti i media avevano pronti i “coccodrilli” per la scomparsa di Nelson Mandela. L’uomo era anziano e da ultimo malandato. Ci s’interrogava se fosse giusto tenerlo in vita oltre gli apparenti limiti naturali che colpiscono anche un uomo assoluto come Lui. L’unanimità dei consensi attorno alla Sua figura gronda di retorica: per una volta di buona retorica. Non c’è nulla di male a rilevare una figura fra le preminenti del XX secolo, il famigerato secolo breve che pure produsse personalità come la Sua e come quella forse meno fulgida e altrettanto efficace di Frederick de Klerk, l’ultimo Presidente del Sudafrica “bianco” e poi vice del primo Presidente nero, Mandela appunto. Il merito di Mandela si racchiude più nella pacificazione seguita alla fine dell’apartheid che alla resistenza alla segregazione. L’apartheid, come altre anomalie della storia umana, era destinata a consumarsi se non altro per la pressione demografica dei Neri rispetto ai Bianchi. Ben più arduo era il passaggio da un regime di segregazione ad un regime capace di produrre nuova segregazione ma di segno opposto. Che i Bianchi Sudafricani, africani quanto i Neri, fossero costretti a lasciare il paese o peggio fossero oggetto di vendette. Mandela tenne ferma la barra della pacificazione. Non vi è disonore nel patteggiare con il nemico, è disonore nel continuare a combatterlo anche quando vengono meno le ragioni della battaglia. Vale per Mandela quanto dichiarò Ytzhak Rabin dopo la stretta di mano con Arafat: la pace, la si fa col nemico. Nel caso di Mandela il nemico era casalingo e perciò assai temibile. Nulla di tutto questo. I Bianchi Lo onorano quanto i Neri. Una storia a lieto fine pur nel dolore della perdita.

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 06/12/2013 alle 00:00 | Non ci sono commenti

1 - 6 (6 record)