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Post di settembre

24/09/2014

Tutti a occuparsi di estero.

Tutti a occuparsi di politica estera. Il Presidente del Consiglio attraversa gli Stati Uniti a ritroso rispetto ai primi coloni: da ovest a est, dalla San Francisco della Silicon Valley, dove giacciono silicio e eminenze italiane, alla New York di Leonardo Di Caprio e Emma Watson, i veri anchorman e anchorwoman della Conferenza sul clima. Il primo scende dalla tolda del Titanic arrotondato e con barba e codino, la seconda abbandona la bacchetta magica di Hermione per il fiore degli anni. La Ministra degli Esteri, in attesa di trasferirsi a Bruxelles dopo l’audizione al Parlamento europeo, partecipa ai colloqui americani. La Ministra della Difesa assicura l’appoggio italiano alla coalizione che combatte l’ISIS. Niente truppe di terra, quelle non le schiera nessuno salvo i Curdi, e neppure aerei. Supporto logistico, armi, qualcos’altro. La decisione di schierarsi per il clima pulito e la green economy e la decisione di schierarsi con la coalizione fanno il pieno di consensi nel Parlamento. Fatto salvo lo scontato dissenso di M5S e Lega, che sono battaglieri a parole ma molto restii a affrontare la battaglia in campo aperto. Quando il gioco si fa duro, i duri arretrano. Altro che la vecchia frase che nel gioco duro giocano i duri. I nostri, duri lo sono su Twitter e Facebook.

Insomma tutto è bene quel comincia bene. L’attenzione per la politica estera è segno di apertura del dibattito politico. Guardiamo al mondo come al cortile di casa. Non se ne accorge la TV che, col palinsesto d’autunno, farcisce le serate di talk di approfondimento e di giornalisti che si trainano a vicenda: io invito te e tu inviti me e insieme pubblichiamo sui massimi giornali. Nessuno prova a approfondire i temi di politica estera se non per note sentimentali. Il fuciliere di marina che rientra per malattia è notizia triste e lieta al tempo stesso, di certo non esaurisce il complesso dei rapporti con l’India.

La Farnesina dovrebbe giovarsi di cotanta attenzione. Ingenuamente ci diciamo che, se il mondo politico e forse un giorno quello dell’informazione si occupano di politica estera, verrà il nostro turno di addetti ai lavori. Un diplomatico chiamato a dire la sua sui fatti del giorno e sugli scenari futuri. Un diplomatico e un militare a discutere di sicurezza con un industriale del settore. Niente di tutto ciò, possiamo rassicurarci e continuare nella nostra routine di appunti e messaggi. La Farnesina continua a perdere tasselli. E’ il prezzo da pagare alla spending review che, con Cotarelli e predecessori e successori, suona sempre la stessa musica. Tagliare, tagliare, qualcosa resterà, e se non resta, pazienza. Ciò che importa è viaggiare, dichiarare, apparire. Il vuoto, in politica estera come in fisica, non esiste. Qualcuno lo riempie per forza. Probabilmente non la Farnesina degli anni duemila, la cui principale novità è di aggiungere “Cooperazione internazionale” al classico nome di Ministero degli Affari Esteri.

TAG spending review mae farnesina cooperazione internazionale

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 24/09/2014 alle 15:38 | Non ci sono commenti

19/09/2014

La secessione in kilt.

Cadono i venticinque anni dell’unificazione tedesca e li celebriamo con la vittoria del “no” al referendum scozzese. La Scozia resta ancorata al Regno Unito, sia pure con crescente autonomia. I due eventi, distanti nel tempo, hanno il tratto comune di puntare a aggregare e non a separare. Dal 1989 l’Europa è striata dalle separazioni, alcune indolori come fu in Unione Sovietica, altre sanguinose come fu nella Jugoslavia. Ma anche quelle consensuali lasciano tracce. La controversia fra Russia e Ucraina è un cascame della dissoluzione sovietica: la ripresa di protagonismo della Russia dopo la stasi eltsiniana, la vocazione europea e occidentale dell’Ucraina. Tutti elementi che, mescolati, non producono il cocktail caro a James Bond ma una cacofonia di sapori e dunque di contrasti.

Nel 1989 la geografia europea si ridefinì attorno a confini diversi da quelli stabiliti nell’immediato dopoguerra. Mai tanti stati in Europa come dopo la scomparsa di URSS e Jugoslavia, mai tante tensioni dopo la caduta del blocco comunista. La vicenda di Scozia s’iscrive in altro contesto, lo stesso grosso modo del Belgio e della Spagna dove convivono sotto lo stesso tetto popolazioni e lingue diverse. Solo che in Scozia ha prevalso il senso di appartenenza alla Corona e, per questo verso, all’Unione europea. Efficace è stato il monito venuto da Bruxelles. Diretto agli Scozzesi e, loro tramite, a Catalani e Fiamminghi e Baschi: le secessioni portano all’esclusione dall’Unione, chi voglia rientrare deve puntare al processo di adesione. La Scozia, membro UE sin dagli anni settanta, si sarebbe trovata d’improvviso nel girone purgatoriale dei paesi candidati, alla stregua di Macedonia e Serbia e Turchia. Un prezzo troppo alto da pagare anche a fronte della piena sovranità sul petrolio del Mare del Nord.

Il messaggio unionista tiene, e qui adopriamo unionista sia nel senso dello Union Jack che in quello delle dodici stelle in campo azzurro. Ora la parola passa a Londra. Tenere fede alle promesse di autonomia spese alla vigilia del voto. Tenere fede al mandato unitario non solo sul piano interno ma anche su quello continentale. L’altalena sull’altro referendum – quello del “si” o del “no” alla membership – dovrebbe cessare di oscillare. Come la Scozia è parte del Regno Unito così il Regno Unito è parte dell’Unione. La partecipazione di Londra al gioco dell’Unione va a beneficio della squadra. E questo specie nel campo, ora di nostra priorità, della politica estera e di sicurezza e difesa. Nessuna PESC, nessuna PSDC sarà credibile senza il convinto apporto britannico. Le forze armate britanniche, con le francesi, sono il nucleo duro dell’ipotetica force de frappe d’Europa. Tutto il resto conta relativamente. Il mandato dell’Alta Rappresentante comincia sotto fausti auspici.

TAG scozia unine europea pesc ue regno unito psdc

ARCHIVIATO IN Europa

Di Il Cosmopolita il 19/09/2014 alle 15:15 | Non ci sono commenti

19/09/2014

Unicef: allarme minori

Francesca Morelli


 

In questi giorni è stato pubblicato un rapporto dell’Unicef con l’elenco dei 23 Paesi affetti dal turismo sessuale. Insieme ad altri stati sudamericani e al Messico, l’Argentina sembrerebbe detenere un primato molto poco edificante. Il numero di europei, nordamericani e canadesi che approfittano della vulnerabilità dei bambini in centro e Sudamerica sale ogni anno in maniera esponenziale. Messico, Brasile, Colombia, Perù e Argentina sono noti a livello mondiale, per la quantità di bambini vittime del turismo sessuale. Selma Fernandez, responsabile nell’Ecpat International del Programma di Prevenzione dello sfruttamento sessuale e commerciale infantile, ha dichiarato che la maggior pare dei turisti approfitta della prostituzione infantile occasionalmente. Spesso scambiano vestiti e cibo con il sesso, approfittando dei bisogni primari che i bambini hanno nelle situazioni di povertà estrema in cui vivono.

Molti Paesi non dichiarano realmente lo stato in cui versano i propri piccoli cittadini e certamente questo elemento non aiuta a affrontare seriamente una problematica così diffusa. Sono più di mille gli attori turistici che nel mondo hanno sottoscritto un documento, il Codice di Comportamento, in cui si dichiara una lotta attiva al turismo sessuale infantile. I firmatari s’impegnano a formare il proprio personale nel paese di origine e in quello destinatario, a introdurre una clausola nei contratti in cui esplicitamente si fa riferimento al rifiuto dello sfruttamento sessuale dei bambini e degli adolescenti, ad informare i turisti attraverso cataloghi, brochure e video da distribuire nelle agenzie di viaggio, negli Information point, duranti i voli aerei.
Secondo il quotidiano El Pais nella Repubblica Domenicana sono stati raggiunti buoni risultati rispetto al problema. La cooperazione fra gli agenti turistici e alberghieri ha fatto sì che sia difficile vedere un adulto e un minore che non abbiano relazione di parentela entrare in un hotel, ma sono ancora pochi gli adulti detenuti, giudicati o condannati per questo reato.


L’Unicef e Ecpat International calcolano che circa 1,8 milioni di minori siano sfruttati sessualmente. Lorena Cobas, responsabile delle emergenze del Comitato spagnolo dell’Agenzia Onu per l’infanzia, sostiene che la coscientizzazione è senz’altro in aumento per lo meno nell’86% dei Paesi che hanno firmato il Codice di Comportamento. Ecpat invece sottolinea come alcuni risultati positivi, in Tailandia ad esempio, si ritorcano negativamente nei Paesi limitrofi come in Cambogia o in Vietnam.

Un’indagine effettuata dell’organizzazione AIDéTouS del 2002 mostrò che delle 4.214 visite a scopo sessuale in Cambogia, il 36% era effettuata da clienti locali, il 42% da asiatici e il 22% da occidentali. Ovviamente questi dati si riferiscono a molti anni fa e vanno presi con cautela, perchè sono cifre approssimative, sia riguardo ai minori che agli abusatori. Lo sfruttamento sessuale e commerciale dei minori è una grave violazione dei diritti umani e dell’infanzia, che degrada i bambini e minaccia la loro integrità psichica e sociale. Attualmente è il terzo business più lucrativo del mondo, dopo il traffico di armi e di stupefacenti.

 

ARCHIVIATO IN Succede a...

Di Il Cosmopolita il 19/09/2014 alle 15:13 | Non ci sono commenti

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