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Post di febbraio

28/02/2014

Noi, gli invisibili

“di Francesca Morelli

Arriviamo sulle coste del Mediterraneo sfiniti, dopo essere fuggiti di notte e aver lasciato affetti, case, gran parte della nostra vita e aver camminato a piedi per centinaia di chilometri, nella speranza di trovare una barca che ci traghetti dall’altra parte delle coste. Non trasportiamo nulla, se non i nostri bambini e le nostre donne, spesso in stato interessante e i soldi per pagare il passaggio. Abbiamo lasciato i nostri Paesi con molte sofferenze e le uniche cose che ci accomunano sono il terrore delle violenze e delle sevizie subite e la speranza di ricominciare daccapo, con una vita dignitosa che ci accolga in un Paese straniero, che spesso abbiamo conosciuto solamente in TV”. In Italia però, una volta arrivati non è così semplice, i centri di prima accoglienza sono saturi e spesso affatto accoglienti. Fatima, Youssuf, May lì, Jasmine, Sarah, Salomon, Abdul e molti ancora, con le loro famiglie si reputano fortunati perché sono stati accolti dal Centro Astalli, un’organizzazione messa in piedi dai Gesuiti a Roma, con diramazioni in 7 città italiane oltre Roma. Coloro che hanno avuto accesso al Centro nel 2012 sono state 34.300 persone di cui quasi 21.000 nella sede romana, che ha diversificato la propria offerta di prima accoglienza per chi è arrivato da poco in Italia, servizi di seconda accoglienza per aiutare gli ospiti a inserirsi nel mondo lavorativo e sociale, attività culturali in collaborazione con la Fondazione Centro Astalli. Il contatto iniziale che uomini e donne hanno con le strutture di accoglienza e con gli uffici pubblici a Roma è in via degli Astalli 14, dove in un piccolo ufficio operatori e volontari cercano di “anagrafare” i nuovi arrivati, iscrivendoli in schede di colore diverso e provvedere all’assistenza immediata o all’ospitalità nelle Comunità di famiglie di rifugiati. Uno fra tanti è il Centro Pedro Arrupe che, in convenzione con Roma Capitale, ospita da parecchi anni famiglie provenienti dalla Nigeria, Afghanistan, Egitto, Camerun, Eritrea, Libia e Guinea. Sotto gli occhi attenti di Mariana, Stefano, Antonello e Barbara, grandi e piccoli svolgono autonomamente la loro vita, organizzando liberamente i propri tempi e gli spazi loro assegnati. Di notte, giovani studenti di vari Paesi extracomunitari svolgono un servizio di sorveglianza del Centro, in cambio dell’ospitalità che ricevono. Le famiglie rifugiate richiedono un’attenzione particolare che tenga in considerazione le esigenze di ogni membro, per i bambini l’inserimento scolastico, per i genitori o il genitore la ricerca di un lavoro, l’assistenza sanitaria, i corsi di italiano. Anche le donne, nonostante un numero considerevole di figli, vorrebbero accedere al mondo lavorativo ma purtroppo, a partire dalla crisi che sta colpendo duramente il nostro Paese, non è assolutamente facile centrare l’obiettivo. Al termine del periodo di permanenza nel Centro le famiglie, le ragazze madri e i ragazzi non accompagnati dovrebbe essere in grado di lavorare, continuare ad andare a scuola e vivere autonomamente in una casa in affitto. La situazione abitativa a Roma è particolarmente critica così come il lavoro per gli extracomunitari con o senza il certificato ufficiale di rifugiato. Gli operatori e i volontari del Centro Pedro Arrupe ce la mettono tutta per inserire, aiutare, stimolare e assistere gli ospiti. Spesso si trovano di fronte a dinamiche familiari complesse e a coabitazioni interetniche non semplici, ma la loro disponibilità è tale che anche a fronte di situazioni particolarmente difficili, la visibilità degli ospiti diventi una realtà ben chiara nella società che li circonda e poter dire tutti insieme, loro esistono.

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Di Il Cosmopolita il 28/02/2014 alle 00:00 | Non ci sono commenti

28/02/2014

Bon ton.

Si dice che il Presidente del Consiglio manca di bon ton – e poi chi lo dice: quelli che gridano figli di troika? – perché tiene la mano in tasca mentre parla e si distrae all’arringa dello stellino e assume toni colloquiali come se fosse davanti al consiglio comunale e non al Senato della Repubblica. Il fatto con i Fiorentini – i Fiorentini non ne vogliano al Cosmopolita – e soprattutto con quelli che abbiano la ventura di arrivare a Palazzo Vecchio attraversando Piazza della Signoria e passando accanto alla copia del David di Michelangelo, è che ciascuno di loro si sente parte di una tradizione che, saltando generazioni di Fiorentini sovente anonimi, risale a Machiavelli e Leonardo e Brunelleschi. Per non parlare, quasi fossero dei “minori” come una volta nei manuali di storia dell’arte, di Botticelli e Donatello e Verrocchio. E via elencando. E’ come se uno studente Erasmus al Politecnico di Zurigo si sedesse di soppiatto, come un grillino nel banco del governo, sulla cattedra che fu di Einstein. Per questo solo motivo egli si sente erede del padre della relatività e comincia a esprimersi per formule? Il Presidente del Consiglio, al quale Il Cosmopolita augura successo perché il suo eventuale fallimento da ultima spiaggia sarebbe come il naufragio di Robinson Crusoe sull’isola che non c’è, si compiace della fiorentinità. E su questo non c’è alcunché da commentare se non prendere nota del dato di antropologia culturale. Il Presidente del Consiglio dedica un passaggio, alto e benemerito, all’Europa ed ai suoi padri fondatori, che ci rendono orgogliosi di essere italiani. Ma non basta andare al mare a Ventotene per essere eredi di Spinelli, che oltretutto sull’isola andò segregato e senza il conforto della grigliata serale sugli scogli. Il riferimento all’Europa è praticamente il solo agli affari internazionali. Pudicamente si vuole risparmiare al Parlamento il tedio di un inquadramento della situazione internazionale in cui l’Italia si trova ad operare. Salvo il richiamo, anch’esso benemerito, alla vicenda indiana, il mondo non è segnalato nel radar del discorso programmatico né in quello delle dichiarazioni di voto. E se di un argomento non si parla in Parlamento e neppure nei talk show che fioccano attorno al dibattito parlamentare, l’argomento semplicemente non è. Come in Parmenide: l’essere è e il non essere non è. Ma il filosofo eleatico è outdated, molti preferendo Eraclito che assunse il movimento a categoria fondante. Dunque muoviamoci come la ciurma della marina borbonica da babordo a tribordo, ma con la nave attraccata in porto. Fuori ci sono le onde della globalizzazione, meglio starsene al riparo dei nostri discorsi intelligenti e sfasati rispetto al resto del mondo. Siamo spaesati, ancorché apparteniamo alla generazione Erasmus e voliamo ovunque low cost. L’Iran cosa combina col nucleare? La Libia avrà un governo stabile? L’Ucraina si spezza in due tronconi? La Cina riprenderà la corsa? Domande difficili, cui lo studente del Politecnico di Zurigo potrebbe tentare di dare risposta dopo avere mandato a memoria la lezione di Einstein. Risposta che noi pudicamente teniamo in serbo per un’altra occasione: per un altro giro di giostra.

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Di Il Cosmopolita il 28/02/2014 alle 00:00 | Non ci sono commenti

17/02/2014

L’Italia corre con Renzi. Per andare dove?

Siamo alla vigilia del Renzi 1 e non conosciamo ancora la lista dei Ministri né il programma. Il programma è sempre l’ultimo a venire, nonostante le dichiarazioni post-democristiane, o neocentrodestre, lanciate da Angiolino Alfano. Prima il programma e poi le persone nelle caselle – questo il vecchio detto che NCD rispolvera. Se è per questo, neppure il Presidente in pectore parla di programma. Ciò che importa è il nuovismo: “el movimiento” – intimava ai suoi Heriberto Herrera, il lugubre allenatore della Juventus di altri tempi. Nell’attesa del “movimiento” italico, che Diego Della Valle anima dando dell’imbecille e del poveretto niente meno che all’Erede Agnelli, Merkel e Hollande rispolverano l’asse franco – tedesco per riscattare l’Europa dal controllo straniero sulle comunicazioni europee. Essi si chiedono: come può l’Europa liberarsi dal grande occhio americano che tutto vede e tutto registra, comprese le conversazioni della Cancelliera? Lo scandalo NSA, che noi abbiamo liquidato con poche e affrettate parole di governanti e servizi, in altre capitali è preso sul serio, al punto che i due leader si pongono il problema di superarlo una volta per tutte e con una rete europea. I dettagli non si conoscono. L’intendimento è positivo e fa seguito all’altro grande progetto europeo che si chiama Galileo ed è – o sarebbe – alternativo al sistema GPS. Un’altra maniera per gli USA di controllare i movimenti dei cittadini e non solo le traiettorie dei missili, com’era nello scopo originario del sistema satellitare che tutti adopriamo a bordo delle nostre autovetture. L’Italia si distrae dal dibattito sul nuovo scudo europeo, come si distrae dal dibattito europeo “tout court”. Eppure stiamo alla vigilia delle elezioni per Strasburgo e della presidenza italiana che cade dopo ben undici anni dall’ultima. Confidiamo che ambedue le scadenze siano oggetto di attenzione nel programma del Renzi 1 e nel dibattito parlamentare che ne seguirà. Il pessimismo dell’intelligenza non lascia sperare granché. Contiamo sull’ottimismo della volontà. Che la volontà rinnovatrice del nuovo Presidente rinnovi anche gli stilemi del dibattito parlamentare: riscattandolo dalle attuali pochezze e portandolo ad affrontare alcuni temi di fondo. Ecco il new deal italiano, non la scimmiottatura degli anglicismi come twittare postare eccetera. Alcune umili proposte del Cosmopolita per un dibattito dal respiro internazionale, o almeno dallo zefiro internazionale. Rapporti con il vicino estero e cioè con Mediterraneo meridionale, Golfo, Russia, Ucraina. Rapporti in seno all’Unione. Siamo alla vigilia di un ulteriore regresso nazionalistico se alle elezioni di maggio prevalgono le forze antieuropee? Il referendum in Svizzera, che stato membro non è, suona anche per i Ventotto? Si può reintegrare il Regno Unito o diamo per scontato il suo scarrocciare verso lidi forse ignoti persino alla rinomata cartografia della Royal Navy? La nostra è una piccola agenda che ignora decine di scacchieri per concentrarsi su quelli a noi prossimi. Potrebbe scriversi in un semplice calepino, senza scomodare gli Apple esibiti nelle riunioni di partito. La CGIL è presa dal dibattito congressuale che definire dialettico è praticare understatement. Insegue la difficile unità con le sigle esterne e non riesce a compattare le interne. Il Governo Letta è stato sfiduciato da Squinzi e non da quella che una volta si definiva la Triplice. I disoccupati e i precari ora aderiscono alla Confindustria? In casa CGIL, la nostra casa, scorre l’ennesimo confronto fra vecchio e nuovo. Ma quale il vecchio e quale il nuovo? Attendiamo un segnale dal Sindacato già nelle consultazioni per il Renzi 1. Ce n’è bisogno.

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Di Il Cosmopolita il 17/02/2014 alle 00:00 | Non ci sono commenti

13/02/2014

Destinazione Italia?

E’ passato un quindicennio da quando Silvio Berlusconi reggeva “ad interim” il dicastero degli Esteri ed esortava i diplomatici a promuovere le nostre vendite di… prosciutto, provocando increspature di aristocratiche labbra e sorrisetti di riservato compatimento per la “grossolana” sortita di quello che sarebbe diventato il pluridecennale reggitore della politica nazionale. Ovviamente – ed eccezionalmente – aveva ragione lui. Soprattutto per chi si ricorda epiche battaglie (ad esempio negli Stati Uniti ed in Giappone) per liberalizzare le esportazioni italiane nel settore agro-alimentare. Quelle stesse che oggi (a fronte del grave decadimento del settore manifatturiero avanzato…) vengono scoperte da Matteo Renzi, “folgorato” più che da Carlo Petrini (Slow Food), da Oscar Farinetti (Eataly). Così, anche qui siamo tornati alla casella di partenza. Questo il quadro di fondo in cui si è originato il “complesso” legislativo (complesso nel senso di farraginosa e spezzettata normazione) di “Destinazione Italia”. Un progetto di cui rimangono frammenti “spacchettati”, in un contesto di risorse quasi nulle. Un misto inestricabile di insipienza e velleitarismo: in tutto questo la Farnesina – e soprattutto – la rete delle Ambasciate e dei Consolati (istituzioni – come è noto – a competenza universamente “esclusiva” nel Paese di accreditamento e, dunque, passaggi obbligati) restano impigliate e difficilmente potranno essere di alcuno aiuto. Del resto, la storia dell’ultimo ventennio di iniziative politico-legislative e soprattutto le scelte organizzative e di vertice non potevano che tradursi in un naufragio che – lungi dall’aiutare l’export ed attrarre gli investimenti esteri - ha dato ad entrambe queste essenziali componenti esterne della nostra economia il colpo di grazia. L’”invenzione” dei fallitissimi “sportelli unici” era stato il punto di partenza dell’operazione. Patetico incrocio tra pubblico e privato, il nuovo centro propulsore (sic…) ha soltanto danneggiato simultaneamente gli Uffici commerciali delle Ambasciate e gli Uffici ICE da questi coordinati (su base individuale… e soltanto in periferia). L’ICE veniva poi affidato alle sapienti mani del pensionato della Farnesina Ambasciatore Vattani, già Segretario Generale e “normalizzatore” del medesimo Ministero degli Esteri. La morte precoce degli sportelli unici è stata accompagnata da ridicole e fallimentari iniziative come la “promozione” del prodotto (e della cultura italiana) in una Piazza Tianmen eccezionalmente deserta. Nel frattempo la gestione Vattani prima e Massolo poi (con Ministri gli oggi “archiviati” Fini e Frattini) completavano il “dimagrimento” dell’Amministrazione degli Esteri ed il suo “spostamento” a destra, anzi verso il più lontano passato. Controriforma normativa, taglio delle risorse (fare “più con meno” era il fantascientifico motto del gruppo dirigente restauratore): naturalmente “meno” per il personale ed i servizi. Non certo per loro. Oggi anche la sola idea di “destinazione Italia” suona come una campana a morto in un’Amministrazione definitivamente regredita e saldamente messa in “marcia indietro” o – nella migliore delle ipotesi – un mezzo coma conservatore (e – tanto per cambiare – “familista” nel senso di dividere “en famille” quel poco di “glamour” e prebende che resta). Il quadro di fondo va completato con la sciagurata esperienza di uno dei “pupilli” (camerati?) vattaniani al vertice della Farnesina. Di Terzi Ministro ancora si pagano gli errori, le rodomontate, l’arretratezza culturale e politica. Il resto scivola via nel grigiore. E, dunque, come questo tipo di ridimensionata struttura e di modestia professionale al vertice e tra i quadri dirigenti potrebbe realizzare il velleitario (ma necessitato…) programma di “Destinazione Italia”? Ed anche per quello che per decenni era stato comunque il “braccio operativo” tecnico costituito dall’ICE risulta che la navigazione procede a vista e senza risorse. Soltanto il vuoto velleitarismo del Gabinetto Letta poteva immaginare un’inversione di tendenza, già l’iter dei provvedimenti ha smentito le aspettative, svuotandole a “palloncino”: resta la pratica dell’elemosina da parte del settore privato , che non solo non è sufficiente ma in più non trova il “traino” del settore pubblico. Benchè tra i punti del Segretario del PD (e probabile prossimo Premier) ci sia la valorizzazione di una “fame d’Italia” che – probabilmente – confonde con la “fame di Rinascimento in Italia” così visibile (e fruttuosa”) nella natia Firenze, c’è da dubitare che questa “fame” possa tradursi senza adeguate riforme (e risorse) in incrementi non congiunturali dell’export ed in maggiori investimenti in un Paese sempre più anchilosato e – di fatto – repulsivo per i capitali esteri. Da ultimo e a premessa di una più dettagliata analisi (non appena i testi saranno concretamente varati…) dell’impatto della componente economica su di una struttura oggi pressochè “monopolizzata” dallo sciagurato evento dei “marò” e della loro difesa affidata all’”oriundo” De Mistura (quello che chiama i due graduati “Ufficiali” e ne addita le mostrine, confortato da un Ministro della Difesa che entra in campo e spara pubblicamente : “i soldati italiani li giudica lo Stato italiano”, manco fossimo nell’Egitto ottocentesco delle “capitolazioni”sic ), due parole vanno spese sul ruolo del Sindacato nella questione Farnesina. Qui va purtroppo detto che la stretta da parte di Governo ed Amministrazione ha spinto organizzazioni già all’avanguardia della modernizzazione e dei servizi fino al più stretto sentiero di una difesa salariale ed occupazionale minima. Un’asfissia che ha messo già da alcuni anni la sordina ad un patrimonio riformatore aggressivamente sottoposto a smantellamento: proprio quando l’”esposizione” dell’Italia avrebbe abbisognato del massimo di intelligenza critica. Ma qui la storia è generale del Paese, non limitata al “palazzone bianco” con il globo sforacchiato ed incatenato di Pomodoro.

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Di Il Cosmopolita il 13/02/2014 alle 00:00 | Non ci sono commenti

10/02/2014

Il trasferimento di Colombo

di Francesca Morelli

Sembrava aver trovato la sua collocazione definitiva, ma il conflitto sulla statua di Cristoforo Colombo, ubicata nell’omonima piazza di Buenos Aires, a ridosso della Casa Rosada, guardata a vista dalle volanti della polizia municipale per evitare la rimozione dal parco, non si è risolto. Oltre la rete due incaricati vigilano che i sei metri di marmo raffigurante “lo scopritore dell’America” per noi europei, il “navigatore genovese” per l’America Latina, stesi sulla pedana siano oggetto di vandalismo. La immagine centrale di Colombo che indica la terra lontana è stata sezionata in diversi pezzi ,ma la sua attuale collocazione ha favorito i danni verificatisi in vari punti della statua. Il braccio di ferro sulla rimozione del monumento fra il governo della città e le autorità nazionali è stato lungo e carattarizzato da varie pause e da molta attenzione da parte dei media; un’attenzione che insinua il dubbio di essere pilo- tata, per distrarre gli argentini dal gran problema dell’inflazione, del cambio del dollaro dalla svalutazione del peso che sta affliggendo il Paese. Il quotidiano Clarin già nel marzo del 2013 riportava le intenzioni del governo nazionale di trasferire il monumento alla città di Mar del Plata, a quattrocentocinquanta chilomentri dalla capitale, per essere sostituito da un altro, in omaggio a Juana Azurduy, combattente dell’800 che lottò per la liberazione della Bolivia e dell’Argentina. Nel maggio del 2012 il governo decise di rimuovere la statua, ma i funzionari “porteños” i rappresentanti della Ong “basta con la rimozione” e i rappresentanti del “Círculo Italiano” riuscirono a bloccare l’operazione e a presentare un ricorso. Il mese successivo il giudice del tribunale amministrativo federale approvò la misura cautelare che ne vietava il trasferimento. La statua fu comunque stesa sul prato adiacente il momumento per essere “restaurata”. Furono molti a dissentire sulla necessità di smontarla per restaurarla, si è creato un movimento di opinione piuttosto consistente sull’opportunità del restauro a terra o in verticale del monumento che ancora oggi, a quasi un anno di distanza, perdura e che finora è costato US$ 84.536,58. Importo che è destinato ad aumentare se si considera che i macchinari necessa- ri per smontare la scultura sono stati utilizzati per circa un mese e che il costo della gru è stato pari a US$ 23.500 a settimana. La statua di Colombo donata all’Argentina nel 1907 dagli immigrati italiani è stata rimossa solo una volta, per essere restaurata. La diatriba mediatica e legale sulla statua ha assunto un carattere paradossalmente ironico in considerazione del fatto che in Argentina, il 12 ottobre, non è festeggiato come il giorno della scoperta dell’America, ma come il “giorno del rispetto della diversità culturale”. L’avvocato dell’ Asociación Círculo Italiano Horacio Savoia, in una recente inter- vista al ha sottolineato che quando l’Italia inviò la statua, una legge ad hoc stabilì che la sua collocazione dovesse avvenire nella piazza che porta il suo no- me. Savoia ha parlato di “mutilazione” e di “violenza legale” perchè la giustizia non è stata rispettata. Il monumento più grande del mondo, in onore del famoso navigante deve essere protetta, così come afferma anche la Federazione dei calabresi, una delle tante associazioni coinvolte nel caso. Domingo Tellechea, esperto restauratore convocato dall’università di La Plata, è colui che si occuperà del recupero della scultura, insieme a un gruppo di colle- ghi e a un team della facoltà di Belle Arti dell’università di La Plata. In un’intervista al quotidiano La Nacion, Tellechea ha dichiarato che 'la pioggia acida ha fatto una strage',oltre ad aver detettato 'molte fessure' e 'parti molto delicate”. Colombo, a distanza di secoli, pare sia ancora molto attivo e le diatribe sulla sua statua ne sono un’inoppugnabile testimonianza, anche per un pubbli- co che desidera distrarsi e che non ha più voglia di pensare a nuove complicanze finanziarie del proprio Paese.

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Di Il Cosmopolita il 10/02/2014 alle 00:00 | Non ci sono commenti

10/02/2014

Europa, questa sconosciuta.

L’Europa è sconosciuta ai media e dunque alla politica. Sono i media che dettano l’agenda alla politica e non la politica ad offrire notizie ai media. I media hanno deciso – probabilmente non a torto, considerato lo stato penoso dell’uditorio la cui noncuranza essi stessi coltivano – che l’Europa e in generale la politica estera “non bucano” e comunque non attraggono quanto l’ennesimo schiamazzo degli “stellini” (da distinguere dagli stellati, che sono i cuochi premiati dalla Guida Michelin, quelli si che ci onorano) contro le donne e le chiassate dei leghisti a Strasburgo che, avendo sempre gli stessi protagonisti da una decina d’anni, sembrano il remake a colori di un film di Charlot. Nel deserto intellettuale provocato dal micidiale connubio di stracca informazione e distratta politica, il discorso del Presidente della Repubblica al Parlamento europeo merita di essere definito alto. E non solo per l’alto seggio da cui viene ma anche per i contenuti che ribadiscono alcuni punti fermi dell’europeismo italiano e europeo, almeno laddove questa antica disciplina è ancora d’uso. I concetti chiave sono due: l’austerità aggiusta (forse) i conti ma genera depressione morale prima ancora che economica; l’Europa deve uscire dalla crisi con un quadro istituzionale e politico rinnovato. L’europeismo di annata, che pure ebbe in Spinelli uno dei Grandi, non fornisce più risposte all’oggi. L’oggi ha bisogno di un nuovo europeismo che rinnovi senza “rottamare” (indugiamo qui nel verbo alla moda). Un esercizio chiaramente difficile ma che ha alcuni punti fermi: il primo dei quali è il mantenimento dell’Euro come moneta unica. Senza l’Euro non si va da nessuna parte. E qui si comprende il mini boato dei banchi leghisti dove il nuovo – vecchio segretario vocia per chiamare a raccolta tutti gli euro-scettici d’Europa. Che si possa battere una moneta italiana per non dire padana in luogo dell’Euro, non è neppure frutto di giovanile ingenuità: è frutto di crassa ignoranza della posta in gioco. E dunque diamo atto al Capo dello Stato per avere parlato d’Europa, forse per l’ultima volta in veste presidenziale, in mezzo al rumore di pochi populisti che rischiano di diventare molti se il vento elettorale soffierà in loro favore. Diamo pure atto al Presidente del Consiglio che si muove su scacchieri lontani – ora nel Golfo – per andare a caccia di investitori che credano nel nostro paese. Il Kuwait Fund è il primo fondo sovrano della Penisola e forse l’ultimo a interessarsi a noi. Un segno dei tempi. La polemica sulla sua presenza a Sochi lascia francamente interdetti. I contestatori sono certi che le assenze di altri leaders siano legate alla difesa degli omosessuali? E sono certi che disertare la cerimonia porti argomenti a sostegno delle loro giuste rivendicazioni? Sono domande da porsi ma che pochi – praticamente nessuno – si pongono nel solito circuito media – politica.

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Di Il Cosmopolita il 10/02/2014 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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