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Post di dicembre

10/12/2014

Sempre a parlare di politica estera.

Sempre a parlare di politica estera. Suona ironico, il titolo, perché la piccola estera continua ad essere la grande sconosciuta del dibattito italiano. Scrive su La repubblica Mario Pirani che, a parte qualche ambasciatore in pensione, nessuno in Italia s’interessa professionalmente dell’argomento. Eppure – continua – qualche motivo d’interesse generale ci sarebbe. Peccato che lo stesso Pirani si limiti a elencare i punti e non ne approfondisca alcuno né tocchi il nodo di fondo.

Il nodo di fondo sta nella sistematica e di successo opera di smantellamento dell’apparato pubblico, in primis quello che si occupa di politica estera e di sicurezza. L’opera si consuma non solo nel silenzio delle voci contrarie, salvo quelle dei classici ambasciatori in pensione, ma nel giubilo dell’opinione pubblica. La quale opinione pubblica si forma l’opinione sulla base di dati lacunosi se non infondati.

Gaudio circonda la decisione di ridurre le commesse di aerei militari. La decisione è corretta, ma nessuno ha avuto il piacere di ascoltare un dibattito in televisione, e cioè nel luogo dove si forma il pubblico sentire, in cui invitare qualche ufficiale dell’aeronautica. Uno che ne capisca o per avere pilotato gli aerei oggi in dotazione o per essere addestrato a pilotare quelli che verranno. Sarebbe come parlare di terremoti senza il vulcanologo o di temporali senza il meteorologo. Le sole bombe che il pubblico ama commentare sono quelle d’acqua. Che poi nel resto del mondo piovano altre bombe, il problema non ci riguarda. Qualcuno le lancia per qualche motivo. E se qualcuno le lancia, vuol dire che è attrezzato per farlo: dispone di un’aviazione adeguata allo scopo.

Non siamo militaristi, amiamo la pace universale, ma neanche possiamo ignorare che il mondo attorno a noi è grigio e freddo. Non è Paolo Conte a cantare Vieni via con me, sono le armate libiche e dell’ISIS che non si acquetano e portano la loro minaccia alle nostre porte. L’ISIS recluta le matricole come Mediaset per il Grande Fratello: con annunci in rete cui rispondono gli aspiranti candidati più disparati e da tutte le parti anche d’Europa. Si chiama turismo della jihad, la nuova moda del viaggio fuori porta. Come le gite domenicali prevede il viaggio a ritroso. Finita la missione, il turista della jihad torna a casa con i panni sporchi.

La politica estera è fatta di analisi e di azione. L’analisi dovrebbe illuminare l’azione affinché non ci si limiti alla reazione. Che è quella che siamo abituati a praticare. Succede un disastro – bomba d’acqua o di altro tipo – e s’invocano la Protezione Civile e le Forze Armate. Se queste nel frattempo sono state debilitate da tagli e cattiva gestione, poco importa. Devono rivelarsi efficienti alla bisogna e poi scomparire dal radar della pubblica attenzione.

Fra qualche giorno la CGIL – Esteri celebra la sua riunione annuale alla Farnesina. La CGIL è conservatrice in generale. Quella degli Esteri non è da meno. Pretende di conservare quel che resta della struttura pubblica preposta alla politica estera italiana. Un’opera talmente controcorrente che incontra pochi proseliti e molte resistenze. I proseliti sono pochi non tanto per scarsa convinzione quanto per il timore di andare appunto controcorrente: di sostenere posizioni scadute come il vecchio yogurt. Le resistenze sono a volte passive anche all’interno della Casa. Il sistema comunque regge: quanto meno per gli happy few, quelli che passano da un prestigioso incarico romano a un prestigioso incarico all’estero. Se poi la maggioranza del personale si arrangia in qualche modo per andare avanti, vuol dire che non è collocata nel mainstream del pensiero dominante. Più che spirito di conservazione, quello della CGIL – Esteri è anelito di resistenza.

TAG cgil - esteri politica estera isis

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 10/12/2014 alle 16:05 | Non ci sono commenti

03/12/2014

Le trattative per l'accordo di libero scambio Patenariato Trans-Pacifico (TTP) devono fermarsi

Pubblichiamo il comunicato stampa dell'associazione che raccoglie le organizzazioni sindacali più rappresentative del mondo

La Confederazione Internazionale dei Sindacati ha chiesto ai governi di interrompere le trattative sull'accordo di Partenariato Trans-Pacifico, criticando la segretezza e l'orientamento a favore delle imprese nei negoziati in corso. Sharan Burrow, Segretaria generale della Confederazione Internazionale dei Sindacati, ha affermato: “Questo accordo di libero scambio segreto va bene per alcune imprese multinazionali, ma è estremamente dannoso per la gente comune e per il ruolo stesso dei governi. Gli interessi delle imprese sono sul tavolo negoziale, ma i parlamenti nazionali e gli altri protagonisti della vita democratica sono lasciati all'oscuro. Quello che sappiamo ora, per lo più attraverso fughe di notizie, è che la proposta di questo accordo non garantisce migliori condizioni di vita alle persone, ma garantirebbe alle imprese multinazionali un grosso aumento dei profitti.

I governi dovrebbero fermare le trattative, e non riaprirle, a meno che non ricevano mandati nazionali pubblici veri e trasparenti che mettano l'interesse delle persone al centro”.

Le proposte attuali dell'accordo di Partenariato Trans-Pacifico contengono disposizioni che dovrebbero:

  • Sottomettere i governi alle cosiddette procedure per la risoluzione delle controversie Investitore-Stato (ISDS) con cui gli investitori possono agire contro i governi su un'ampia gamma di politiche, incluse le politiche ambientali e sociali;

  • Introdurre una protezione dei brevetti che aumenterebbe i profitti delle case farmaceutiche, ma che porrebbe i medicinali di importanza vitale fuori dalla portata di milioni di persone più povere;

  • Limitare seriamente la capacità dei governi di elaborare leggi nazionali nel campo della sanità pubblica, della sicurezza e del welfare generale con il capitolo di “coerenza normativa”;

  • Fermare i governi dal dare priorità agli obiettivi della politica nel settore pubblico quando si assumo decisioni in materia di appalti pubblici;

  • Imporre una serie di restrizioni alle capacità dei governi di regolamentare il settore finanziario, così da rallentare gli sforzi per riformare la speculazione finanziaria dannosa e impedire ai governi di adottare misure volte a sostenere la loro bilancia dei pagamenti.

Le proposte di proteggere i diritti dei lavoratori hanno incontrato una forte resistenza da parte di alcuni Paesi, e sembra che non coprano tutte le convenzioni ILO che stabiliscono i diritti fondamentali sul lavoro e la legislazione del lavoro a livello sub nazionale (statale o provinciale). Le proposte non contengono, inoltre, nessuna obbligatorietà delle disposizioni ambientali e non affrontano la necessità di agire per mitigare il cambiamento climatico.

Un sistema globale di scambi equo ed aperto è essenziale per la prosperità, ma la proposta di questo Partenariato Trans-Pacifico non vi ha nulla a che vedere. Gli scambi a livello globale e regionale devono creare posti di lavoro e prosperità per molti, non solo fornire benessere alle imprese e trasferire maggiore potere dai parlamenti ai consigli di amministrazione”, ha affermato Burrow.

Le centrali sindacali nazionali nei Paesi che negoziano l'accordo di Partenariato Trans- Pacifico chiedono oggi formalmente ai loro governi di fermare i negoziati e di cercare un mandato negoziale adeguato se vorranno impegnarsi nuovamente nei negoziati.

Insieme alla Confederazione Internazionale dei Sindacati, le centrali sindacali nazionali che sostengono questo appello sono: ACTU, Australia; CSN e CSD, Canada; JTUC- RENGO, Giappone; UNT, Messico; NZCTU, Nuova Zelanda; CUT e CAPT, Perù; AFL – CIO, Stati Uniti. Alcuni di questi sindacati, come pure i sindacati del Cile (CUT-Cile) e della Malesia (MTUC) avevano chiesto di interrompere le trattative già in una fase precedente.

La Confederazione Internazionale dei Sindacati rappresenta 176 milioni di lavoratori in 161 Paesi e territori con 324 organizzazioni sindacali affiliate.

TAG ttp confederazione internazionale dei sindacati

ARCHIVIATO IN Interventi e iniziative

Di Il Cosmopolita il 03/12/2014 alle 12:23 | Non ci sono commenti

03/12/2014

Il satellite è in orbita

Francesca Morelli

Ci sono voluti sette anni, cinquecento tecnici e 1.300.000 ore lavorative per mettere a punto il primo satellite latino americano Artsat-1. Lanciato dalla Guyana francese e in perenne contatto con la stazione di Benavidez in Argentina è già entrato nella sua orbita, a 36.000 chilometri dalla terra. “E’ un satellite complesso che vincolerà la geografia sociale del Paese a una nuova tappa delle telecomunicazioni a livello mondiale” ha affermato Héctor Otheguy, amministratore generale dell’impresa statale rionegrina Invap.

Hugo Nahuys, l’ingegnere responsabile della qualità e sicurezza dell’impresa satellitare statale ha dichiarato ai media e all’agenzia Telam che Artsat è in perfetto stato, che i parametri sono normali e i procedimenti sono stati realizzati in rispetto delle operazioni pianificate. Ha attrezzature in grado di trasmettere dati continuamente analizzati da un software nella stazione di Benavidez, dove secondo i giornalisti, in filo diretto con i lettori e gli ascoltatori il lancio è stato molto emozionante e indescrivibile l’allegria che si respirava nella stazione di terra. “Sono serviti sette anni di disegni “armati” e prove per la fabbricazione del satellite” ha dichiarato Otheguy a Bariloche, nella Patagonia argentina, fino al suo trasferimento nella Guyana francese per il lancio in orbita e per poterlo gestire nei prossimi 15 anni. E’ previsto che riceva segnali dalla stazione di Benavidez per restituirli al territorio.

Dall’inizio del progetto al lancio di
Artsat-1, il costo sostenuto dall’Argentina è stato di 270 milioni di dollari, il lancio è costato 100 milioni di dollari. Il suo acronimo è formato dalle parole Argentina e satellite, un nome pensato a lungo e abbastanza banale; l’emozione che ha destato nella maggior parte degli argentini, degli ingegneri, dei costruttori dei fisici e tecnici dell’Istituto Balseiro nel vedere il razzo Ariane che lo trasportava verso lo spazio nella Guyana francese è stata enorme. Il primo satellite nazionale costruito completamente nel Paese e che fornirà servizi collegati alla telefonia, alla televisione e internet è un vero fiore all’occhiello di cui vanno fieri gli argentini, soprattutto per dimostrare al mondo che “lo storico investimento pone il Paese in un luogo privilegiato, ottenuto attraverso l’impresa statale Artsat proprietaria del satellite e dell’Invap responsabile del suo disegno e costruzione” ha sottolineato Pablo Costanzo Caso, direttore della facoltà d’Ingegneria e Telecomunicazioni di Balseiro.



Per il suo lancio è stata scelta la
Guyana francese perché è un territorio irredento dell’America, di cui nessuno parla perché non c’è nessuno che protesti. Kourou è stato il posto individuato da cui è partito il missile al cui interno c’era Artsat-1.
I commenti più diffusi sono che “è arrivato il momento di sommarci alle nazioni cosmiche”. Il primo satellite argentino già sta girando intorno al pianeta come un insetto intorno al fuoco.

Arsat è il primo satellite del Sistema Satellitare geostazionario Argentino che prevede la fabbricazione di altri due , Arsat-2 e Arsat-3. Il nuovo satellite sostituisce quello in affitto ed è previsto che offra un range di servizi molto ampio, televisione, telefonia, internet non solamente all’intero Paese ma anche al Cile, all’Uruguay e al Paraguay.

 

ARCHIVIATO IN Succede a...

Di Il Cosmopolita il 03/12/2014 alle 12:21 | Non ci sono commenti

03/12/2014

Dove vuol seminare la strategia dell'orrore del'IS?

Fabio Cristiani

Alla fine, di questo “Stato Islamico” si parla perfino poco. Siamo così presi da noi stessi – articolo 18, riforma del Senato, Tor Sapienza… – che di questa guerra ci interessiamo fino a un certo punto. Oltretutto, è ancora parecchio lontana. Ogni tanto qualche politico rinnova l’allarme, ma il sospetto che lo faccia più che altro per ammorbidire l’opposizione agli F 35  e alle altre spese militari, è abbastanza forte. Del resto, quale potrebbe essere il ruolo militare dell’Italia in un’eventuale guerra su larga scala ?

Nel frattempo, i tagliagole dell’IS ci sbattono in faccia un’orrenda esecuzione ogni due-tre settimane. Si dice che sia per spaventarci. Non credo. Sono ancora troppo deboli militarmente e troppo lontani per distoglierci dalle nostre angosce economiche e esistenziali. Credo piuttosto che sgozzino la gente ritenendo così di conquistare prestigio e rispetto nel mondo islamico. Infatti, se è ben possibile che l’IS prima o poi sia costretto a ritirarsi, il prestigio guadagnatosi con queste efferatezze resterà a lungo presente nella memoria dei più giovani.

Ed è proprio qui il vero pericolo. Ogni giorno, in Italia - ma anche altrove in Europa - migliaia di giovani musulmani sono trattati come schiavi, insultati e derisi sui luoghi del lavoro nero, dove nostri connazionali del genere di quelli comparsi sulle piantagioni di pomodori fino al civile nord-est, danno sfogo ai loro istinti sadici. Meno cruentemente, ma con grande efficacia, i leghisti fanno di tutto per creare una barriera culturale fra noi e loro, per una manciata di voti.

Cosa passerà per la testa di questi ragazzi umiliati, offesi e perfino picchiati per 5 euro e 16 ore di lavoro al giorno ? Quanti sono quelli che si augurano nel silenzio della loro mente che un giorno la bandiera nera dell’IS sventoli sul serio a piazza San Pietro e che magari possano anche tagliare la testa di qualche loro schiavista ?

Più che comprare nuove armi e raccontarci di poter essere protagonisti in una guerra vera, non sarebbe intanto il caso di cominciare a mandare i carabinieri nelle migliaia – si’ migliaia – di aziende dove si pratica il lavoro nero se non addirittura la schiavitù ? Se si drenasse l’acqua che alimenta questa vergogna, molti clandestini tornerebbero nei loro Paesi, molte aziende decotte chiuderebbero lasciando spazio a nuove intraprese, i salari degli occupati regolari non sarebbero così tanto taglieggiati e, alla fine, gli stranieri rimasti troverebbero un motivo per integrarsi e, un domani, per stare dalla nostra parte quando i prossimi tagliagole volessero affacciarsi da queste parti.

TAG isis

ARCHIVIATO IN Pace e guerra

Di Il Cosmopolita il 03/12/2014 alle 12:18 | Non ci sono commenti

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