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Post di marzo

21/03/2014

Un opinione sugli Istituti Italiani di Cultura

Il MAE ha deciso di chiudere otto IIC e la sinistra si è immediatamente mobilitata per censurare questa decisione. Ma come…non si fa che dire che la più importante “materia prima” dell’Italia è il suo giacimento culturale, e poi chiudiamo gli IIC che tale patrimonio sono chiamati a valorizzare all’estero ? Detta così, sembra una contraddizione clamorosa. Il punto è chiarire se gli IIC riescano realmente a promuovere la cultura italiana all’estero o se invece non siano istituzioni obsolete la cui funzione sia prevalentemente quella di distribuire un po’ di laute indennità a pochi privilegiati. Come si sa, gli IIC sono stati concepiti in un’epoca in cui non solo non esisteva internet, ma non c’era neanche la televisione. Gli IIC erano a quei tempi l’unico strumento per aprire una finestra sull’Italia nei principali paesi del mondo. Ai tempi dell’URSS, la gente si metteva di notte in fila per assicurarsi un biglietto per la rassegna del cinema italiano e cioè per vedere film che mai sarebbero stati distribuiti nelle sale. Anche la conferenza di una personalità della cultura poteva essere l’occasione unica per sentire una voce libera. E’ molto plausibile che la grande simpatia che nell’odierna Russia gratifica il nostro Paese possa essere attribuita anche al lavoro di quell’IIC (oltre ovviamente al soft power esercitato in tutto il mondo slavo dall’arte italiana del passato e dal made in Italy di oggi). Ma il passato è passato. Viviamo adesso in un’epoca di comunicazione globale. Internet e grandi media veicolano tutta l’informazione. L’IIC sta a Internet come la diligenza sta alla TAV. L’IIC fa il porta a porta della promozione dell’immagine Italia e non è vero neanche che promuova i giovani artisti che ospitano assumendo alti costi di viaggio e soggiorno a fronte di performance che il più delle volte non raccolgono che audience di 50-100 persone. Sono strutture che operano entro ambiti delimitati oltre che limitati, di persone che già amano l’Italia e la sua cultura. L’immagine di un Paese oggi si promuove anzitutto diventando un Paese ..normale, ossia tornando a inventare prodotti di successo: in sintesi, costruendo soft power. Ma poi è vero, ci vuole anche la “pubblicità”, ma questa deve passare per i grandi media e prodotta da professionisti. Fino agli anni ’60, in Irlanda non ci andava nessuno. Poi, un’intelligente promozione su diversi media ha creato una “immagine” che ha attivato un vero boom del turismo. La Toscana è stata promossa a Hollywood e i risultati sono stati ben evidenti, a cominciare dall’aumento dei prezzi delle case di campagna. Si chiama “product placement” e per questo occorre rivolgersi a Oliviero Toscani e non a un professore o a uno scrittore. Occorre investire in costose campagne globali gestite dalla capitale. Vanno quindi “superati” gli IIC ? Nel loro attuale formato si’. Nello stesso tempo però va invece addirittura estesa la presenza di Istituti che abbiano come principale missione l’insegnamento dell’italiano. E’ evidente a tutti che i nostri IIC hanno ovunque un successo enorme come scuola di lingua e si possono autofinanziare con questa attività. Possono diventare in qualsiasi grande città il luogo di promozione della lingua e utilizzare i proventi per arricchire l’insegnamento con contenuti culturali innovativi. Il modello è semplicemente quello dell’Alliance francaise. Perché non assumerlo tel quel ?

ARCHIVIATO IN Interventi e iniziative

Di Il Cosmopolita il 21/03/2014 alle 00:00 | Non ci sono commenti

21/03/2014

L'oro bianco

di Francesca Morelli

Lo chiamano così ora che è diventato il “combustibile” più promettente del futuro, il litio, il minerale piccolo e economico di color argenteo, usato in moltissimi campi quali l’elettronica, la navigazione aerea, l’industria farmaceutica e l’industria automobilistica. Fino a dieci anni fa era utilizzato solamente dai fabbricanti di vetro, di lubrificanti e nella produzione di antidepressivi; la sua potenzialità è stata scoperta solo recentemente, grazie allo sviluppo degli smartphone, quando si cercavano componenti più leggeri e batterie di maggior resistenza. “L'’oro bianco” dovrebbe portare grande ricchezza al Cono Sur e le imprese minerarie multinazionali sono in fibrillazione per le riserve sudamericane che parrebbero avere una capacità di sfruttamento per centinaia di anni. L’'Argentina ha uno dei maggiori giacimenti di litio al mondo, con circa il 20% e si qualifica subito dopo gli altri grandi produttori quali, la Bolivia e il Cile. Le principali leghe contenenti litio sono a base di alluminio, rame, manganese e cadmio: in particolare, tali leghe vengono utilizzate in campo aeronautico per parti ad elevate prestazioni specifiche e grazie al suo impiego per la produzione di batterie è prevista un’impennata dei consumi, destinata a crescere nei prossimi anni, soprattutto quando le auto elettriche o ibride avranno una diffusione di massa. L'’impiego del litio nelle batterie è dovuto alla sua bassa densità, buona conducibilità elettrica e semplicità di riciclaggio. Molti dei problemi delle vecchie generazioni di batterie al piombo (scarsa densità energetica) o al nickel (elevate temperature di funzionamento) sono stati risolti grazie all'impiego di questo minerale. Il litio presente in natura dovrebbe essere sufficiente a produrre le batterie per rimpiazzare l'intero parco di autovetture a combustione con auto elettriche dall'autonomia di circa 200 km (ovvero con batterie di circa 30 kWh). Il prossimo “petrolio” avrà la capacità di trasformare l’economia di regioni emergenti come il Sud America e precisamente l’inospitale Puna, nell’Arabia Saudita dell’America Latina. Il triangolo del litio formato da Bolivia, Cile e Argentina contiene circa il 60% delle riserve mondiali, approssimativamente 20 milioni di tonnellate. I dati non sono ancora definitivi in quanto il triangolo è ancora sotto esplorato e molti altri salares nel mondo devono essere valutati. La Bolivia ha le riserve più grandi della regione e il giacimento di Uyuni è un campo bianco a cielo aperto stimato in 515.000 milioni di dollari, ma di cui attualmente non si può effettuare una stima esatta, poiché il presidente della Bolivia, Evo Morales, ha proibito lo sfruttamento delle risorse naturali da parte di imprese internazionali. In Argentina secondo le informazioni recenti le riserve più importanti si concentrano a Catamarca, Salta e Jujuy nel nord ovest del Paese. Secondo un rapporto del ministero dell’Economia il litio rappresenta ancora una porzione bassissima della produzione miniera nazionale, circa l’ 1%, ma dal 2015 la produzione passera a un 6,3%. Dal 2000 la domanda del minerale è in costante aumento, la crescita è del 30% annuo; il 20% della produzione mondiale si utilizza per le batterie dei cellulari, dei portatili e delle tablet, il 30% per l’aria condizionata, il settore metallurgico e la medicina. Il restante 50% per l’industria aerospaziale, l’industria della ceramica e dei lubrificanti. Le principali case automobilistiche quali Toyota, Nissan Chevrolet da anni usano batterie di nichel-metallo che però hanno scarsa autonomia, per questo le batterie al litio, in commercio dal 2020, stimolano sin d’ora molti appetiti. Lo sviluppo della tecnologia del litio in Argentina è iniziata l’anno scorso, a partire da un progetto integrato da organismi scientifici dell’Università Nazionale de La Plata, dell’Università Nazionale di Cordoba, della Commissione Nazionale dell’Energia Atomica, del Conae e del Conicet, con il finanziamento del Ministero della Scienza e Tecnologia e con l’appoggio del Ministero dell’Industra. Il progetto prevede l’installazione di stabilimenti misti a Salta, Jujuy e Catamarca dove sono state localizzate le riserve di litio, con apporti dello Stato e capitali privati, per un costo fra i 200 e i 300 milioni di dollari, mentre i laboratori di ricerca saranno creati a La Plata e a Cordoba. L'’Argentina stima così di divenire in breve tempo un luogo di privilegio a livello mondiale in grado di attrarre importanti investimenti per lo sfruttamento del prezioso minerale.

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Di Il Cosmopolita il 21/03/2014 alle 00:00 | Non ci sono commenti

21/03/2014

Le elezioni europee 2014

“Tenendo conto delle elezioni del Parlamento europeo e dopo aver effettuato le consultazioni appropriate, il Consiglio europeo, deliberando a maggioranza qualificata, propone al Parlamento europeo un candidato alla presidenza della Commissione. Tale candidato è eletto dal Parlamento europeo a maggioranza dei membri che lo compongono”. E’ sempre bene partire dal Trattato sull’Unione europea per comprendere cosa accadrà con le elezioni europee. Alla chiusura delle urne, il 27 maggio, i Capi di Stato o di Governo dei Ventotto si riuniranno per valutare il risultato elettorale e individuare il candidato alla presidenza della Commissione. Non si tratta dunque di elezione diretta da parte del corpo elettorale, ma d’indicazione che il corpo elettorale trasmette al Consiglio europeo, che può tenerne o non tenerne conto. La prima ipotesi è più probabile in un sistema di diritto come l’Unione, ma non è necessariamente quella che prevarrà. E allora: quando gli elettori troveranno il nome del candidato accanto al simbolo del partito, voteranno formalmente per il partito ed esprimeranno un auspicio riguardo al candidato. La novità non è comunque da poco. Personalizzandosi nel nome dei candidati, la campagna elettorale 2014 si distinguerà dalle precedenti per il maggiore accento sulle questioni europee e la minore veemenza per le questioni interne. Si misurerà finalmente con l’intreccio fra temi europei e temi interni per assimilarli in una comune valutazione. Il passaggio priverebbe le forze politiche del facile argomento che le colpe sono di Bruxelles, i meriti delle capitali. Bruxelles e capitali stanno dalla stessa parte, nel bene come nel male, e allora tanto vale rafforzare la presenza a Bruxelles piuttosto che vituperare Bruxelles da lontano. La scelta del candidato presidente della Commissione ha conseguenze non solo per la procedura della nomina, ma anche per la politica che il Presidente sarà chiamato a praticare alla guida della Commissione. Tolta la politica estera e di sicurezza, affidata all’Alto Rappresentante la cui nomina segue un iter relativamente diverso da quello degli altri membri del collegio, al Presidente della Commissione spettano i poteri in materia di politica economica in senso lato. Compreso un certo grado d’interazione con la politica monetaria nei casi in cui questa non sia esclusivo appannaggio della BCE. La personalizzazione della campagna elettorale è “un bluff” - la definisce qualcuno - in senso formale, non lo è in senso politico. Se la maggioranza degli elettori europei si pronuncia a favore del candidato socialista, avremo una politica economica intrisa di sociale. Se si pronuncia per il candidato popolare, avremo la sostanziale continuità con la Commissione Barroso, popolare anch’egli. Se si pronuncia per il candidato liberale, avrà un’impronta federalista. Se si pronuncia per il candidato della Sinistra, avrà toni euro-critici. Se si pronuncerà per i candidati verdi, recherà l’impronta di quel movimento. Si esclude a priori l’ipotesi del candidato della destra e degli euroscettici in genere, perché tale candidato non c’è sebbene quel raggruppamento politico sia accreditato dai sondaggi di un certo successo. Le personalità dei candidati e i loro programmi contano sia per la campagna elettorale che per i seguiti. Sempre che il candidato alla presidenza della Commissione sia scelto fra “i campioni” dei vari schieramenti e non intervenga un terzo a fare da compromesso in caso di risultato elettorale indecifrabile. L’ipotesi corrente è che dovrebbero primeggiare i campioni popolare e socialista e che il liberale faccia da terzo incomodo. Ma è ipotesi basata più sui dati del passato, quando le famiglie popolare e socialista si dividevano di fatto l’Assemblea, che sull’attesa del futuro. Non considera, o non considera adeguatamente, l’impatto delle forze euroscettiche. I tre candidati, nell’ordine con cui sono stati scelti, sono il socialdemocratico tedesco Schulz, il popolare lussemburghese Juncker, il liberale belga Verhofstadt, il “comunista” greco Tsipras. I Verdi si affidano alla coppia mista del francese Bové e della tedesca Keller. I primi tre sono dei veterani dei Consigli europei e del Parlamento, di cui Schulz è il presidente in carica. Bové è un parlamentare uscente. Il greco e la tedesca sono i più giovani di età e carriera. Se le previsioni sono rispettate, la partita vera si gioca fra volti noti e maschili. La parità di genere andrà cercata nella scelta dei membri della Commissione.

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 21/03/2014 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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