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Post di luglio

23/07/2014

La tattica europea.

La metafora calcistica torna buona per farsi comprendere dal grande pubblico, ma tende a semplificare tutto in una ridda di risultati. La vittoria, il pareggio, orrore: la sconfitta. Il modesto esito del calcio italiano, della nazionale e delle squadre di club, dovrebbe indurre alla prudenza. Andiamo a Bruxelles certi della vittoria, basandoci sull’assioma che, avendo vinto le elezioni in casa, la coppa continentale è nostra. Come il Brasile entrato sesto campione e uscito sotto i colpi della Germania, anche noi abbiamo dovuto fare i conti con la squadra tedesca. Che stavolta non è allenata dallo chicchissimo Joachim Loew (e un tedesco elegante è un ossimoro per chi è abituato a vedere i colleghi di Berlino coi calzini corti e bianchi)  ma dalla Cancelliera che non è tanto elegante quanto è decisa in quello che vuole. E quello che vuole finisce per divenire decisione comune. Il posto di Alto Rappresentante ci spetta, abbiamo il candidato giusto. Si sa com’è finita la prima partita, il campionato è lungo, il pareggio di luglio potrebbe mutarsi in vittoria di agosto. Un dato comunque emerge: meglio non dichiarare in anticipo le proprie intenzioni.

Juncker è stato indicato dal Consiglio europeo e confermato dal Parlamento come Presidente della Commissione. Il Trattato è stato sorprendentemente rispettato nella sostanza oltre che nella lettera. Sorprendentemente perché ad un certo punto pareva che si volesse seguire il piffero britannico e lanciarsi nella ricerca di un nome che fosse meno europeista. Mentre da altra sponda, compresa quella del nostro Movimento Europeo, si muoveva a Juncker la critica di non essere abbastanza europeista e di essere complice nelle misure di austerità del recente passato. Quelle stesse misure che ora nessuno riconosce come proprie, malgrado fossero state approvate da tutti. Alla nomina di Juncker dovrebbe seguire quella dell’Alto Rappresentante, anch’essa – a parere di alcuni – raggiungibile a maggioranza. Ragionamento impeccabile sotto il profilo formale. L’AR e Vice Presidente della Commissione può essere nominato con decisione a maggioranza. A maggioranza di chi? Del Consiglio europeo o del Parlamento europeo? La risposta alla domanda importa. L’AR è figura di mezzo. Fa parte della Commissione ma è anche e soprattutto espressione degli stati membri che attraverso lui cercano una voce unica sulla scena internazionale. Poiché buona parte delle decisioni in materia di PESC e PSDC (politiche estera, di sicurezza, di difesa) è presa all’unanimità degli stati membri, un AR che già alla nomina non la raccoglie, parte dimezzato. La sua costante dialettica con le diplomazie nazionali (quanto spazio mi consentite affinché io possa adempiere al mio compito unitario?) parte con il freno a mano tirato. Verrebbe compromessa dall’inizio quella funzione propulsiva verso una politica estera comune che è la sua ragione d’essere. Al contrario, raccogliere subito l’unanimità pregiudica positivamente la ricerca dell’unanimità nel concreto operare.  

Il posto di AR è di rilievo e non solo perché è il numero 2 della Commissione. E’ stravagante la vulgata italiana per cui l’incarico conta poco o nulla. Da cinque anni lamentiamo che Lady Ashton appare poco, che il SEAE è una scatola vuota, che le diplomazie nazionali scorazzano come e più di prima,. Da cinque anni, ad ogni crisi, non ultima quella di Gaza, invochiamo “la voce d’Europa”. Appena l’Italia crede a queste diffuse esternazioni e chiede il posto per un proprio candidato, tutti a eccepire che quel posto non serve, che ben altre dovrebbero essere le nostre aspirazioni. La concorrenza, l’energia … Persino l’agricoltura che un’altra vulgata vuole in progressivo ridimensionamento.  Nella polemica anti PESC anche la PAC viene bene. Nel coro dei detrattori  si pone l’editorialista principe di Repubblica. Aduso a dialogare con il Papa, con Benigni, con Draghi – Laura Pausini e Leo Messi seguiranno – egli segue una sua linea che finisce per influenzare, da opinion leader, il pensiero comune. Altro esempio di questo modo di ragionare è che, insistendo per l’AR, rinunciamo alla presidenza del Consiglio europeo. I due incarichi non sono alternativi sul piano formale. Anche se l’Italia ottiene la presidenza del Consiglio europeo, conserva il diritto di avere un membro della Commissione. Con portafoglio minore rispetto a quello PESC? Probabile. C’è però Draghi. Anche in questo caso il ragionamento è stravagante. Il Presidente BCE finisce per essere presentato come un ostacolo nell’attuale spartizione dei posti. Se non ci fosse Draghi a Francoforte, a Bruxelles faremmo sfracelli. Ma Draghi fin quando resterà a Francoforte? Buona domanda.

TAG bce seae unione europea psdc pac pesc

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Di Il Cosmopolita il 23/07/2014 alle 16:09 | Non ci sono commenti

15/07/2014

La politica europea spicca il volo.

La presidenza UE è appena cominciata, il Consiglio europeo delle nomine sta alle porte, le crisi internazionali non hanno la pazienza di attendere che i rituali siano completati. Ci vuole della malizia in Israeliani e Palestinesi nello scatenare la bagarre mentre l’Europa è in cerca d’autore. Il calendario mediorientale è colpevolmente sfasato rispetto a quello di Bruxelles. Ci vogliono ben cinque mesi, tanti ne passano da maggio a novembre 2014, per completare l’assetto istituzionale europeo. Cinque mesi al lordo perché va scomputata la pausa estiva, che in Parlamento arriva a una quarantina di giorni. E’ scoperta la quasi totalità delle caselle e dunque delle responsabilità. Juncker è ancora Presidente candidato. Se non è investito della carica, non può scegliere i nomi dei Commissari, compreso il Vice Presidente e Alto Rappresentante agli Affari Esteri. Finché i Capi di stato o di governo non scelgono il successore di Van Rompuy, non sapremo chi guiderà il Consiglio europeo.

Nel frattempo la Commissione Barroso continua il suo lavoro che, nell’approssimarsi della scadenza, diviene ancora più grigio. Non esiste organizzazione al mondo che si permetta un vuoto di potere cosi lungo e incerto. Se mai il Medio Oriente invocherà una mediazione, non sarà certo l’Europa la destinataria. Semplicemente perché si sforza sempre e comunque di dare ragione al vecchio apologo di Kissinger sul numero di telefono. In compenso il dibattito italiano attorno alle priorità della presidenza si anima. E’ tutto volto a misurare il grado di flessibilità che i tedeschi sono in grado di accordare. Ignora a bella posta che l’interpretazione e l’applicazione delle regole, a Trattati vigenti, spettano alla Commissione e non al singolo stato membro per quanto autorevole.

Ci volgiamo alla Germania con lo stesso supplice sguardo dei difensori brasiliani nella sconfitta del secolo. In Brasile i Tedeschi hanno infierito perché cosi va il calcio, speriamo che a Bruxelles siano magnanimi. Non lo sono nell’affare delle spie e forse si aspettano un moto di comprensione da parte degli europei. La presidenza italiana esordisce con la grana delle quote latte. L’ennesimo richiamo della Commissione a farle pagare, pena il deferimento in Corte di Giustizia. Un odore di rancido emana dalla questione. Oggetto di proteste stradali pittoresche, coi trattori e le vacche a sostenere i manifestanti. Oggetto di sostegno parlamentare diffuso grazie all’allora maggioranza di centro-destra. Una bella grana per il Governo in carica rispondere di responsabilità che lo precedono e che tutti speravano di avere nascosto sotto al tappeto.

Per tornare alla scena mediorientale, essa è animata non solo dalla minaccia israeliana d’invadere Gaza ma anche dalla minaccia di Abu Bakr Al-Baghdadi d’invadere la Giordania per creare il nuovo Califfato in parte della vecchia Mesopotamia. Nuovi Califfi si affacciano alla ribalta e sempre con la medesima iconografia. Dishdasha e turbante e barba scuri, pulpito decorato, oratoria incendiaria, richiamo ai valori dell’Islàm, appello ai militanti a unificare la Ummah. Che tutto questo accada alle porte d’Europa, in un’area ricca di petrolio e di cultura, a pochi anni dalla Primavera araba e dalla liberazione d’Iraq, non scuote granché le coscienze. Importa riformare il Senato, misurare il grado di flessibilità nei conti, salutare il trasferimento di Floris a La 7, biasimare Prandelli per la fuga. Tagliare il bilancio della Farnesina, tanto a cosa serve.

TAG mdio oriente ue consiglio europeo farnesina

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Di Il Cosmopolita il 15/07/2014 alle 09:22 | Non ci sono commenti

15/07/2014

Dove mi alleno?

di Francesca Morelli

Il tabù del calcio femminile è stato infranto già da tempo e ogni anno ci sono sempre più ragazze che si dedicano a questo sport. Da un campo di football nella Villa 31 a un altro di Nuñes a Buenos Aires, due allenatrici si raccontano, dalle difficoltà che incontrano nel loro progetto, alle aspettative che coltivano per far crescere al femminile questo sport.

Attualmente nella capitale argentina e nella Gran Buenos Aires ci sono centinaia di tornei che si giocano ogni settimana. Il campionato della AFA ha 12 squadre di undici giocatrici e sono circa 4.000 le ragazze che si allenano con regolarità, nella parte nord della città. Le conquiste, in un mondo totalmente maschile, sono dure da mantenere, il football femminile è ancora a livello amatoriale, nonostante la competitività e buone giocatrici. Solamente alcune squadre del Boca del San Lorenzo e del River pagano il rimborso spese. Non esistono stipendi né contratti e trovare gli sponsor è ancora molto difficile. Le ragazze che vorrebbero che il loro sport fruttasse loro qualcosa, devono darsi da fare con lavori in altri settori. A Nuñez popolare quartiere a nord della città, sul rio de la Plata, un gruppo di ragazze fra i 25 e i 45 anni, oltre 15 adolescenti ha deciso di fondare una scuola di calcio per permettere a tutte di avere un posto dove allenarsi. Paula Fernandez Delgado racconta le difficoltà incontrate per comprare le magliette rigorosamente rosa e i calzettoni neri e rosa e per fondare il club femminile junior. E’ riuscita ad aprire una sede anche al Tigre ma fino adesso nessuno sponsor, sensibilizzato ad hoc, si è fatto avanti.

Nella Villa31 fino a poco tempo fa, le ragazze con le loro uniformi dovevano aspettare ai bordi del campo più di mezz’ora prima che le lasciassero giocare. Oggigiorno, a distanza di sette anni, il campo di Guemes è considerato quello delle ragazze, su cui si allenano 40 donne fra i 25 e i 40 anni e 20 adolescenti minori di quattordici anni. Fra di loro si chiamano le alleate della 31 perché usano lo sport per l’inclusione sociale. Partecipare a un progetto collettivo consente di percorrere un cammino di molti valori. Per la gran parte delle giocatrici la differenza fra giocatori, uomini o donne che siano, non sono molte, si tratta solamente di maggiori allenamenti più che di caratteristiche fisiche. Le “footbuliste” in questo settore stanno acquistando spazio e sicurezza e hanno la possibilità di svolgere un’attività che le rende felici, invece di rimanere recluse nelle loro “case” fatiscenti per tutto il giorno.

 

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Di Il Cosmopolita il 15/07/2014 alle 09:21 | Non ci sono commenti

01/07/2014

L’Europa iconoclasta.

Abbattiamo le statue della vecchia Europa. La nuova Europa, quella del cambio di verso, non appartiene più a Oli Rehn ed i suoi sodali. Rigore flessibile, l’ossimoro inventato dalla portavoce di Merkel, è la parola d’ordine del nuovo corso. Una rivoluzione pacifica affidata a Juncker, che del rigore flessibile saprà essere l’interprete. Tutto è bene quel che comincia bene. L’opera di rinnovamento sta alla prima importante battuta, ora si tratta di completarla con le altre nomine in Commissione e al Consiglio europeo. Tutti infine andranno al vaglio del Parlamento europeo.

Una certa opinione italiana vuole il Parlamento come vero vincitore di questo primo girone. Il Partito maggioritario alle elezioni aveva come campione Juncker e Juncker è il candidato che il Consiglio europeo indica al Parlamento perché lo approvi Presidente della Commissione. Schulz, il secondo in numero di voti, credibilmente avrebbe dovuto fare da vicario di Juncker e invece s’acconcia a tornare dov’è stato fino a mesi fa: sullo scranno più alto dello stesso Parlamento. Il tutto in virtù di un accordo fra stati membri in seno al Consiglio europeo, accordo che in Parlamento potrà contare sulla coalizione di popolari (Juncker), socialisti e democratici (Schulz), liberali. Ebbene i liberali. Il loro campione Verhofstadt, terzo dei votati, esce apparentemente a mani vuote dall’operazione, a meno che il Belgio non lo indichi membro della Commissione o che il Parlamento lo elegga a qualche incarico di rilievo.

Vi è di singolare in questo esercizio – lo nota il Movimento Europeo – è che il Consiglio europeo non solo indica il candidato di competenza (il Presidente della Commissione) ma anche il candidato di “non competenza” (il Presidente del Parlamento europeo). Il Parlamento si troverà cioè di fronte ad un pacchetto di nomine confezionato altrove e non scaturito dal suo interno. Che poi lo avalli col voto delle sue tre grandi formazioni, è assai probabile. Ma la singolarità resta. Si fa in modo che la principale novità delle elezioni 2014, la scelta del Presidente della Commissione da parte dell’elettorato, sia inserita dal Consiglio europeo in un pacchetto. Il Consiglio europeo resta dominus della procedura e tenta di tracimare da Bruxelles a Strasburgo. Il cambio di verso ci sta, ma è un cambio manuale come nelle automobili d’una volta, su cui dovevi intervenire con la frizione altrimenti grattavi. Il programma viene prima dei nomi, ché anzi i secondi si adattano al primo. Bella enunciazione che viene di peso dal vocabolario italiano d’una volta, quando la DC doveva mediare al suo interno e fra gli alleati chi avrebbe fatto che cosa. La sottile “democristianizzazione” d’Europa può essere un buon cambio di verso. Alla vecchia DC e al popolarismo in generale va riconosciuto il merito storico di avere costruito l’Europa. Nell’album delle figurine, i padri fondatori portavano tutti la maglia popolare e liberale. La sinistra scoprì l’Europa solo più tardi e dopo anni di riserve. Lo riconosce il nostro Presidente della Repubblica che di quell’epoca fu testimone e attore. La via d’Europa può anche produrre vittime. Ieri era la sinistra socialcomunista, oggi è la destra di Cameron e Orban. Prima del Trattato di Lisbona, quando la nomina del Presidente della Commissione avveniva per consenso in seno al Consiglio europeo, la minaccia britannica di dissenso era presa molto sul serio. Quanti candidati caddero prima ancora di correre perché Londra li tacciava di “europeismo”, un morbo che da quelle parti è temibile quanto le epizoozie. Col sistema ex Lisbona il Consiglio europeo può deliberare a maggioranza e il veto britannico resta una manifestazione di risaputo dissenso. Dal dissenso verrà la corsa al referendum “in or out”? Difficile dirlo. Molto dipende da come andranno le elezioni politiche e la questione del distacco scozzese. Su questo punto il cambio di verso in Europa è netto.

TAG europa juncker strasburgo consiglio europeo bruxelles

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Di Il Cosmopolita il 01/07/2014 alle 08:57 | Non ci sono commenti

01/07/2014

Promossi sul campo.

Francesca Morelli

Grossa novità per i cartoneros argentini che dalla crisi del 2001 hanno ingrossato le fila di coloro che si sono inventati un mestiere per sopravvivere, facendosi carico dell’igiene urbana. Perseguitati, additati, maltrattati, in tutti questi anni non hanno avuto coscienza del ruolo importante esercitato. Il settore informale dei raccoglitori di spazzatura in Argentina sì è consolidato grazie alla formazione di cooperative, che cercano anche nella provincia del Paese maggiore formalità, sicurezza e valorizzazione da parte della comunità. Alicia Montoya coordinatrice della squadra tecnica della Coperativa El Alamo di Buenos Aires spesso visita Mendoza e di recente ha dato una conferenza nell’Università Nazionale di Cuyo sui “residui riciclabili; sostenibilità e inclusione sociale”. Nella città andina nel 2007 è stata creata la Cooperativa del riciclaggio di Mendoza, che ha ricevuto l’appoggio del governo nazionale, anche per l’accordo raggiunto con il comune di Las Heras per l’installazione di un impianto per processare i rifiuti. E’necessario un cambio di mentalità, sostiene la giornalista del quotidiano Los Andes in un interessante articolo, sia da parte degli operatori che da parte della comunità.

Il presidente della Cooperativa Co.Re.Me., riferendosi ai membri dell’impresa, ha sottolineato la necessita che gli operatori smettano di considerare la propria attività, come un modo per sbarcare il lunario. Agli utenti che evitino di chiamare i raccoglitori della spazzatura cartoneros, parola derivata appunto dalla raccolta del cartone, per dar loro una nuova identità e inserimento sociale, ridefinendoli riciclatori urbani; serve però una profonda modifica della mentalità e del modo di fare della gente. Si sta cercando di migliorare i proventi economici di detti lavoratori, con l’accesso ai servizi sanitari, ai contributi previdenziali, all’assicurazione e agli indumenti di lavoro. I governi delle città argentine già stanno puntando a una separazione dei residui all’origine. A Buenos Aires stanno realizzando l’iscrizione dei riciclatori urbani ad un registro per sapere quanti sono e dar loro una tessera identificativa, che dia più fiducia ai cittadini. Il comune di Las Heras ha già individuato un terreno che darà in comodato d’uso, per l’installazione di un impianto dove si accumulino gli scarti e la spazzatura, che in un secondo momento verrà trasferita all’industria formale del riciclo, lontana dagli orti e dai piccoli campi coltivati.

I conti sono belli e fatti, informalmente si pagano 1,80 pesos al chilo per le bottiglie di plastica consegnate, mentre una fabbrica paga all’ingrosso 5 pesos per 200 chili di mercanzia.

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Di Il Cosmopolita il 01/07/2014 alle 08:56 | Non ci sono commenti

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