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Post di aprile

08/04/2014

Un santuario nelle Malvine

di Francesca Morelli

Il 24 marzo, “giorno nazionale della memoria per la verità e la giustizia” si commemorano le vittime civili prodotte dalla dittatura militare che governò l'’Argentina, dal 1976 al 1983. Il 2 aprile si celebra il “giorno del veterano e dei caduti nella guerra delle Malvine. Due date incancellabili dal calendario argentino, le cui celebrazioni furono istituite dal presidente Nestor Kirchner . La prima per ricordare la strage di giovani vittime che, per sette anni, furono perseguitate e giustiziate senza neanche saperne il motivo. I loro figli furono dati in adozione agli stessi autori dei massacri perpetuatisi in quegli anni, militari che non solamente uccisero gettando dagli aerei in volo circa 30.000 persone, ma che vollero appropriarsi anche delle vite innocenti dei neonati, messi al mondo dalle malcapitate madri, arrestate e successivamente eliminate. La seconda data è in onore dei soldati mandati alle Falklands / Malvine dai militari a combattere una guerra già persa in partenza. Mal equipaggiati e senza una minima preparazione di base per affrontare gli inglesi che occupavano le isole dal 1833; in soli tre mesi di combattimenti, di stenti, di freddo, d’'inferiorità tecnologica delle armi, furono uccisi 649 soldati argentini e ne furono feriti oltre mille, prevalentemente provenienti dal nord del Paese, dove il clima caldo e secco mal si conciliò con le temperature quasi artiche delle Malvine. A seguito della dittatura le madri, oggi nonne, di Plaza de Mayo sono ancora alla ricerca dei loro nipoti, non si rassegnano alla prepotenza e alla malvagità che i militari hanno esercitato sulle vite dei loro figli e dei loro nipoti e lottano da anni, attraverso una ricerca capillare in tutto il Paese, per ritrovare i ragazzi sottratti alle loro vite, si sono dotate di una banca del dna, per assicurarsi che i giovani ritrovati appartengano alle loro famiglie. I familiari dei caduti dal canto loro hanno chiesto al Papa, che attraverso il Vaticano venga fatta una proposta alla chiesa cattolica delle isole Malvine, per la costruzione di un santuario, nel cimitero di Darwin che si chiamerebbe Maria de la Paz, in ricordo dei caduti argentini. Il coinvolgimento del vescovo di Roma nella faccenda delle Falklands non è un argomento nuovo. Subito dopo la sua elezione la visita della presidente dell'’Argentina al pontefice fece fibrillare i media sudamericani, che diedero per scontato che, a prescindere dal protocollo, Cristina Fernandez de Kirchner avesse voluto incontrare il papa, per chiedergli un intervento con il governo inglese sulle isole Malvine. La presidente argentina è tornata recentemente a far visita al pontefice prima dell’'arrivo in Vaticano della regina Elisabetta II, la cui udienza è stata programmata per il 2 di aprile . Delmira de Cao, presidente del comitato dei familiari dei caduti nelle Malvine e Islas del Atlántico Sur,  ha chiesto una mediazione vaticana con la prefettura apostolica delle Malvine il cui responsabile è padre Michael McPharland. Nel suo viaggio a Roma, insieme a 40 persone di cui facevano parte anche i veterani di guerra, la questione è stata ben chiara, sebbene il tema sia piuttosto complesso. Il conflitto argentino/inglese sulle Falklands/Malvine è molto presente in Vaticano perché, secondo le famiglie dei reduci il pontefice è sentitamente “malvinero”, essendo stato cardinale argentino , avendo incontrato più volte gli ex combattenti e avendo menzionato varie volte le Malvine come territorio argentino; il caso a distanza di anni dalla fine della guerra e che ha determinato la fine della dittatura militare è ancora motivo di forti contrasti fra le due Cancellerie. I media argentini sottolineano la strana coincidenza delle date delle udienze papali concesse alle due rappresentanze, quella argentina e quella inglese, ma non calcano la mano per non illudere la popolazione argentina che per troppo tempo ha sperato di vedere riconosciuti i sacrifici dei propri cari. Sul suolo delle Falklands/Malvine esistone tombe di caduti non identificati; la Croce Rossa internazionale è stata coinvolta per realizzare prelievi di sangue dalle famiglie dei reduci contattati. La costruzione di una cappella o di un santuario in memoria dei caduti argentini alle Falklands/Malvine potrebbe essere la soluzione più semplice ed accettabile per stendere un velo su una storia lunga e dolorosa, che neanche il referendum indetto sulle isole, per far scegliere ai residenti la nazione da cui dipendere ha risolto; dopo tre decadi non si è riusciti a dirimere il conflitto ancora in atto tra i due Paesi e a chiudere una ferita che provoca ancora tanta sofferenza fra gli argentini. La Commissione dei Familiari che per legge amministra il cimitero si è opposta all'’identificazione dei corpi, ma il ministero della Giustizia ha già realizzato 60 prelievi di sangue dalle 102 famiglie contattate. Si tratterebbe oramai, a trentadue anni dal conflitto, di firmare da parte dei due Paesi i documenti necessari per avallare il procedimento.

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Di Il Cosmopolita il 08/04/2014 alle 00:00 | Non ci sono commenti

08/04/2014

Questioni di soldi e di etica alla Farnesina

Un intelligente ed argomentato pezzo fa il punto di una situazione di pseudo-attualità, ovvero quello sollevato nel corso della finta campagna di moralizzazione sugli stipendi di alcune categorie professionali del servizio pubblico tra cui i diplomatici. Risposte dovute tenuto conto che anche la Ministra Mogherini vi si è esercitata in prima serata televisiva. Non diremo – in controcanto al commento qui accanto – che il problema è altro, ma che la verità è altra. Di questo si deve parlare nel momento in cui la Farnesina torna di attualità non già per la brillante risoluzione del famoso caso dei Marò bensì per l’arresto di un funzionario intermedio (e peraltro Capo Missione in una Repubblica ex-sovietica) per essersi variamente intrattenuto con bambini filippini. La Farnesina ha una tradizione perfino rispettabile di non discriminazione sessuale e non occorre ricordare Ministri né Segretari generali notoriamente gay. Ma è verosimilmente accaduto negli ultimi anni qualcosa di diverso: qualcosa cui si attaglia perfettamente il monito di Papa Bergoglio. Peccato (ammesso che lo sia) sì, la lobby no. La corruzione no. Il fenomeno non è sessuale, è etico. Se gli inni nazistoidi di Mario Vattani, che prende subito la difesa forse non richiesta del collega Bosio, appaiono oggi imprudenze da eccessiva adesione a valori eversivi e maldigeriti, ciò non è vero perché le infrazioni al giuramento repubblicano nascevano nello stesso humus. Si entra nel servizio diplomatico italiano come in una cuccia calda e protettiva, tollerante a tutto salvo che allo spirito critico e all’autonomia professionale nel rispetto di doveri e norme. L’ultimo ventennio, quasi tutto berlusconiano, si è caratterizzato per una personalistica appropriazione dell’intera carriera. Esempi pubblici e pubblicamente noti: il Ministro Terzi politicamente responsabile della trattazione e del “pompaggio” patriottico del caso Marò era il pupillo di Vattani padre, già Segretario Generale. Il cui scettro, salvo un breve interregno, passò all’unico Ambasciatore di grado che non aveva mai diretto un’Ambasciata, come dire un Ammiraglio mai salito a bordo di una nave, e attuale coordinatore dei servizi segreti nazionali. Un talento scoperto da Silvio Berlusconi al suo esordio a Palazzo Chigi e passato al Ministro D’Alema in omaggio alla continuità dell’apparato amministrativo. I responsabili politici di questa bonanza ora pontificano con le indennità dei diplomatici in servizio all’estero e dei Capi Missione. Questi vengono assimilati a dei Mastrapasqua. La verità è altra: chi lavora, si paga le cose che fa per il Paese, chi pensa a sé lucra. E poco male se sono spiccioli rispetto ai milioni in mutande di un Presidente di Regione, tanto troverà il modo di rimpinguarli con il geniale sistema delle operazioni pubblico - privato. E cosi sarà premiato a vita in ragione della sua tenuta omertosa. Chi parlerà, chi frapporrà ostacoli agli arbitrii o segnalerà gli errori verrà punito: non importa se di sinistra o di destra. Si dirà: lo fanno tutte le corporazioni e non solo in Italia. Perfetto, peccato che qui fanno quasi solo questo. Un sistema che l’ex Ambasciatore Romano difese ad oltranza criticando l’ultimo Ministro che democratizzò la carriera diplomatica: Aldo Moro. Avverso Romano, dall’interno della carriera, si levò la voce del compianto Renato Ruggiero che, da napoletano comune, male concepiva un corpo diplomatico ancora plasmato dai Savoia, con un mix di nobili piemontesi, austro-ungarici, siciliani, del Sacro Soglio. E l’oggi? Oggi ci sono gruppi di potere che è difficile scalzare per la loro camaleontica abilità ad aderire al Ministro di turno: essendo radicali con la radicale, democratici con la democratica. In realtà essi appartengono al solo partito che amano: quello del loro gruppo. Oggi c’è il succcessore di Massolo (nonché gestore fallimentare di una struttura malata ed incapace di servire il Paese dove è più carente, cioè nella politica internazionale in tutti i suoi risvolti di integrazione e globalizzazione) l’Ambasciatore Valensise (figlio di un dirigente politico neo-fascista) che non si è peritato di insediare la sorella a Capo del già prestigioso Istituto di Cultura di Parigi. E non è questa la colpa più grave che si commetta nel Palazzone bianco e nelle sue sclerotiche propaggini di Ambasciate e Consolati anche se in varie Istituzioni i “parenti” sono banditi. Ministra Mogherini, il primo contatto con Lei ci è parso fruttuoso. Accogliamo il Suo invito a scambiarci le idee e chissà che insieme non si riesca a smuovere le coscienze. C’è molto da fare, ce la possiamo fare.

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Di Il Cosmopolita il 08/04/2014 alle 00:00 | Non ci sono commenti

08/04/2014

A parlar male del diplomatico si fa peccato ma non si sbaglia.

L’aforisma, attribuito come altri del genere a Giulio Andreotti, torna bene nell’attuale tempesta mediatica, ma piuttosto un refolo di primavera, attorno alle astronomiche retribuzioni degli ambasciatori all’estero. Se a questo si aggiunge l’accusa piovuta addosso al nostro Ambasciatore in Turkmenistan per avere violato la legge sulla tutela dei minori, in un paese come le Filippine tristemente noto per il turismo cosiddetto sessuale, allora la misura è colma. La gente può commentare: noi li paghiamo così tanto e questi spendono i soldi del contribuente coi “regazzini”. Sul caso Bosio Il Cosmopolita non ha titolo a intervenire e pertanto tace. Ma sul caso delle retribuzioni qualcosa è doveroso dire. O meglio ripetere, considerato che la CGIL Esteri, in maniera spesso solitaria, va dicendo da anni. Che il sistema ISE va riformato all’insegna della trasparenza e dell’equità. Un tentativo fu operato anni fa segmentando l’ISE in risarcimento per il servizio all’estero (comunque disagevole), in indennità di rappresentanza, in indennità per i familiari a carico. L’indennità di rappresentanza è la sola a dover essere documentata, altrimenti la parte non spesa va restituita. E se il diplomatico, come spesso accade, spende più dell’indennità prefissata? Ha diritto all’integrazione? Manco per idea, se spende di più, vuol dire che è uno spendaccione e paghi di tasca sua e cioè intaccando la quota risparmio. In alcuni casi e per alcune posizioni, in primis quella del Capo Missione, l’indennità di rappresentanza è altissima e viene puntualmente esaurita. Perché il Capo Missione ha le mani bucate? Forse è così, ma con maggiore probabilità accade che si trovi in una capitale dove il costo della vita è altissimo e le attese degli ospiti VIP, o presunti tali, sono altrettanto alte. Chiunque abbia esperienza da Capo Missione sa che il VIP italico in visita, a maggiore ragione se viene dal mondo degli affari che critica gli sperperi del comparto pubblico, reclama l’invito in Ambasciata a mangiare e anche a dormire, come se si trattasse di un grande albergo con tariffe che neanche su booking.com. Ecco allora la prima modesta proposta del Cosmopolita: si riduca l’indennità di rappresentanza, si pongano le relative spese (ad esempio per il 2 giugno) a carico del bilancio di sede, si invii una circolare draconiana con cui si vietano tutti gli inviti a personalità non strettamente istituzionali. L’indennità di rappresentanza è l’appendice di un discorso più ampio che colpisce la natura stessa dell’ISE. E’ giusto che un piccolo corpo di funzionari dello stato, cui si assimilano all’estero gli altri funzionari, percepisca cifre in certi casi notevolissime? Almeno rispetto a quelle del comune travet, non certo dei boiardi di stato che minacciano di andarsene se il loro guiderdone è ridotto. La domanda è lecita ed i diplomatici, nelle loro discussioni interne, dovrebbero porsela con franchezza. La CGIL, sempre quella, ha provato a fare chiarezza sul punto molte volte, ma sempre cozzando col muro dell’interessato silenzio. Meglio non parlarne, ché se si viene a sapere fuori. Solo che fuori prima o poi si viene a sapere e l’informazione che ne esce è quella fuorviante e maliziosa del presente dibattito. La prima domanda da porre a chi voglia eliminare l’ISE riguarda la sostenibilità del trasferimento all’estero. Vero è che chiunque andrebbe volentieri a Parigi Londra New York Tokyo. Ma quanti accetterebbero di andare in Iraq Libia Afghanistan Turkmenistan (tanto per stare sull’attualità)? E se nessuno va in quei posti, quanto meno da volontario, chi si occupa dei nostri interessi, per non parlare dei nostri cooperanti e militari? Nella visione iconoclasta che pervade il dibattito sui tagli, la politica estera non serve, la diplomazia è una casta, la difesa è uno spreco. Tanto vale allora amputare la proiezione esterna del paese e tentare di occupare Piazza San Marco in nome dell’indipendenza del Veneto. Un regresso culturale prima ancora che un abbaglio politico. Spiace che nel dibattito parlamentare questo dato – il nuovo e vecchio provincialismo italiano – non sia trattato per quello che è: il contrario della modernità e del pensiero europeo. La proposta sana per uscire dal dibattito sull’ISE consiste invece nel pensare europeo. Applichiamo in Italia il modulo SEAE, sic et simpliciter. Alcuni azzardano conti per cui il modulo SEAE alla lunga costerebbe di più del modulo italico. Forse si e forse no. Comunque sarebbe un parametro che, stando bene pure alla Germania, dove pare che il diplomatico guadagni molto meno del collega italiano, parla la lingua del rigore alla Merkel. E dunque sarebbe indiscutibile anche per i rigoristi all’amatriciana. A costo di ripetere il vecchio aforisma non andreottiano ma degno di Nanni Moretti che “il problema è un altro”, la questione dell’ISE stinge sulla questione della politica estera pubblica. La si vuole o non la si vuole? E in caso positivo con quale grado di efficienza?

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 08/04/2014 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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