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Post di giugno

25/06/2014

Tutti vedono tutti.

Ci vorrebbe Paolo Conte a commentare le attuali vicende d’Europa, con i suoi accostamenti arditi, i suoi salti logici e d’immagine. Per stare alla nuda cronaca, tutti vedono tutti in questa vigilia del Consiglio europeo di giugno, quando bisognerà indicare al Parlamento europeo il candidato alla presidenza della Commissione. Giochi fatti per Jean-Claude Juncker come da pronostico? Parrebbe di si, anche se Cameron e qualche altro irriducibile reiterano le riserve su un candidato talmente “outdated”, per dirla all’inglese, da credere ancora nell’europeismo, quella strana bestia politica che la politica “updated” del Regno Unito continua a aborrire come il male peggiore d’Europa. Il male peggiore è altro. Sta nel dichiararsi europeisti e nell’ignorare le esigenze fondamentali dei cittadini europei, quegli stessi il cui consenso s’invoca soltanto alla scadenza elettorale.

Le esigenze fondamentali si racchiudono nelle formule dello sviluppo per l’occupazione e nella protezione dai pericoli esterni. Lo sviluppo per l’occupazione sarebbe ora possibile grazie all’allentamento della politica monetaria da parte della BCE. La difesa dai pericoli esterni è possibile rafforzando i meccanismi di protezione alle frontiere e nella generalizzata opera di analisi e contenimento dei fenomeni internazionali. Le immigrazioni di massa, sia nella forma di permanenze oltre i limiti consentiti dai visti sia nelle forme degli sbarchi, sono percepite come minacciose. La paura come sentimento di base non ha connotazione politica, è trasversale. Combatterla con i mezzi idonei, con il sapiente dosaggio di cooperazione e contenimento, significa rispondere a quel sentimento di base.

Nel programma appena abbozzato della prossima Commissione, ora nelle mani del Presidente del Consiglio europeo, i due elementi – occupazione e sicurezza – dovrebbero essere presenti. Si dice per impulso della prossima presidenza italiana, che sul binomio vuole fondare il proprio semestre. Se tali sono le intenzioni, ben venga un programma della Commissione che vada oltre il semestre italiano a coprire il quinquennio a venire. L’opinione pubblica si appassiona molto alle formazioni. Nella stagione dei campionati mondiali tutti s’improvvisano selezionatori della nazionale; nella stagione del nuovo apparato istituzionale tutti si ritengono membri del Consiglio europeo. Titolari, questi ultimi, della facoltà d’indicare non solo il programma ma anche le persone che saranno chiamate ad attuarlo. Il mantra “donna è meglio” è rilanciato da Roma come passepartout in caso di stallo. Quale donna e in quale posto? Una donna, la socialdemocratica a capo del Governo danese, dovrebbe presiedere il Consiglio europeo. Di nuovo una donna alla testa degli affari esteri?

L’eredità di Catherine Ashton è difficile da portare. I giudizi sul suo operato sono tali che dal successore ci si aspetta molto di più: lo scatto in avanti della politica estera e di sicurezza e di difesa. Proprio sui capitoli PESC e PSDC si misurerà probabilmente la resistenza britannica a qualsiasi avanzamento che non sia il “piétiner sur terre”. Il compito del nuovo Alto Rappresentante si profila arduo. Uomo o donna, poco importa. Importa che abbia la capacità di spiccare il salto. Un concetto andrebbe chiarito nel programma: le diplomazie e le forze armate nazionali possono poco da sole, possono molto se integrate e coese. Non è più tempo per le iniziative solitarie per quanto brillanti, è tempo di sforzi comuni. Il rapporto con la Russia messo in tensione dalla crisi ucraina, l’adesione della Turchia, le relazioni con i vicini meridionali alle prese con una primavera araba trasformata in una stagione indecifrabile, la conclusione dell’accordo di partenariato cogli Stati Uniti. Basterebbero solo questi punti per comprendere la portata dell’agenda dell’Alto Rappresentante e dell’Unione nel suo insieme. Tutti si vedono con tutti, e questo è un dato positivo. Non si vedono, se non sullo sfondo, i Ministri degli Esteri e le rispettive amministrazioni. Il Trattato di Lisbona ha verticalizzato la politica europea. Essa sta nelle mani dei capi di stato o di governo e dei rispettivi staff. Che gli staff abbiano al loro interno i diplomatici di carriera, conta fino a un certo punto. Il dato generale è che la diplomazia tradizionale lascia il passo ad una diplomazia diversa. L’Italia segue il modello verticale.

 

TAG europa juncker pesc psdc consiglio europeo bce

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 25/06/2014 alle 15:35 | Non ci sono commenti

25/06/2014

Mille giorni anche alla Farnesina.

Alla vigilia del Consiglio Europeo che dovrebbe definire il nuovo assetto (persone/piattaforme ed orientamenti collegati) dell'assetto istituzionale UE, un tonitruante proclama del nostro Presidente del Consiglio sancisce che dal primo luglio il semestre italiano si ispirerà al programma di lavoro dei "mille giorni". Per cambiare l'Italia, cambiare l'Europa. Un "sinallagma" tra l'identità nazionale e quella Europea sul quale non possiamo non consentire: tanto più allorché in felice (prevista?) coincidenza ben due messaggi positivi arrivano da Berlino: il primo riguarda la "stabilità" che - ovviamente - non si "tocca" ma deve essere temperata con la considerazione dell'andamento del ciclo. Come dire si continua con l'austerità ma - alla buon'ora - si guarda anche al contesto recessivo o scarsamente espansivo. Il che si traduce nel secondo messaggio che consiste nella possibile maggior tolleranza per spese che "sforino", ma abbiano carattere quanto meno infrastrutturale.

 

Si apre dunque un cielo più sereno ed un rapporto più disteso con un'Europa meno arcigna e - forse - avviata ad una qualche ripresa collettiva e con minori antagonismi nazionali o Nord/Sud del Continente. Non bastassero queste buone notizie (senza ironia…) già in questa settimana potrebbe concretizzarsi la "partita" delle nomine. E qui l'Italia renziana potrebbe incassare la cedola ottenuta con il successo elettorale europeo del PD: la candidatura dell'attuale Ministro Mogherini flottta infatti con ragionevole consenso. Il grado di diligenza, accortezza e competenza supera comunque gli standard richiesti (per non parlare del "look" rispetto all'alto Rappresentante uscente…). Tuttavia queste considerazioni, non tutte politicamente "corrette", ci portano a riflettere sul fatto che la permanenza della Mogherini al vertice della Farnesina non ha mancato di evidenziare ancora una volta la grave crisi strutturale (al di là cioè del Ministro diligente e/o di quello più o meno inadeguato o financo avventurista ed inattendibile…) in cui si trova (è stata deliberatamente condotta?) l'Amministrazione degli Esteri.

 

Anche e soprattutto in una fase in cui la Presidenza del Consiglio - anzi il Premier stesso - "fagocita" quasi per necessità politica una buona metà (se non di più…) delle competenze degli Esteri, l'avvenuta riduzione della Farnesina a "struttura leggera" a vocazione di servizio e mediatica appare del tutto incongrua a gestire - a livello analitico ed operativo - interconnessioni e proiezioni ben più complesse di quell'ambizioso: "oggi in Italia, oggi in Europa".

 

Certamente può far piacere una Farnesina che, pur tramortita da oltre un ventennio di crisi e di conduzioni tanto autocratiche quanto vuote, assurge a "scuola-quadri" (Mogherini, ma anche Dassù o Gozi…) per un personale politico meno provinciale, inadeguato ed auto-referente, ma purtuttavia ridurre relazioni, integrazioni, contenziosi all'"imbuto" della prima pagina europea non soltanto non "funziona", ma aprirà inevitabilmente nuove falle ed "incidenti" tali da ripercuotersi sui dossier più importanti. L'Amministrazione deve essere curata e risanata: non con il "digiuno" (tipo il ridicolo imperativo "fare di più con meno"….), bensì con un'opera di risanamento e razionalizzazione, di rassicurazione e valorizzazione di tutte le professionalità… Senza nascondersi i guasti pluridecennali accumulati con una gestione incolta, reazionaria ed ispirata non certo alla meritocrazia e alla competenza bensì al più becero clientelismo familista. Uno stato di abbandono a cui il nuovo Ministro (se vi sarà…) dovrà porre rimedio con iniziative sopra l'asticella della "diligenza".

 

Almeno questo dovrebbe essere il compito a casa per la Farnesina… nei mille giorni….

 

TAG europa berlino ue consiglio europeo

ARCHIVIATO IN Farnesina

Di Il Cosmopolita il 25/06/2014 alle 15:32 | Non ci sono commenti

19/06/2014

Attorno alla riforma dell’ISE

Si dice che la riforma dell’ISE, nel segno della chiarezza e della trasparenza, sia dovuta alla pressione dell’opinione pubblica che invoca appunto chiarezza e trasparenza nella retribuzione degli ambasciatori. Ora, che l’opinione pubblica nutra particolare interesse riguardo ad un corpo minuscolo come quello dei diplomatici o meglio dei dipendenti MAE all’estero, è tutto da dimostrare. La solita campagna stampa ha additato al pubblico ludibrio le ostentate ricchezze degli ambasciatori, le decine di migliaia di euro dei loro “stipendi” a Tokyo e Washington. Il pubblico ludibrio li ha visti tutti, ambasciatori in quelle sedi e altrove, come scialacquatori del pubblico denaro, mentre i coscienziosi dirigenti delle imprese pubbliche si accontentavano, o dichiaravano di accontentarsi, di 250.000 Euro all’anno. Vuoi mettere uno che dirige un’impresa quotata in borsa con uno che dirige l’ambasciata a vattelappesca. Ben venga il salary cap, come elegantemente si diceva una volta, anche per gli ambasciatori. Ben venga dunque la riforma dell’ISE. La reazione ovvia alla voglia di riforma, in un paese che si riscopre europeista, sarebbe di omologarsi al sistema in vigore a Bruxelles, nel SEAE. E invece no, il sistema SEAE sarebbe persino più costoso dell’attuale italiano, bisogna operare d’immaginazione. L’immaginazione produce il taglio generalizzato del 50%, punto in più o punto in meno, rispetto al regime attuale. Il taglio sarebbe in parte compensato dall’aumento di altre voci, ad esempio dello stipendio metropolitano, ma sempre taglio sarebbe. Dunque la riforma dell’ISE significa taglio dell’ISE, con la perequazione verso l’alto delle indennità basse e la perequazione verso il basso delle indennità alte. Una riforma “socialista”: si dà secondo le necessità dell’individuo e non in base al merito o alla posizione gerarchica. Un punto di equità sociale che certamente Il cosmopolita non contesta perché tutti hanno i figli che vanno a scuola, tutti hanno le spese sanitarie, eccetera. Scomparirebbe infine l’indennità di rappresentanza, il mostro che fa gridare allo scandalo perché oggetto di autocertificazione e dunque di possibili maneggi. Le spese di rappresentanza – perché il diplomatico all’estero deve continuare a ricevere “Italian style” – sarebbero rimpiazzate da un fondo di sede ad hoc. Anche questa è una misura nel segno della chiarezza. Bisognerebbe però chiarire cosa succede quando il fondo ad hoc si esaurisce, tanto per dire con la Festa del 2 giugno. Nel secondo semestre dell’anno, il diplomatico cessa di ricevere oppure continua a ricevere a sue spese, a carico dell’ISE nel frattempo dimezzata?

Il gran parlare dell’ISE un primo risultato lo sta già producendo. La rinuncia dei diplomatici a candidarsi ai posti che non siano “glamour” come i soliti New York Washington Bruxelles Parigi Londra. Alcune sedi difficili rischiano di restare scoperte a lungo se vengono meno due aspettative fondamentali: quella di un’ISE talmente congrua da fare superare il disagio di adattarsi a situazioni difficili se non estreme; quella di una successiva assegnazione “glamour” e comunque di uno scatto di carriera. La psiche del diplomatico è relativamente semplice, rammenta senza offesa quella di Catalano nella vecchia trasmissione di Renzo Arbore. Meglio andare in un posto “in” dove magari si guadagna poco ma si fa carriera e si vive bene? Oppure andare in un posto duro dove pure si guadagna poco e si fa poca carriera?

A monte della riforma dell’ISE – lo scrivono alcuni diplomatici nei loro blog – dovrebbe essere la riforma della rete diplomatica e consolare. Ovvero una riflessione collettiva sulla nostra politica estera e sull’esigenza di coprire certe aree e certe materie in priorità. Se un certo posto è di suprema importanza, si deve incentivare in ogni modo la sua copertura, anche aumentando e non riducendo l’ISE. Altrimenti lasciamo le sedi problematiche al gioco della domanda e dell’offerta e ci ritroviamo con nessuna domanda, ad esempio, per Abuja ed una pletora di aspirazioni per New York Bruxelles eccetera. Qui il discorso stinge in politica e perciò avrebbe bisogno di un confronto che vada al di là di quello, pur corretto e doveroso, con le organizzazioni sindacali. Un discorso che dovrebbe investire anche l’opinione pubblica. Signore e Signori della stampa, è vero che gli ambasciatori in alcune sedi ricevono un assegno eccessivo, è pure vero che se non teniamo alto l’assegno in certe altre sedi, queste rimangono scoperte. La loro mancata copertura può recare danno agli interessi del paese. Sempre che naturalmente siamo convinti che il paese abbia bisogno di perseguire gli interessi con un servizio diplomatico pubblico.

TAG ise

ARCHIVIATO IN Sindacale

Di Il Cosmopolita il 19/06/2014 alle 17:54 | Non ci sono commenti

19/06/2014

Il linciaggio in Argentina

di Francesca Morelli

Questo orribile fenomeno già da tempo ha aperto nel Paese un intenso dibattito fra politici, sindacalisti, psicologi e giornalisti. Un’inchiesta del quotidiano Clarin ha evidenziato che 8 persone su 10 pensano che la causa principale di questi episodi sia da attribuire all’assenza dello Stato che non si fa carico del problema della sicurezza dei suoi cittadini.

I risultati dell’inchiesta rilevano che l’81,5% delle persone intervistate ritiene che il fenomeno del linciaggio possa ridursi elevando le pene e aumentando la presenza della polizia, l’11,9% ritiene invece che sarebbe auspicabile un abbassamento delle pene e un recupero sociale dei colpevoli. Il 6,6% non sa o non risponde. Alla domanda “nella lotta del governo contro i delinquenti chi ci guadagna?” Il 76,7% ha risposto i colpevoli e solamente il 10,6% il governo, il 12,7% non sa o non risponde.

L’abbrutimento sociale, secondo La Nacion, non è un termine di un’analisi sociologica, ma il nome di un fenomeno che si osserva quando certe condotte collettive equiparano gli esseri umani alle specie animali più aggressive. La violenza di genere, il fanatismo dei tifosi, la prepotenza nel traffico, i litigi per strada, le aggressioni, la protesta sociale distruttiva fanno parte, secondo gli analisti, di una tendenza che attraversa il tessuto sociale e tende a espandersi. Parallelamente all’abbrutimento esiste la manipolazione, su cui si è scritto molto e, sostiene uno dei giornalisti de La Nacion, che la definizione data dal dizionario è molto appropriata; si tratta di un intervento capace di distorcere la verità o la giustizia nella politica, nel mercato e nell’informazione, per interessi personali. Abbrutimento e manipolazione si potenziano reciprocamente e formano un meccanismo infernale; il linciaggio nasce dalla frustrazione , cerca capri espiatori, avanza fino all’odio e culmina nella violenza.

Il reato che affligge il paese è sistemico ed è causato da molti fattori, disuguaglianza, narcotraffico, corruzione della polizia e della politica, mancanza d’istruzione, carenze nella giustizia e nel sistema penitenziario. Gli analisti de La Nacion sostengono che la mancanza di sicurezza potrà diminuire solamente attraverso una politica che affronti simultaneamente le problematiche sopra enunciate; ma se il governo non vuole farsene carico, le vittime continueranno a moltiplicarsi e la società s’incamminerà sempre di più verso l’autoritarismo. Lo scorso dicembre centinaia di persone assaltarono per ore i negozi e le case di varie città dell’Argentina, Cordoba, Tucuman provocando morti e feriti. A marzo si sono verificati una serie di linciaggi in cui orde di persone hanno aggredito il primo ladro che hanno colto sul fatto, producendo morti e feriti. Le ripercussioni pubbliche non hanno tardato a manifestarsi, soprattutto quando i fatti si sono verificati nei quartieri abitati dalla classe media.Quando i misfatti sono iniziati nei quartieri più marginali e poveri delle città, sembra che i governi locali non abbiano voluto vedere il problema sociale che risiedeva dietro il linciaggio, ma solamente persone emarginate che volevano far valere i loro reclami.

Diego Grillo Trubba editorialista del quotidiano Perfil, testimone di un linciaggio ha dichiarato che “se la unica reazione che si pone la classe dirigente è quella di giustificare il linciaggio o catalogare coloro che lo fanno come delinquenti, non esiste altra possibilità se non quella che la sconfitta della legittimità si aggravi”. I saccheggi e i linciaggi sono aberrazioni generati dall’incremento costante della violenza sociale nell’Argentina attuale, sostengono in molti, che invece di dividere l’elite dirigenziale divide la società, poveri contro poveri, la classe media contro gli emarginati.

TAG argentina

ARCHIVIATO IN Succede a...

Di Il Cosmopolita il 19/06/2014 alle 17:52 | Non ci sono commenti

05/06/2014

Il difficile parto d’Europa

Ci pensa David Cameron a riportarci coi piedi per terra. A urne chiuse, l’ondata euroscettica sembrava meno temibile di quanto si pensasse, almeno in Italia dove il dominio del Partito Democratico ha esorcizzato la rimonta di M5S e Forza Italia e Lega. Vi è un euroscetticismo di fondo che affiora sempre e comunque e che si maschera con le sembianze della modernità. Quando il Regno Unito ebbe l’ultima presidenza di turno del Consiglio UE, il Primo Ministro britannico tenne il discorso d’insediamento davanti al Parlamento europeo all’insegna della modernità: lavoro, ricerca, innovazione, giovani.

Tutto “cool”, incarnando Tony Blair la Cool Britannia dell’epoca. I parlamentari, anche gli scettici nei confronti degli euroscettici, sembravano conquistati dal nuovo verbo. Infiliamoci nel mainstream della modernità, basta col funzionalismo alla Jean Monnet, via all’Unione dei progetti, bando a quella delle istituzioni. La priorità all’Unione del fare rispetto a quella del perpetuo negoziare. La fascinazione durò il tempo di assistere alla Seconda Guerra del Golfo a trazione americana e britannica.

Ora che sappiamo come andarono le cose, siamo meno inclini a lasciarci affascinare, tanto più che Cameron, da conservatore, non ricorre più al linguaggio “cool” ma a quello dell’apparente concretezza. Il voto europeo ha dato la maggioranza allo schieramento che aveva Jean-Claude Juncker a campione. La regola basica della democrazia parlamentare, recepita nel Trattato UE con qualche sfumatura di troppo, è che il Consiglio europeo tenga conto delle indicazioni del voto nel proporre al Parlamento il candidato alla presidenza della Commissione.

Un passaggio importante nella storia del Parlamento europeo perché ha consentito di dare smalto alla campagna elettorale personalizzandola nella contrapposizione fra candidati e programmi. Il voto premia di misura lo schieramento che fa riferimento a Juncker. Cameron lo contesta in radice. Se passasse Juncker, uomo degli anni ottanta inidoneo a governare l’Unione della modernità, il Governo di Sua Maestà darebbe il via al referendum “in or out” e potrebbe uscire dalla comune. Juncker non è il candidato giusto per il Regno Unito e per alcuni stati membri, né lo è Martin Schulz, socialdemocratico e tedesco per giunta, né Guy Verhofstadt, che osa addirittura proclamarsi federalista. Altro deve essere il candidato: qualcuno o qualcuna poco incline alla deriva federalista, una persona del fare e non del proclamare.

Il Parlamento nomina il Presidente della Commissione a maggioranza. Juncker potrebbe ottenerla con un’alleanza fra popolari, socialisti, liberali. Sempre che egli sia indicato dal Consiglio europeo. La cui decisione non è affatto scontata, anche ora che la Cancelliera si pronuncia a favore di Juncker. La nebbia aleggia sul Palazzo Justus Lispius. Van Rompuy è chiamato a dissiparla con sondaggi presso i gruppi politici. La confusione non aiuta la ripresa di consenso verso le istituzioni europee. Essa incoraggia l’euroscetticismo. L’Unione dei popoli, che sono chiamati ad esprimersi col voto, diventa l’Unione delle trattative appena s’imbocca la Rue de la Loi.

Dovesse spuntare un nome diverso da quello di uno dei campioni maggiormente votati, l’impressione sarebbe che si sta travisando il risultato elettorale. La scelta di una personalità poco nota ai più, per quanto rispettabile, confermerebbe che siamo alle solite. Alla fine a Bruxelles come a Strasburgo non conta tanto la volontà popolare quanto l’abilità negoziale. L’inossidabile potere di veto che si esercita anche nei casi in cui il Trattato non lo riconosce. Uno stato membro o una minoranza di stati membri hanno facoltà di bloccare il processo decisionale finché non si trovi una soluzione a loro congeniale.

Nel 1966 il compromesso di Lussemburgo interruppe la politica della sedia vuota voluta dalla Francia gollista. Il compromesso consentiva di continuare a negoziare anche nei casi in cui si poteva decidere a maggioranza, nel caso che uno stato membro invocasse la tutela di un interesse vitale. Il compromesso di Lussemburgo non c’è più, potrebbe rivivere sotto altra specie. Ripristinarlo di fatto dipende dalla valutazione che gli stati membri e le istituzioni daranno della pretesa britannica. Una valutazione relativamente semplice sotto il profilo giuridico, assai complicata sotto il profilo politico.

TAG elezioni europee 2014

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 05/06/2014 alle 17:03 | Non ci sono commenti

05/06/2014

Il nodo della crisi istituzionale europea

Le elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo e il successo di forze politiche euroscettiche in tale competizione (sia pure in proporzioni minori del temuto) hanno riportato il tema istituzionale al centro del dibattito sul futuro dell’Unione. Nell’ultimo quinquennio, le questioni istituzionali erano state trattate in modo marginale e discontinuo quasi sempre come un sottoprodotto del magniloquente e confuso dibattito sulla crisi finanziaria e sul salvataggio dell’ EURO. Strettamente interconnesse, le tematiche economico-monetarie e quelle istituzionali continuano ad essere sovente evocate in termini superficiali e contraddittori sulla base di grossolane semplificazioni e di superati stereotipi. Da un lato, non è raro ascoltare responsabili politici ed autorevoli commentatori che sottolineano la necessità di una sempre maggiore condivisione di sovranità (segnatamente tra i Paesi dell’Eurozona) al fine di assicurare il funzionamento del complesso apparato di regole adottate per stabilizzare la Moneta Unica; d’altro canto, si levano voci che enfatizzano l’esigenza di un più incisivo ruolo degli Stati nazionali (e delle istituzioni parlamentari e giurisdizionali in essi operanti) per evitare una centralizzazione tecnocratica ed una “deriva” democratica.

La questione non è nuova ed il convulso dibattito sull’Unione Economica e Monetaria ne ha solo acuito e distorto i termini. Per cercare di fissare alcuni punti fermi, occorre tornare alla generosa e sfortunata stagione “costituente” che abbraccia il periodo intercorrente tra la firma del Trattato di Nizza (febbraio 2001) e le consultazioni referendarie in Francia e nei Paesi Bassi (primavera 2004) che decretarono la fine del disegno costituzionale. Durante tale periodo (caratterizzato da profonde divisioni interne all’Unione Europea sulla posizione da adottare rispetto al brutale unilateralismo dell’Amministrazione americana dell’epoca) venne condotto il tentativo di superare l’antico metodo funzionalista dotando l’Unione ampliata (da 15 a 27 Stati membri) di una più solida base giuridica e valoriale. Le ragioni di quel decisivo fallimento sono state ampiamente dibattute e non è quindi il caso di tornarvi. E’ invece, rilevante cogliere l’avvio, durante il periodo della Convenzione, di un dibattito dalle durature conseguenze sulle fonti di legittimità della costruzione europea. La teoria della doppia legittimità individuava i fondamenti dell’Unione negli Stati e nei cittadini. Tradotto in termini di equilibrio interistituzionale (o di “triangolo istituzionale” come soleva dirsi all’epoca), il teorema della duplice legittimità conduceva ad esaltare il ruolo del Consiglio Europeo (espressione suprema della concertazione negoziale fra Stati membri) e del Parlamento Europeo (diretta emanazione dei cittadini/elettori) relegando in una posizione meno profilata la Commissione Europea (istituzione-cardine del funzionalismo monnetiano, giunta all’apice della sua autorevolezza durante la Presidenza Delors). Caduto il disegno costituzionale e ripristinato il carattere pattizio come base della integrazione europea attraverso il rabberciato Trattato di Lisbona, il dilemma della legittimità è rimasto parzialmente irrisolto dando luogo a discussioni collaterali astruse e controverse (si pensi alle complessità del calcolo della maggioranza qualificata in Consiglio ed alla graduale introduzione di un principio di doppia maggioranza volto a tenere conto del numero degli Stati e delle rispettive popolazioni).

Il principale retaggio della fase costituzionale è stato quello di creare la figura di un Presidente stabile del Consiglio Europeo, garante della continuità dell’indirizzo politico-strategico dell’Unione sia verso l’interno che verso l’esterno (in questo secondo ambito in “coabitazione” con un ibrido “Alto Rappresentante”, per metà consiliare in quanto Presidente del Consiglio Affari Esteri e per metà sovrannazionale in quanto Vice-Presidente della Commissione). In assenza di un disegno strategico coerente e di una volontà politica di approfondimento del processo di integrazione europea, l’esistenza di un vertice esecutivo “bicefalo” (Presidente del Consiglio Europeo e Presidente della Commissione) non ha tardato a mostrare le sue notevoli controindicazioni. L’intera legislatura 2009-2014 è stata caratterizzata da una ridefinizione dei ruoli rispettivi delle varie Istituzioni (Consiglio Europeo e suo Presidente stabile; Consiglio e sua Presidenza rotativa semestrale; Commissione e sua Presidenza) e dalla ricerca di nuovi punti di equilibrio. La crisi finanziaria e monetaria, entrata nella sua fase acuta a partire dalla primavera 2010, ha determinato una ridefinizione della gerarchia di potere fra gli Stati membri ma anche fra le diverse istituzioni europee (alcune delle quali come la BCE hanno assunto un rilievo centrale). A complicare ulteriormente il panorama, è sopravvenuta la crescente divergenza fra le necessità istituzionali della “zona Euro” e quelle dell’Unione. Ne è conseguita una ricorrente torsione dei classici meccanismi comunitari attraverso una ambigua commistione di strumenti tipici (Regolamenti, Direttive) e di accordi intergovernativi a sensi del diritto internazionale classico. Perfino un elemento fondamentale della ventura Unione Bancaria (il Fondo Unico di Risoluzione) risulta disciplinato da una intesa fra Stati, al di fuori del quadro giuridico dei Trattati europei.

A pagare il prezzo più alto in un contesto di prolungata confusione istituzionale è stata la Commissione. Il decennio della Presidenza Barroso (un candidato di compromesso emerso nell’epoca della crisi irachena in opposizione a figure di maggiore prestigio e di radicate convinzioni europeiste) è stato caratterizzato da abili tatticismi e da una sostanziale assenza di qualsiasi visione strategica ed idealistica. Stretta tra la maggiore assertività del Parlamento Europeo e l’ipertrofia di un Consiglio Europeo a Presidenza stabile che si è riunito, in alcune fasi, a cadenza quasi mensile, la Commissione Europea ha visto ridursi sia la sua visibilità politica, sia la sua credibilità tecnocratica. Sotto il primo profilo, il Collegio dei Commissari si è limitato ad attuare mandati conferitigli dal Consiglio Europeo senza svolgere una reale attività di impulso; sotto il secondo aspetto, l’Istituzione suppostamente guardiana dei Trattati e garante della pari dignità degli Stati membri, si è sovente trasformata nel “braccio esecutivo” dei Paesi più robusti e nella arcigna custode di una ortodossia rigorista di cui si cominciano a misurare compiutamente i devastanti effetti politici, economici e sociali.

TAG elezioni europee 2014

ARCHIVIATO IN Unione Europea

Di Il Cosmopolita il 05/06/2014 alle 17:02 | Non ci sono commenti

05/06/2014

Gli scenari per la prossima legislatura europea

Le scadenze istituzionali del 2014 offrono una potenziale opportunità per sciogliere alcuni dei nodi emersi nella legislatura apertasi nel 2009. Su impulso del Parlamento Europeo, si è progressivamente affermata l’idea di conferire effettivo contenuto politico alla scadenza elettorale del 25 maggio p.v. attraverso la creazione di un legame istituzionale tra il risultato di tali elezioni e la nomina del futuro Presidente della Commissione. Dopo un sofferto dibattito interno, le principali famiglie politiche europee (popolari, socialisti, liberali, ecologisti, sinistra radicale) hanno convenuto di indicare un proprio “capolista” quale candidato alla Presidenza della Commissione. Tra le considerazioni che hanno spinto verso tale evoluzione, vi è stato certamente il timore di una scarsa affluenza alle urne e di una conseguente massiccia affermazione di forze euroscettiche alle consultazioni dello scorso maggio. L’affluenza è rimasta ai livelli molto bassi del 2009 e l’affermazione delle forze euroscettiche ha comunque assunto in alcuni importanti Stati membri (Francia, Regno Unito) proporzioni allarmanti.

Senza la “parlamentarizzazione” della procedura di nomina del Presidente della Commissione gli esiti sarebbero stati verosimilmente ancora peggiori. Ma non è affatto scontato che la rottura rispetto agli equilibri attuali consistente nella nomina a Presidente della Commissione del capolista della famiglia politica che ha ottenuto la maggioranza relativa (ovvero Juncker) possa effettivamente realizzarsi. Tale soluzione è infatti apertamente osteggiata da vari Governi e scarsamente caldeggiata da molti altri. Anche tra osservatori, commentatori e addetti ai lavori prevale un moderato scetticismo. Le argomentazioni contrarie si fondano su elementi di natura giuridica e/o di opportunità politica. E’ indubbio che la formula del Trattato di Lisbona secondo cui occorre tener conto dei risultati elettorali ai fini della designazione di un candidato alla Presidenza della Commissione è molto cauta e lascia sussistere la preminenza del Consiglio Europeo nella valutazione della personalità da selezionare. A tale rilievo, si può replicare che il Parlamento Europeo può comunque respingere la proposta dei Capi di Stato o di Governo e che quindi la previa indicazione di candidati espressi da forze politiche europee rappresenta una forzatura ma non uno stravolgimento delle disposizioni del Trattato. Tale forzatura risulterebbe giustificabile in nome della maggiore trasparenza rispetto ai cittadini/elettori la cui scelta influenzerebbe direttamente il processo di designazione del Presidente della Commissione. La vera ragione di opposizione di molti Governi alla creazione di un nesso diretto tra risultato elettorale e nomina del Presidente della Commissione è di natura politico-diplomatica e non giuridica. Ancorare la scelta del Presidente della Commissione (e subordinatamente degli altri membri della Commissione, incluso il Vice Presidente /Alto Rappresentante PESC) al risultato elettorale, impedirebbe al Consiglio Europeo di operare in una logica di diplomazia intergovernativa calibrando gli equilibri di genere, di provenienza geografica, di affiliazione politica, di relazione fra le dimensione dei vari Stati membri in un’ ottica di pacchetto globale per la spartizione di tutti gli incarichi apicali disponibili nell’Unione (Presidente del Consiglio Europeo, Presidente della Commissione, Alto Rappresentante PESC).

Una seconda obiezione riconduce al tema della duplice legittimità: secondo alcuni osservatori, un legame troppo diretto tra risultato elettorale e Presidenza della Commissione rischierebbe di creare una conflittualità istituzionale permanente sulla base di una linea di contrapposizione tra Presidente del Consiglio Europeo/Consiglio Europeo, da un lato, Parlamento Europeo/Commissione, dall’altro. Il rilievo è pertinente e richiama l’esistenza di alcuni nodi irrisolti del dibattito costituzionale europeo quali la possibile fusione tra le figure di Presidente del Consiglio Europeo e di Presidente della Commissione nonché l’eventuale attribuzione a quest’ultimo del potere di dissoluzione del Parlamento Europeo. Quanto alla presunta perdita di imparzialità di una Commissione troppo “politicizzata”, si tratta di un argomento sintomatico del notevole scadimento concettuale dell’ attuale dibattito istituzionale europeo. In tutti i sistemi costituzionali, l’Esecutivo svolge sia funzioni di Governo, attraverso il perseguimento di un indirizzo politico sostenuto dalla maggioranza parlamentare, sia una attività amministrativa finalizzata alla corretta gestione delle attività pubbliche.

La nozione di imparzialità si applica alla sfera amministrativa non a quella della politica governativa. Una concezione del ruolo della Commissione fondata unicamente sulla legittimità tecnocratica poteva giustificarsi agli albori della costruzione europea (tale era in effetti il ruolo dell’Alta Autorità della CECA negli Anni Cinquanta) ma appare anacronistica nell’attuale stadio della integrazione europea. Una critica più radicale ma di impostazione parzialmente diversa proviene da alcuni Stati membri (in primo luogo il Regno Unito) che contestano non solo l’attribuzione alla Commissione di un ruolo politicamente più propositivo ma soprattutto la legittimità del Parlamento europeo a concorrere all’elezione di un Esecutivo. Secondo tale approccio, solo i Parlamenti nazionali sono detentori di un’autentica legittimazione democratica e quindi i Governi da essi espressi hanno titolo ad adottare le decisioni fondamentali per l’Unione (spinto al suo estremo questo ragionamento induce a vagheggiare un ritorno al Parlamento Europeo nella sua versione “pre-1979”, composto da parlamentari nazionali invece che eletto a suffragio universale diretto). Un’ultima obiezione al collegamento diretto tra elezioni parlamentari e nomina del Presidente della Commissione ripropone il ricorrente dilemma circa la praticabilità di introdurre a livello dell’Unione prassi ”costituzionali” in assenza di un “demos” europeo. La persistenza di culture politiche nazionali non potrebbe essere superata attraverso accordi tra i vertici dei partiti europei..

Vi è ora da chiedersi quali potrebbero essere gli esordi della legislatura parlamentare 2014-2019 (coincidente con l’avvio del semestre di Presidenza italiana del Consiglio dell’Unione Europea). Come spesso avviene nei recenti dibattiti sull’Europa, si discute più di pericoli ipotetici che di quelli reali. Una corrente pessimista prefigura un rischio di contrapposizione tra Parlamento Europeo e Consiglio Europeo per la nomina della Commissione in seguito a veti incrociati sui nomi di Juncker, di Schultz o di altri candidati non legittimati dal voto del 25 maggio. Ne conseguirebbe l’ esigenza di prorogatio fino ad inizio 2015 dell’Esecutivo Barroso ed una sostanziale paralisi del funzionamento dell’Unione. Non è questo lo scenario più realistico. La soluzione che potrebbe delinearsi nella prossima estate è quella di una “Grande Coalizione” su scala europea con un’accurata (quantunque non agevole) ripartizione di incarichi apicali tra socialisti, popolari (e forse liberali). Un esito siffatto – verosimilmente realizzato sotto la ferrea ma discreta regia della Cancelliera tedesca - riproporrebbe, a livello dell’Unione Europea, i rischi di immobilismo e di stanca perpetuazione dello status quo già rilevati in alcuni Stati membri che hanno vissuto l’esperienza di Governi “allargati”, proprio nel momento un cui urgono invece iniziative capaci di contrastare il fenomeno del distacco tra pubbliche opinioni ed istituzioni europee sulla base di piattaforme programmatiche chiare ed incisive.

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Di Il Cosmopolita il 05/06/2014 alle 17:01 | Non ci sono commenti

05/06/2014

Dalle Istituzioni alle politiche

Dalle dinamiche istituzionali dipenderanno in sostanza le sorti del processo di integrazione europea nel prossimo quinquennio. Nel corso della recente campagna elettorale, sono state riproposte formule accattivanti come “la legislatura della crescita” o l’esigenza di un nuovo equilibrio tra dimensione sociale e dimensione finanziaria. E’ lecito dubitare che tali formulazioni possano bastare da sole a riavvicinare larghe fasce di cittadini all’universo di “Bruxelles”.

La legislatura 2014-2019 costituirà quindi un periodo denso di sfide per il futuro dell’Unione e soltanto un radicale ripensamento (se non un deciso superamento) delle politiche seguite negli ultimi anni potrà assicurare un rilancio del processo di integrazione. Esiste uno scenario ottimistico secondo il quale la lunga espiazione rigorista dell’ultimo quadriennio consentirà agli Stati membri di ritrovare il cammino della crescita, della competitività e dell’occupazione. Talea rosea prospettiva riposa sull’auspicio che l’economia mondiale si sviluppi a ritmi sostenuti e che i cittadini europei (soprattutto i più giovani) si rassegnino ad accettare una radicale revisione dell’economia sociale di mercato con una strutturale riduzione delle proprie aspettative di ascensione sociale e di autorealizzazione esistenziale. Una più realistica alternativa imporrà di riconoscere che l’Unione Europea non può differire ulteriormente il riconoscimento di alcuni gravi fallimenti.

L’approccio funzionalista, dopo molti indiscutibili successi (dai Trattati di Parigi fino a Maastricht), ha perduto l’ultima e più importante scommessa. L’assunto secondo il quale l’unificazione monetaria avrebbe, di fatto condotto, ad una federazione politica non si è realizzato. La centralità assoluta dell’UEM rischia anzi di divorare tutte le altre dimensioni del processo di integrazione. Perfino le quattro libertà fondamentali (libero movimento di persone, merci e capitali, libertà di stabilimento) si trovano confrontate ad ostacoli e minacce crescenti. Con la “nobile” motivazione di combattere il terrorismo, la criminalità organizzata, l’evasione fiscale, i reati telematici, la contraffazione industriale ed agro-alimentare, gli Stati membri stanno introducendo normative che estendono i controlli sui cittadini e limitano il concetto di libera circolazione mettendo a rischio l’integrità del Mercato Unico e di altri elementi qualificanti dell’acquis comunitario. In luogo di elaborare una politica comune e solidale in materia di immigrazione, si ipotizza una ridiscussione del sistema Schengen. Invece di rafforzare l’azione europea in aree di interesse comune (ambiente, energia, agenda digitale), si vagheggiano immaginifici “rimpatri di competenze”. Anche il sistema valoriale dell’Unione – consegnato nella Carta dei Diritti allegata al Trattato di Lisbona con pari forza giuridica – risulta esposto a revisionismi regressivi.

Si arriva al paradosso di una tacita tolleranza verso disposizioni costituzionali di alcuni Stati membri di tenore palesemente discriminatorio a fronte di un intransigente rigorismo rispetto alla sacralizzazione di discutibili criteri di politica economica (il “mito” del pareggio di bilancio). Negli ultimi anni, l’Unione europea ha cessato di essere una fonte di progresso civile, economico e sociale per i cittadini degli Stati membri e per tutti coloro che risiedono legalmente nel suo territorio trasformandosi in una fucina di vincoli e di obblighi. Solo riaffermando il principio che l’UEM (di cui andrà completata la riforma segnatamente introducendo una capacità fiscale propria dell’Eurozona a finalità anti-cicliche) è un progetto al servizio dell’integrazione europea e non un feticcio al cui funzionamento condizionare l’intera attività dell’Unione sarà possibile avviare la ricostruzione di un rapporto fiduciario con le pubbliche opinioni. Si tratta di un compito di enorme portata rispetto al quale una maggiore unità di intenti fra Commissione e Parlamento Europeo rappresenta un necessario pre-requisito.

Una Commissione maggiormente responsabile nei confronti del Parlamento di Strasburgo potrebbe meglio resistere alle pressioni intergovernative del Consiglio e , soprattutto, alla pretesa di alcuni Stati membri di dettare l’agenda dell’Unione anteponendo gli interessi nazionali ad obiettivi di integrazione sovrannazionale. Un severo scrutinio parlamentare sui Commissari designati potrebbe limitare la nomina di personaggi che fungono da agenti dei Governi senza rispettare i richiesti requisiti di indipendenza. Si tratta dell’inizio di un percorso difficile ma indispensabile se si vorranno evitare in futuro negoziati dall’esito disastroso per il futuro dell’Europa come quello sul Quadro Finanziario Pluriennale 2014-2020 che non è in grado di assicurare alcuna seria politica di crescita e di redistribuzione. Su questi temi e intorno a queste sfide, si giocherà a partire dalle prossime settimane la sfida sull’avvenire dell’Unione Europea e sul ruolo futuro dei suoi Stati membri e dei suoi cittadini sulla scena internazionale.

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ARCHIVIATO IN Unione Europea

Di Il Cosmopolita il 05/06/2014 alle 16:59 | Non ci sono commenti

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