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Post di ottobre

26/10/2014

Italia pugnace.

Mostra i muscoli, l’Italia, nelle ultime battute della Commissione Barroso e nell’intento di prendere da subito le misure della Commissione Juncker. La lettera del Commissario Katainen al Ministro Padoan recava l’intestazione “strictly confidential”, la buona prassi imporrebbe che il vincolo di confidenzialità possa cadere con l’accordo delle parti. Quest’accordo – a sentire Barroso – non c’era né ci sarebbe stato perché la trattativa sul bilancio è delicata e va affrontata in ambito ristretto. E invece no – replica il Governo italiano – d’ora in avanti nessuna lettera segreta sull’asse Bruxelles – Roma, tutto all’insegna della trasparenza. Meglio: sull’amato Twitter.

C’è nell’apparente polemica molta apparenza. Ciascuna parte afferma una questione di metodo in realtà per sostenere una posizione di merito. Barroso difende la scelta del rigore che ha caratterizzato la sua fin troppo lunga permanenza al Berlaymont: dieci anni, più a lungo del leggendario Delors, quello si un padre d’Europa. La scelta del rigore, a volte acriticamente appiattita sulle indicazioni di Berlino, ha portato a gravi distorsioni. Il quasi fallimento di Grecia e Cipro sul piano finanziario. La distorsione del potere in seno all’Unione europea. La Commissione trasformata da motore dell’integrazione a segretariato del volere dei Governi e di uno in particolare. L’esatto contrario della visione e della prassi di Delors e di altri presidenti della Commissione. Barroso pare che si voglia candidare alla presidenza del Portogallo, dopo aver invano cercato di riciclarsi come presidente del Consiglio europeo: auguri ai Portoghesi.

La parte italiana si mostra pugnace, in linea con un remoto passato di “faccia feroce”. Nei corridoi dell’allora sede del Consiglio, il Palazzo Charlemagne, qualcuno ancora ricorda il Ministro Marcora che difendeva strenuamente le ragioni dell’agricoltura italiana. Altri tempi e altre tempre. Oggi rispolveriamo quei toni per affermare un sacrosanto principio: con la decrescita ci si spegne. Peggio: si altera in maniera cosi grave il modello sociale europeo che ne risente la nostra civiltà del consenso e dell’inclusione. La BCE inietta denaro nella rete finanziaria ma il denaro rimane inerte nelle banche finché la parte produttiva non lo chiede per investire. La fiducia è essenziale alla ripresa.

La disputa con Barroso si chiude con la fine del suo mandato. Questione di giorni. Va proseguita con altri toni con la Commissione che verrà. Occorre liberare la discussione dall’equivoco retorico del “noi e loro”. Noi, i buoni governanti degli stati membri in difficoltà. Loro, i gelidi tecnocrati di Bruxelles (e Helsinki e Berlino). Bisogna tornare all’ortodossia comunitaria, sebbene l’aggettivo “comunitario” sia scomparso nella stesura del Trattato di Lisbona. Ortodossia comunitaria significa ritrovare tutti assieme la via dell’integrazione. L’Unione è unione di nazioni e istituzioni. O si cresce insieme o si declina insieme. La stessa Germania, cosi prodiga d’indicazioni agli altri, comprenderà che un mercato europeo in crescita le giova. E che le giova la ripresa del mercato domestico. Più salario ai lavoratori, più domanda, più benessere.

Il nodo di fondo supera la querelle sui conti nazionali. Investe il ruolo dell’Unione non tanto riguardo agli stati membri quanto riguardo ai paesi terzi. E’ quasi ozioso rammentarlo: nelle relazioni internazionali non esistono buchi. Se l’Unione lascia il buco della sua assenza, questo è riempito da altri, e non è detto da amici.

TAG bce juncker unione europea barroso

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Di Il Cosmopolita il 26/10/2014 alle 15:10 | Non ci sono commenti

26/10/2014

I 50 anni di Mafalda

Francesca Morelli

In occasione del suo compleanno sono state inaugurate mostre, spettacoli itineranti e canori con le musiche dei Beatles, a Godoy Cruz e in tante altre città argentine, per festeggiare la creatura di Joaquín Lavado, Quino, la bambina più famosa del mondo. Mafalda è denuncia e riflessione, è lo specchio di una classe media latinoamericana e di una gioventù progressista. E’ irriverente, curiosa, intelligente e acida. Un personaggio preoccupato per l’umanità e la pace nel mondo, che si ribella a un mondo triste con al collo il cartello fragile. E’ stata tradotta in più di trenta lingue e le inquietudini che manifesta insieme ai suoi amici sono universali.

Nel 1962, il mendozino Quino già aveva dedicato dieci anni a esprimere il suo umore che poco dopo trasformò in fumetto. All’inizio nel 1964 grazie al direttore della rivista Planeta Plana Julián Delgado, inizia la collaborazione che vede come protagonisti dei fumetti Mafalda e i suoi genitori; col passar del tempo Quino aggiungerà altri personaggi quali Felipe, Manolito, Susanita, Miguelito Libertad e suo fratello Guille. Un’interessante mostra inaugurata recentemente a Buenos Aires, nell’Usina del Arte del quartiere La Boca mette il visitatore in contatto con decine di scene di vita quotidiana di questo personaggio uscito dall’immaginazione dell’autore, per celebrare anche i 60 anni delle prime pubblicazioni di Quino come disegnatore umoristico a cui è stato assegnato il premio Príncipe de Asturias de Comunicación y Humanidades.

Secondo una giornalista del quotidiano LaNacion le chiavi per interpretare Mafalda sarebbero le sue annotazioni sociali, il suo senso comune, la sua spontanea filosofia e le sue osservazioni che non si sono fatte influenzare dai ragionamenti dei suoi genitori, ma trasforma in pensieri, graficamente espressi in nuvolette, i grandi dubbi esistenziali dell’essere umano. Quino negli anni sessanta manifestò l’incertezza di quel periodo che prometteva di cambiare la storia, appellandosi a metafore, allegorie e stereotipi.

Mafalda è nata quando la femminista Betty Friedan nel 1963 scrisse la Mistica della femminilità, mettendo in discussione la situazione di subalternità della donna e un anno dopo vinse il premio Pulitzer; Quino in una delle sue vignette disegna la bambina che chiede alla madre, che ha lasciato l’università per dedicarsi alla famiglia nel quartiere di San Telmo a Buenos Aires, scavalcando una pila di panni da lavare e stirare “ mamma, chi ti piacerebbe essere se vivessi?” Quino si occupa anche di politica e i suoi fumetti trattano della condizione umana e non di regimi. Da bambino aveva vissuto la guerra civile spagnola, la seconda guerra mondiale , il fascismo la guerra di Corea lo sbarco in Vietnam successivamente lo avevano profondamente segnato, influenzando la sua opera.

Umberto Eco ha definito Mafalda " un’eroina iraconda che respinge il mondo così com’è, rivendicando il suo diritto a essere una bambina che non vuole farsi carico di un universo adulterato dai genitori”.

Quino sostiene che se oggi disegnasse la bambina probabilmente parlerebbe di Aids, di ecologia e di manipolazione genetica con la veemenza di sempre e sarebbe certamente più informata della Mafalda degli anni sessanta e altrettanto lucida.


 

TAG mafalda

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Di Il Cosmopolita il 26/10/2014 alle 15:09 | Non ci sono commenti

08/10/2014

Riforma ISE e controriforma Farnesina.

Da anni la Farnesina vive sull’orlo del precipizio. Ci sporgiamo giù e ci prende lo sgomento del vuoto. Il vuoto ha il suo fascino come in Vertigo di Alfred Hitchcock. Il vuoto sta là e ci attira irresistibilmente.

Il precipitare ha una data d’inizio: la controriforma Frattini – Massolo del 2010. Quando si eliminarono le direzioni geografiche per tornare alle direzioni tematiche e si lasciò sul terreno un certo numero di dirigenti generali, in anticipo rispetto alle richieste del MEF. Tagliamoci da soli prima di essere tagliati da altri. Come il soldato che si infligge da solo la ferita per non finire in prima linea. Una tattica così avveduta che i tagli poi decisi dal MEF si basarono sui tagli già operati a titolo volontario. Onda su onda, il mare mi porterà alla deriva, come in Paolo Conte. La controriforma Frattini – Massolo avviò un processo che le dirigenze successive hanno incrementato. Essi nutrivano, e ancora nutrono, la speranza di sacrificare i rami secchi (sedi, attività, personale non diplomatico) per salvare il nucleo duro della Farnesina: stipendi metropolitani e ISE. Solo che la battaglia dell’ISE partiva da posizioni di retroguardia. Difendere l’ISE in termini monetari significava attestarsi su una situazione già compromessa dal suo mancato adeguamento in termini reali. Gli scossoni che colpirono l’Euro all’avvio della crisi finanziaria fecero il resto. Rispetto alle valute forti, l’Euro perse valore. Quanti vivevano, e spendevano, in paesi dalla valuta forte si videro decurtata l’ISE in termini reali, pur conservando la stessa massa monetaria.

Ora l’attacco all’ISE è diretto. L’ISE va ridotta e in percentuali che giungono fino al 50 %. L’indennità di rappresentanza è la prima a essere toccata. La controriforma del 2010 introdusse pure un nuovo lessico ministeriale. La controriforma passata per riforma, il ridimensionamento della rete presentato come riorientamento, ora la riduzione della rappresentanza come diversa modulazione. Tutto in realtà cambia nel senso della riduzione: di attività, rete, retribuzioni. Si è sempre detto che l’indennità di rappresentanza si presenta male all’esterno: gonfia indebitamente l’ISE specie del Capo Missione. Meglio inserirla come capitolo di sede da cui il Capo Missione attinge per sé e per i collaboratori che intende insignire di attività di rappresentanza. L’indennità di rappresentanza globale del capitolo di sede sarà eguale alla somma delle indennità personali di oggi? O la somma algebrica sarà negativa? Meno indennità di rappresentanza per tutti e quel che resta al Capo Missione, con la motivazione che dall’Ambasciatore d’Italia ci si aspetta la munificenza del signore rinascimentale.

Dopo l’indennità di rappresentanza la riforma ora riguarda l’ISE nei suoi profili retributivi ed è trasversale. Ancorché il procedimento si ammanti di tinte socialisteggianti: togliamo di più a chi ha di più, meno o quasi nulla a chi ha di meno. L’argomento politico è che l’ISE costituisce il privilegio di una casta. E i nomi privilegio e casta invitano al pubblico scandalo. Bisogna portare l’ISE a numeri fisiologici, che nessuno per ora indica, e il MAE corre più leggero. Questa corrente di pensiero ignora alcuni rischi. Il primo è che certe sedi non saranno coperte per mancanza di incentivo adeguato. Il secondo è che in certe sedi si profilino manovre per arrotondare le retribuzioni. A fronteggiare i rischi scattano gli anticorpi del sistema – ritengono i riformatori. Ma possiamo onestamente pensare di gestire una rete così estesa con l’ispettore dietro alla porta, con la minaccia della sanzione, con i trasferimenti coatti? Un organismo complesso come il nostro funziona con la volontaria adesione di tutto il personale. L’obbligo, la sanzione devono avere carattere eccezionale. La normalità è la leale collaborazione fra colleghi a fini di pubblico servizio.

Sembra un passaggio didascalico, questo del Cosmopolita, ma non è superfluo insegnare in un momento di riformismo facilone. Quello che sostiene “fare di più con meno”, che il personale di ruolo va rimpiazzato da quello a contratto, che la promozione culturale la fanno gli sponsor privati, e via modernizzando.

Nell’austerità generale la Farnesina si accinge a spendere per le elezioni dei Comites. La rete consolare è mobilitata a spedire lettere. Nell’epoca della posta elettronica e delle applicazioni più svariate, noi scriviamo ai connazionali con buste francobolli timbri. Nel mondo si vota persino alle elezioni politiche per via elettronica e noi torniamo al passato. In Parlamento ci hanno spiegato che i connazionali all’estero, probabilmente i soli al mondo, non sanno usare la posta elettronica. Sono anziani e circondati da anziani: tutti ignari d’informatica. La democrazia e la rappresentatività valgono qualche spesuccia in più. La si compensa con il taglio di privilegi come l’ISE.

TAG ise mef farnesina

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Di Il Cosmopolita il 08/10/2014 alle 15:18 | Non ci sono commenti

08/10/2014

All’università

Francesca Morelli

 

Il sistema universitario argentino è composto da 47 università nazionali pubbliche, da 50 università private, da 7 istituti universitari statali, da 14 istituti universitari privati, da 3 università provinciali, da un’ università straniera e da una internazionale.

I media argentini hanno recentemente pubblicato i dati relativi alla formazione terziaria, da cui emerge che le università pubbliche non hanno molti motivi di cui essere fiere. Il 44% degli iscritti non dà più di un esame l’anno; il 29% non ne sostiene neanche uno. I peggiori risultati sono stati registrati nelle università di Jujuy (57,3%), di Misiones (46,5%) e di Salta; i migliori sono i risultati rilevati a Villa Maria (Cordoba), Lomas de Zamora e La Rioja.

Il Cea - Centro di studi d’istruzione argentina - dell’università di Belgrano, diretto da Alieto Guadagni ha analizzato le statistiche universitarie relative al 2011, pubblicate dal ministero dell’Istruzione della nazione. Oltre ad osservare l’alta percentuale di alunni che ha dato pochi esami, è stata rilevata la breccia esistente tra università con minori o maggiori fondi, sottolineando che il costo per ogni laureato sfiora come minimo i 60.000 dollari. L’indagine mostra come paradossalmente nelle università in cui minori sono gli esami dati, maggiori sono le risorse spese per ogni laureato. L’università di Buenos Aires, che figura fra le migliori 500 al mondo è a metà strada per la percentuale studente/esame tra quelle fin qui citate.

I corsi nelle accademie private costano tre volte tanto di quanto costassero nel 2009, ma la richiesta d’iscrizione aumenta di circa un 5% annuo. La qualità delle lezioni impartite, gli orari dei corsi e la distanza dovrebbero essere elementi importanti in base ai quali scegliere un’università. Negli ultimi anni tuttavia, il peso determinante nella scelta sono i costi dei corsi di laurea. Da un’indagine effettuata dalle principali facoltà private di Buenos Aires risulta che durante il percorso di studi vengono aumentati i costi d’iscrizione, le quote mensili, introdotti i diritti di esame e gli universitari, pur di terminare rapidamente i corsi, accettano rassegnati le variazioni. I costi aumentano a seconda delle facoltà, in quella di Scienze Impresariali e Sociali e di Sociologia le quote sono aumentate del 265%. Nell’università Catolica Argentina la situazione è simile, con un aumento del 253%. Un' iscritta lamenta che le università private fanno pagare anche chi non si presenta a dare l’esame e che gli aumenti sono ben superiori all’inflazione degli ultimi cinque anni.

Osvaldo Riopedre di Adecua - associazione in difesa del consumatore- sottolinea che gli aumenti salariali che le università private danno al personale si ripercuotono in maniera diretta e non proporzionale sui costi per gli studenti.

Gli iscritti all’Universidad Argentina de la Empresa hanno pubblicato su facebook una tabella con l’inflazione UADE- informazione istituzionale delle facoltà e dei servizi accademici delle università private specializzate in scienze impresariali- dettagliando i progressivi aumenti dei costi: l’iscrizione annuale che nell’agosto del 2011 costava 810 pesos è passata a 1650 pesos(+103%), frequentare il corso di Ingenieria Industrial nell’Instituto Tecnologico de Buenos Aires costava 2100 pesos nel 2010 e 5100 pesos nel 2013. Dati che sconcertano anche la classe medio alta, che sognava di far studiare i propri figli in accademie esclusive, a prezzi accessibili e che oggi deve far i conti con un’inflazione che non dà tregua.

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Di Il Cosmopolita il 08/10/2014 alle 15:17 | Non ci sono commenti

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